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giovedì 15 dicembre 2022

La magia che Marco D'Amore vede in Napoli

C'è un uomo esageratamente anziano accecato da una luce in uno scrigno. L'ha aperto con le mani che tremano per l'età, per la fatica di una ricerca. Ha percorso i sentieri di tufo del sottosuolo, si è tuffato nel golfo, ha visto spiriti e fantasmi. Ha pure baciato una sirena, non una qualunque, Partenope, per capire da dove vengano miti e leggende della città. Marco D'Amore è stato al trucco sei ore, prima di girare la scena chiave del suo film Napoli magica, nei sotterranei di Castel dell'Ovo, dove Virgilio nascose l'uovo su cui si posano l'edificio e la città, guai a romperlo, sarebbe una sciagura.

«È un progetto che mette in scena un fallimento — dice — l'impossibilità di raccontare Napoli nella sua pienezza. Come ogni città-mondo ». Prodotto da Sky e Mad Entertainment, il film sarà fuori concorso al festival di Torino, in sala tre giorni dal 5 dicembre, con un linguaggio a metà tra documentario e finzione. È un viaggio nelle credenze di Napoli e dentro ciò che di Napoli si crede, nelle convinzioni dei vivi e nel culto dei morti, un'indagine su Storia e percezione, complessi di superiorità e inferiorità, sul misterioso bisogno di affetto e la necessità di piacere, sulla separazione tra élite e popolo, in un posto dove stanno insieme l'illuminismo di Vico e il corno rosso della superstizione. Ed è curioso che questo percorso nell'aldilà lo faccia il volto che in Gomorra era l'Immortale.

«È il mio desiderio di conoscenza, una spinta che sento da ragazzino. Sono andato via a 18 anni, sono tornato a 30. Ho studiato a Milano, ho girato il mondo con la compagnia di Servillo. Mamma mi portava al Duomo, papà allo stadio. Sono le due passeggiate che mi hanno formato, ma il volto meno folkloristico di Napoli si conosce poco, anche in città. Pasolini ci chiamò una tribù che ha deciso di estinguersi, eppure esiste qui una spinta alla modernità e al progresso. Pazienza se mi sento contestare di non mettere distanza tra me e un'eredità artistica di cui non ho alcun merito, di essere troppo napoletano nel punto di vista politico».

Tra il cimitero delle Fontanelle, le catacombe di San Gaudioso e la cappella del Cristo Velato, il film è un atto di devozione. Eppure, D'Amore tradisce il piacere di camminare nei risvolti, sui sentieri della Napoli scientifica. Mette in scena l'afasia del popolo incapace di definire cosa siano magia e bellezza. Chiude con una sorpresa, uno sberleffo tra Collodi e Apuleio in cui pare invocare una moratoria, il silenzio dell'ignoranza su Napoli. C'è tanto studio dell'antropologia cittadina in dettagli, eccessi, scene comiche, omaggi a Totò e Peppino.


venerdì 8 febbraio 2019

Quei bravi ragazzi della Paranza dei Bambini



NAPOLI. Vengono dalla strada ma dalla strada fuggono. Queste facce, questi occhi, queste vite sono cresciute dentro quartieri presi in ostaggio da codici e costumi di camorra: portarli al cinema è un modo per tenersene lontani. Sono attori esordienti, cercati fra tremila in sei mesi, perché i piccoli boss de La Paranza dei Bambini dovevano avere volti distanti dalla classica iconografia malvagia eppure venire da contesti a cui la realtà del film non fosse estranea. Un casting da neorealismo identitario per l'unico film italiano in concorso a Berlino (il 12, e poi in sala), firmato da Claudio Giovannesi, dal libro di Roberto Saviano e da lui scritto con il regista e con Maurizio Braucci; il racconto dell’ascesa incosciente e criminale di sei quindicenni disposti a rinunciare ai primi amori e all’amicizia per soldi pistole e droga, per prendersi tutto nel rione Sanità, lo stesso in cui nel 1960 Eduardo De Filippo immaginava il suo personaggio forse più controverso, quell’Antonio Barracano che si faceva sindaco d’ufficio e d’onore per tenere le dispute in equilibrio, creatore di una giustizia personale per sfiducia negli uomini e nelle istituzioni.

Quasi sessant’anni più tardi e dieci dopo Gomorra, in questa neo-ferocia ci sono pure riflessi linguistici. Da un lato la malavita si è appropriata di parole nate come innocenti - la paranza, che prima di tutto era imbarcazione da pesca, poi frittura mista di pescetti; dall’altro l’uso comune ha accolto vocaboli camorristici – le “stese” – quasi a legittimarli. Il mondo di “stese” e paranze è fatto di ragazzini che sparano a mura e serrande nei rioni nemici, per intimidire, per sfidare, dopo essersi addestrati mirando ai padelloni delle antenne satellitari sui tetti, mentre tutt’attorno i fuochi d’artificio coprono gli spari. È un mondo senza padri, senza politica, senza divise, nel quale lo Stato è la buona volontà dell’associazionismo, unico contrasto al reclutamento di nuovi delinquenti tra famiglie non affiliate, nella vasta zona grigia dei piccoli precedenti penali, dove ogni adolescente è solo, fragile e a rischio. I numeri sul fenomeno diffusi un anno fa dalla giustizia minorile nel distretto di Napoli raccontavano di 10 procedimenti per associazione di stampo mafioso fra giugno 2016 e giugno 2017, 14 per narcotraffico, 27 per omicidio, 19 per tentato omicidio, 457 per droga, in tutto 2.807 notizie di reati, in calo come numero per la depenalizzazione ma più gravi rispetto al passato. Nella sentenza con cui nell'estate 2016 veniva fissato una volta e per sempre che “esiste la paranza dei bimbi, non è un delirio o un’invenzione” (Saviano), per 43 condanne fra i 2 e i 20 anni il giudice Nicola Quatrano scrisse: “Un filo sottile ed esistenziale lega i giovani che scorrono in armi nel centro storico di Napoli per uccidere o farsi uccidere e i militanti della Jihad. Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l'unica chance per dare un senso alla propria vita e vivere in eterno”. Ora il regista Giovannesi chiarisce: “Il mio non è un film su Napoli ma sulla perdita dell’innocenza che si manifesta in ogni metropoli quando si fa una scelta criminale. Un processo raccontato dal punto di vista dei ragazzi, dei loro valori e sentimenti”.

giovedì 30 agosto 2018

Sulla pelle di Stefano Cucchi


Ora il mondo saprà di Cucchi - Cucchi Stefano, che avrebbe compiuto quarant'anni a ottobre e che invece è morto a trentuno nella stanza numero 16 al primo piano del reparto di medicina protetta all'ospedale Sandro Pertini, oltre il cancello, oltre le sbarre, rannicchiato vicino alla finestra, dicono fossero le cinque e trenta del mattino. È stata la tragedia italiana di un ragazzo e della sua famiglia che dal 2009 chiede giustizia, mentre ancora si tiene il processo d’appello bis per quella morte avvenuta sei giorni dopo un arresto: tre carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale, un maresciallo che risponde dei reati di calunnia e falso. “Non siamo riusciti a salvarti ma te lo avevo promesso che non sarebbe finita lì”, così ha scritto la sorella Ilaria qualche settimana fa sulla sua pagina facebook seguita da 270mila persone, nel giorno del lancio del trailer di Sulla mia pelle, il film sugli ultimi giorni di Cucchi diretto da Alessio Cremonini che aprirà la sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia. Il mondo saprà di Stefano perché, insieme a Lucky Red, il film è distribuito da Netflix nel suo bacino di 190 paesi: per la prima volta in assoluto sarà disponibile in streaming (dal 12 settembre) in contemporanea all'uscita nelle sale, fra le proteste delle associazioni degli esercenti. Il clima? Un mese fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini si schierava contro il ddl sul reato di tortura: “Carabinieri e polizia devono poter fare il loro lavoro. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi”.

venerdì 6 luglio 2018

Soldado, il film americano di Sollima


ROMA. Eravamo sarti raffinati e grandi musicisti, montatori, direttori della fotografia e maghi degli effetti speciali. Eravamo affidabili artigiani a cui consegnare un pezzo di film, con la certezza che Ferretti-Lo Schiavo, o Milena Canonero, o Storaro, o Moroder e Morricone, Scalia o Rambaldi avrebbero reso speciali una scena, un taglio di luce o anche solo il profilo di un alieno, il dettaglio indimenticabile del suo dito indice puntato su telefono-casa. Italians, diceva Hollywood, e si pensava a loro. Ora gli Italians reggono le macchine da presa, con una continuità e un'espansione che nel nostro cinema si erano viste raramente. "Le porte le ha aperte Gabriele Muccino una dozzina d'anni fa. Se lui non fosse andato in America, tutto questo non esisterebbe".

Stefano Sollima è l'ultimo a essersi meritato la chiamata. S'è accomodato pochi giorni fa in una poltrona dell'Amc di Marina del Rey, "la mia sala cinematografica preferita al mondo", e ha guardato in anteprima la versione finale del suo Soldado, il sequel di Sicario, giocattolino da cinquanta milioni che Hollywood gli ha messo tra le mani perché il suo viaggio partito dal male di Gomorra. La serie è stato giudicato convincente. Il film esce oggi negli Stati Uniti, noi lo vedremo a ottobre.

sabato 26 maggio 2018

Il portiere che posò nudo vincendo al fianco di Pelé

Molto prima dei qatarioti che a Parigi vogliono aggiungere Buffon al loro album di stelle internazionali per vincere la Coppa dei Campioni, i discografici dell'Atlantic e i dirigenti della Warner raccoglievano stelle ai Cosmos per promuovere il calcio negli Stati Uniti.
Quarant'anni fa erano i primi, o si dovrebbe dire gli unici.
Andarono a prendersi Pelé e calciatori da 14 paesi differenti, ma il portiere no, il portiere era un ragazzo americano che faceva di tutto per non smentire i cliché sull'estetica e la psicologia del ruolo. Si chiamava Shep Messing, veniva dal Bronx, si era laureato ad Harvard, e in quella squadra di celebrità Beckenbauer, Chinaglia, Carlos Alberto - rimase fino al giorno dell'ultimo trionfo di Pelé, fino alla partita d'addio del brasiliano al calcio che valse il titolo del 1977. Contro Seattle.

martedì 15 agosto 2017

Napoli e l'equilibrio dei sacerdoti di frontiera


Puoi farti gli affari tuoi e vivere cent’anni, oppure restare fedele a ciò per cui sei venuto al mondo. Esiste una linea di frontiera, nel Mezzogiorno d’Italia, lungo la quale una tonaca da prete può essere una divisa o un costume, il segno di una responsabilità e di una promessa, o solo l’abito ben stirato di un esercizio. Dentro questo dilemma con cui la debolezza di molti uomini si confronta in certi territori, indaga L’equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra, napoletano, 45 anni, che al prossimo festival di Venezia torna nella sezione “Giornate degli autori” cinque stagioni dopo aver presentato Il gemello.
   Come essere sacerdote quando intorno a te regna l’orrore? 

venerdì 21 luglio 2017

Borg-McEnroe non finisce mai


Alle sei e undici minuti del pomeriggio, ora di Londra, il 5 luglio 1980, Björn Borg si inginocchiò sul prato di Wimbledon per festeggiare il titolo come già aveva fatto l’anno prima, l’altro ancora, e pure i due avanti a quelli. John McEnroe invece mise il broncio e uscì dal campo da sconfitto, sapendo che nessuno avrebbe mai più dimenticato ciò che aveva visto, e che quando ci si scontra a quel modo con un avversario, si rimane uniti per sempre. «Sono stato tre ore e cinquantatré minuti senza fare la pipì» scrisse Gianni Clerici. Ora la partita più famosa di tutti i tempi finisce al cinema, forse per riscattare la convinzione secondo cui è impossibile fare un bel film sul tennis. L’erba alta non più di otto millimetri, le fragole con la panna, l’obbligo di vestirsi di bianco, le code notturne per un biglietto, e poi quei due: il biondo con i capelli lunghi, l’americano tutto riccioli e nervi. La rivalità più accesa e celebre di questo sport splendido e diabolico, che siamo chiamati a giocare prima che su un campo dentro la nostra testa.

mercoledì 3 maggio 2017

Noi e i maccheroni di Ettore Scola

Rotonda Diaz. Scola sul set con Mastroianni e Lemmon
La rappresentazione di Napoli al cinema/1

Quando uscì Maccheroni, Napoli aveva perso da un mese Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ucciso dalla camorra. Eravamo nel pieno di una nuova risacca sul tema: la città, la sua "razza", la sua plebe, la sua borghesia, l'industrializzazione fallita, l'immondizia in strada (l'immondizia in strada - 1985), la resa delle giunte di sinistra (per tutti: Mino Fuccillo, su Repubblica). Il sindaco Carlo D'Amato intervenne con una lettera in cui giudicava falsa "l'idea che Napoli sia una specie di caso atipico, di sistema sociale irrazionale, di realtà ambigua e sfuggente in cui mancano le solide certezze vigenti invece altrove... ecco allora che Napoli diviene una città senza classe operaia, una città con una classe politica rifiutata dalla città, con una presenza di massa di agenti camorristici: una specie di arena selvaggia in cui si affrontano protagonisti irreali".
Questo il quadro. Ottobre 1985. E arriva Maccheroni. Regia del maestro Ettore Scola.

sabato 4 febbraio 2017

Naples '44


Un gigantesco emporio. Un iperbolico postribolo. Un formicaio umano. Questa è Napoli, così appare a un trentacinquenne graduato dell’intelligence inglese, aggregato alla V armata americana dopo l’armistizio. "Napoli odora di legno bruciato" annota all’arrivo il 6 ottobre del 1943 sul suo diario l’ufficiale Norman Lewis. Era stato un nemico, arrivava da liberatore, se ne andrà da complice un anno dopo. Non fa in tempo ad assistere al mito delle 4 Giornate, l’insurrezione popolare contro i tedeschi, perché è ricoverato a Paestum per malaria. Scopre un popolo “ricaduto in condizioni di vita da Medioevo”. Eppure l'uomo non è schizzinoso e neppure ingenuo. Ha sposato la figlia di un giocatore d'azzardo siciliano, sollevandola con un contratto da ogni obbligo di fedeltà coniugale. L'ha salutata a Cuba e s'è arruolato per lo sbarco di Salerno. Ha viaggiato e ancora viaggerà. Diventerà il più bravo di tutti nel cogliere la complessità di Napoli e nel raccontarla.

sabato 17 ottobre 2015

Non ci sono domande che non si possono fare

Armstrong in casa sua
Armstrong in casa sua
Come ha potuto un uomo ammalarsi di cancro, guarire e diventare il ciclista più forte, il più grande di sempre al Tour de France vincendone addirittura sette. Come ha fatto a essere santo per il proprio sostegno alla ricerca contro i tumori e allo stesso tempo peccatore, lui che il sostegno per sé lo succhiava dalla chimica, sparandosi in vena prodotti sofisticati per cambiare il fisico, stravolgere la natura e andare più forte degli altri. Questa è la storia di una favola sintetica, di una bugia a cui era bello credere e dei suoi frantumi: la trasformazione di Lance Armstrong da icona a diavolo. Sembrava seta ed era viscosa. "The Program", regia di Stephen Frears, racconta gli anni del dominio del texano sulle strade di Francia e delle sue pratiche proibite, il suo piano di elusione dei controlli, l'impasto di protervia opportunismo e complicità grazie al quale poteva affermare: "Sono pulito, non sono mai stato trovato positivo all'antidoping".

giovedì 15 ottobre 2015

Com'era il futuro di Ritorno al futuro

Quando nei giorni di Natale del 1989 entrammo al cinema per il seguito di Ritorno al futuro - all'epoca non si diceva ancora sequel, non mi pare - ci trovammo davanti agli occhi l'idea che avevamo dei nostri giorni a venire. Pareva finanche credibile quella visione, ma come diceva il dottor Brown "nessuno dovrebbe sapere molto del futuro", e infatti a riguardare adesso il film noi niente sapevamo. Il 21 ottobre del 2015, giorno in cui Doc e Marty Mc Fly ci piombano addosso dal passato a bordo di una DeLorean trasformata con un generatore di fusione, è ormai arrivato.

lunedì 17 marzo 2014

Zero a zero, il documentario sui sogni spezzati

Che portiere era Andrea Giulii Capponi. Il numero uno della nazionale under 17, la speranza della Roma di Mazzone, di corsa nei boschi nel ritiro di Lavarone spalla a spalla con il Principe Giannini. Che numero 10 quel Daniele Rossi, a sedici anni miglior giocatore del torneo di Parigi, gol suo in finale, 1-0 al Benfica, nello stadio in cui avevano girato Fuga per la vittoria.

venerdì 4 ottobre 2013

Le anteultime / Django Unchained


i film visti quando li hanno visti tutti
Sessantaquattro morti. Più un cane. Non li ho contati. L'avevo letto da qualche parte. Ma se non avessi avuto il cocco ammonnato e buono, forse mi sarei davvero messo a contare le persone che Quentin Tarantino fa ammazzare in Django Unchained. Una per una. Ho letto pure che in Bastardi senza gloria furono 396, stavolta s'è mantenuto. Vanno contati, quei morti ammazzati, per capire di cosa questo film parla, cosa davvero vuole dirci. Nella sua esibita esplosione di corpi, Django è paradossalmente un film che mette a nudo le reticenze del cinema. Disvela le sue frequenti omissioni. La sua omertà. Guardiamo le pistole scatenate di Django e mettiamo in fila nella nostra mente tutti i morti ammazzati da Jamie Foxx per arrivare dalla sua Broomhilda, per ridarle la dignità e restituirle la libertà, e allora spara Django, uccidili tutti, fallo per lei, fallo per Kerry Washington. Nel darle un'altra vita, Django le regalerà alla fine anche i passi di danza del suo cavallo, e lei gli sorriderà, consapevole, grata, innamorata. Dopo 64 morti lasciati lungo la via. Uccisi per lei. Ma dopo 64 morti è facile amare Django. Troppo facile, Taranti'. Tu invece mi devi raccontare cosa resta di questo amore quando Django torna a casa e una sera fa bruciare i piselli sul fuoco.

martedì 15 gennaio 2013

Le anteultime / Changeling

[I film visti quando li hanno già visti tutti]

Com'era quella frase famosa di Sergio Leone? Ah, sì. Che Clint Eastwood ha due facce, una col sigaro e una senza. Era scritta anche sul muro fuori il liceo Umberto. Una volta almeno c'era, ora non lo so. E' questo il guaio del decoro urbano: quando danno una rinfrescata, dai muri cancellano pure le scritte più belle. Ci siamo cresciuti - anche noi che non andavamo all'Umberto, anche quelli che non sapevano che la frase fosse di Sergio Leone - sì, ci siamo cresciuti con l'idea che Clint avesse davvero quelle due facce lì. Perciò le cercavamo nei suoi film. Dentro i personaggi interpretati da lui, e un po' alla volta anche dentro i personaggi scritti da lui, quando per una ventina d'anni non ha sbagliato un film.

giovedì 10 novembre 2011

Le anteultime / Salt

[I film visti quando li hanno già visti tutti]

Cento minuti. E dentro questi cento minuti Angelina Jolie, l'agente Cia Evelyn Salt, costruisce uno spara fiamme con le gambe di una sedia girevole, salta da un cavalcavia dell'autostrada sui camion in corsa, si cala nella tromba di un ascensore, fa saltare un rifugio anti atomico, si tuffa da un elicottero, copre le telecamere di sorveglianza con gli slip, uccide non meno di 25-30 persone usando fucili, mitra, gas e armi da taglio.
Ora.
Poiché dietro tutto questo pare di capire che ci sia un trauma legato a un uomo che lei ama.
Io mi chiedo.
Ma chiediamocelo un po' tutti.
Ma se un giorno in cucina Brad Pitt fa bruciare i fagioli sul fuoco?

Post dove si incontra Angelina Jolie
Arzano e i bambini che se la volevano cavare
Figurarsi se Angelina incontrava Saviano a Hollywood
Un lost al sole [4]

Le altre anteultime

giovedì 13 ottobre 2011

Le anteultime / Habemus Papam

[I film visti quando li hanno già visti tutti]

E insomma, sì, il disagio di un uomo che si sente inadeguato.
E la difficoltà di essere all'altezza delle aspettative degli altri.
E il bisogno per la chiesa di una guida spirituale che porti grandi cambiamenti.
E un grande, grandissimo, mostruoso Michel Piccoli.
E la frase più cattiva contro la chiesa che è quella sulla palla prigioniera.
E la colonna sonora, e Todo Cambia.
Si sa, si sa già tutto.
Però qui lo vogliamo dire chiaramente che si tratta di un film contro i vaticanisti del Tg2?

[dal minuto 4.25 qui]

Le altre anteultime
Mine vaganti
Basta che funzioni
La verità è che non gli piaci abbastanza
The Reader
An Education
Lo spazio bianco
Quantum of Solace
Vincere

domenica 21 agosto 2011

Le anteultime / Mine vaganti

I film visti quando li hanno già visti tutti


Una volta smaltita tutta l'ammirazione per Ennio Fantastichini e per il mussillo che sfoggia lungo tutto il film; una volta rivissuto attimo per attimo tutto l'innamoramento provato per Elena Sofia Ricci alla quale non si sa perché non propongano tutti i ruoli possibili e immaginabili del cinema europeo occidentale; una volta ammirata la capacità di Ozpetek di intrecciare facce e smorfie degli attori ai tantissimi non-detto di cui è pieno il copione; e una volta ammirata pure Nicole Grimaudo - ecco, la cosa che rimane fra le pagine chiare e le pagine scure del film è la figura del cognato. Quel coglione napoletano, come lo chiama Fantastichini.
A parte il fatto che la figura del cognato da tempo e tempo ha un suo perché. Ma è bello immaginare che Ozpetek abbia pensato Mine vaganti per metterci sotto gli occhi il vero grande pregiudizio indemolibile (si dice indemolibile? forse è meglio indistruttibile) nella nostra società. Ce lo sbatte in faccia all'improvviso in una scena con la violenza di un rovescio di Nalbandian.

giovedì 7 aprile 2011

Le anteultime / Basta che funzioni

I film visti quando li hanno già visti tutti

Io con Woody Allen avevo litigato. Qualche anno fa. Solo che lui non lo sa. Avevo litigato per via di una serie di film passati negli occhi uno dietro l'altro senza fermarsi. Colpa mia, ovviamente.
Siamo rimasti in freddo per un po', quelle cose solo Buongiorno buonasera, fino a questo capolavoro qua.
Che poi sono due le cose alle quali si pensa durante i titoli di coda.
La prima: ma perché non c'era lui? Era un ruolo perfetto per tornare dopo Scoop. Non perché Larry David non sia bravo, ma quello lì sullo schermo è esattamente lui.
La seconda: Peccato che questo non sia stato il suo ultimo film. Perché sarebbe il testamento perfetto.

La scena   Boris che lava le mani cantandosi Tanti auguri
La frase   Sapete una cosa? Risparmiatevi i vostri “avrei potuto” o “avrei dovuto”. Come mia madre mi diceva sempre: “Se mia nonna avesse le ruote sarebbe una carrozza”. Mia madre le ruote non le aveva, aveva le vene varicose.

mercoledì 16 marzo 2011

Le anteultime / La verità è che non gli piaci abbastanza

Un po' come una puntata di Sex and the City. Però più lunga.
Un po' Closer. Però più leggero.
Anzi.
Molto più leggero.
E poi c'è lei.
Lei lei.
Scarlett Johansson.
La cosa che insegna questo film è fare i conti con la degenerazione della propria memoria. Perché si sta per tutto il film a dire porcamiseria ma io quello lo conosco, porcamiseria ma io quella la conosco.

La frase: Il lieto fine è andare avanti. O forse il lieto fine è questo: sapere che nonostante le telefonate non ricevute e il cuore infranto, nonostante tutte le figuracce e i segnali male interpretati, nonostante i pianti e gli imbarazzi, non hai mai e poi mai perso la speranza.

giovedì 20 gennaio 2011

Le anteultime / The Reader - a voce alta

I film visti quando li hanno già visti tutti

Dice: scegli un'attrice da cui vorresti essere accudito un giorno che ti senti male. Uno potrebbe dire Sophie Marceau.
Dice: scegline una dalla quale a 13 anni vorresti essere stato avviato alle gioie dei baci e delle carezze. Uno potrebbe dire mmm... fammi pensare, fammi pensare... mmm... Sophie Marceau.
E poi dice: adesso scegline una dalla quale vorresti sentirti dire, Ehi ragazzo leggimi un libro. Allora uno potrebbe dire Sophie Marceau. Direbbe un solo nome: Sophie Marceau, mentre potrebbe dirne tanti di titoli di libri, ma proprio tanti, e però alla fine ne deve scegliere solo uno. Uno solo. E sceglie quello. Quello lì.