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| Luigi Credendino nello spettacolo Mal'essere di Davide Iodice |
NAPOLI. To be or not to be. O si’ o nun si’. O sei o non sei, si tormenta Amleto, non più in inglese ma nella sua seconda lingua. “That is ’a questiòne”, con l’accento sulla lettera “o” e la schwa finale “si è cchiù nobbile pe’ ’sta capa o mind / suppurta’ ’e ppetriate o ’e frezze ’e ’sta ciorta / ca parla tuosto or to take ll’arme. Trip muri’ o sleep durmi’”. Qui Napoli, casa Shakespeare. A metà strada fra il rione Sanità e la zona di Forcella, durante le prove nella mansarda del teatro San Ferdinando, il principe di Danimarca parla nel dialetto che incantava Wagner, anche se i tempi di Era de maggio sono lontani perché “il napoletano si trasforma, il rap tronca le sillabe e offre una nuova ipotesi di lingua”. Così dice Sha One, uno dei nomi dell’hip hop cittadino che hanno riscritto Amleto nella loro grammatica. Gli altri sono i Fuossera, Joel, Op Rot e Capatosta, interpreti di una scuola esplosa nella scia dei 99 Posse. Vengono da Piscinola, Marianella, Secondigliano, una porzione di terra spesso sintetizzata sotto il tag Gomorra, e firmano con il regista Davide Iodice l’atteso Mal’essere, debutto il 1° febbraio, produzione del teatro Stabile di Napoli – teatro Nazionale. “Questo Amleto non risponde a un’esigenza di localismo. Non avrei potuto metterlo in scena in italiano”, spiega Iodice, “perché è una lingua con una carenza di visceralità. Il napoletano è invece lingua-corpo, e la cadenza del rap in dialetto è la cosa più vicina oggi al blank verse della poesia classica d’Inghilterra”.



