TRIESTE. A RIO si va con tanta sofferenza imprevista (8-7) e con un gol di Figlioli a 7 secondi dalla fine che fa infuriare la Romania per l'uomo in più concesso all'Italia. Quest'uomo in camicia bianca che si commuove e dedica tutto ai suoi figli è il ct d'Italia più invidiato dai colleghi. Tutti a dirgli beato lui, che ha il campionato con meno stranieri. La serie A di pallanuoto è fatta per il 78% da italiani. La pallavolo è al 58%, il basket al 51, il calcio al 48.
Sandro Campagna, siciliano, 52 anni, tornato sulla panchina azzurra nel 2008, racconta adesso i giorni della semina dell'italianismo.
Hanno prodotto un titolo mondiale (2011) e consentono al Settebello di giocare a Rio le Olimpiadi n. 20, avendo dietro una Nazionale giovanile oro e argento ai Mondiali 2013 e 2015.
Non più tardi di domenica scorsa, un colpo di testa all'indietro di Alberto Paloschi in Chievo-Empoli ci ha restituito su un campo di calcio la bellezza del gesto no-look, molto più naturale in altri ambiti, basket e tennis su tutti. Poi, nella semifinale degli Europei di pallanuoto fra Serbia e Grecia, è arrivato questo signore qua. Si chiama Duško Pijetlović, gioca centravanti e ha segnato un gol che viene da un altro mondo. Il mondo dei gesti nuovi.
Su un campo di calcio, il gol senza guardare è un'eccezione. Appartiene in particolare a una certa tipologia di calciatori. I rapaci. Quelli che sanno sempre dove si trovano, quelli che là si fanno trovare un attimo prima che ci arrivino gli altri. I Pippo Inzaghi. I Paolo Rossi. [qui c'è l'articolo uscito su Repubblica martedì a proposito del gol di Paloschi]. Hanno la mappa della loro porzione di campo stampata dentro la testa. Nel basket l'assist no-look è diventato un segno di estro e classe da Magic Johnson in avanti. Nel tennis abbiamo conosciuto il colpo sotto le gambe con le spalle alla rete grazie a Ilie Nastase, Yannick Noah lo ha portato in tv, Roger Federer ogni tanto lo ripropone. Ma è la pallanuoto lo sport in cui il gol con le spalle alla porta diventa gesto tecnico da repertorio, nel senso che non è istinto, non è individualismo, ma un colpo che si insegna e si prova in allenamento. Si chiama beduina. Lo ha inventato un giocatore napoletano, Gildo Arena, un campionissimo fra il '38 e il '52, fra qualche giorno saranno 11 anni dalla sua scomparsa. Schiena alla porta, palla a pelo d'acqua, il braccio si muove dal basso verso l'alto. Fu il colpo che aggiunse fantasia alla pallanuoto.
In Serbia-Grecia di mercoledì sera Duško Pijetlović l'ha eseguita con una variante originale. Viene servito a due metri dalla porta, dunque al limite della zona dentro la quale un giocatore senza pallone non può entrare, e ovviamente senza voltarsi arresta e si muove proprio come se volesse rovesciare da manuale. Ha un uomo addosso. Nella pallanuoto il regolamento consente a un difensore di fare qualunque cosa a un avversario finché questi è in possesso di palla. Pijetlović prova a chiudere il movimento, ma qualcosa va storto. Non riesce a tirare verso la porta. Oppure lo fa di proposito. E' perfino più bello crederlo. Di certo trova un piano B che è geniale. Quando s'accorge che non riuscirà più ad avvitare il braccio, lo lascia cadere sull'acqua. La mano persino affonda, e da lì assesta un colpetto morbido alla palla, col polso, con i polpastrelli, mentre nel frattempo su di lui sono diventati tre. Un gol pazzesco (potete vederlo dal minuto 6'00" del video)
PER capire la piccola rivoluzione dentro la Nazionale italiana di pallanuoto, bisogna immaginare che nel calcio esista un Ibrahimovic in grado di giocare non solo da centravanti ma pure nella propria area, come difensore centrale. Nella stessa partita, nella stessa azione. Un giocatore così nell'acqua esiste, si chiama Michaël Bodegas ed è la grande novità azzurra per gli Europei che cominciano domani a Belgrado, in una piscina da 11mila posti ricavata nella Kombank Arena, costruita dal '92 sotto i bombardamenti e aperta finalmente nel 2004: dove hanno suonato Dylan, Sting e Clapton, dove Djokovic ha vinto la sua Davis. «Se conosco i movimenti dei due ruoli, sono più utile. Sembra da schizofrenici, lo so».
E' l'estate
del '37, quando nella pallanuoto sbuca la parola Settebello. Nasce su una carrozza ferroviaria di
terza classe, in un paese della Versilia. La Rari Nantes Napoli sta tornando a
casa dopo la solita trasferta a Genova, nel solito vagone da pochi soldi. Nei
pressi di Viareggio, lì il treno s'affolla. Salgono un bel po' di biondine
dai tratti gentili. Tedesche, non c'è dubbio. Sono gambe lunghe e occhi chiari
al seguito della propaganda nazista. E ai giocatori napoletani gira la testa. Mimì Grimaldi, uno dei giocatori, è stato spettatore l'anno prima ai Giochi di
Berlino, dove gli sprint di Jesse Owens hanno fatto bollire di rabbia i baffetti
di Hitler. Sulle tribune olimpiche ha imparato qualche parola di tedesco. Cosi,
si butta. "Wir sind sieben", dice, siamo sette. "Schon", belli. "Sieben schon",
sette belli.
Era molto semplice scherzare con Dusan. Uno di quei ragazzi venuti dall'Est e che negli occhi portano la voglia di mangiarsi un mondo che all'improvviso scoprono più colorato, più ricco. In acqua giocava da centravanti, nella pallanuoto è un ruolo massacrante, hai sempre un uomo addosso, dietro, ti sovrasta, ti affonda, tu spalle alla porta devi suggerire il tempo giusto del passaggio ai tuoi compagni, e se non sei tu a suggerirlo devi essere bravo a coglierlo. Ai centroboa - si chiamano così perché stanno lì immobili e zavorrati - viene chiesto di prendere falli, cioè di guadagnarne: ogni fallo grave manda fuori un avversario e la tua squadra gioca 20 secondi con un uomo in più. Le partite si vincono così, e Dusan Popovic tante ne ha fatte vincere, alla sua Jugoslavia (un campionato mondiale) e poi al Posillipo (scudetto e Coppa dei Campioni).
La regola d' oro è questa. «Io sono il ct, i giocatori fanno i giocatori. Amici mai. Io trasmetto emozioni, loro devono avere piacere di seguirmi. Altrimenti che veniamo a fare in nazionale?». Sandro Campagna è un portagioie e dentro c'è la pallanuoto. Ha mani curate come i giardini dei re. L'acqua gliele ha lisciate un po' alla volta ogni giorno, in questi 48 anni. Lui le muove per trasformare in medaglie le squadre che tocca. Cloro, argento e bronzo. Due volte campione del mondo, da giocatore e l'estate scorsa da allenatore. Una specie di Beckenbauer galleggiante, le grinze che vengono ai polpastrelli.
SCHIENA e spalle alla porta, la palla bassa a pelo d'acqua, il tiro verso l'alto, come in una mezza rovesciata. La chiamano beduina, e sembra quasi che esista da sempre. Invece l'ha inventata Gildo Arena, anzi Ermenegildo, l'uomo che un giorno decise d'aggiungere la fantasia alla pallanuoto. Coi suoi compagni di squadra, e siamo negli anni Quaranta, Gildo inventa pure la parola Settebello, ancor oggi il soprannome della Nazionale.
La prima Olimpiade di casa De Crescenzo si chiuse davanti ad uno schermo buio. «Si ruppe il televisore nel giorno delle finali di nuoto. Aspettavamo la gara di Dennerlein, e non la vedemmo». Roma '60, il piccolo Paolo aveva dieci anni. Il settembre dopo, era un bimbo della leva nuoto alla Canottieri Napoli. Papà Armando portò lui ed anche il fratellino Massimo. Così Dennerlein ce l'avevano sotto gli occhi. La prossima Olimpiade di Paolo De Crescenzo è quella buona, e il televisore non c'entra. Ad Atene ci va da cittì della Nazionale di pallanuoto. «Non sono mai stato ai Giochi. Neppure da spettatore. Be' , sono il massimo. Rappresentano il riconoscimento più alto dello sport come fatica, educazione e cultura; il riconoscimento di chi solitamente non si sente rappresentato. O forse dovrei dire sovra-rappresentato, come accade ai tanti personaggi finti di cui ci nutriamo. Non è invidia: solo che non è giusto scoprire ogni 4 anni gente come un Maenza, un Burruni, Maspes o Gaiardoni. Sono curioso di vedere cos'è un'Olimpiade. Ho l'esperienza di tre Universiadi, a Torino, Mosca e Kobe. Ma non è la stessa cosa» .
Ora ci ha preso gusto. "Certo che ci riprovo". Due tiri, due gol. Nulla di straordinario se dell'Assid Canottieri Napoli Fabio Violetti non fosse altri che il portiere. Aveva segnato a Recco nel girone d'andata, s'e' ripetuto nell'ultimo turno di campionato a Firenze. E col gol del '95 al Pescara fanno tre in carriera. "Ho fatto qualche ricerca. So di un gol di Attolico in nazionale, uno di Trapanese in coppa Italia ed uno di Baffetti in coppa Italia. Ma a tre credo d'essere arrivato soltanto io". L'idea, sabato scorso, gli e' venuta nell'intervallo fra il terzo e quarto tempo. "Avevo visto Tempesti venire avanti verticalmente - racconta Violetti - per fermare due nostri contropiedi in precedenza. Mi sono detto: se lo fa di nuovo, ci provo. Non era facile: la piscina di Firenze ha il tetto basso. Ho dovuto cercare una parabola tesa, Tempesti e' riuscito ad alzare appena il braccio. Dalla mia porta tiro solo se mi sento sicuro. Altrimenti rischio i rimproveri dell'allenatore, buttiamo via un'azione d'attacco e lasciamo spazio al contropiede avversario.