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lunedì 7 marzo 2016
Luciana Littizzetto
Questa donna che fa colazione alle nove del mattino nella camera di un hotel romano in via Veneto non è "la Littizzetto": non è la maschera del Walter, della Jolanda, di Ruini-Eminence, non è la guastatrice che invita Belén a "darla via in beneficenza". Il vassoio è adagiato su un pouf in un angolo. «Un conto è far satira da Fazio, aggredire, essere caustica con i potenti; un altro è confrontarsi con le persone comuni». Ballerini rock di settant'anni, un padre e un figlio giocolieri, i due ragazzini che cercano di battere il record di lunghezza di un bacio in tv, quelli che tagliano le zucchine con un drone, la band musicale che suona con le parti intime. È il pezzo di Paese che cerca un'occasione, passato sotto i suoi occhi per le audizioni di (programma prodotto da FremantleMedia che dal 16 marzo va in prima serata per dieci mercoledì su Tv8). Giudici: Claudio Bisio, Frank Matano, Nina Zilli e lei, la donna italiana sulle cui spalle strette noi del pubblico abbiamo gettato come una condanna il dovere di dissacrare ogni cosa.
lunedì 15 febbraio 2016
La crisi dei comici a Sanremo
| I coniugi Salamoia |
lunedì 17 giugno 2013
La prova dell'otto di Caterina Guzzanti
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venerdì 4 maggio 2012
Troisi e la segreteria di Verdone
C'è un monologo inedito di Massimo Troisi nascosto in mezzo a un mucchio di cassette. La voce è conservata in un vecchio nastro di quelli che si arrotolavano con le matite, non c'è nessuno al mondo che li usi più. "Sta lì, in quella pila, in mezzo alle altre decine e decine". Senza un'etichetta. Tutte uguali. "Chissà qual è. Devo avere un po' di tempo per cercare quella giusta". La casa romana di Carlo Verdone è piena di piccole gemme così. "Ne ho una con Fellini che mi chiama, in un'altra ho ritrovato la voce di mio padre. Niente di macabro. È che registravo e conservavo musica negli anni Ottanta, avevo l'abitudine di accumularne veramente parecchia. Poi ogni tanto capitava che mi finisse la cassetta della segreteria telefonica e non ne avessi una bianca, allora dovevo per forza riciclarne una usata". Successe pure la sera che a casa Verdone chiamò Troisi, e adesso servirà un'operazione di archeologia sonora per individuare la Basf giusta con il monologo che nessuno ha mai ascoltato. Uno scherzo fatto all'amico Carlo. "Stavo andando a casa sua, Massimo sapeva che aspettavo una telefonata importante e che da me avrebbe risposto la segreteria. Si mise là e me la scaricò. Parlando di fila per 30 minuti con un nastro. Diceva: Carlooo... egghià Carlo... rispunne... lo so che staje là... Carlooo... e dai Carlo nun fa accussì. Mezz'ora di seguito. Ma lo fece con una padronanza della voce, con una variazione di toni e di sfumature, da altissimo teatro. Tanto che l'ho conservata per tutti questi anni. È una lezione di recitazione". Prima ancora si trattava di una vendetta. Verdone racconta: "La settimana prima uno scherzo glielo avevo fatto io. Camuffai la voce e dissi che chiamavo da parte del sindaco di Trieste, mi presentai come l'assessore alla cultura e con una proposta: cento milioni di lire dell'epoca per alcuni monologhi. Lui all'inizio non rispondeva, io andai avanti, lui alzò il telefono, e per cinque minuti ci cascò pure. Poi mi venne da ridere, mi riconobbe. Disse: nun te preoccupa', poi ci pens'io".
venerdì 2 dicembre 2011
La scomparsa della fanciulla e altri misteri femminili
La soave Mimì aveva il dolce viso di mite circonfuso alba lunar, mentre Violetta custodiva in sé un candido e trepido desire. Traviata o ricamatrice di fiori finti che fosse, un sogno femminile così si sporgeva dagli spartiti di Verdi e Puccini fin dentro le pagine di Marcel Proust e Matilde Serao. La chiamavamo fanciulla, e ovviamente non c’è più. Svanita, sfumata, insieme alla parola stessa, al massimo sopravvissuta fra qualche riga di Alda Merini. “Un buon matrimonio era il coronamento dell’impegno assunto mettendo al mondo una figlia, nei tempi in cui il telefono pubblico a gettoni era un oggetto sufficientemente losco per fare battere il cuore: entrava nella casistica del peccato. Sono passaggi della società”.
mercoledì 24 febbraio 2010
24 febbraio 1990
Il più duro atto d'accusa contro Sandro Pertini (25 settembre 1896-24 febbraio 1990)
Preside', voi m'avite fatto... mi so' dispiaciuto molto co' vvoi che... cioé l'ultima volta che siete uscito per televisione... 'o fatto d''o terremoto, d''a cosa llà... cioé mi so' dispiaciuto molto pecché nuje stevemo guardanno 'a televisione cu' mio padre mio fratello, stevemo tutte quante llà a guarda' però come sempre voi lo sapete quanto vi stimiamo... stavate llà però a un certo punto avete fatto... m''o rricordo bbuono pecché stavo cu' mio padre mio fratello... avete fatto... rivolto là avete fatto... chi ha preso i soldi del Belice?[massimo troisi]
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sabato 24 ottobre 2009
Bocca di Puglia
Un'ultima cosa sullo show di Checco Zalone. Qualche sera fa, da Victoria Cabello a La7, erano ospiti Gino e Michele, gli autori - non della canzone della D'Addario - ma del programma. E hanno rivelato che sì, ehm ehm, insomma, per un bel po' non era proprio così scontato che lo show andasse in onda su Canale 5, e che durante quei giorni Checco Zalone telefonava chiedendo: ma voi dite che ce lo fanno fare?
Tutto questo in risposta a chi si papariava per l'apertura mentale del premier.
Se è per questo, Gino e Michele hanno pure rivelato che inizialmente il pezzo non era pensato come rifacimento della Canzone di Marinella, bensì di Bocca di Rosa, e che la strofa più riferibile faceva così:
La satira siamo noi
Le cose che abbiamo in comune
Tutto questo in risposta a chi si papariava per l'apertura mentale del premier.
Se è per questo, Gino e Michele hanno pure rivelato che inizialmente il pezzo non era pensato come rifacimento della Canzone di Marinella, bensì di Bocca di Rosa, e che la strofa più riferibile faceva così:
E quando scese alla stazioneVecchie cose sul Checco Zalone show
del paesino di sant'Ilario
tutti si accorsero che non si trattava
non si trattava di Veronica Lario
La satira siamo noi
Le cose che abbiamo in comune
domenica 18 ottobre 2009
Le cose che abbiamo in comune
Oggi Walter Siti su La Stampa, nella rubrica chiamata "La finestra sul niente", riflette su pensieri rimuginati ieri nel cortile
Il direttore di rete, Massimo Donelli, o lo stesso Piersilvio, hanno capito che mettere alla berlina il «maniaco» Berlusconi significava (senza nessuna forzatura ideologica ma per l’astratto funzionamento del meccanismo comico) indurre il pubblico a identificarsi con lui. «Io non sono così ma sotto sotto, se ci penso bene, qualche residuo di quel machismo facile, di quell’aria tronfia da collezionista, sta pure dentro di me».
Il messaggio subliminale era rivolto non tanto alla ragione cosciente degli uomini di destra quanto all’inconscio degli uomini di sinistra. Dopo aver riso del Berlusconi in me, sarà meno difficile convincermi che quella materia lì è tutta roba da ridere; questo devono aver pensato i dirigenti Mediaset e in questo Checco Zalone (consapevole o no) è stato più funzionale di Bondi, Fitto o Bocchino quando vanno nei talk show a difendere l’integrità morale del premier.
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