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venerdì 10 maggio 2019

Due o tre cose sulla superiorità del calcio inglese

Se per le quattro squadre in finale di Coppa dobbiamo celebrare il calcio inglese, sarà bene definire subito cosa intendiamo per calcio inglese, cosa c’è dentro la scatola che porta questa etichetta e dove risiede la sua superiorità.
Come hanno fatto quattro squadre di uno stesso Paese ad arrivare davanti a tutti? Ci sono riuscite perché non sono affatto quattro squadre di uno stesso Paese.

mercoledì 24 gennaio 2018

Gascoigne e le due maglie di Pelé


Gascoigne-Inghilterra-Mondiali-1990

Sedicesimi di finale: Brasile 1970 - Inghilterra 1990
Dove si riflette sul significato di essere maestri

English version, abstract >>> Here

Erano passate tre ore, cinquantuno minuti e una cifra non quantificabile di secondi dall'inizio della partita, tempi supplementari compresi, e l'uomo che sembrava un orsacchiotto timido aveva già voglia di cominciarne un'altra [1].
Il gesto di Paul Gascoigne – spostarsi, portare fisicamente il suo corpo dentro lo spogliatoio del Brasile – ebbe la semplicità di un tema di quarta elementare. Se non hai capito - significava - adesso si fa come dico io. “Maestà”, mormorò - ma senza troppa convinzione - “maestà, come già accennavo in campo, avrei piacere di ricevere un’altra maglia”.
“Un’altra oltre quella che abbiamo già scambiato?” chiese il sovrano per essere sicuro di aver capito bene l’inglese.
Gascoigne annuì senza parlare, come sempre fanno quelli che conducono il discorso. E Pelé, perché era di Pelé la testa coronata, seppur sovrano finì per obbedire. Ma tutto questo avvenne dopo. Tre ore, cinquantuno minuti e una cifra non quantificabile di secondi dopo la partita.
Alle tre del pomeriggio tutto doveva ancora succedere e la giornata che avrebbe cambiato per sempre il calcio, l’apertura dei Mondiali immaginari, aveva solo bisogno di qualcuno che battesse la prima palla al centro. I brasiliani pretesero che si giocasse con una vescica di bue riempita d’aria [2]
, gli inglesi allora si impuntarono per fissare il campo presso il giardino di Elvedon, con due coppie di giganteschi funghi rossi come pali e l’odore delle felci a stordire le cornacchie [3].

lunedì 29 febbraio 2016

Dove sono i maestri inglesi


E con la Coppa di Lega a Manuel Pellegrini, adesso fanno sette. Sette titoli di fila che il calcio inglese ha consegnato fra le mani di un allenatore straniero. Dopo l’addio di sir Alex Ferguson, nessun britannico è più riuscito a vincere qualcosa. Il virus era in circolo da tempo, Ferguson era un temporaneo anti-corpo negli anni in cui comunque ce la facevano uno spagnolo (Martinez e la Coppa col Wigan), un olandese (Hiddink al Chelsea), un danese (Laudrup con lo Swansea), un portoghese (Mourinho, ancora Chelsea), un francese (Wenger con l’Arsenal) e soprattutto tre italiani (col Chelsea prima Ancelotti e poi Di Matteo, Mancini col City). Accanto a Ferguson, nel passato più recente, altri due scozzesi hanno addolcito con una coppa il dominio di chi è venuto dall’estero: Dalglish a Liverpool e McLeish a Birmingham (entrambi in Coppa di Lega). Ma a parte loro un solo inglese: Redknapp, con il Portsmouth nel 2008. Una catena di nomi che fa riflettere.

venerdì 18 dicembre 2015

Ranieri e l'arte del contropiede


PER sentirci più moderni, possiamo anche chiamarla transizione, o ripartenza, come già negli anni Ottanta, ma a guardare la sostanza dietro la scorza delle parole alla fine sempre un contropiede resta. E con il contropiede Claudio Ranieri ha preso il potere in Inghilterra. Voi tenete pure la palla, noi andiamo a fare gol.
La bandiera dell'ideologia calcistica italiana è piantata sulla cima del campionato dei maestri inglesi. Dopo sedici partite, ma soprattutto dopo la sedicesima vinta lunedì sera contro il Chelsea, la corsa del Leicester in testa sembra un pochino più credibile di prima. Pure un monumento come Alex Ferguson, da lontano, s'è convertito: «Certo che possono vincere il campionato, a patto che a gennaio comprino qualcuno per rinforzarsi: secondo me i soldi li hanno».
Di certo hanno un'idea di gioco. Che è lasciare il gioco agli altri. In tutta la Premier soltanto due squadre trattengono il pallone fra i piedi per un numero di minuti inferiore al Leicester (43% di possesso secondo i dati Opta): il Wba tredicesimo e il Sunderland penultimo. Impressiona ancora di più sapere che in quattordici partite su sedici Ranieri ha lasciato il controllo del gioco agli avversari, sempre che il palleggio possa essere davvero considerato come controllo del gioco. Nel cuore della manovra del Leicester risiede invece un ragazzo di 25 anni che non aveva mai giocato in serie A, Danny Drinkwater, uno che l'account twitter del club si diverte a fotografare quando va a bere un sorso d'acqua a bordo campo. Per dire qual è il clima che prevale. È lui il regista più o meno vero - o più o meno finto - di questa squadra che sceglie di giocare in controluce. Capita in due partite su tre che Schmeichel, il portiere, figlio di quello Schmeichel, tocchi il pallone più volte del centravanti operaio Vardy. Buon per gli altri, verrebbe da pensare, visto che Vardy è già a 15 gol. Più gli 11 di Mahrez.
Quando allenava in Italia, Claudio Ranieri si era votato a un'apparente anti-ideologia. Teorizzava, e fu tra i primi, la necessità di avere quella che all'epoca chiamava una "squadra camaleonte". Il che in sostanza significava una cosa sola: adeguare la propria partita a chi ti sta di fronte, magari facendo giocar male l'avversario e approfittare dei suoi errori. È quello che fa chi sulla carta si sente inferiore. Anzi, quello che deve fare. Solo che detto così è quasi un reato, nei salotti tv potrebbero finanche organizzargli un rogo. Il primato di Ranieri racconta che non esiste un calcio eticamente superiore a un altro: tiki taca e catenaccio valgono uguale. «Se non pratichi il contropiede è perché sei stupido» disse in estate Mourinho al Times. Davanti al minimalismo di Ranieri è caduto pure lui. È la prima volta, forse, che Ranieri dà a una squadra una classifica superiore al suo valore oggettivo. Fin qui era appartenuto alla categoria dei tecnici-amministratori, capaci di non far rendere mai un gruppo al di sotto delle proprie possibilità. A Leicester anche lui si evolve, citando il passato, riprendendo il filo della nazionale che nel ‘73 vinse a Wembley con Capello in contropiede. Il famoso tratto italiano (e la squadra femmina) di cui scriveva con trasporto Gianni Brera. Ancelotti vinse la Premier 2010 con il centrocampo a diamante e il «Chelsea sexy» dei 103 gol. Perse il titolo l'anno dopo nonostante la miglior difesa. Il City di Mancini fu primo nel 2012 con il miglior attacco. Italiani rinnegati.
Non come Ranieri, in testa col dna di Rocco. E chi se ne frega se spunta sempre qualcuno a dire che «la partita l'abbiamo fatta noi».
(da la Repubblica del 16 dicembre 2015)

giovedì 1 ottobre 2015

E poi arrivarono i Simply Red

Anche lady Diana era schierata insieme a falangi di ragazzine dalla parte dei Duran Duran. Un po' a sorpresa ci parve allora, non tanto per i suoi vent'anni, perché vent'anni aveva, quanto perché sull'altra sponda - almeno qui in Italia - stavano gli Spandau Ballet, loro sì più aristocratici, almeno così si diceva. Non voglio dire che fosse una guerra civile, ma insomma le due fazioni si odiavano, mi pare di capire come oggi le Directioner e le Belieber. D'altra parte la fan non è fan se non si sente perseguitata per via della sua fede. Clizia Gurrado aveva sedici anni, era figlia di un giornalista, liceale al Berchet di Milano, e fece il botto con un libro intitolato "Sposerò Simon Le Bon". Le Bon era il leader dei Duran. Il primo successo in libreria di una teenager. Ci fecero anche il film. Roger Taylor, che della band era il batterista, si era invece sposato per davvero, nella chiesa del Buon Consiglio di Capodimonte, a Napoli, sua moglie si chiamava Giovanna Cantone. Gli Spandau rispondevano con singoli che potevano durare anche sei minuti. Il Festival di Pippo Baudo, anno 1985, fece il colpaccio. Ingaggiò tutt'e due le band come super ospiti (vennero anche Sade e Gino Vannelli, ma vabbè) anche se poi vincevano i Ricchi e Poveri. Le Bon si presentò sul palco con un piede ingessato. Fu il delirio quell'anno a Sanremo.
E poi arrivarono i Simply Red.

venerdì 13 marzo 2015

I piedi d'argilla degli inglesi

chelsea-psg-reaction_3275548 Bella questa. Il campionato più ricco del mondo. Quello che ci dà lezioni con la sua organizzazione e con la sua celebre intensità di gioco. La cosiddetta Nba del calcio. Proprio quello lì. Adesso ha un piede e mezzo fuori dalla Champions. Da tempo se n'è andato il Liverpool, è uscito pure il Chelsea, Manchester City e Arsenal dovranno fare un'impresa a Montecarlo per andare avanti. Per la seconda volta in tre anni, l'Inghilterra rischia di non avere squadre ai quarti di finale. Non in finale o in semifinale: ai quarti. In Europa League gli inglesi sono rimasti in corsa con il solo Everton (2-1 in rimonta sulla Dinamo Kiev nell'andata degli ottavi). E poiché le Coppe sono l'unico vero metro di giudizio per mettere a confronto i livelli dei tornei, forse qualche domanda sulla Premier League dovremmo cominciare a farcela.

sabato 1 novembre 2014

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra / 3 - Cronaca di un successo


   Metto qui, il terzo capitolo di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei lavori di Eduardo De Filippo: le scelte linguistiche, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente. Lo studio fu reso possibile dalla gentilezza e dalla collaborazione della signora Isabella Quarantotti, che mi aprì l'archivio di Eduardo presente nella casa di via Aquileia, a Roma.
[Capitolo 2; Tradurre il teatro]


3.   Eduardo e l'Inghilterra: cronaca di un successo

"In generale, se un'idea non ha significato e utilità sociale non m'interessa lavorarci sopra"
(Eduardo De Filippo)

   L'Inghilterra incontra il teatro di Eduardo già nel 1958, quando all'Oxford Playhouse va in scena Questi fantasmi. Soltanto due anni dopo, tocca alla commedia forse più celebre, Filumena Marturano, attraversare la Manica. Così com'era accaduto ai napoletani la sera del 7 novembre 1946, al teatro Politeama, l'amara storia della tenace prostituta affascina subito pure gli inglesi. Il critico di The New Statesman, ad esempio, scrive: "I came away from the Belgrade Theatre, Coventry, last night with the feeling that it was a pity hat a satellite could not be put into orbit round the earth to commemorate Wanda Rotha's performance in the British premiere of the Italian comedy, Filumena, by Eduardo De Filippo. This red-haired Austrian actress of international repute finds the perfect vehicole for her tempestuous talent in Filumena, which is more sophisticated tha traditional France farce yet more broad-humoured than English drawing-room comedies"1.

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra / 2 - Tradurre il teatro

Metto qui, il secondo capitolo di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei lavori di Eduardo De Filippo: le scelte linguistiche, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente.
  

2.     Tradurre il teatro
                                                          "La traduzione teatrale non è un'operazione
                                                           linguistica: è un'attività drammaturgica"
                                                           (E. Cary)


     Tutti i più grandi teorici della traduzione concordano su un punto: il testo teatrale merita considerazioni a parte. Non consente che gli siano applicate generalizzazioni, tanto sono fragili i suoi equilibri. "L'atmosfera di un testo teatrale si compone di imponderabili e bastano pochi particolari qua e là mal riusciti perché il testo non renda il suo giusto timbro"1. Lo scrive Georges Mounin, professore di linguistica e stilistica francese alla Facoltà di Lettere di Aix-en-Provence. "La traduzione teatrale può mostrare quale sia, per una versione integralmente fedele, l'importanza di quei complessi elementi che abbiamo chiamati i diversi contesti di un enunciato. Infatti, l'enunciato teatrale è concepito proprio in vista di quei contesti, perché è sempre scritto in funzione di un dato pubblico, che in sé riassume quei contesti e conosce quali situazioni essi esprimano, quasi sempre per allusione: contesto letterario (la tradizione teatrale del Paese nel quale l'opera teatrale viene scritta), contesto sociale, morale, culturale in senso largo, geografico, storico - contesto dell'intera civiltà presente in ogni punto del testo, sulla scena e in platea"2.

giovedì 14 agosto 2014

Good luck mister Pellè

saints Italiano? E allora basta con i dribbling, con le veroniche, basta con tutti questi colpi di tacco. Se sei un vero italiano, gioca come Gattuso. Così dicevano all’inizio a Graziano Pellè, emigrato in Olanda per uscire dalla gabbia della serie B, un continuo girovagare fra Catania Cesena e Crotone. Il più sottovalutato dei nostri attaccanti. Sottovalutato in Italia, sia chiaro, perché adesso Graziano Pellè, anni 29, con un giro largo è arrivato laddove in pochi si spingono, nella Premier League inglese che comincia sabato 16.

lunedì 11 agosto 2014

I cori di Millwall, la lezione all'Italia degli sfottò

millwall La parola inglese è disrepute. Più o meno sarebbe: discredito. Cattiva reputazione. Ian Holloway, onesto centrocampista ai suoi tempi, tutto serie B e serie C, quattro anni in Premier con il Qpr e oggi allenatore del Millwall, l’ha usata per avvertire il suo mondo. Così non si va avanti. Andiamoci piano con certi cori negli stadi, ha detto, gettano cattiva luce sul calcio.
Piano con i cori disrespectful, dice Holloway, con i cori che mancano di rispetto. Basta. Non se ne può più. Le cose sono andate così. Durante la partita che sabato il Millwall ha vinto per 2-0 contro il Leeds, prima giornata di serie B inglese, i tifosi, i suoi tifosi, hanno cominciato a cantare cori che legavano il nome del Leeds a quello di Jimmy Savile, popolarissimo conduttore della Bbc, protagonista di una storiaccia.

lunedì 16 giugno 2014

Shilton, la vittima della mano de dios

shilton2 Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. E' il miglior calciatore che io abbia mai visto in vita mia, ma non gli allungherei la mano per stringere la sua.

sabato 23 novembre 2013

Il derby dei Beatles

Everton o Liverpool? A George non gliene fregava granché. "A Liverpool ci sono tre squadre, io tifo per l'altra". La terza erano loro. I Beatles.

Harrison amava le automobili e la Formula uno, al calcio semmai era più legato John. Il suo papà era stato tifoso dei Reds, lui da ragazzino - a 11 anni - aveva disegnato su un foglio un'azione della finale di Coppa d'Inghilterra fra Arsenal e Newcastle (1952), per farne anni dopo la copertina di Walls & Bridges. Era un omaggio a Jackie Milburn, pare, il Wor Jackie con il nove in bianconero dietro la schiena. Nove, numero cui Lennon finì per legarsi, come si deduce dalle canzoni Revolution 9, The One After 909 e #9 Dream.

lunedì 18 novembre 2013

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra, la traduzione delle sue commedie / 1

Quarant'anni fa, proprio in questi giorni, le commedie di Eduardo De Filippo cominciavano a conoscere uno straordinario successo in Inghilterra, nell'interpretazione di Joan Plowright e Laurence Olivier, con la regia di Franco Zeffirelli. Metto qui, un po' alla volta, i 4 capitoli di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei suoi lavori: le scelte fatte, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente.

***


1.     L'universalità del teatro di De Filippo
                                
                              “Il teatro è lo sforzo disperato che compie l'uomo nel
                                                           tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato”
                                                           (Eduardo De Filippo)

Tutta l'opera di Eduardo si presenta come un'interminabile notte di convalescenza, la stessa che pesa sul finale aperto di Napoli milionaria! Partono da una debolezza, da un'ingiustizia, le sue commedie. Partono dalle vicende di una città, la sua città, e finiscono per rappresentare le fragili convenzioni del mondo, smascherandole. Quando Eduardo riesce ad evadere dai confini nazionali, è subito evidente che di strettamente localistico, nel suo teatro, c'è davvero poco. Il linguaggio, certo. E poi, l'ispirazione, i personaggi, gli ambienti. Tutto qui. Il resto appartiene alla sfera delle esperienze universali. Non sarebbe possibile, altrimenti, spiegare il successo mondiale delle sue opere: dei suoi testi, oltre che delle sue rappresentazioni. Un successo, ovviamente, di pubblico, ma non solo. Gli studiosi e i critici percepirono immediatamente quanto fosse fuori luogo il tentativo di imprigionare Eduardo all'interno di una tradizione regionale. Il significante, quello è inequivocabilmente dialettale. Il respiro del suo teatro, no. E' dal secondo dopoguerra in avanti che l'universalità di Eduardo invade il palcoscenico ed entra nelle sale. Prima d'allora, era rimasta pura teoria.

lunedì 14 ottobre 2013

Il fantasma di Tomaszewski

Unthinkable. Che l’Inghilterra non vada ai Mondiali è assolutamente fuori da ogni logica. Questo dicevano Londra e la nazione nell’ottobre del ‘73, loro, inventori del calcio e campioni del mondo sette anni prima. Mai avevano mancato la qualificazione da quando nel 1950 avevano deciso d’esserci, rompendo lo splendido isolamento. Mai potevano immaginare di essere eliminati dalla Polonia, una sola partecipazione, nel lontano ’38. Come finì, si sa. “Puoi giocare per vent’anni in nazionale, puoi giocare mille partite e non essere ricordato da nessuno. Ma arriva una sera in cui hai la possibilità di scrivere il tuo nome nei libri di storia”, fu il discorsetto fatto dal ct Kazimierz Gòrski ai suoi giocatori prima di andare in campo. Polonia ai Mondiali, Inghilterra a casa.

giovedì 3 ottobre 2013

I dolori del giovane Hart

La papera di Green
Il tè delle cinque, il cambio della guardia, le papere dei portieri. L'Inghilterra ama le tradizioni. E Joe Hart, portiere del Manchester City e della nazionale, si è allineato. Storia di un numero uno che già pare avviato a diventare la nuova grande speranza perduta.

Eravamo rimasti a Green, Robert Green, londinese fuori porta, di Chertsey, nel Surrey. Eravamo fermi ai suoi guantoni fragili che in una partita degli ultimi Mondiali si piegano sotto il tiro dell'americano Dempsey condannando l'Inghilterra non a una sconfitta, semmai a una sorte peggiore, più sciagurata, all'incubo di non avere un portiere.

lunedì 30 settembre 2013

Il calcio di Wenger in quindici frasi

Sessantaquattro anni, da 17 sulla panchina dell’Arsenal. L’allenatore più longevo in Premier League dopo l’addio di Ferguson al Manchester United. Criticato in estate dai tifosi per aver fallito gli obiettivi sul mercato, con 50 milioni ha sottratto Özil al Real nell’ultimo giorno di trattative e riportato Londra in testa alla classifica. Martedì sfida l’amico Benítezin Coppa dei Campioni. Il ritratto dell’allenatore francese attraverso le sue frasi più famose.

Lui e il lavoro
“Ho cominciato ad allenare a 33 anni e qualche volta ho creduto che non sarei sopravvissuto”.

“Nessuno possiede abbastanza talento per vivere di solo talento. Una vita senza fatica non ti porta da nessuna parte”.

“Cosa faccio nel mio tempo libero? Guardo il calcio”.

“Noi all’Arsenal non compriamo superstar, noi le costruiamo”.

sabato 7 settembre 2013

Il centravanti che avvitava coperchi sui vasetti

Due partite in nazionale, due gol. Lui che ha debuttato solo adesso, a 31 anni, senza aver mai conosciuto la Coppa dei Campioni e dopo tanto cammino in serie C e D. Lui che lavorava per 20 sterline al giorno in una fabbrica di barbabietole. Lui che sboccia nel pieno della crisi di talenti del calcio inglese e gioca al posto di Rooney. Rickie Lambert, il centravanti dell'Inghilterra venuto dal nulla.

Dieci anni fa era solo una riserva dello Stockport e nel 2005 giocava in serie D. Adesso lo chiamano eroe. I giornali inglesi, il suo ct Hogdson, la folla allo stadio. Adesso che di anni ne ha trentuno, e quasi nessuno più s'aspettava che Rickie Lambert da Liverpool potesse diventare il centravanti della nazionale.

mercoledì 27 marzo 2013

Io sono il calciatore misterioso

Come cambia la vita quando un pallone ti fa guadagnare un milione e mezzo di sterline l'anno. Come si naviga fra i tabloid e il sesso facile, procuratori avidi e manager incapaci. E come dopo un decennio di tutto questo si possa cadere in depressione. «Molte di queste storie non dovrei neanche raccontarvele», ammicca l'anonimo autore di Io sono il calciatore misterioso (Isbn edizioni, 185 pagine, 19,90 euro) da oggi in libreria. Ed è un titolo che si aggiunge al filone florido delle autobiografie sportive: solo pochi giorni fa Simon Kuper sul Financial Times ha definito quella di Ibrahimovic un grande racconto di immigrazione, accostandola addirittura al Lamento di Portnoy di Philip Roth. Ora arriva in Italia questo piccolo fenomeno inglese, un volume nato da una rubrica tenuta per il quotidiano Guardian da un calciatore senza identità. Un ragazzo della working class, un padre che lo incoraggia a leggere Shakespeare, lui che arriva da giovane in una grande squadra e capisce come funziona uno spogliatoio: siede ignaro su una panca dove non doveva, troverà le sue cose sparse tra corridoio e doccia, gli ruberanno il telefono per mandare sms sconci all'allenatore.

lunedì 25 febbraio 2013

Heartland

Dio salvi la regina, e speriamo che David Beckham non sbagli questo calcio di rigore. Estate del 2002, campionati mondiali di calcio in Giappone, l' Inghilterra sta sfidando l' Argentina. Già basterebbe perché non sia soltanto una partita di calcio, con tutta l'evocazione delle Falkland. Ma in Heartland, questa è una partita che diventa qualcosa in più. Cartwright ne fa il filtro attraverso cui guardare un pezzo di Paese - le West Midlands - unito dagli scarpini del suo campione e dalla consapevolezza di un declino, metaforicamente ritratto nella crisi dell' immaginaria città di Cinderheath. Dove una volta dominava l' industria e invece ora vogliono costruirci una moschea. Una città, scrivono i tabloid, sul punto di bruciare d' odio, mentre il British National Party prova a vincere le elezioni e il progetto neolaburista ripiega mestamente. Nel cuore dei perfetti ingranaggi di questo romanzo corale sta Rob Catesby, ex calciatore. A lui toccherà tornare in campo per un' ultima partita con cui si decide il torneo locale: contro la squadra della comunità musulmana. Un romanzo che, alla sua uscita in Inghilterra, fu paragonato a Underworld di DeLillo. Non senza ragioni.
(Repubblica, 24 febbraio 2013)

sabato 18 agosto 2012

Volete più bene a vostra moglie o alla vostra squadra?


C'è sempre uno zio che pone ai bambini una domanda atroce. La più atroce fra tutte. A chi vuoi più bene: a mamma o a papà? In Inghilterra, nella settimana in cui inizia il campionato di calcio, nel ruolo dello zio si sono calati i ricercatori dell'Università di Bristol. Hanno radunato una ventina di tifosi di una delle squadre più "calde" della Premier, il Newcastle, e hanno chiesto: ma voi a chi volete più bene, alle vostri mogli o al Newcastle?