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sabato 22 febbraio 2014

La battaglia dei poeti tifosi

Finì male, finì malissimo. Accuse all'arbitro dalla Real Sociedad e accuse al Barcellona. Avete rubato, la Coppa era nostra. Una delle prime grandi polemiche nella storia del calcio. Ma poiché siamo nel 1928, la polemica la fanno due poeti. Rafael Alberti e Gabriel Celaya. A colpi di versi.
Le cose vanno così. Real Sociedad e Barcellona giocano a Santander la finale della Coppa del re. È il 20 maggio 1928. Piove. Scenario di quelli che si tramandano con i toni dell'epica. I giornali raccontano di una partita violenta. Solo a sette minuti dalla fine la Real Sociedad riesce a pareggiare con Mariscal l'iniziale vantaggio catalano segnato da Samitier. In onore del portiere del Barça che si è opposto agli attacchi quasi per la partita intera, il poeta Rafael Alberti - presente allo stadio - scriverà "Ode a Platko". Ferenc Platko, o Francisco, o Franz, è il portiere ungherese del Barcellona. Alberti inizia così:

lunedì 24 dicembre 2012

Baglioni, ovvero di cosa sono fatti i cantautori


Certe volte si sta al mondo come dentro una rincorsa. «Avevamo una parente che lavorava a servizio ai Parioli, la domenica i signori uscivano, lei ci apriva la porta e ci mostrava com'erano le case dei ricchi». Claudio Baglioni adesso passeggia su una terrazza da cui s'ammira in modalità panorama una vita di successo. Dentro, un divano chiaro dà su una vetrata che squadra l'immortalità di Roma; nell'angolo destro un piano, due chitarre e un filo di note partito dai quartieri Montesacro e Centocelle a fine anni Sessanta. Quando la felicità aveva i colori del giorno di Natale e le canzoni in inglese erano per i bambini dei suoni sconosciuti. «La radio era la mia manopola sul mondo. Il lentissimo bollettino dei naviganti. Il listino della Borsa. E poi all'improvviso spuntavano dei ritornelli allegri in lingue che non capivo, da posti che non sapevo dove fossero. Domandavo a mio padre: ma che cantano, che significa? Eh, mi rispondeva, dicono buon Natale, buon Natale». 

venerdì 30 novembre 2012

Al cuore fa bene far le scale

E dopo aver accolto tra le pagine dei libri di scuola i testi delle canzoni, dopo aver ammesso fra Silvia Laura e Fiammetta pure Alice Albachiara e Boccadirosa, ecco, una volta e per sempre, “le canzoni non sono la stessa cosa delle poesie”. Sappiatelo, cantautori, voi che ogni anno sperate nel Nobel al vostro capitano Bob Dylan. Sappiatelo, e andatene fieri, perché “scrivere quattro righe di una canzone è una fatica settanta volte più grande che comporre una poesia di tre pagine”. Parola di poetessa che ci ha provato e ha domato quel travaglio, Patrizia Cavalli, la curiosità incarnata dentro il corpo di una donna. Il suo nome adesso è stampato su un disco, ma un disco vero, purissimo pop, nato dall'incontro con la musicista Diana Tejera, autrice per Tiziano Ferro (E fuori è buio, Scivoli di nuovo), primo album da solista due anni fa. Che ci fanno insieme due mondi così? “Io non ho mai accettato, non le ho detto sì. Il disco si è creato attraverso dei no. Ma Diana è tenace. Faceva finta di niente, mi dava ragione, rideva”.

domenica 1 novembre 2009

L'ultimo sogno

Se dovessi inventarmi il sogno
del mio amore per te
penserei a un saluto
di baci focosi
alla veduta di un orizzonte spaccato
e a un cane
che si lecca le ferite
sotto il tavolo.
Non vedo niente però
nel nostro amore
che sia l'assoluto di un abbraccio gioioso
[alda merini, sogno d'amore]

lunedì 14 settembre 2009

Tradurre Walt Whitman

Quando qualche anno fa, mmm... diciamo sei o sette, per un po' non ebbi un lavoro, mi venne di dare un senso agli studi, compiuti come esponente di rango della "generazione saltata", la generazione scavalcata dal lavoro con un drop tipo rugby, noi che ci siamo iscritti all'università come se le università fossero strisce blu, parcheggiati lì dentro solo per rinviare il momento in cui si prendeva atto che non eravamo più studenti ma disoccupati. Anzi inoccupati. Ed eravamo tanti così. I miei amici facevano lezione nei cinema. E comunque. Uno dei seminari del corso di laurea aveva lasciato il ricordo che il verso libero di Walt Whitman fosse in qualche modo accostabile, per ragioni ormai oscure - adesso non state a chiedere troppi dettagli - all'endecasillabo della poesia italiana.

domenica 22 ottobre 2006

Un Nobel a Cervinara

Sei righe in francese viaggiano via fax da Stoccolma e si arrampicano fino a Cervinara. E' la "mention honorable" del Nobel per Carlo Bianco, «philosophe et poète de renomance mondiale», uno dei candidati finali al premio per la letteratura del 2006. Quelli che la Fondazione non comunica mai pubblicamente. Non prima che siano trascorsi cinquant'anni. Per non dare l'idea del concorso. Era lui uno dei nomi italiani. Per la seconda volta. Come nel '59. «Quella volta andai». Quella volta era in Svezia solo per stringere la mano al vincitore, Salvatore Quasimodo. «Perché idolatravo la sua poesia». Stavolta no. «Davvero l'hanno dato a uno scrittore turco? Addirittura».

Il suo studio profuma di legno e libri. Carlo Bianco sfoggia 95 anni di incantevole magnetismo. Il patio di casa si apre sabato prossimo all'omaggio di rettori, docenti universitari, magistrati, arcivescovi, politici. E' atteso pure Rubbia. Da un Nobel a un quasi. La Svezia gli ha attribuito la "mention" come creatore della scuola filosofica chiamata "concretismo". «Concretismo perché la filosofia non è astrazione. E' scienza delle possibilità. I grandi filosofi, figlio mio, dicono grandi fesserie. Cogito ergo sum. Falso. Puoi esistere senza pensiero. Come un serpente. L'esistenza è fisica, non è spirituale».