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venerdì 27 gennaio 2017

La notte che Tenco: i giornali, Quasimodo e Gatto


A Sanremo il confronto è diretto, a faccia a faccia, ed è spietato. I divi di oggi, che gli basta un disco per diventare famosi, sono più sereni. E sono agguerriti, non hanno timori reverenziali. Anche per questo il Festival di Sanremo è profondamente mutato, i vecchi si difendono, i giovani incalzano, avanzano con le chitarre urlanti. Le giurie danno ancora ragione ai vecchi. Fino a quando? Il Festival è pateticamente ancorato al passato e con i ragazzi si compromette ma non troppo. Fa coesistere Villa e i Rokes, Dalida e le ragazzine. E’ una vicinanza competitiva? Può darsi, è certo però che le scelte sono ambigue e che la vena si è rinsecchita. L’Italia, a Sanremo, non canta, balbetta [1].
C’è chi dice che il festival è in periodo di stasi, in fase involutiva; si è dilatato troppo, a vuoto, e rischia di sgonfiarsi in fretta o di scoppiare, ancora più in fretta. C’è chi dice, con maggiore ottimismo, che ci sono i segni di una trasformazione radicale. Il primo di questi segni – se n’è già parlato – è la presenza di tanti giovani nelle giurie [2].

sabato 7 maggio 2016

Dieci anni di gomorra

NAPOLI. Le dieci parole con cui è cominciato tutto. «Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave». Aprile 2006, Gomorra era ancora una delle città del Mar Morto distrutte dal dio della Genesi. Tre mesi prima, I ragazzi di Scampia erano andati a cantare al festival di Sanremo. Dopo dieci anni e 10 milioni di copie vendute, con un film premiato a Cannes e una serie tv comprata in 150 Paesi, Gomorra è diventata parola che connota e che divide, nata per denunciare e spesso denunciata. Napoli ha cambiato cinque questori e due sindaci, Rosa Russo Iervolino la chiamò «una visione unilaterale», Luigi de Magistris definì Roberto Saviano «fiancheggiatore involontario del male». Dentro un quadro politico in cui la camorra è responsabilità delle giunte locali quando si è all'opposizione e materia da governo nazionale se invece si amministra, più di un Comune nell'hinterland ha negato le proprie strade alla produzione della serie tv, accusata di mostrare solo il Male. Una seconda stagione non era scontata. Nella scena finale della prima, al moribondo Genny Savastano fecero muovere un dito per lasciarsi una porta aperta.

mercoledì 25 novembre 2015

Dieci pezzi su George Best

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Il primo passo dell'alcolista per guarire è ammettere la propria malattia: Best l'ha ammessa da sempre ma non è mai guarito. Raccontava del suo ingaggio ai Los Angeles Aztecs, un'altra umiliazione, non umana ma tecnica, e del fatto che gli avevano trovato una casa vicino al mare. "Ma per arrivare all'Oceano dovevo passare davanti al bar. Non sono mai arrivato all'acqua". [...]

domenica 4 ottobre 2015

Valdano, l'ultimo hombre vertical

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El Hombre vertical è in Spagna una persona assai vicina al nostro uomo tutto d'un pezzo. L'uomo con la schiena dritta. E però. El Hombre vertical della lingua spagnola sarebbe a dire il vero qualcosa in più. Non è solo chi sostiene le sue opinioni senza curarsi di compromessi, non è semplicemente un uomo incorruttibile, libero, ma un uomo talmente libero da riuscire a essere severo con gli amici, se occorre, quando occorre. Quando nel calcio si parla di Hombre vertical viene in mente prima di tutti Luis César Menotti. Lo stesso soprannome diedero poi a Héctor Cúper. Il ceppo italiano è nella triade Zoff-Scirea-Riva. Ma l'uomo più verticale di tutti nel calcio, l'ultimo rimasto, si chiama Jorge Valdano, che infatti adesso il calcio guarda da lontano. Come un filosofo. Da filosofo.

giovedì 1 ottobre 2015

E poi arrivarono i Simply Red

Anche lady Diana era schierata insieme a falangi di ragazzine dalla parte dei Duran Duran. Un po' a sorpresa ci parve allora, non tanto per i suoi vent'anni, perché vent'anni aveva, quanto perché sull'altra sponda - almeno qui in Italia - stavano gli Spandau Ballet, loro sì più aristocratici, almeno così si diceva. Non voglio dire che fosse una guerra civile, ma insomma le due fazioni si odiavano, mi pare di capire come oggi le Directioner e le Belieber. D'altra parte la fan non è fan se non si sente perseguitata per via della sua fede. Clizia Gurrado aveva sedici anni, era figlia di un giornalista, liceale al Berchet di Milano, e fece il botto con un libro intitolato "Sposerò Simon Le Bon". Le Bon era il leader dei Duran. Il primo successo in libreria di una teenager. Ci fecero anche il film. Roger Taylor, che della band era il batterista, si era invece sposato per davvero, nella chiesa del Buon Consiglio di Capodimonte, a Napoli, sua moglie si chiamava Giovanna Cantone. Gli Spandau rispondevano con singoli che potevano durare anche sei minuti. Il Festival di Pippo Baudo, anno 1985, fece il colpaccio. Ingaggiò tutt'e due le band come super ospiti (vennero anche Sade e Gino Vannelli, ma vabbè) anche se poi vincevano i Ricchi e Poveri. Le Bon si presentò sul palco con un piede ingessato. Fu il delirio quell'anno a Sanremo.
E poi arrivarono i Simply Red.

lunedì 31 agosto 2015

Quando Kuiper spiazzò Moser

kuiper Questa è la foto di Hennie Kuiper, olandese, campione del mondo a Yvoir in Belgio nel 1975, oggi sono quarant’anni esatti. Aveva già vinto le Olimpiadi da dilettante e poco altro. Avrebbe poi vinto all’Alpe d’Huez, tappe alla Vuelta, una Sanremo, un Fiandre, una Roubaix, un Lombardia, più due secondi posti al Tour. Un signor corridore. Quel giorno al Mondiale andò in fuga al primo giro, al terzo era stato già ripreso. Tutt’intorno c’era un’aria di precarietà. La corsa era partita dal centro abitato, nessuno aveva potuto assistere, mentre sul rettilineo intanto un paio di inservienti spazzava la strada. Al quinto giro cadde Merckx, urtato dallo spagnolo Tamames, a sua volta buttato giù da uno spettatore che s’era sporto oltre le transenne. La cosa cambiò i piani di tutti.

venerdì 29 maggio 2015

Heysel, il nome che i ragazzi non conoscono

h11 Guardatela questa foto che arriva dal passato. C’è un uomo giusto al centro, non so di quanti anni, forse quaranta, forse meno, stringe qualcosa fra le mani. Un gesto di protezione, dentro una scena in cui la protezione non c’è più. Porta con sé l'innocenza di un'espressione quotidiana, l'unica che resista dentro questo scatto. Si volta come si farebbe su un autobus affollato, dove ti spingono, si volta e sembra un istinto, come a chiedere attenzione, dentro una scena in cui l’attenzione non esiste più.

martedì 3 giugno 2014

Il senso di Troisi per l'amore


Vent'anni fa moriva Massimo Troisi. In questi giorni s'è detto già un po' di tutto. Ma dell'amore, dell'amore si può parlare sempre. Le sue frasi.

"L'amore è eterno. E quindi lo si può definire solo a posteriori: è un titolo che si può dare alla memoria. Credo che sia quel sentimento che riesce a uscire indenne, a durare nel tempo, rispetto alla stanchezza, alla rottura di scatole, alla noia, ai dolori. Ma bisogna aspettare l'eternità, per riconoscerlo".

"Esistono tante possibilità intermedie tra l'amore e il non amore: l'orgoglio, la paura della solitudine, la gelosia, la possessività... Tutte cose che chiamiamo amore, e non lo sono".

sabato 25 gennaio 2014

Il pallone del signor G.

La Fiorentina di Pesaola e il Cagliari di Gigi Riva stavano spezzando dodici anni (con una parentesi Bologna) di dominio Inter-Juve-Milan. Millenovecentosessantanove. Il '68 nel calcio arriva un anno dopo. L'Italia è campione d'Europa in carica e si sta preparando al Mondiale in Messico quando Giorgio Gaber ritaglia una figurina di calciatore in una delle sue canzoni più famose, Il Riccardo. Poi c'è il Nico che gioca al pallone, mette giù un sacco d'arie e pretese, cambia d'abito sei volte al mese, è riserva... però in serie A.

giovedì 20 dicembre 2012

Rileggere Brera


Morì alle 3 di notte di un venerdì senza nebbia, sulla strada statale 234 fra Codogno e Casalpusterlengo, alla fine di una serata in allegria. Sono vent'anni oggi. Gianni Brera aveva cenato con due amici in un ristorante di Maleo, una macchina che veniva in senso opposto invase la carreggiata e travolse la loro Ford Sierra. Brera era sul sedile posteriore; accanto a lui il cappotto di cammello, un cappello scuro e un bloc-notes con gli anelli. Il giorno prima aveva dettato al giornale le sue ultime risposte ai lettori per l'Accademia di Brera, l'amatissima rubrica di lettere, il luogo in cui più che altrove toglieva il freno alla scrittura e si consegnava parole e corpo alle sue passioni. Il football, il ciclismo e l'atletica, l'enologia, la gastronomia, la vita. 

lunedì 12 marzo 2012

Il calcio beat di Kerouac


Oggi Jack Kerouac avrebbe compiuto 90 anni, lui che aveva giocato a football, e che amava il calcio.

Eppure a volte Tangeri era indescrivibilmente noiosa, senza vibrazioni, allora camminavo per due o tre chilometri sulla spiaggia tra i vecchi pescatori che tiravano ritmicamente le reti lì sulla battigia divisi in gruppi canori, accompagnandosi con una vecchia canzone, lasciando i pesci a dibattersi sulla spiaggia, e qualche volta guardavo le eccezionali partite di calcio sulla sabbia di matti ragazzini arabi alcuni dei quali segnavano gol con colpi di testa all'indietro applauditi da un gruppo di bambini. 
(da L'ultimo vagabondo americano)

venerdì 8 ottobre 2010

Double Fantasy


Alle 10 di domani sera qui trovate un raggio di luce per John Lennon, che avrebbe compiuto 70 anni: Yoko Ono chiede un milione di messaggi via twitter o facebook.

sabato 10 aprile 2010

L'ultimo accordo dei Beatles

L'ultimo accordo dei Beatles fu un fa maggiore. Get back to where you once belonged. Fa maggiore, e fine della storia. Il disco uscì, come dire, postumo. Nel senso che il gruppo s'era sciolto il mese prima. Aveva dato l'annuncio Paul McCartney il 10 aprile del '70. Oggi sono 40 anni che non abbiamo più i Beatles.

Io credo che i problemi siano iniziati quando abbiamo smesso di suonare in giro, nel '66. Durante la realizzazione del White Album, Ringo lasciò il gruppo dicendo che voleva farla finita con noi altri. Due giorni dopo era un'altra volta lì. Ma mentre incidevamo Abbey Road, John e io eravamo apertamente critici verso la musica degli altri e io mi accorsi che John non aveva nessunissimo interesse nel suonare quello che non fosse stato scritto da lui. E per l'album Let It Be, George se ne andava remando controcorrente per conto suo in alcuni pezzi, finché disse che stava lasciando il gruppo. Pochi giorni dopo ci una riunione a casa di Ringo, e lui fu d'accordo nel fare marcia indietro e aspettare almeno che il disco fosse finito. Ma io sentii che la frattura si stava allargando, perché John disse che eravamo fermi. Musicalmente fermi. Una sera, sarà stato nell'autunno del '69, ero a letto con linda e ci pensavo, ci pensavo, ne parlavo con lei e ci pensavo, finché capii cosami mancava. Suonare. Mancava a me e agli altri. Il contatto umano. Così mi venne l'idea di prendere un van e girare per i piccoli teatri dei piccoli villaggi, mettere una locandina che annunciasse i Ricky and Redstreacks, una roba così, la gente sarebbe arrivata eavrebbe trovato noi. A me pareva una grande idea, John disse, Tu sei scemo. La fissazione di John è suonare per 200mila persone, i festival, le adunate, eccetera. Ecco cosa voleva, ora lo capisco. Era la sua maniera di andare avanti, io la vedo in un'altra maniera.
Stavamo chiacchierando negli uffici della Apple. Ringo era lì, forse George non c'era. Allora John fa, Comunque me ne vado. Dice, Voglio il divorzio. Letteralmente così, Voglio il divorzio, e per la prima volta era serio. Questa cosa ci colpì. Fu allora che capimmo che quella grande cosa di cui eravamo stati parte non ci sarebbe stata più. Quella era una bocciatura. Fu quello a colpirci, il resto non contava. E' come lasciare la scuola, e dopo la ami. O una qualunque altra cosa con cui sei fissato. La nostra fissazione erano i Beatles.
A ripensarci adesso, credo che John sia stato grande nel dire, E' meglio per tutti, e ora sono sono d'accordo. Facemmo giusto l'album, il progetto Get Back, e sulla copertina c'era una fotografia che ci mostrava nella stessa posizione in cui eravamo sul primo album - l'impressione e lo sfondo furono riprodotti esattamente. Allora John disse, E' un cerchio perfetto, vedi. Io penso che tutto ciò che John faceva, fosse tremendo. Era il punto di vista di uno che dice "Okay, ora ce ne andiamo ognuno per conto suo". Non si può essere così legati come siamo stati noi, per un periodo tanto lungo, a meno che non si viva nella stessa casa. Da quel momento in avanti il punto vero fu trovare la forza per vivere ognuno la sua vita, e per me fu davvero la prima svolta dopo tanto tempo, e coincideva peraltro con l'incontro con Linda. Così, nei primi giorni del 1970 telefonai a John e gli dissi, Guarda che anch'io lascio i Beatles. Lui rispose, Fantastico finalmente siamo di nuovo in due a pensarla allo stesso modo.
(trad. libera e re-interpretazione da un'intervista a Life di Paul McCartney, 1971)


Altre cose sui Beatles:
Il derby dei Beatles
God save the Queen, e pure i Beatles

martedì 23 marzo 2010

Arzano e i bambini che se la volevano cavare

La scuola ce la fece. Sei anni fa. La De Filippo-Vico ebbe 21 classi nuove, un laboratorio di informatica con 11 postazioni, due palestre, un campetto di calcio, una pista d'atletica, l'auditorium e la biblioteca. Fu la terza in tutta la Campania a essere adeguata agli standard europei, lasciandosi alle spalle una vita da scuola sgarrupata.
Il professore della scuola, il maestro Marcello D'Orta ha pubblicato altri 11 libri, provando inizialmente a ripetere la stessa formula del suo primo successo, "Io speriamo che me la cavo", sia con "Dio ci ha creato gratis", sia con "Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso".
Domenico Rea scrisse:
La non-borghesia napoletana, che non compra mai un libro o un quadro, che non va a teatro se non per vedere il varietà e belle cosce, dedita al solo denaro e ai suoi prodotti allo stato bruto (barche-villette-vacanze), che acquista un HF per ascoltare Lambade, assai più lontana dalla plebe e dal popolazzo della vecchia aristocrazia, quando è apparso il libro Io speriamo che me la cavo si è scatenata negli acquisti.
La scuola ce l'ha fatta, il maestro ce l'ha fatta, nulla si sa di chi era bambino ad Arzano nella primavera del '90, quando uscì "Io speriamo che me la cavo". Fanno vent'anni in questi giorni. Non sappiamo se alla fine se la sono cavata, fra i 40mila abitanti addossati uno sull'altro in quei tre chilometri quadrati.
A Arzano non c'è nessuno che chiede la limosina perché sa che nessuno gliela può dare.

mercoledì 17 marzo 2010

I 30 anni di nero a metà

Tutto comincia con un'armonica. Quella di Morricone, di Sergio Leone, di Charles Bronson. Accordo di La minore nona, La minore sesta nona, così per due volte, poi Re minore e Si minore settima nona. Ora capirete che la nona, la sesta nona e la settima nona, se a 13 anni e mezzo ti stai accanendo coi Cesi-Marciano su un Bontempi arancione aspettando di comprare il pianoforte , be' quei La minore sesta nona e quel Si minore settima nona ti viene voglia di imparare a suonarli. E poi vediamo chi dice che due accordi non cambiano la vita.
I say I sto' ccà, cantava Pino Daniele. Era 30 anni fa, di questi tempi. Marzo, forse anche febbraio, boh. Il disco si chiamava Nero a metà perché era dedicato a Mario Musella, il cantante degli Showmen (Un'orasolaaaa ti vorrreiiiii), morto qualche mese prima. Un figlio della guerra. Di padre americano: Musella era un soldato di origine amerindia. I dischi si chiamavano 33 giri, un mio amico che era più avanti diceva Ellepì, e per tutt'e due costava 7mila lire.

mercoledì 24 febbraio 2010

24 febbraio 1990

Il più duro atto d'accusa contro Sandro Pertini (25 settembre 1896-24 febbraio 1990)
Preside', voi m'avite fatto... mi so' dispiaciuto molto co' vvoi che... cioé l'ultima volta che siete uscito per televisione... 'o fatto d''o terremoto, d''a cosa llà... cioé mi so' dispiaciuto molto pecché nuje stevemo guardanno 'a televisione cu' mio padre mio fratello, stevemo tutte quante llà a guarda' però come sempre voi lo sapete quanto vi stimiamo... stavate llà però a un certo punto avete fatto... m''o rricordo bbuono pecché stavo cu' mio padre mio fratello... avete fatto... rivolto là avete fatto... chi ha preso i soldi del Belice?
[massimo troisi]

giovedì 5 novembre 2009

Il calcio ai tempi del barone


Arrivò in Italia dicendo a suo padre che si sarebbe fermato un anno massimo due, invece è sepolto qui. Oggi sono due anni che Nils Liedholm manca al calcio. Fu il primo a comparire sulla copertina dell'album delle figurine dei giocatori. Aveva sposato una contessa e lo chiamavano Barone. Diceva cose che lasciavano a bocca aperta, figurarsi noi bambini. Una specie di Zeman prima di Zeman, e una specie di Boskov prima di Boskov. Ma più elegante. Fu lui a farmi innamorare di Antognoni senza neppure averlo visto giocare. Erano gli anni in cui allenava la Fiorentina. Al Guerin sportivo raccontò in un'intervista che aveva un giovane in grado di palleggiare in allenamento, attraversando tutto il campo da una porta all'altra, senza mai abbassare lo sguardo sulla palla. Liedholm lo chiamava il ragazzo che gioca guardando le stelle. Come oggi fa Montolivo.

lunedì 31 agosto 2009

La fine di Giochi senza frontiere

Dieci anni fa. Silvia Baraldini tornava in Italia, Michael Johnson faceva il record del mondo sui 400 metri e finivano i Giochi senza Frontiere. Quelli di Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi (anche se ormai loro due non c'erano più), quelli dell'anche il Belgio gioca il suo jolly così caro a Buildo. Certo, l'ultima finale dell'ultima edizione, a Le Castella, con Mauro Serio e Flavia Fortunato nei panni di Rosanna Vaudetti e Giulio Marchetti (ma pure Ettore Andenna e Milly Carlucci, va'), già non si poteva più guardare. Ma il trionfo nel '78 della mitica Abano Terme, come si fa a scordarlo? Così come non si scorda la delusione della sera in cui Moena fu bruciata da una squadra piena di ragazze bellissime che si chiamava NL e che sentivamo chiamare Olanda.

lunedì 24 agosto 2009

il 24 agosto del 79


La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché guardavamo da lontano; solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte fu il Vesuvio. La sua forma era simile ad un pino più che a qualsiasi altro albero. Come da un tronco enorme la nube svettò nel cielo alto e si dilatava e quasi metteva rami. Credo, perché prima un vigoroso soffio d'aria, intatto, la spinse in su, poi, sminuito, l'abbandonò a se stessa o, anche perché il suo peso la vinse, la nube si estenuava in un ampio ombrello: a tratti riluceva d'immacolato biancore, a tratti appariva sporca, screziata di macchie secondo il prevalere della cenere o della terra che aveva sollevato con sé.

[dalla prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito]

domenica 9 agosto 2009

Respiri piano per non far rumore

Ridendo e scherzando, pure Albachiara ha trent'anni.