Visualizzazione post con etichetta pugilato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pugilato. Mostra tutti i post

mercoledì 30 agosto 2017

Cronaca di lei

Facciamo un'enorme fatica a ricordare il nome di tre campioni del mondo da quando Mike Tyson ha lasciato la boxe, eppure non c'è ancora un altro sport che meglio si presti a mettere la cornice intorno a vite sfregiate o in bilico. Pare quasi che oggi resti il suo scopo principale, raccontare altro anziché raccontarsi. Milo Montero è allora il pugile perfetto per tutto questo, e un nome azzeccato fa il venti percento di una buona storia. Lo chiamano One Way perché il suo, sul ring e forse fuori, è un andamento a senso unico: avanzare, avanzare, avanzare perfino quando arretra, così da attirare gli avversari in trappola. One Way è più di un soprannome, via via è diventato un marchio, un brand come si dice. Alle soglie dei trent'anni, Montero ha aperto palestre, ha lanciato sul mercato una bibita con il suo nome, si vede offrire ruoli e programmi dalla tv. È un'industria che si regge sui suoi pugni, quelli che dà e quelli che deve evitare di prendere su un occhio che è il suo tormento dal giorno in cui dovette portarlo sotto i ferri di un chirurgo. Ha disputato un solo match negli ultimi dieci mesi, ma guidato negli affari da sua sorella Irene, ora può battersi in Germania contro il tedesco Mayer, per poi concedersi una chance mondiale in Italia contro un cinese.

venerdì 25 novembre 2016

Che fine ha fatto il pugilato

Bisogna arrampicarsi fino a Santa Maria degli Angeli, quattro chilometri da Assisi, per vedere cos'è stato il pugilato e cosa non sarà mai più. A febbraio nascerà qui il suo museo, nell’ex area Montedison riqualificata. Una teca con la medaglia olimpica di Nino Benvenuti, una per la cintura mondiale di Gianfranco Rosi, un archivio di trentottomila fotografie. Ma la casa che deve celebrare i cent'anni di vita della federazione, ora rischia di diventare il simbolo di un corpo privo di respiro. Vuole essere memoria e assomiglia a un testamento. La quinta potenza di sempre sui ring dei Giochi - dietro Usa, Cuba, Gran Bretagna e Russia - ha vinto un solo oro dal 1992 e da Rio è tornata senza neanche una medaglia, come non succedeva da vent’anni, chiudendo il cerchio di questo disperato 2016 senza avere un campione mondiale tra i professionisti. Giovanni De Carolis, l’ultimo rimasto, la settimana scorsa ha lasciato il titolo dei medi in Germania, a Tyron Zeuge. La gloria è finita, andate in pace.

giovedì 27 novembre 2014

L'oro di Scampia e Non abbiate paura di me




LE VELE di Scampia erano un sogno. Erano un'illusione di sviluppo per l'area est di Napoli, un'utopia. Quando l'architetto Franz Di Salvo le concepì oltre il vecchio quartiere di Secondigliano, pensava a Le Corbusier e a Kenzo Tange. Sono diventate il simbolo del degrado, delle faide di camorra e dello spaccio. Da abbattere, scrisse Giorgio Bocca. Tre sono andate giù, quattro resistono come immagine plastica del contrasto tra l'inferno urbano e l'impegno di molti per il risanamento morale. È qui che esercita il suo fascino da educatore e da maestro di judo Gianni Maddaloni, papà di Pino, medaglia d'oro ai Giochi di Sydney nel 2000. È qui che è cresciuta sua figlia Laura, a sua volta campionessa, poi compagna nella vita di Clemente Russo, casertano di Marcianise, pugile due volte d'argento alle Olimpiadi. Il famoso "Tatanka".
Due libri adesso raccontano le loro traiettorie, l'impegno contro i mostri da cui sono stati circondati in quei luoghi che nell'immaginario sono diventati in questi anni Gomorra e Terra dei Fuochi.

giovedì 30 ottobre 2014

Ali-Foreman secondo Giovanni Arpino

Rumble in the Jungle. When we were kings. Foreman-Ali. 30 ottobre 1974. Il match più famoso nella storia della boxe. Ne scrisse Norman Mailer. In Italia Giovanni Arpino, che il quotidiano torinese "La Stampa" mandò come inviato speciale in Zaire a seguire l'evento. Questo è il pezzo che Arpino scrisse 24 ore prima: sul giornale occupò l'intera pagina 3.


È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della "negritudine". Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull'erba nel suo "quartiere" di N'Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l'invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un "fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi", non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all'immagine dell'uomo politico, fa: "Scusami". E seguita a parlare dei problemi dei neri.

giovedì 16 ottobre 2014

Roma sul ring

Chiedi cos'era la boxe. Palazzetti pieni, serate in tv, passione popolare. Il secondo sport d'Italia accanto al ciclismo e dietro il calcio. Non era molto tempo fa. Chiedi cos'era la boxe e perché non c'è più, sparita, inghiottita in un buco nero senza campioni, implosa sotto il peso delle sue infinite sigle che hanno confuso e allontanato la gente. Quando eravamo pugili. Tutti lo eravamo un po', soltanto con lo sguardo, con il tifo, e benissimo lo racconta adesso Luigi Panella nel suo "Roma sul ring. Un secolo di boxe nella Capitale" (Ultra Sport, 187 pagine, 15 euro). Il Palaeur, l'Olimpico, piazza di Siena e il Foro Italico, il teatro Jovinelli e i cinema in cui bastava montare una pedana e delle corde per mettere in piedi una magia: si chiamava noble art, adesso ne vediamo la polvere. Un viaggio documentato ed emotivo fra le storie dei match combattuti a Roma e i suoi mille personaggi, piccoli eroi ordinari amati dalla città e grandi fenomeni venuti da lontano, su una mappa che attraversa Caracalla, il teatro Adriano, la palestra Borgo Patri. Da "Arci Mòre" a Monzòn, dall'Olimpiade di Cassius Clay ai trenta combattimenti di Nino Benvenuti, giunto la prima volta nel '54 per il campionato nazionale novizi. 

lunedì 11 novembre 2013

Il Pulcinella di Patrizio Oliva



Una maschera l'aveva sul ring. "Fingevo". Le braccia basse, lo sguardo fiero. "Sicurezza, spavalderia. Ma non ero io, ero quello che sembravo. Non c'è stato un solo match che abbia iniziato senza tremare. La paura saliva le scalette con me". Un oro olimpico e il mondiale dei welter junior. Nessuno se n'era mai accorto, recitava già combattendo, Patrizio Oliva, prima di darsi al teatro per davvero. Una nuova vita da attore adesso, a 54 anni.

martedì 8 novembre 2011

Certo mise ko Ali, ma Joe Frazier c'era pure la sera di Rocky-Apollo

Quando vide quella scena, mia madre sussultò e disse Guarda, quello è Joe Frazier. La prima e l'unica volta che le ho sentito parlare di boxe.
[dai commenti su YouTube]

lunedì 21 febbraio 2005

I pugni di Patrizio Oliva


Una croce d'onore, in un quadretto, in cornice. C'è scritto "Dalla Repubblica, per meriti sportivi". E sulla stessa parete, di fronte al camino a legna nell'elegante soggiorno di casa, c'è un'altra croce, in un altro quadretto, in un'altra cornice. "Dal re in esilio, per meriti sportivi". «Le tengo esposte tutt'e due, non si sa mai». A cercare il segno d'un pugno sulla faccia di Patrizio Oliva, si può perdere anche una vita, ma un lampo basta a tirarne fuori l'arguzia, il patrimonio più prezioso dei napoletani migliori. Se non ce l' hai, non parti da Poggioreale e arrivi in cima al mondo. Lo chiamavano sparviero perché stremava la preda e la finiva, le girava intorno e la logorava, il corpo a corpo era uno schema per altri. «Io boxavo per vincere, non per mostrare il coraggio o per dare spettacolo. Dovevo farmi spaccare la faccia per divertire la gente?». No che non doveva, se non serviva. «Solo una volta mi sono guardato allo specchio senza riconoscermi. La sera del Mondiale a Montecarlo contro Sacco. Ero gonfio, ne valeva la pena». 

domenica 1 agosto 2004

Alfonso Pinto

I DVD sono in fila sulla mensola del soggiorno. Il Marciano di Paul Newman, il La Motta di De Niro, un paio di Rocky. «Il mio preferito è Ali». Il film di Michael Mann in cui Will Smith s'incarna in Cassius Clay. «Quello è un grande uomo. Ali, dico. Un massimo che si sposta come un leggero, altro che Tyson. 'A verità? Mi piace imitarlo. Mi muovo come lui». L'ultima speranza di Torre Annunziata si chiama Alfonso Pinto. E' il più leggero fra i campani di Atene, un morso d'uomo che per salire sul ring deve rimanere sotto i 48 chili dei minimosca. «In allenamento gli aggiungo dei pesi nei guantoni, così la smette di fare Clay e tiene le mani alte», racconta il maestro Ernesto Bergamasco, ex olimpionico e professionista con un'esperienza al Madison Square Garden.