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martedì 6 giugno 2017

La malinconia dei giornalisti

Nel 1922, per la morte volontaria del collega Francesco Perotti, redattore capo del “Secolo”, Renato Simoni scrisse su “L’illustrazione italiana” un articolo sul senso del giornalismo, sul conflitto tra l’io e il mondo che si può accendere in chi lo pratica, su certe inquietudini nascoste da tenere al guinzaglio, sul dovere di testimoniare, il rigore, il rispetto di sé e dei lettori, e sulla scoperta improvvisa di non essere più adeguati. La malinconia dei giornalisti.
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“Un giornalista s’è ucciso. Chi ha conosciuto Francesco Perotti, redattore capo del “Secolo”, spirito ordinato, chiaro fino alla limpidezza, generoso come sono solo i forti, china la fronte commosso, davanti al mistero di questa tragica stanchezza di vita. Ma noi, da anni, e da anni posseduti da questo affascinante e logorante amore del giornale, sentiamo a poco a poco la nebbia dissiparsi, comprendiamo con angoscia perché questo nobile compagno ci ha lasciati. E non sono cause precise che scopriamo. Abbiamo solo il sentimento del malessere grigio, che vien dall’eccesso della nostra fatica, dallo sfaldarsi cotidiano della nostra personalità, che di questa fatica è la conseguenza. La carta bianca è crudele con tutti; con noi è crudelissima.

mercoledì 20 gennaio 2016

L'inviato non nasce per caso

«NON li prendono più, non li prendono più», urlò nel microfono dal lago di Lucerna, il Rotsee, e noi da casa scoprimmo gli Abbagnale. Era il 1982, l'anno di Pablito, ma pure dei "fratelloni". Gian Piero Galeazzi era stato fino a quel momento la voce del tennis in Rai e l'uomo che dall'Olimpico ci aveva dato per primo la notizia degli arresti per lo scandalo del calcio scommesse. Il canottaggio sarebbe diventato il territorio delle sue gioiose intemperanze: «Non c'è più tempo per morire» urlò sempre agli Abbagnale un'altra volta. In questo libro ci sono i testi delle sue telecronache, le incursioni negli spogliatoi dopo gli scudetti, i duetti con Agnelli. E l'incontro con Mara Venier, che «praticamente sconvolse tutti i miei programmi».
(la Repubblica, 29 gennaio 2016)

sabato 17 ottobre 2015

La lettera a Beppe Viola di sua figlia Marina

bepCarissimo papà, mi emoziono anche solo a scriverle, queste due parole. E’ pazzesco che dopo tutti questi anni io non sappia nemmeno da dove cominciare. C’è troppo da dire, eppure tutto sembra assolutamente irrilevante. Forse potrei iniziare spiegandoti come sono arrivata a pensare di interpellarti. So che sto scrivendo a te che non ci sei, e che non leggerai queste parole, ma cerchiamo tutti e due di essere un po’ elastici, altrimenti chiudiamo baracca e burattini e ciao. Sono trent’anni che ti cerco, due che scrivo di quello che mi hai lasciato dentro per tentare di capire cosa volesse dire avere un papà come te. Cosa volesse dire semplicemente avere un papà, che per me sarebbe già un grosso passo avanti.
Certo, hai complicato molto la mia ricerca perché, quando sei morto, sei diventato questa figura immensa per chi ha apprezzato il tuo lavoro: quello che hai fatto è diventato spunto per la generazione dopo la tua. Hai creato un modo di fare televisione e di scrivere che definisce uno stile ambito da tanti e azzeccato da pochi. Lo si diceva già allora che eri avanti di vent’anni, e si è dimostrato vero. Chi l’avrebbe mai immaginato?

Non ci sono domande che non si possono fare

Armstrong in casa sua
Armstrong in casa sua
Come ha potuto un uomo ammalarsi di cancro, guarire e diventare il ciclista più forte, il più grande di sempre al Tour de France vincendone addirittura sette. Come ha fatto a essere santo per il proprio sostegno alla ricerca contro i tumori e allo stesso tempo peccatore, lui che il sostegno per sé lo succhiava dalla chimica, sparandosi in vena prodotti sofisticati per cambiare il fisico, stravolgere la natura e andare più forte degli altri. Questa è la storia di una favola sintetica, di una bugia a cui era bello credere e dei suoi frantumi: la trasformazione di Lance Armstrong da icona a diavolo. Sembrava seta ed era viscosa. "The Program", regia di Stephen Frears, racconta gli anni del dominio del texano sulle strade di Francia e delle sue pratiche proibite, il suo piano di elusione dei controlli, l'impasto di protervia opportunismo e complicità grazie al quale poteva affermare: "Sono pulito, non sono mai stato trovato positivo all'antidoping".

mercoledì 19 novembre 2014

Com'è cambiato il nostro rapporto con il calcio

Un selfie della nazionale belga
Un selfie della nazionale belga
 Che cos’è una squadra di calcio nel 2014. Bella questione. Se n’è occupato Francesco Costa, nel suo blog su Il Post, dopo una visita a Trigoria per la presentazione del nuovo media center della Roma. È venuta fuori un’interessante riflessione su "quanto è difficile fare il calcio adesso, se le squadre per avere successo devono diventare — anche! — cose che un tempo avremmo chiamato editori". Siamo effettivamente di fronte a una mutazione genetica, un cambiamento dei codici di comunicazione e di fruizione in uno sport che "non è mai stato così complicato da fare e divertente da vedere". Mi hanno soprattutto colpito i passaggi dedicati a ciò che viene chiamato "il romanticismo del pane e salame" e "la patologica e decadente diffusione del pensiero nostalgico", insomma una certa connotazione negativa di ciò che arriva dal passato, "un calcio elitario, a disposizione di pochi, dei benestanti e dei giornalisti" (riferimento agli anni ‘40-’70), un calcio che non si vedeva, mentre adesso c’è modo di "guardare in diretta l’allenamento di rifinitura mentre sei seduto sul tram".

giovedì 20 dicembre 2012

Rileggere Brera


Morì alle 3 di notte di un venerdì senza nebbia, sulla strada statale 234 fra Codogno e Casalpusterlengo, alla fine di una serata in allegria. Sono vent'anni oggi. Gianni Brera aveva cenato con due amici in un ristorante di Maleo, una macchina che veniva in senso opposto invase la carreggiata e travolse la loro Ford Sierra. Brera era sul sedile posteriore; accanto a lui il cappotto di cammello, un cappello scuro e un bloc-notes con gli anelli. Il giorno prima aveva dettato al giornale le sue ultime risposte ai lettori per l'Accademia di Brera, l'amatissima rubrica di lettere, il luogo in cui più che altrove toglieva il freno alla scrittura e si consegnava parole e corpo alle sue passioni. Il football, il ciclismo e l'atletica, l'enologia, la gastronomia, la vita. 

venerdì 30 aprile 2010

Boffo-Feltri, mica è finita

Pare ci siano altre novità. Da Napoli. E da dove se no?

Un dipendente di un ufficio giudiziario del distretto di Napoli è indagato nell'inchiesta avviata dalla procura di Monza sulla vicenda Boffo-Feltri. Nei confronti dell'uomo ipotizzato il reato di accesso abusivo al sistema informatico. L'inchiesta, affidata al pm Caterina Trentini, circa un mese fa è stata trasmessa alla procura di Napoli per competenza territoriale. Dell'iscrizione nel registro degli indagati del dipendente della Giustizia e della trasmissione degli atti se ne è saputo però solo oggi. Il documento pubblicato alla fine dello scorso agosto sulle pagine de Il Giornale diretto da Vittorio Feltri, secondo l'inchiesta, sarebbe probabilmente il risultato di un fotomontaggio: il casellario giudiziario sarebbe vero nella sostanza (relativa al patteggiamento di Boffo al tribunale di Terni) ma non nella forma in quanto il modo in cui è stato redatto non corrisponde a quello di un autentico casellario giudiziario.

venerdì 29 gennaio 2010

Omero, i giornali e i blog

Ernesto Assante lo dice benissimo:
Quando i giornali non c’erano, la diffusione delle notizie era nelle mani dei cantastorie, del bluesman, dei folksinger, chiamateli come volete. E questi portatori di notizie in forme diverse circolavano da un paese all’altro, da una città all’altra, raccontando quello che avevano visto o che gli era stato raccontato. Molti di questi raccontavano storie vere, altri romanzavano storie vere, altri le inventavano di sana pianta, non c’era un istituzione che stabilisse chi avesse le qualità per fare quel mestiere, lo faceva chi voleva farlo. E la gente, il popolo, ascoltava, commentava, condivideva le storie riportandole a casa o raccontandole ad altri, arricchendole ovviamente con le proprie interpretazioni, le proprie idee. Questi cantastorie erano legati alle loro comunità, ne facevano parte, non erano professionisti, ma persone che tramandavano il “gospel” solo perché lo conoscevano, di mestiere facevano altro, erano venditori ambulanti, o imbonitori di piazza, o intrattenitori o mercanti. Pian piano è stata la gente, il popolo, a decidere se qualche cantastorie, qualche bluesman, valeva più di altri, se le storie che raccontava erano vere o se erano solo fandonie, ha selezionato, ha scelto, facendo emergere una categoria di portatori di informazione che non era più legata ad altri impegni ma faceva questo di mestiere, chiedendo e ottenendo una retribuzione, seppur volontaria, per il lavoro d’informazione che svolgeva.
Ecco, noi siamo nella fase dei cantastorie, in un mondo completamente nuovo, quello di Internet, dove le istituzioni che garantiscono la qualità dell’informazione ci sono (i grandi giornali, le università, le biblioteche etc), ma giocano ad armi pari con l’anonimo compilatore di una scheda di Wikipedia, con il piccolo blogger chiuso nella sua cameretta davanti a un computer, con chi urla commenti scomposti nei blog altrui, con chi semina notizie vere e false dovunque capiti. In rete le testate contano di meno di quanto contano nel mondo reale, perché devono ancora conquistare il consenso popolare, superare la selezione dei cantastorie, essere definitivamente “scelte” da chi oggi può non soltanto leggere ma anche scrivere, commentare, partecipare all’informazione, producendola in prima persona.

lunedì 25 maggio 2009

Le gole profonde passano a due


E a proposito di inchieste giornalistiche, dei tempi che richiedono e dei loro modi, ora viene fuori che sul Watergate c'era pure il New York Times. Ma si addormentarono.

martedì 23 dicembre 2008

Arriva Beckham, e non so cosa mettere

Il Sun parla proprio di flirt, il Daily Star ironizza e dice che lui aveva sempre le mani davanti alle sue Goldenballs, mentre il Daily Sport sostiene che lei poteva pure evitare di sorridere sempre, e toccarsi i capelli, e mettere il top senza maniche e i jeans attillati, ecco perché Victoria quell'intervista non voleva che si facesse.
E' Ilaria D'Amico che intervista Beckham.

lunedì 6 ottobre 2008

Nora Puntillo, giornalista in trincea

Settant'anni in due sillabe. Nora. «Come la madre di mio padre. Un nome di famiglia. Siamo in nove a chiamarci Eleonora». Settant'anni e cento battaglie. «Pensavo di poter dare un contributo alla rivoluzione alla mia maniera: scrivendo». Un decennio speso nella redazione di Paese Sera, due in quella napoletana dell'Unità, prima all'Angiporto Galleria, poi in via Toledo, infine a via Cervantes. Venti processi per diffamazione superati, tre gradi di giudizio vinti contro l'ex procuratore Cordova. Eleonora Puntillo è la giornalista militante che attacca gli scempi edilizi degli anni Settanta e scopre il bradisismo a Pozzuoli negli anni Ottanta. E' la scrittrice che racconta il misterioso sottosuolo di Napoli in "Grotte e caverne" (Newton Compton). E' l'animatrice di campagne sociali e civiche che attraversano epoche e giunte comunali diverse. E' l'insospettabile amante di calcio e ciclismo, ma pure di giochi perduti come lo strummolo e il sottomuro. Ed è la donna che stasera al tramonto aspetta gli amici alla sua festa di compleanno con un invito che dice: "Si dispensa dai fiori, c' è tempo". 

sabato 4 ottobre 2008

Il valore del dissenso

Da qualche parte bisognerà pur salvare un barlume di dissenso (...) Ognuno
esprime ciò che sente. E non è per niente detto che si debba sentire tutti la
stessa cosa (...) I fischi non segnano una contestazione fissa, fine a se
stessa, segnano piuttosto l'intelligenza, la ragione critica di uno spettatore.
(...) E' proprio questo valore della differenza che i presidenti del calcio non sembrano capire (...) Non è un buon cliente un popolo che applaude sempre, non detta nessuna strada, nessun consiglio. Se non ha libertà di giudizio, è un popolo inutile. Non porta dialettica, non produce confronto, non causa business. Al contrario preoccupa un'imprenditoria del calcio che voglia soltanto consenso (...) E' la nuova dittatura del calcio che non vuole clienti, amici o fruitori, ma solo l'amore
cieco nei confronti del totem. Un pubblico che non fa domande e sacrifica anche
i giudizi di giornata a un interesse superiore. Ma a chi serve un pubblico così
triste?
Mario Sconcerti, Corriere delle Sera, pagina Sport

lunedì 22 settembre 2008

Il titolo del giorno


sabato 19 aprile 2008

Russia, 200 giornalisti morti in 10 anni

Il "nuovo Berlusconi". Quello che ci raccontano con un nuovo aplomb, un nuovo senso dello Stato, un nuovo rigore istituzionale.