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martedì 22 novembre 2022

Storia dei Musumeci Greco, maestri di spada degli attori



Se c’è un film di cappa e spada, è qui che gli attori vengono a imparare, nel cuore di Roma, una cinquantina di passi dal Pantheon. Cominciò Gino Cervi, anno 1939. Prima di essere Maigret, Alessandro Blasetti gli diede il ruolo del pittore Salvator Rosa, nella leggenda Formica, abilissimo spadaccino mascherato contro il conte Lamberto, consigliere del viceré di Napoli. Gli fece da maestro Enzo Musumeci Greco, nipote di Aurelio e Agesilao. La loro Accademia d’armi in via del Seminario, logo di Duilio Cambellotti, esiste dal 1878. Sono passati Tyrone Power per “Il Principe delle Volpi” e Orson Welles per “Cagliostro”, poi Richard Burton, Charlton Heston, Burt Lancaster.
“Questo è papà con Errol Flynn”, dice Renzo Musumeci Greco, sfilando una cornice da un mucchio di foto. È la quarta generazione dei maestri che insegnano l’arte del duello prima dei ciak. Per la Festa del cinema tiene oggi un corso intensivo di 6 ore a 12 giovani attori. “Ragazzi in attesa di qualche provino. Intanto imparano che cos’è una parata, un affondo, un passo avanti. È come quando un professore di piano insegna - che so - a fare una canzone di Battisti. Come può uno scoglio arginare il mare”.
La scherma è una successione di gesti come al piano?
“Ci sono produttori che chiamano e dicono: ahò, te damo tre giorni. In genere rispondo: vieni tu e vediamo se in tre giorni impari. Questi film scalcagnati li riconosci dal montaggio vertiginoso, inquadrature strette. Nessuno impara niente. Magari ci sono io che infilo un braccio. Quando invece abbiamo fatto Caravaggio, con la fotografia di Storaro, le lezioni sono durate tre mesi. I duelli erano senza controfigure con 100 colpi da ricordare a memoria, più la sicurezza da garantire. Per L’innocente di Visconti, 120 colpi in piano sequenza, i tempi sarebbero stati perfino più lunghi. Truccarono me e mio fratello e combattemmo. Oggi esistono i trucchi del digitale. Dalle lame di Sean Connery e Richard Gere, ne “Il Primo Cavaliere” uscivano stelle filanti, come comete. Significa che sul set non avevano niente in mano. Tutto finto. Invece Johnny Depp nel “Pirata dei Caraibi” si è mosso più lentamente e hanno velocizzato l’azione dopo”. 

venerdì 28 ottobre 2022

La città che insegna a fare il cinema

Hanno i badge tra l’azzurro e il blù, e sono ovunque, con i bloc notes, le macchine fotografiche, i microfoni. Guardano, fanno domande, studiano il cinema e i suoi processi. Molti vengono da fuori Roma, affittano una camera, sognano di farcela. La Festa parla a loro in molti modi, mostrando pure quei mestieri che non sono in superficie, la macchina nascosta, non meno affascinante. Roma Lazio Film Commission ha aperto ieri il suo CineCampus Atelier di formazione con una lezione di Francesco Di Stefano sul mestiere del montatore, “un mestiere dimenticato - ha detto alla saletta piena di studenti - una figura che viene data per scontata”. Ha lavorato a “Freaks Out” e alla versione Director’s cut de “La grande bellezza”. Insegna che il montaggio è “come la cucina, gli ingredienti sono quelli, ognuno prepara il piatto a modo suo. Un film si monta in molti modi”. Avverte che bisogna avere un buon carattere, disporsi a mediazioni, entrare in sintonia fisica con il girato, come Walter Murch che lavora in piedi, perché ondeggia mentre monta.

Alessandra Rucco invece lavora in qualunque condizione, in riva a un fiume, in un bosco in Norvegia. Fa la segretaria di edizione e dice che ancora oggi, dopo vent’anni, qualcuno crede abbia a che fare con gli accenti. La dizione. Invece è il ruolo in cui si registra l’attività giornaliera del set, le sequenze, i ciak, i commenti del regista, un diario di bordo che sarà utile al montaggio. Ha scoperto il mestiere quasi per caso. Faceva la comparsa nella serie La Squadra. “Il cliché culturale - spiega - vuole che si tratti di un lavoro per donne. Forse perché serve un approccio femminile, forse per il nome”. In America lo chiamano script supervisor, Ambra Angiolini suggerisce: direttrice della continuità. Rucco ha una sua piattaforma online per la formazione, tiene corsi avanzati e per principianti. 

giovedì 27 ottobre 2022

Gli anni di piombo raccontati da chi non c'era

Matteo Leonardi e Camilla Giuliani non hanno fatto le vacanze. Hanno rinunciato al mare e sono stati in giro per la città a girare. Lui ha diciotto anni, lei sedici, nessuno dei due immaginava che Roma potesse essere stata un tale teatro di morte. Questa è la storia di ragazze e ragazzi che usano i pollici sui loro telefoni e che hanno iniziato a fasi domande sui coetanei, quelli che cinquant’anni fa usarono invece gli indici, premendo i grilletti delle pistole. Sono usciti dalla memoria dei loro computer e sono andati a cercarla tra le strade, tra le lapidi, tra le parole scolpite sulle pietre e i marmi di Roma, nel dolore dei familiari delle vittime, nei ricordi dei testimoni. Questa è la storia di adolescenti che a scuola non trovano risposte sugli anni di piombo, “non ci arriviamo col programma” - dicono così - e il viaggio l’hanno fatto allora con una macchina da presa.

Studiano per fare del cinema il loro futuro all’istituto Roberto Rossellini, liceo artistico con indirizzo audiovisivo. Intanto hanno portato al Maxxi e alla Festa del Cinema un prezioso lavoro, “Divergenze parallele”, titolo che parafrasa e sovverte la formula politica delle convergenze usata da Aldo Moro - con la regia di uno dei loro docenti, Massimo Franchi. Quindici anni della vita di Roma raccontati da chi passa davanti alla stele di Giorgiana Masi senza conoscere la sua storia, la sua e quella di una generazione che ha subito “un furto di tempo, dell’allegria e della speranza”, come dice Walter Veltroni, l’ex sindaco, uno degli intervistati dai tre protagonisti del film, ai quali racconta “la violenza diffusa, la sensazione che potesse sempre succedere qualcosa”, gli anni barbari, la diffusione della droga, una partita di pallone giocata ai giardinetti con uno dei futuri responsabili del rapimento di Moro e dell’omicidio della scorta. Quando la città era bianca e nera, dice la voce narrante di Tiziano Favaretto: bianca per i lacrimogeni, nere per le auto in fiamme.

venerdì 21 ottobre 2022

Nuovo Cinema Flaminio: le sale che hanno chiuso nella zona del festival

Una volta qui era tutta campagna. Oddio, tutta tutta proprio no. C’erano molti palloni che finivano in porta allo stadio e altri lanciati nei canestri, c’erano le stanze in cui dormivano gli atleti delle Olimpiadi, le gare di sollevamento pesi al palazzetto di piazza Apollodoro. Se viale Ungheria si chiama così, è per i formidabili pallanuotisti del Sessanta, non per le opere di Miklós Jancsó. Senza offesa. I pesi veri da sollevare, nel quartiere, sono arrivati dopo. Quando la fiaccola dei Giochi s’è spenta, l’area ha dovuto combattere il degrado. Lo sport l’aveva popolata, i film l’hanno risvegliata.

Vent’anni di Auditorium e diciassette di festival hanno disegnato un’altra mappa. Ora è il Palatiziano a galleggiare sul mare mosso di chiusure e riaperture, una volta sì e una volta no. Il cinema ha occupato la scena che fu dei cinque cerchi, dove le strade parlano di Pierre De Coubertin e Nedo Nadi, dove le sculture in bronzo di Amleto Cataldi raffigurano calcio e corsa, lotta e boxe. Ciak, si cambia. Se ci fosse Tornatore, direbbe che queste strade adesso sono il Nuovo Cinema Flaminio. Dieci anni fa, all’Auditorium è arrivato Woody Allen per girare delle scene di To Rome With Love. Non possono avergli detto che lo svincolo di corso Francia, verso viale maresciallo Pilsudski, nell’immaginario collettivo rimarrà il tratto di strada dove si prostituisce Jolanda, la sorella di Sordi in Lo Scopone scientifico, né che per anni è rimasta vandalizzata e abbandonata la cabina telefonica da cui Fabio chiama amici e conoscenti per il suo spettacolo d’avanguardia in Io sono un autarchico. Nel quartiere Flaminio, Dario Argento girò L’uccello dalle piume di cristallo negli Anni Settanta, Nanni Moretti è venuto di recente per Mia Madre, Pietro Germi prima di tutti portò il set di La città si difende.

Eppure, perfino nei paraggi della zona in cui Roma ha messo in piedi la sua Croisette, il cinema è un bene da difendere a fatica. Quando Giovanni Gronchi dichiarò aperte le Olimpiadi, la sera del 25 agosto 1960, al Capitol davano Il Barone con Jean Gabin, mentre il Roxy voleva vincere facile, in cartellone manteneva La Dolce Vita. Erano due delle 41 sale di prima visione aperte in città, altre 63 affollavano il circuito di seconda, 51 offrivano film al terzo giro di vita. Nella pagina degli spettacoli, L’Unità pubblicava anche il programma di 31 sale parrocchiali e di 28 arene estive. A 700 metri dall’Auditorium, il Capitol oggi non esiste più. È stato travolto dal ciclone che investì gli affari dei Cecchi Gori. La sala è diventata prima un club con musica dal vivo e adesso una discoteca, di fronte a una caserma dismessa, in mezzo a un paio di tavole calde e alle petizioni di protesta dei residenti nei paraggi. “Mi pare che l’ultimo film sia stato Ovosodo di Virzì. Era una delle poche sale con il tetto mobile. Si apriva per permettere di fumare”, racconta Fabrizio Tosi. Il Bar Xenia, di fianco, è di proprietà della sua famiglia. La crisi della sala aveva coinvolto pure loro.

Adesso invece stanno aperti 24 ore su 24, così servono l’alcol di notte a quelli che entrano, il caffè e il cornetto a quelli che escono all’alba. Resiste l’Arena Tiziano, sala parrocchiale dell’Associazione culturale Santa Croce, dieci minuti a piedi dal red carpet. Domani danno I figli degli altri. Per provare a salvare il Roxy, due km più su, verso i Parioli, l’ultima petizione è stata firmata nel dicembre scorso, in un quartiere che nel frattempo ha visto cadere l’Archimede e l’Embassy. L’ultimo colpo l’ha assestato la pandemia, decine di cinema trasformati in supermercati, bingo, ristoranti, parcheggi. Eravamo appena usciti dal lockdown, nel maggio 2020, quando la politica annunciava l’arrivo del primo drive-in, in un’area che le indiscrezioni individuavano in piazzale Ankara, dove al martedì ci fanno il mercatino. Ai drive-in siamo invece andati a farci i tamponi. Ieri, al giorno #1 della festa, all’Auditorium è tornato il pubblico. Nuovo Cinema Flaminio, dai, ricominciamo.

[uscito su Repubblica Roma del 14 ottobre 2022]

venerdì 8 febbraio 2019

Quei bravi ragazzi della Paranza dei Bambini



NAPOLI. Vengono dalla strada ma dalla strada fuggono. Queste facce, questi occhi, queste vite sono cresciute dentro quartieri presi in ostaggio da codici e costumi di camorra: portarli al cinema è un modo per tenersene lontani. Sono attori esordienti, cercati fra tremila in sei mesi, perché i piccoli boss de La Paranza dei Bambini dovevano avere volti distanti dalla classica iconografia malvagia eppure venire da contesti a cui la realtà del film non fosse estranea. Un casting da neorealismo identitario per l'unico film italiano in concorso a Berlino (il 12, e poi in sala), firmato da Claudio Giovannesi, dal libro di Roberto Saviano e da lui scritto con il regista e con Maurizio Braucci; il racconto dell’ascesa incosciente e criminale di sei quindicenni disposti a rinunciare ai primi amori e all’amicizia per soldi pistole e droga, per prendersi tutto nel rione Sanità, lo stesso in cui nel 1960 Eduardo De Filippo immaginava il suo personaggio forse più controverso, quell’Antonio Barracano che si faceva sindaco d’ufficio e d’onore per tenere le dispute in equilibrio, creatore di una giustizia personale per sfiducia negli uomini e nelle istituzioni.

Quasi sessant’anni più tardi e dieci dopo Gomorra, in questa neo-ferocia ci sono pure riflessi linguistici. Da un lato la malavita si è appropriata di parole nate come innocenti - la paranza, che prima di tutto era imbarcazione da pesca, poi frittura mista di pescetti; dall’altro l’uso comune ha accolto vocaboli camorristici – le “stese” – quasi a legittimarli. Il mondo di “stese” e paranze è fatto di ragazzini che sparano a mura e serrande nei rioni nemici, per intimidire, per sfidare, dopo essersi addestrati mirando ai padelloni delle antenne satellitari sui tetti, mentre tutt’attorno i fuochi d’artificio coprono gli spari. È un mondo senza padri, senza politica, senza divise, nel quale lo Stato è la buona volontà dell’associazionismo, unico contrasto al reclutamento di nuovi delinquenti tra famiglie non affiliate, nella vasta zona grigia dei piccoli precedenti penali, dove ogni adolescente è solo, fragile e a rischio. I numeri sul fenomeno diffusi un anno fa dalla giustizia minorile nel distretto di Napoli raccontavano di 10 procedimenti per associazione di stampo mafioso fra giugno 2016 e giugno 2017, 14 per narcotraffico, 27 per omicidio, 19 per tentato omicidio, 457 per droga, in tutto 2.807 notizie di reati, in calo come numero per la depenalizzazione ma più gravi rispetto al passato. Nella sentenza con cui nell'estate 2016 veniva fissato una volta e per sempre che “esiste la paranza dei bimbi, non è un delirio o un’invenzione” (Saviano), per 43 condanne fra i 2 e i 20 anni il giudice Nicola Quatrano scrisse: “Un filo sottile ed esistenziale lega i giovani che scorrono in armi nel centro storico di Napoli per uccidere o farsi uccidere e i militanti della Jihad. Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l'unica chance per dare un senso alla propria vita e vivere in eterno”. Ora il regista Giovannesi chiarisce: “Il mio non è un film su Napoli ma sulla perdita dell’innocenza che si manifesta in ogni metropoli quando si fa una scelta criminale. Un processo raccontato dal punto di vista dei ragazzi, dei loro valori e sentimenti”.

giovedì 30 agosto 2018

Sulla pelle di Stefano Cucchi


Ora il mondo saprà di Cucchi - Cucchi Stefano, che avrebbe compiuto quarant'anni a ottobre e che invece è morto a trentuno nella stanza numero 16 al primo piano del reparto di medicina protetta all'ospedale Sandro Pertini, oltre il cancello, oltre le sbarre, rannicchiato vicino alla finestra, dicono fossero le cinque e trenta del mattino. È stata la tragedia italiana di un ragazzo e della sua famiglia che dal 2009 chiede giustizia, mentre ancora si tiene il processo d’appello bis per quella morte avvenuta sei giorni dopo un arresto: tre carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale, un maresciallo che risponde dei reati di calunnia e falso. “Non siamo riusciti a salvarti ma te lo avevo promesso che non sarebbe finita lì”, così ha scritto la sorella Ilaria qualche settimana fa sulla sua pagina facebook seguita da 270mila persone, nel giorno del lancio del trailer di Sulla mia pelle, il film sugli ultimi giorni di Cucchi diretto da Alessio Cremonini che aprirà la sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia. Il mondo saprà di Stefano perché, insieme a Lucky Red, il film è distribuito da Netflix nel suo bacino di 190 paesi: per la prima volta in assoluto sarà disponibile in streaming (dal 12 settembre) in contemporanea all'uscita nelle sale, fra le proteste delle associazioni degli esercenti. Il clima? Un mese fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini si schierava contro il ddl sul reato di tortura: “Carabinieri e polizia devono poter fare il loro lavoro. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi”.

venerdì 6 luglio 2018

Soldado, il film americano di Sollima


ROMA. Eravamo sarti raffinati e grandi musicisti, montatori, direttori della fotografia e maghi degli effetti speciali. Eravamo affidabili artigiani a cui consegnare un pezzo di film, con la certezza che Ferretti-Lo Schiavo, o Milena Canonero, o Storaro, o Moroder e Morricone, Scalia o Rambaldi avrebbero reso speciali una scena, un taglio di luce o anche solo il profilo di un alieno, il dettaglio indimenticabile del suo dito indice puntato su telefono-casa. Italians, diceva Hollywood, e si pensava a loro. Ora gli Italians reggono le macchine da presa, con una continuità e un'espansione che nel nostro cinema si erano viste raramente. "Le porte le ha aperte Gabriele Muccino una dozzina d'anni fa. Se lui non fosse andato in America, tutto questo non esisterebbe".

Stefano Sollima è l'ultimo a essersi meritato la chiamata. S'è accomodato pochi giorni fa in una poltrona dell'Amc di Marina del Rey, "la mia sala cinematografica preferita al mondo", e ha guardato in anteprima la versione finale del suo Soldado, il sequel di Sicario, giocattolino da cinquanta milioni che Hollywood gli ha messo tra le mani perché il suo viaggio partito dal male di Gomorra. La serie è stato giudicato convincente. Il film esce oggi negli Stati Uniti, noi lo vedremo a ottobre.

venerdì 24 novembre 2017

Massimo Ranieri, un Riccardo III di borgata

Il sovrano che un tempo avrebbe scambiato il suo regno per un cavallo adesso trama per la reggenza dei malaffari di famiglia in polvere bianca. Vive in un castello degradato alle porte di Roma, la borgata del Tiburtino III come terzo è lui, il re Riccardo, tra le pagine del dramma di Shakespeare. Nella reinterpretazione che Roberta Torre porta al cinema il 30 novembre, e in anteprima il 27 al Torino Film Festival fuori concorso, Riccardo di cognome fa Mancini e torna a casa a cospirare nell’ombra contro i suoi, contro il suo sangue e i fantasmi della sua infanzia, dopo anni di reclusione in un manicomio. Complotta cantando su note e parole di Mauro Pagani, perché Riccardo va all’inferno è un musical dark e allucinato, pop e letterario insieme, un film difforme, che non appartiene a nulla – filoni, modelli, tradizioni – se non all’identità estetica di Roberta Torre e a una sua ambiziosa evoluzione dai tempi di Tano da morire e Sud Side Stori.

Ma questo Riccardo III non sarebbe quel che è senza una interpretazione monumentale di Massimo Ranieri, che a 66 anni non s’è ancora stancato di esplorare zone in cui non era mai stato prima, di tradire la facile rendita di Rose Rosse e Perdere l’amore perché, come dice seduto nel suo studio, fra dischi e locandine alle pareti, «non sono mai stato solo quella persona lì, dentro di me c’è stato ogni giorno anche un altro Giovanni Calone, io faccio l’attore e l’attore è un ipocrita. Io mi sento ancora alla ricerca di una sfumatura che non avevo mai colto finora, nell’angolo più buio e sperduto di me, altrimenti non farei questo mestiere, e dico mestiere di proposito, non professione né lavoro. Fare l’attore non può essere un impiego. Forse questo ruolo spiazzerà il mio pubblico tradizionale, pazienza, di certo mi porterà a un pubblico nuovo».

giovedì 20 luglio 2017

Il film che Troisi non riuscì a girare

IL NUOVO film di Massimo Troisi è rimasto per 23 anni sotto chiave, commissionato pensato e scritto, «non chiuso in un cassetto perché c'erano già i computer», spiega adesso sorridendo Anna Pavignano, la sceneggiatrice che lo ha accompagnato da Ricomincio da tre del 1981 fino a Il postino nel 1994. Troisi non riuscì a leggere l'ultima versione del copione. Ora La svedese è un romanzo (Verdechiaro edizioni): storia di Livia, della sua infanzia ferita e del colpo di fulmine per Milo, uomo inafferrabile, sposato e distante 700 chilometri, per il quale vale la pena autodistruggersi, pur di mostrarsi fino in fondo libera. «Troisi mi chiese se avessi una storia che parlasse del modo di amare delle donne». Anna Pavignano dice raramente Massimo. «Una storia su un certo modo di abbandonarsi alla passione, al dolore, all'irrazionale. Gli piacque l'idea, finii di scriverla mentre girava Il postino».

sabato 4 febbraio 2017

Naples '44


Un gigantesco emporio. Un iperbolico postribolo. Un formicaio umano. Questa è Napoli, così appare a un trentacinquenne graduato dell’intelligence inglese, aggregato alla V armata americana dopo l’armistizio. "Napoli odora di legno bruciato" annota all’arrivo il 6 ottobre del 1943 sul suo diario l’ufficiale Norman Lewis. Era stato un nemico, arrivava da liberatore, se ne andrà da complice un anno dopo. Non fa in tempo ad assistere al mito delle 4 Giornate, l’insurrezione popolare contro i tedeschi, perché è ricoverato a Paestum per malaria. Scopre un popolo “ricaduto in condizioni di vita da Medioevo”. Eppure l'uomo non è schizzinoso e neppure ingenuo. Ha sposato la figlia di un giocatore d'azzardo siciliano, sollevandola con un contratto da ogni obbligo di fedeltà coniugale. L'ha salutata a Cuba e s'è arruolato per lo sbarco di Salerno. Ha viaggiato e ancora viaggerà. Diventerà il più bravo di tutti nel cogliere la complessità di Napoli e nel raccontarla.

venerdì 25 novembre 2016

Che fine ha fatto il pugilato

Bisogna arrampicarsi fino a Santa Maria degli Angeli, quattro chilometri da Assisi, per vedere cos'è stato il pugilato e cosa non sarà mai più. A febbraio nascerà qui il suo museo, nell’ex area Montedison riqualificata. Una teca con la medaglia olimpica di Nino Benvenuti, una per la cintura mondiale di Gianfranco Rosi, un archivio di trentottomila fotografie. Ma la casa che deve celebrare i cent'anni di vita della federazione, ora rischia di diventare il simbolo di un corpo privo di respiro. Vuole essere memoria e assomiglia a un testamento. La quinta potenza di sempre sui ring dei Giochi - dietro Usa, Cuba, Gran Bretagna e Russia - ha vinto un solo oro dal 1992 e da Rio è tornata senza neanche una medaglia, come non succedeva da vent’anni, chiudendo il cerchio di questo disperato 2016 senza avere un campione mondiale tra i professionisti. Giovanni De Carolis, l’ultimo rimasto, la settimana scorsa ha lasciato il titolo dei medi in Germania, a Tyron Zeuge. La gloria è finita, andate in pace.

martedì 2 febbraio 2016

Buster Keaton e la dittatura dell'ottimismo


Benito Mussolini era presidente del Consiglio da quasi sei anni e dittatore da tre, quando nel giugno del '28 su La Stampa uscì quest'articolo firmato da Marco Ramperti, che era critico teatrale e scrittore molto molto apprezzato all'epoca: da Ojetti, D'Annunzio, anche da Pound. Ramperti fu uomo di destra senza indecisioni, pure dopo la caduta del regime. Quel che colpisce in questo suo lungo articolo, in questa sua lettura di una maschera dell'impassibilità, è la relazione che da un certo momento in avanti il Potere e la propaganda stabiliscono o provano a stabilire con l'ottimismo, con la realtà, con la rappresentazione, con la disperazione. (Ce n'è anche per Charlot).

***

Mi dicono che Buster Keaton, il comico che non ride mai, sia d'origine italiana. Mi stupisce. Mi spiace, anche, per il mio paese felice che possa produrre di esemplari siffatti, vero che poi li regala all'America e al cinematografo. Codesti, in verità, sarebbero gli emigranti indesirables per il paese che li esporta. E' bene per loro, come per noi, che si allontanino. Passino pure oltremare, insieme alle nuvole di tempesta, gli uomini alla cui faccia non giunge mai raggio di sole!

mercoledì 6 gennaio 2016

Non era Malafemmena

Sono persino arrivati a dire che la sua celeberrima, splendida "Malafemmena" Totò l'abbia scritta per me... Totò... Era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi. Era un professionista favoloso. Molto signore, molto gentile, molto bravo. Anche se, allora, quei film che oggi sono portati alle stelle erano considerati commerciali. E lui ne soffriva. Per me aveva un'ammirazione immensa - ero molto giovane, allora - ma si accostava con una tale discrezione... con una tale carineria... Il grande bene che mi voleva me lo faceva capire. Mi faceva capire che mi avrebbe voluto sposare... Anzi, ne aveva parlato con papà. E papà gli diceva: "Guardi, Silvana è una ragazzina. Non pensa a queste cose". E lui mi faceva trovare in camerino i cioccolatini, i mazzolini di fiori guarniti con il pizzo. Era un amore, il suo... [...] E non soltanto il suo sentimento per me era così prepotente... Hanno cominciato a chiedermi in moglie all'età di dodici anni. Un po' prestino, direi. Anche se, vista di spalle, con i miei splendidi capelli sciolti, ne dimostravo qualcuno in più.

martedì 17 novembre 2015

Perché Troisi ci tolse dai guai

Torna nelle sale per due giorni Ricomincio da tre, il film di Massimo Troisi che cambiò l'umorismo e il modo di parlare di noi ragazzi napoletani degli anni Ottanta. Un cinema che venne accusato d'essere imperfetto, quello di Troisi, con poco formalismo e poca accademia nelle scene. Veniva dal teatro, dal cabaret, dalla televisione. Il centro della scena lo prendeva la parola, o forse dovremmo dire la sua quasi assenza, l'impossibilità di essere compiuta, rotonda.

venerdì 6 novembre 2015

Visconti, Fellini e i giovani d'oggi


Un paio di giorni fa Sky Arte trasmetteva un documentario francese, “Visconti vs Fellini”, in cui venivano raccontati questi due mondi che si scontrarono: l’opera contro il circo; Milano contro la provincia; l’aristocrazia contro la piccola borghesia; il realismo contro la cartapesta; la disillusione contro il sogno.

giovedì 15 ottobre 2015

Com'era il futuro di Ritorno al futuro

Quando nei giorni di Natale del 1989 entrammo al cinema per il seguito di Ritorno al futuro - all'epoca non si diceva ancora sequel, non mi pare - ci trovammo davanti agli occhi l'idea che avevamo dei nostri giorni a venire. Pareva finanche credibile quella visione, ma come diceva il dottor Brown "nessuno dovrebbe sapere molto del futuro", e infatti a riguardare adesso il film noi niente sapevamo. Il 21 ottobre del 2015, giorno in cui Doc e Marty Mc Fly ci piombano addosso dal passato a bordo di una DeLorean trasformata con un generatore di fusione, è ormai arrivato.

giovedì 24 settembre 2015

Il film mai girato di Eduardo e Pasolini

Il film era pronto. Eduardo e Pasolini insieme, uno attore, l'altro regista. È il 24 settembre del '75 quando il "Porno-Teo-Kolossal" arriva in casa De Filippo accompagnato da una lettera. Il capolavoro mai realizzato compie 40 anni oggi. "Caro Eduardo, eccoti finalmente per iscritto il film di cui da anni ti parlo. In sostanza c'è tutto. Mancano i dialoghi. Li scriverò entro il prossimo mese. Ma saranno dialoghi ancora provvisori, perché conto molto sulla tua collaborazione, anche magari improvvisata mentre giriamo. Epifanio lo affido completamente a te: aprioristicamente, per partito preso, per scelta. Epifanio sei tu. Il "tu" del sogno, apparentemente idealizzante, in effetti reale. Ho detto che il testo è per iscritto. In realtà non è così. Infatti l'ho dettato al registratore (per la prima volta in vita mia). Resta perciò, almeno linguisticamente, orale. Ti accorgerai subito infatti leggendo, di una certa sua aria un po' plumbea, ripetitiva, pedante. Passaci sopra. Mi era impossibile - per ragioni pratiche - fare altrimenti. Io stesso l'ho letto per intero oggi - poco fa - per la prima volta. E sono rimasto traumatizzato: sconvolto per il suo impegno "ideologico", appunto, da "poema", e schiacciato dalla sua mole organizzativa. Spero, con tutta la mia passione, non solo che il film ti piaccia e che tu accetti di farlo: ma che mi aiuti e m'incoraggi ad affrontare una simile impresa. Ti abbraccio con affetto". Firmato: tuo Pier Paolo.

lunedì 21 settembre 2015

Non è vero che risolve tutto la Tristezza

La fortuna di andare al cinema dopo aver letto più o meno tutte le critiche su un film sta nella possibilità di tornare a casa stupiti. Entri in sala già con tutti gli strumenti interpretativi a tua disposizione, peraltro strumenti offerti da gente che di cinema sa più di te: a quel punto, con la certezza che nulla potrà sfuggirti della parafrasi, puoi concederti il piacere di dedicarti alle inezie.
Prendiamo Inside Out. Il film, come ormai tutti sanno, è l'ultimo colpo di genio della Pixar, ed è un nuovo tentativo, forse il più riuscito, di cartoon che parla più agli adulti che ai ragazzi.

sabato 11 luglio 2015

La Napoli di Omar Sharif

"Compro un grande giocatore e lo regalo a De Laurentiis". Omar Sharif ha fatto un sogno, lui che al cinema ha fatto sognare, vestendo da Che Guevara o zar Nicola, Gengis Khan e dottor Zivago. Un calciatore che rifaccia grande il Napoli. "Perciò non serve un trentenne, ma un giovane". Non uno qualunque, Sharif parla come un manager esperto. "Magari un ragazzo di 22 o 23 anni che cresca qui e porti la squadra di nuovo in serie A. L'ideale sarebbe un centrocampista che sappia far gol. Diciamo un Platini più giovane. Bisogna spendere bene i soldi". Divertendosi. Come del resto Sharif ha sempre fatto. I cavalli, il bridge, il jet set. Ora un Platini più giovane da regalare al Napoli, se ce n'è uno.

martedì 5 maggio 2015

Natale a Gomorra è un trattato sull'idea di Napoli

All'inizio non ci credevo. Pensavo fosse un gioco di prestigio dello scrittore Marco Ciriello, una di quelle finzioni in stile borgesiano che illuminano il suo blog (leggetevi per esempio la recensione al finto film di Alan Parker su Maradona). Invece davvero a dicembre avremo al cinema "Natale a Gomorra" e prima ancora di sapere qualcosa di più sul film e sulla sua natura, l'annuncio già dice alcune cose illuminanti su Napoli e sull'idea di Napoli. Le dice meglio di un trattato.