Se c’è un film di cappa e spada, è qui che gli attori vengono a imparare, nel cuore di Roma, una cinquantina di passi dal Pantheon. Cominciò Gino Cervi, anno 1939. Prima di essere Maigret, Alessandro Blasetti gli diede il ruolo del pittore Salvator Rosa, nella leggenda Formica, abilissimo spadaccino mascherato contro il conte Lamberto, consigliere del viceré di Napoli. Gli fece da maestro Enzo Musumeci Greco, nipote di Aurelio e Agesilao. La loro Accademia d’armi in via del Seminario, logo di Duilio Cambellotti, esiste dal 1878. Sono passati Tyrone Power per “Il Principe delle Volpi” e Orson Welles per “Cagliostro”, poi Richard Burton, Charlton Heston, Burt Lancaster.
“Questo è papà con Errol Flynn”, dice Renzo Musumeci Greco, sfilando una cornice da un mucchio di foto. È la quarta generazione dei maestri che insegnano l’arte del duello prima dei ciak. Per la Festa del cinema tiene oggi un corso intensivo di 6 ore a 12 giovani attori. “Ragazzi in attesa di qualche provino. Intanto imparano che cos’è una parata, un affondo, un passo avanti. È come quando un professore di piano insegna - che so - a fare una canzone di Battisti. Come può uno scoglio arginare il mare”.
La scherma è una successione di gesti come al piano?
“Ci sono produttori che chiamano e dicono: ahò, te damo tre giorni. In genere rispondo: vieni tu e vediamo se in tre giorni impari. Questi film scalcagnati li riconosci dal montaggio vertiginoso, inquadrature strette. Nessuno impara niente. Magari ci sono io che infilo un braccio. Quando invece abbiamo fatto Caravaggio, con la fotografia di Storaro, le lezioni sono durate tre mesi. I duelli erano senza controfigure con 100 colpi da ricordare a memoria, più la sicurezza da garantire. Per L’innocente di Visconti, 120 colpi in piano sequenza, i tempi sarebbero stati perfino più lunghi. Truccarono me e mio fratello e combattemmo. Oggi esistono i trucchi del digitale. Dalle lame di Sean Connery e Richard Gere, ne “Il Primo Cavaliere” uscivano stelle filanti, come comete. Significa che sul set non avevano niente in mano. Tutto finto. Invece Johnny Depp nel “Pirata dei Caraibi” si è mosso più lentamente e hanno velocizzato l’azione dopo”.
martedì 22 novembre 2022
Storia dei Musumeci Greco, maestri di spada degli attori
venerdì 28 ottobre 2022
La città che insegna a fare il cinema
Alessandra Rucco invece lavora in qualunque condizione, in riva a un fiume, in un bosco in Norvegia. Fa la segretaria di edizione e dice che ancora oggi, dopo vent’anni, qualcuno crede abbia a che fare con gli accenti. La dizione. Invece è il ruolo in cui si registra l’attività giornaliera del set, le sequenze, i ciak, i commenti del regista, un diario di bordo che sarà utile al montaggio. Ha scoperto il mestiere quasi per caso. Faceva la comparsa nella serie La Squadra. “Il cliché culturale - spiega - vuole che si tratti di un lavoro per donne. Forse perché serve un approccio femminile, forse per il nome”. In America lo chiamano script supervisor, Ambra Angiolini suggerisce: direttrice della continuità. Rucco ha una sua piattaforma online per la formazione, tiene corsi avanzati e per principianti.
giovedì 27 ottobre 2022
Gli anni di piombo raccontati da chi non c'era
Studiano per fare del cinema il loro futuro all’istituto Roberto Rossellini, liceo artistico con indirizzo audiovisivo. Intanto hanno portato al Maxxi e alla Festa del Cinema un prezioso lavoro, “Divergenze parallele”, titolo che parafrasa e sovverte la formula politica delle convergenze usata da Aldo Moro - con la regia di uno dei loro docenti, Massimo Franchi. Quindici anni della vita di Roma raccontati da chi passa davanti alla stele di Giorgiana Masi senza conoscere la sua storia, la sua e quella di una generazione che ha subito “un furto di tempo, dell’allegria e della speranza”, come dice Walter Veltroni, l’ex sindaco, uno degli intervistati dai tre protagonisti del film, ai quali racconta “la violenza diffusa, la sensazione che potesse sempre succedere qualcosa”, gli anni barbari, la diffusione della droga, una partita di pallone giocata ai giardinetti con uno dei futuri responsabili del rapimento di Moro e dell’omicidio della scorta. Quando la città era bianca e nera, dice la voce narrante di Tiziano Favaretto: bianca per i lacrimogeni, nere per le auto in fiamme.
venerdì 21 ottobre 2022
Nuovo Cinema Flaminio: le sale che hanno chiuso nella zona del festival
venerdì 8 febbraio 2019
Quei bravi ragazzi della Paranza dei Bambini
Quasi sessant’anni più tardi e dieci dopo Gomorra, in questa neo-ferocia ci sono pure riflessi linguistici. Da un lato la malavita si è appropriata di parole nate come innocenti - la paranza, che prima di tutto era imbarcazione da pesca, poi frittura mista di pescetti; dall’altro l’uso comune ha accolto vocaboli camorristici – le “stese” – quasi a legittimarli. Il mondo di “stese” e paranze è fatto di ragazzini che sparano a mura e serrande nei rioni nemici, per intimidire, per sfidare, dopo essersi addestrati mirando ai padelloni delle antenne satellitari sui tetti, mentre tutt’attorno i fuochi d’artificio coprono gli spari. È un mondo senza padri, senza politica, senza divise, nel quale lo Stato è la buona volontà dell’associazionismo, unico contrasto al reclutamento di nuovi delinquenti tra famiglie non affiliate, nella vasta zona grigia dei piccoli precedenti penali, dove ogni adolescente è solo, fragile e a rischio. I numeri sul fenomeno diffusi un anno fa dalla giustizia minorile nel distretto di Napoli raccontavano di 10 procedimenti per associazione di stampo mafioso fra giugno 2016 e giugno 2017, 14 per narcotraffico, 27 per omicidio, 19 per tentato omicidio, 457 per droga, in tutto 2.807 notizie di reati, in calo come numero per la depenalizzazione ma più gravi rispetto al passato. Nella sentenza con cui nell'estate 2016 veniva fissato una volta e per sempre che “esiste la paranza dei bimbi, non è un delirio o un’invenzione” (Saviano), per 43 condanne fra i 2 e i 20 anni il giudice Nicola Quatrano scrisse: “Un filo sottile ed esistenziale lega i giovani che scorrono in armi nel centro storico di Napoli per uccidere o farsi uccidere e i militanti della Jihad. Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l'unica chance per dare un senso alla propria vita e vivere in eterno”. Ora il regista Giovannesi chiarisce: “Il mio non è un film su Napoli ma sulla perdita dell’innocenza che si manifesta in ogni metropoli quando si fa una scelta criminale. Un processo raccontato dal punto di vista dei ragazzi, dei loro valori e sentimenti”.
giovedì 30 agosto 2018
Sulla pelle di Stefano Cucchi
Ora il mondo saprà di Cucchi - Cucchi Stefano, che avrebbe compiuto quarant'anni a ottobre e che invece è morto a trentuno nella stanza numero 16 al primo piano del reparto di medicina protetta all'ospedale Sandro Pertini, oltre il cancello, oltre le sbarre, rannicchiato vicino alla finestra, dicono fossero le cinque e trenta del mattino. È stata la tragedia italiana di un ragazzo e della sua famiglia che dal 2009 chiede giustizia, mentre ancora si tiene il processo d’appello bis per quella morte avvenuta sei giorni dopo un arresto: tre carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale, un maresciallo che risponde dei reati di calunnia e falso. “Non siamo riusciti a salvarti ma te lo avevo promesso che non sarebbe finita lì”, così ha scritto la sorella Ilaria qualche settimana fa sulla sua pagina facebook seguita da 270mila persone, nel giorno del lancio del trailer di Sulla mia pelle, il film sugli ultimi giorni di Cucchi diretto da Alessio Cremonini che aprirà la sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia. Il mondo saprà di Stefano perché, insieme a Lucky Red, il film è distribuito da Netflix nel suo bacino di 190 paesi: per la prima volta in assoluto sarà disponibile in streaming (dal 12 settembre) in contemporanea all'uscita nelle sale, fra le proteste delle associazioni degli esercenti. Il clima? Un mese fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini si schierava contro il ddl sul reato di tortura: “Carabinieri e polizia devono poter fare il loro lavoro. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi”.
venerdì 6 luglio 2018
Soldado, il film americano di Sollima
ROMA. Eravamo sarti raffinati e grandi musicisti, montatori, direttori della fotografia e maghi degli effetti speciali. Eravamo affidabili artigiani a cui consegnare un pezzo di film, con la certezza che Ferretti-Lo Schiavo, o Milena Canonero, o Storaro, o Moroder e Morricone, Scalia o Rambaldi avrebbero reso speciali una scena, un taglio di luce o anche solo il profilo di un alieno, il dettaglio indimenticabile del suo dito indice puntato su telefono-casa. Italians, diceva Hollywood, e si pensava a loro. Ora gli Italians reggono le macchine da presa, con una continuità e un'espansione che nel nostro cinema si erano viste raramente. "Le porte le ha aperte Gabriele Muccino una dozzina d'anni fa. Se lui non fosse andato in America, tutto questo non esisterebbe".
Stefano Sollima è l'ultimo a essersi meritato la chiamata. S'è accomodato pochi giorni fa in una poltrona dell'Amc di Marina del Rey, "la mia sala cinematografica preferita al mondo", e ha guardato in anteprima la versione finale del suo Soldado, il sequel di Sicario, giocattolino da cinquanta milioni che Hollywood gli ha messo tra le mani perché il suo viaggio partito dal male di Gomorra. La serie è stato giudicato convincente. Il film esce oggi negli Stati Uniti, noi lo vedremo a ottobre.
venerdì 24 novembre 2017
Massimo Ranieri, un Riccardo III di borgata
Ma questo Riccardo III non sarebbe quel che è senza una interpretazione monumentale di Massimo Ranieri, che a 66 anni non s’è ancora stancato di esplorare zone in cui non era mai stato prima, di tradire la facile rendita di Rose Rosse e Perdere l’amore perché, come dice seduto nel suo studio, fra dischi e locandine alle pareti, «non sono mai stato solo quella persona lì, dentro di me c’è stato ogni giorno anche un altro Giovanni Calone, io faccio l’attore e l’attore è un ipocrita. Io mi sento ancora alla ricerca di una sfumatura che non avevo mai colto finora, nell’angolo più buio e sperduto di me, altrimenti non farei questo mestiere, e dico mestiere di proposito, non professione né lavoro. Fare l’attore non può essere un impiego. Forse questo ruolo spiazzerà il mio pubblico tradizionale, pazienza, di certo mi porterà a un pubblico nuovo».
giovedì 20 luglio 2017
Il film che Troisi non riuscì a girare
sabato 4 febbraio 2017
Naples '44
Un gigantesco emporio. Un iperbolico postribolo. Un formicaio umano. Questa è Napoli, così appare a un trentacinquenne graduato dell’intelligence inglese, aggregato alla V armata americana dopo l’armistizio. "Napoli odora di legno bruciato" annota all’arrivo il 6 ottobre del 1943 sul suo diario l’ufficiale Norman Lewis. Era stato un nemico, arrivava da liberatore, se ne andrà da complice un anno dopo. Non fa in tempo ad assistere al mito delle 4 Giornate, l’insurrezione popolare contro i tedeschi, perché è ricoverato a Paestum per malaria. Scopre un popolo “ricaduto in condizioni di vita da Medioevo”. Eppure l'uomo non è schizzinoso e neppure ingenuo. Ha sposato la figlia di un giocatore d'azzardo siciliano, sollevandola con un contratto da ogni obbligo di fedeltà coniugale. L'ha salutata a Cuba e s'è arruolato per lo sbarco di Salerno. Ha viaggiato e ancora viaggerà. Diventerà il più bravo di tutti nel cogliere la complessità di Napoli e nel raccontarla.
venerdì 25 novembre 2016
Che fine ha fatto il pugilato
martedì 2 febbraio 2016
Buster Keaton e la dittatura dell'ottimismo
Benito Mussolini era presidente del Consiglio da quasi sei anni e dittatore da tre, quando nel giugno del '28 su La Stampa uscì quest'articolo firmato da Marco Ramperti, che era critico teatrale e scrittore molto molto apprezzato all'epoca: da Ojetti, D'Annunzio, anche da Pound. Ramperti fu uomo di destra senza indecisioni, pure dopo la caduta del regime. Quel che colpisce in questo suo lungo articolo, in questa sua lettura di una maschera dell'impassibilità, è la relazione che da un certo momento in avanti il Potere e la propaganda stabiliscono o provano a stabilire con l'ottimismo, con la realtà, con la rappresentazione, con la disperazione. (Ce n'è anche per Charlot).
Mi dicono che Buster Keaton, il comico che non ride mai, sia d'origine italiana. Mi stupisce. Mi spiace, anche, per il mio paese felice che possa produrre di esemplari siffatti, vero che poi li regala all'America e al cinematografo. Codesti, in verità, sarebbero gli emigranti indesirables per il paese che li esporta. E' bene per loro, come per noi, che si allontanino. Passino pure oltremare, insieme alle nuvole di tempesta, gli uomini alla cui faccia non giunge mai raggio di sole!
mercoledì 6 gennaio 2016
Non era Malafemmena
martedì 17 novembre 2015
Perché Troisi ci tolse dai guai
venerdì 6 novembre 2015
Visconti, Fellini e i giovani d'oggi
Un paio di giorni fa Sky Arte trasmetteva un documentario francese, “Visconti vs Fellini”, in cui venivano raccontati questi due mondi che si scontrarono: l’opera contro il circo; Milano contro la provincia; l’aristocrazia contro la piccola borghesia; il realismo contro la cartapesta; la disillusione contro il sogno.
giovedì 15 ottobre 2015
Com'era il futuro di Ritorno al futuro
giovedì 24 settembre 2015
Il film mai girato di Eduardo e Pasolini
lunedì 21 settembre 2015
Non è vero che risolve tutto la Tristezza
Prendiamo Inside Out. Il film, come ormai tutti sanno, è l'ultimo colpo di genio della Pixar, ed è un nuovo tentativo, forse il più riuscito, di cartoon che parla più agli adulti che ai ragazzi.





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