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venerdì 8 febbraio 2019

Quei bravi ragazzi della Paranza dei Bambini



NAPOLI. Vengono dalla strada ma dalla strada fuggono. Queste facce, questi occhi, queste vite sono cresciute dentro quartieri presi in ostaggio da codici e costumi di camorra: portarli al cinema è un modo per tenersene lontani. Sono attori esordienti, cercati fra tremila in sei mesi, perché i piccoli boss de La Paranza dei Bambini dovevano avere volti distanti dalla classica iconografia malvagia eppure venire da contesti a cui la realtà del film non fosse estranea. Un casting da neorealismo identitario per l'unico film italiano in concorso a Berlino (il 12, e poi in sala), firmato da Claudio Giovannesi, dal libro di Roberto Saviano e da lui scritto con il regista e con Maurizio Braucci; il racconto dell’ascesa incosciente e criminale di sei quindicenni disposti a rinunciare ai primi amori e all’amicizia per soldi pistole e droga, per prendersi tutto nel rione Sanità, lo stesso in cui nel 1960 Eduardo De Filippo immaginava il suo personaggio forse più controverso, quell’Antonio Barracano che si faceva sindaco d’ufficio e d’onore per tenere le dispute in equilibrio, creatore di una giustizia personale per sfiducia negli uomini e nelle istituzioni.

Quasi sessant’anni più tardi e dieci dopo Gomorra, in questa neo-ferocia ci sono pure riflessi linguistici. Da un lato la malavita si è appropriata di parole nate come innocenti - la paranza, che prima di tutto era imbarcazione da pesca, poi frittura mista di pescetti; dall’altro l’uso comune ha accolto vocaboli camorristici – le “stese” – quasi a legittimarli. Il mondo di “stese” e paranze è fatto di ragazzini che sparano a mura e serrande nei rioni nemici, per intimidire, per sfidare, dopo essersi addestrati mirando ai padelloni delle antenne satellitari sui tetti, mentre tutt’attorno i fuochi d’artificio coprono gli spari. È un mondo senza padri, senza politica, senza divise, nel quale lo Stato è la buona volontà dell’associazionismo, unico contrasto al reclutamento di nuovi delinquenti tra famiglie non affiliate, nella vasta zona grigia dei piccoli precedenti penali, dove ogni adolescente è solo, fragile e a rischio. I numeri sul fenomeno diffusi un anno fa dalla giustizia minorile nel distretto di Napoli raccontavano di 10 procedimenti per associazione di stampo mafioso fra giugno 2016 e giugno 2017, 14 per narcotraffico, 27 per omicidio, 19 per tentato omicidio, 457 per droga, in tutto 2.807 notizie di reati, in calo come numero per la depenalizzazione ma più gravi rispetto al passato. Nella sentenza con cui nell'estate 2016 veniva fissato una volta e per sempre che “esiste la paranza dei bimbi, non è un delirio o un’invenzione” (Saviano), per 43 condanne fra i 2 e i 20 anni il giudice Nicola Quatrano scrisse: “Un filo sottile ed esistenziale lega i giovani che scorrono in armi nel centro storico di Napoli per uccidere o farsi uccidere e i militanti della Jihad. Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l'unica chance per dare un senso alla propria vita e vivere in eterno”. Ora il regista Giovannesi chiarisce: “Il mio non è un film su Napoli ma sulla perdita dell’innocenza che si manifesta in ogni metropoli quando si fa una scelta criminale. Un processo raccontato dal punto di vista dei ragazzi, dei loro valori e sentimenti”.

venerdì 2 ottobre 2009

La libertà di chiedere conto

C'è qualcosa di laterale al dibattito sulla libertà d'espressione e sulla "serenità di stampa" che fin qui non era stato detto con la chiarezza messa oggi in campo da Roberto Saviano. Sdrucciolevole sul terreno dello stile, ma lucida nella sostanza, la riflessione tiene insieme berlusconismo e brunettismo, rispettivamente sorriso e ghigno di una medesima ideologia, se di ideologia è possibile parlare:
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. E' di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?

giovedì 15 gennaio 2009

Angelina Jolie e il vestito di Saviano


In tv Angelina Jolie calpestava la passerella della notte degli Oscar
indossando un completo di raso bianco, bellissimo. Uno di quelli su misura, di quelli che gli stilisti italiani, contendendosele, offrono alle star. Quel vestito l'aveva cucito Pasquale in una fabbrica in nero ad Arzano. Gli avevano detto solo: «Questo va in America». Pasquale aveva lavorato su centinaia di vestiti andati negli Usa. Si ricordava bene quel tailleur bianco. Si ricordava ancora le misure, tutte le misure. Il taglio del collo, i millimetri dei polsi. E il pantalone.
(Roberto Saviano, Gomorra)