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venerdì 15 dicembre 2017

La linea verticale: di un tumore si deve parlare

Di un tumore si deve parlare. Di un tumore si deve ridere. Prendiamo Luigi, quarantenne, una bimba
piccola, una moglie incinta. Quando scopre d'essersi ammalato - una massa al rene da asportare -
immagina un bel funerale laico fatto di amici spiritosi, perché in quelli cattolici non ci si concentra
abbastanza, la musica dell'organo distrae. La storia di Luigi vive attraverso la faccia magistrale di Valerio Mastandrea nella serie La linea verticale, otto episodi da 30 minuti, programmati due per volta ogni sabato, in prima serata su Rai3 dal 13 gennaio.

La storia di Luigi è quella capitata a Mattia Torre, uno degli autori di Boris, qui sceneggiatore unico e regista. "Da un giorno all'altro mi sono trovato di fronte a una diagnosi grave. Vedrai, mi dicevano, alla fine scriverai una grande cosa e io rispondevo: ma no, davvero, non ci penso proprio; e invece questo mondo dentro cui sono finito, si è rivelato interessante. Un reparto d'eccellenza della sanità pubblica. L'eccellenza commuove, arriva come un brivido".

Quando Mattia Torre racconta di sé, gli viene da parlare di Luigi. Un po' dice io, un po' dice "il mio personaggio". Cerca le parole giuste per rispondere, al tavolo del suo studio nel centro di Roma tocca la barra spaziatrice della tastiera e il computer restituisce un monologo di Luigi. "Mi spiace per lo spoiler - mormora - ma io da solo forse non ce l'avrei fatta a dirlo. Ho scritto un romanzo (per Baldini&Castoldi, da oggi in libreria, ndr) ma in terza persona, perché penso che la sovraesposizione del sentimento sia controproducente. Volevo farne un lavoro teatrale, poi Lorenzo Mieli di Wildside mi ha convinto, l'episodio pilota mi ha divertito ed è nata una serie che in Italia non ha riferimenti. Un'opera giocosa, festosa, senza angoscia. Spero che emozioni".

Mastandrea è perfetto. Cosa c'è di lei e della sua esperienza in quel volto?
"Valerio è un mio amico, veniva a trovarmi, sedeva accanto a me. Quando sul set abbiamo ricostruito
meticolosamente il reparto, ci è toccato un doppio shock, stavolta a parti invertite. È il suo occhio che
comanda, non le sue battute, il suo sguardo empatico, tragicomico, la sua condizione di pesce fuor
d'acqua. Volevo girare un medical al contrario, dalla parte di pazienti che si confrontano sull'emoglobina e di questo uomo che si aggrappa alla moglie e al primario Zamagna, visto quasi come un semidio. Un mondo alla Spike Lee. Vittorio Sermonti era stato prima di me in quel reparto e mi diede un consiglio. Lasciati andare, mi disse, a un abbandono vigile. Consegnati con fiducia a chi ti cura, ma ogni tanto getta un occhio alla cartella clinica".

E questo abbandono vigile che mondo crea?
"La malattia in ospedale non c'è. È come annullata. Perché lì dentro stai male alla pari degli altri, e dunque si produce una normalizzazione in cui prendono corpo il cazzeggio e il calore umano. Prima di entrarci, ti immagini un reparto di urologia oncologica come un epicentro di sofferenza. Invece se dimenticassi quanto stavo male, potrei finanche dire che mi sono divertito come un pazzo. Certe relazioni restano per sempre".

Nel primo episodio Luigi dice che la nota comica rende il dolore ancora più insopportabile.
"È l'iperbole di un dialogo. Però ora mi domando se inconsciamente non avesse un significato che non avevo colto. Il lato ludico e ironico di questa esperienza è stato per me un salvagente. Il mio compagno di stanza, un architetto elegantissimo, ogni tanto diceva di non sentirsi le gambe. È uno degli effetti della terapia. Eppure quando chiedeva spiegazioni, spuntava questo medico che aveva sempre la stessa risposta. Sono i vasi, ripeteva. Per noi è diventata una gag. Sono i vasi, era una spiegazione che facevamo andar bene per tutto, e ci capitava di riderne fino alle lacrime, col rischio che saltassero i punti. Nessuno potrebbe immaginarlo. Un reparto di oncologia è un curioso mondo in cui regna un'eguaglianza commovente, alla fine provi una specie di sindrome della montagna incantata, trovi che sia un luogo ideale, non vuoi lasciarlo".

Si sta peggio fuori?
"Ho avuto un crollo quando sono tornato a casa, come capita ai reduci del Vietnam a cui all'improvviso hanno portato via le coordinate. Fuori è più complicato, ti senti solo, non c'è più un campanello da suonare di notte, sei espulso da quel mondo rassicurante fatto di leggi proprie in cui ciascuno cerca la salvezza. Avverti la paura che provano gli altri, quelli che ti stanno attorno. In ospedale la paura non c'è. Il medico non ne ha, l'infermiere non ne ha, sono figure assuefatte alla paura, l'hanno esclusa dal loro ambito professionale. Ma fuori, appena sei fuori, percepisci questo sentimento umano, carino, apprezzabile, eppure goffo".

Un sentimento inopportuno, vuole dire?
"In ospedale ti senti un soldato accanto agli altri, poi esci e ti accorgi che la guerra vera sta lì, lontano dal fronte. Io ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con l'assistenza di una comunità di amici molto presente. Mezzo cinema italiano era intorno a me, e non essendo io un volto popolare, alla fine in reparto si domandavano chi davvero fossi. Perciò sono felice di aver trasformato questa disavventura in un progetto culturale, qualcosa di ironicamente sociologico".

Cos'è che vuole sentirsi dire un ammalato?
"Una verità che ho appreso è che se ne deve parlare. La cosa più dolorosa è la discrezione degli altri, la prudenza che diventa vigliaccheria sentimentale, il silenzio di chi ha paura di ferire. Invece è bello sentirsi chiedere: come stai? come va? Trattare il cancro come una cosa tra le altre. È una malattia spaventosa, diffusa ma curabile. Deve entrare nel nostro vocabolario. Non è un suono da cui lasciarsi spaventare. All'inizio avevo pensato di giocare su questa parola tabù che ci appartiene, questa sorta di censura che applichiamo al linguaggio evitando di pronunciarla. Pensavo di sovrapporre un bip ai dialoghi, come per le parolacce, ma con le musiche l'effetto peggiorava. Mi sono detto, lasciamola. Era fico andare dritti e pronunciarla".

"Conta la testa" insiste il cappellano del reparto. Lei ci crede che è così?
"Ci credi perché non sai quale sia la ricetta. Il primo passo è l'abolizione della paura. La paura ti mangia, non serve a niente. La vita è una faccenda complessa. Puoi salutare un amico, un attimo dopo attraversare la strada e finire sotto un tram, oppure campare venti anni da paziente terminale. Autocondannarsi allora è ridicolo. Questa tendenza a vivere con la paura addosso va contrastata più possibile. La linea verticale è la possibilità di stare in piedi, dritti, vivi. In orizzontale si muore".

La linea verticale è anche la rabbia che nel reparto ognuno scarica sul gradino inferiore della gerarchia. Esiste una rabbia del paziente?
"Emerge di notte, non si può separare dal percorso, ed è un sentimento interessante se non diventa ingestibile. Luigi trascorre 21 giorni in ospedale. Sono tanti. Le tensioni aumentano. Ma senza fare una didascalica morale, la malattia è un'occasione di rinascita, come ogni altra crisi. Può essere preziosa se non distrugge. Penso a un divorzio. Le crisi hanno una carica vitale. Io ne sono uscito più coraggioso. Ho fatto cose che mi avrebbero spaventato, come scrivere una serie da solo e dirigerla".

Torre, davvero si può ridere di tutto?
"Non lo so, ma so che la commedia può essere uno strumento per raccontare tutto. La risata è un mistero. Può essere piacevole, può essere un istante di abbandono, può essere una forzatura. La commedia salva la possibilità di affrontare argomenti seri senza diventare ridondanti".

E dopo la malattia, dopo, qual è lo spirito con cui si sta al mondo?
"Si torna a vivere con un senso del desiderio più chiaro. Capisci cosa davvero conta per te. È una cosa banale, eppure a volte sfugge. Cosa voglio veramente? Chiederselo e realizzarlo. Mia moglie lavorava in televisione, poi ha mollato tutto ed è diventata ostetrica a trent'anni. Ecco, io ora posso dire con certezza che senza questo tumore, sarei senz'altro morto".

(Il Venerdì, 8 dicembre 2017)

lunedì 24 luglio 2017

Il racconto del calcio secondo Adani

MILANO. Siamo pieni di allenatori che vorrebbero fare i titoli e di giornalisti che vorrebbero fare le formazioni, abbiamo avuto Vittorio Pozzo che era insieme c.t. e inviato per La Stampa, ma quando Daniele Adani ha detto no a Mancini per rimanere in tv, stava chiudendo un cerchio. Un uomo venuto dal campo che al campo preferisce le parole. Le telecronache, lo studio e pure le interviste, come quella a De Rossi, tra le più belle dell'anno. Su una poltroncina rossa nella sede di Sky a Rogoredo, parla di sport travolto da passione. "Da ragazzo non mi dedicavo tanto alla scuola, mi distraeva dal calcio, e quello sì che invece lo studiavo. Giocavo e cercavo di capire il perché di un movimento, di una posizione del corpo. Ho imparato nel mio paesino e in serie A. Ho imparato cose pure da gente che non stimo".

giovedì 9 febbraio 2017

Sanremo e la scomparsa delle canzoni nonsense

Le Figlie del Vento (Sanremo 1973)
Sul palcoscenico vetrina del festival della Nazione, sfila la galleria completa di quel che l'Italia sente di essere diventata. C'è il più classico dei presentatori di oggi, c'è la più teen delle signore della tv, ci sono i reucci della canzone di ieri, i rapper più rassicuranti di cui disponiamo, gli emergenti, gli emersi, i riemersi, i sommersi, i dispersi. I divi ingaggiati per campagne di solidarietà. Il campione del pallone. Lo spacco che spacca le donne. Insomma ci siamo tutti. Proprio tutti. Quasi tutti. Mancano i figli di Piripicchio e Piripicchia.

sabato 12 novembre 2016

Fatelo voi, l'allenatore


Quando Vialli si alzò dalla panchina all'ultima giornata, battuto per 3-2 dal Gillingham, in cuor suo sapeva già come sarebbe andata a finire. Elton John non era più presidente del Watford da diciotto giorni e quelli dopo di lui gli avrebbero fatto pagare le diciannove partite perse in un anno. Contratto risolto. I giornali italiani scrissero che gli offriva un posto la Reggina. Vialli rispose come Bartleby lo scrivano, preferisco di no, sono passati quattordici anni e il momento giusto non è tornato ancora. Si sta più comodi sulla sedia che nel frattempo gli ha dato Sky: undici allenatori di serie A su venti guadagnano meno di lui e non c'è sconfitta che possa fargli del male.

lunedì 7 marzo 2016

Luciana Littizzetto


Questa donna che fa colazione alle nove del mattino nella camera di un hotel romano in via Veneto non è "la Littizzetto": non è la maschera del Walter, della Jolanda, di Ruini-Eminence, non è la guastatrice che invita Belén a "darla via in beneficenza". Il vassoio è adagiato su un pouf in un angolo. «Un conto è far satira da Fazio, aggredire, essere caustica con i potenti; un altro è confrontarsi con le persone comuni». Ballerini rock di settant'anni, un padre e un figlio giocolieri, i due ragazzini che cercano di battere il record di lunghezza di un bacio in tv, quelli che tagliano le zucchine con un drone, la band musicale che suona con le parti intime. È il pezzo di Paese che cerca un'occasione, passato sotto i suoi occhi per le audizioni di (programma prodotto da FremantleMedia che dal 16 marzo va in prima serata per dieci mercoledì su Tv8). Giudici: Claudio Bisio, Frank Matano, Nina Zilli e lei, la donna italiana sulle cui spalle strette noi del pubblico abbiamo gettato come una condanna il dovere di dissacrare ogni cosa.

venerdì 19 febbraio 2016

I tasti leggeri di Ezio Bosso



BORDIGHERA. L’UOMO che ha stupito il festival è un italiano che gira il mondo in carrozzina e domani dirigerà la Lithuanian Orchestra a Vilnius. Non aveva mai inciso un disco. È arrivato all’Ariston e i telespettatori sono passati da 11 a 13 milioni. Si è svegliato in testa alla classifica di iTunes col suo esordio ( The 12th room), ha acceso il pc e ha trovato 145 mila persone in più iscritte alla sua pagina Facebook. Ezio Bosso dal 2011 fa i conti con una malattia neurodegenerativa che agisce sui neuroni. Mercoledì era all’Ariston, suonava e sorrideva, mentre la violinista dell’orchestra in un angolo piangeva. Seduto ai bordi di una piscina a Bordighera, maglia scura e foulard coloratissimo, la mattina dopo racconta una rivoluzione. Fuma un paio di sigarette. È un uomo sereno. "Forse esiste un bisogno di ascoltare cose meno urlate e più sincere. Forse esiste una necessità di sentirsi meno Superman. Ai miei concerti vengono ragazzi giovani e anziani. Non è vero che la gente non va a sentire Bach e Chopin. C’è qualcuno a cui fa comodo raccontarlo, per paura che i giovani si accostino a certi autori. La musica è un’azione condivisa. Uno come me deve togliere la paura che ne esista di noiosa".

lunedì 15 febbraio 2016

La crisi dei comici a Sanremo

I coniugi Salamoia
Comico una volta voleva dire qualcosa. Senza spingersi fino a Bachtin e Bergson, basterebbe fermarsi alle parole che Benigni consegnò nel 2002 a questo stesso palco, chiudendo così una vigilia di polemica politica segnata dalle proteste della destra per la sua presenza: «I comici infrangono le regole, fanno quello che gli pare, sono viziati come bambini, ricchi d'amore, si farebbero ammazzare per quello che amano. Contrabbandieri senza licenza. Hanno il potere di far ridere e piangere: il potere più grande del mondo. Non li si può imprigionare». Figurarsi se a mettergli le manette è la banalità.

venerdì 12 febbraio 2016

Il valletto Gabriel Garko

DONNE, eccola qui l'attesa rivincita. In coda a una lunga galleria riempita un anno da Manuela Arcuri e un altro da Elisabetta Canalis, all'edizione numero 66 il festival abbraccia le pari opportunità e offre in pasto all'Italia il valletto perfetto. Un bambolo da sogno. Alto, moro, davvero troppo in tutto. Cosa volete che sia se poi non riesce a leggere il gobbo. Gabriel Garko, anno 2016, il rovesciamento di un cliché.
Il bambino che voleva diventare Mastroianni adesso passa per una specie di Valeria Marini. Quando il rilevatore Auditel registra il picco di ascolti della prima serata alle 23 e 41, nell'attimo cioè in cui non canta nessuno, mentre Garko sta presentando Rocco Hunt, tutto diventa chiaro. L'Italia è radunata lì per vedere quello che combina. Del resto il record d'ascolti una volta lo fece il segnale orario.

mercoledì 20 gennaio 2016

L'inviato non nasce per caso

«NON li prendono più, non li prendono più», urlò nel microfono dal lago di Lucerna, il Rotsee, e noi da casa scoprimmo gli Abbagnale. Era il 1982, l'anno di Pablito, ma pure dei "fratelloni". Gian Piero Galeazzi era stato fino a quel momento la voce del tennis in Rai e l'uomo che dall'Olimpico ci aveva dato per primo la notizia degli arresti per lo scandalo del calcio scommesse. Il canottaggio sarebbe diventato il territorio delle sue gioiose intemperanze: «Non c'è più tempo per morire» urlò sempre agli Abbagnale un'altra volta. In questo libro ci sono i testi delle sue telecronache, le incursioni negli spogliatoi dopo gli scudetti, i duetti con Agnelli. E l'incontro con Mara Venier, che «praticamente sconvolse tutti i miei programmi».
(la Repubblica, 29 gennaio 2016)

mercoledì 15 luglio 2015

Mettete Napoli nei vostri docu-reality

Una volta era più facile. C’erano i film e c’erano i documentari. Non esisteva la minima possibilità di confondersi. Nei film si recita una storia, con i documentari si diffonde la conoscenza. A parte qualche incertezza teorica iniziale sui Lumière e sulle loro riprese dell’uscita degli operai dalle officine, la distinzione è stata presto netta: quelli di Murnau sono film, quelli di Flaherty sono documentari. Nel ’43 per i documentari l’Academy istituisce anche l’Oscar, e in corsa ne troviamo di firmati da John Ford e da Frank Capra, ma dubbi sulla loro natura non ce ne sono. Dovendolo spiegare a un bambino di cinque anni, in un documentario non ci trovi le attrici. Lo so, vi state chiedendo che cosa c'entra Napoli.

lunedì 6 luglio 2015

I trucchi di Silvan

Questo è l'uomo che ha tagliato in due Raffaella Carrà e che ha indovinato quanti dollari aveva in tasca Reagan. Quanti anni siano trascorsi non importa. Se non li conta lui, perché dovremmo farlo noi. «Un mago non ha età». Di diverso c'è che adesso nel suo show le donne le taglia in otto parti, gli attrezzi di scena sono in titanio anziché in ferro e i soldi in tasca li conta col pensiero ai cardinali. «Sodano mi ha detto: "Tu sei il diavolo". Ravasi era ammirato». Invece è sempre uguale il pubblico di Silvan, che domani a Rimini apre con i suoi numeri il Festival internazionale della magia. «Finché sulla terra ci saranno due uomini, uno farà il prestigiatore per stupire l'altro. Essere mago significa creare l'impossibile praticando un'arte antica».

venerdì 28 novembre 2014

Viaggio nell'Italia del talento e dell'impegno


Eppure da qualche parte c'è ancora della passione dentro cui scavare, una voglia di darsi, di darsi totalmente al proprio lavoro, perché “avere memoria e raccogliere il bene prezioso delle buone pratiche”, come dice a un certo punto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, “renderle attuali attraverso l’apertura mentale e la visionarietà, è il nostro patrimonio più grande”. Dov’è finita l’Italia del talento e dell’impegno. È questo il senso del viaggio compiuto da Franco Marcoaldi, giornalista poeta e scrittore, in compagnia di una camera e della sua curiosità. Su e giù, dal nord al sud, a riprendere nella loro quotidianità sei protagonisti della vita e della cultura del nostro Paese. È nata così la serie che si chiama “Grand’Italia” (prodotto dalla Clipper Media di Sandro Bartolozzi, regia di Simone Aleandri), dal 2 dicembre ogni martedì alle 21.30 su RaiStoria (canale 54 del digitale terrestre). Un reportage di anime, un taccuino di pensieri luminosi e desideri intatti, un itinerario da cui è espulsa la noia. Franco Marcoaldi lo chiama un “piccolo contravveleno in un Paese così depresso scorato e confuso”. Se il viaggio in Italia è stato materia letteraria per Piovene e Ceronetti, e poi Terzani e Rumiz, spunto di indagine per Pasolini e Soldati, in questi piccoli film di mezz’ora è il pretesto, dice Marcoaldi, “per far conoscere al pubblico della tv e per portare alla loro attenzione figure che a me pare possano essere un esempio, per il loro talento, per il loro contrasto alla sciatteria e al cinismo da cui siamo circondati”.

lunedì 17 giugno 2013

La prova dell'otto di Caterina Guzzanti


Comica non si nasce. «Non ero divertente a scuola, non ero divertente con gli amici, non mi piaceva stare al centro della scena». Comica, a volte, non sai neppure come lo diventi. «Io, in realtà, volevo fare la veterinaria. Raccattavo animali in giro, portavo a casa gatti malatissimi. Ho avuto un rapporto assai stretto con l'antimicotico. Ne ricordo uno che usava mia nonna, me lo spalmava addosso, da bambina ero sempre viola». Nel giardino del museo Maxxi, sotto il sole della primavera di Roma, Caterina Guzzanti, trentasette anni appena compiuti, quasi non ricorda come sia finita dentro questo gorgo che ormai maneggia con padronanza.

giovedì 20 settembre 2012

Terranova, la faccia di Caruso


Lì dove il mare luccica e tira forte il vento, Enrico se ne sta sdraiato a letto senza forze. Perde la voce e perde la vita, che per lui sono una cosa sola. Lui che era partito cantando nei ristoranti di Napoli e nelle rotonde sul mare per arrivare alla Scala di Milano e al Metropolitan di New York. Era un carrozziere e diventa una leggenda che cammina, cambia la musica senza che il mondo se ne accorga, il primo a vendere un milione di dischi nell'era dei grammofoni, quando gli altri tenori snobbavano le incisioni. Vesti la giubba e la faccia infarina, ridi pagliaccio, Caruso è una star. Si spegne con un primo piano della sua faccia davanti al golfo, mentre tiene la mano della seconda moglie, l’americana Dorothy, e sotto lo sguardo della prima, Ada Giachetti, che lo aveva tradito con l’autista di famiglia e poi fatto causa per togliergli figli e soldi. Una vita inzuppata dal dramma, la madre che muore e si fa giurare dal piccolo Enrico che avrebbe studiato canto, il padre alcolizzato che fa da ostacolo ai sogni, una cognata che lo amerà fino alla fine in silenzio. Una storia così si scrive quasi da sola.

venerdì 4 maggio 2012

Troisi e la segreteria di Verdone

C'è un monologo inedito di Massimo Troisi nascosto in mezzo a un mucchio di cassette. La voce è conservata in un vecchio nastro di quelli che si arrotolavano con le matite, non c'è nessuno al mondo che li usi più. "Sta lì, in quella pila, in mezzo alle altre decine e decine". Senza un'etichetta. Tutte uguali. "Chissà qual è. Devo avere un po' di tempo per cercare quella giusta". La casa romana di Carlo Verdone è piena di piccole gemme così. "Ne ho una con Fellini che mi chiama, in un'altra ho ritrovato la voce di mio padre. Niente di macabro. È che registravo e conservavo musica negli anni Ottanta, avevo l'abitudine di accumularne veramente parecchia. Poi ogni tanto capitava che mi finisse la cassetta della segreteria telefonica e non ne avessi una bianca, allora dovevo per forza riciclarne una usata". Successe pure la sera che a casa Verdone chiamò Troisi, e adesso servirà un'operazione di archeologia sonora per individuare la Basf giusta con il monologo che nessuno ha mai ascoltato. Uno scherzo fatto all'amico Carlo. "Stavo andando a casa sua, Massimo sapeva che aspettavo una telefonata importante e che da me avrebbe risposto la segreteria. Si mise là e me la scaricò. Parlando di fila per 30 minuti con un nastro. Diceva: Carlooo... egghià Carlo... rispunne... lo so che staje là... Carlooo... e dai Carlo nun fa accussì. Mezz'ora di seguito. Ma lo fece con una padronanza della voce, con una variazione di toni e di sfumature, da altissimo teatro. Tanto che l'ho conservata per tutti questi anni. È una lezione di recitazione". Prima ancora si trattava di una vendetta. Verdone racconta: "La settimana prima uno scherzo glielo avevo fatto io. Camuffai la voce e dissi che chiamavo da parte del sindaco di Trieste, mi presentai come l'assessore alla cultura e con una proposta: cento milioni di lire dell'epoca per alcuni monologhi. Lui all'inizio non rispondeva, io andai avanti, lui alzò il telefono, e per cinque minuti ci cascò pure. Poi mi venne da ridere, mi riconobbe. Disse: nun te preoccupa', poi ci pens'io".

sabato 25 giugno 2011

Tovarish Colombo

[da Roberto Gritti, Post comunismo e media, ed. Meltemi]
"L'introduzione dell'intrattenimento di stile occidentale rispondeva dunque a due imperativi dei regimi comunisti: tentare di manipolare la cultura di massa capitalistica e rispondere a una diffusa domanda sociale in favore di una quotidianità più sopportabile. Ma nel lungo periodo l'introduzione sempre più massiccia dei programmi occidentali finì per elevare le aspettative sociali e ridurre al contempo le possibilità di manipolazione.
Esemplare fu quanto accadde in Bulgaria. Nel 1973 il programma di gran lunga più popolare nel Paese era "Il tenente Colombo", interpretato da Peter Falck. Improvvisamente la tv di Stato esaurì gli episodi disponibili sul mercato e si scatenò la protesta del pubblico.
Per porre rimedio alle contestazioni, la televisione di Stato dovette mandare in onda una dichiarazione in bulgaro letta da Colombo/Falck in cui si rassicurava il popolo che presto sarebbero stati disponibili nuovi episodi e che l'attuale vuoto non era dovuto alla "cattiva" volontà del governo comunista".

venerdì 10 giugno 2011

Su una cosa così tfm avrebbe scritto cose splendide*

Felicity Huffman, la Lynette Scavo delle Casalinghe Disperate (la più brava, va detto), è andata al festival della tv di Montecarlo, e lì candidamente s'è lasciata scappare che il prosieguo della serie è in discussione. Pare che il telefilm abbia perso il 50% dei suoi spettatori, le attrici hanno firmato un contratto per altri due anni, ma forse non si andrà oltre l'ottava stagione. Ora è in trasmissione la settima, ed effettivamente l'idea di mandare in dialisi Susan dà un po' il senso di una deriva Sentier-beautifulesca. Eventualmente, dice lei ai giornali francesi, mi metto a fare la casalinga. Sarebbe il primo caso in cui il ruolo inghiotte l'attrice. Come se De Niro si mettesse a guidare i taxi perché nessuno vede più i suoi film.

[Tfm è il mio spacciatore ufficiale di notizie su serial, tv, musica e ora anche su Fvance: e anche grande appassionato di tennis, giuro]

mercoledì 20 aprile 2011

Lo scopriremo solo vivendo

I dati più affascinanti per studiare la società italiana sono quelli della tv. Un anno fa, per esempio, Il Sole 24 Ore pubblicò l'elaborazione di uno studio secondo cui il record di teleconsumo apparteneva alla Calabria, 4 ore e mezza in media al giorno davanti alla tv, poi venivano Basilicata e Puglia. Ultimo posto: Trentino Alto Adige. C'era un'ora e mezza di differenza al giorno. 
Erano molti i dati interessanti. Per esempio Canale5 batteva Rai1 come canale generalista più seguito solo in 5 regioni, tra cui Piemonte-Lombardia-Veneto. E poi era bello il dato sulla Valle d'Aosta, dove si evinceva un uso young della tv: canale più visto Italia1 e sul satellite Raisat Yo Yo. A proposito di canali sat in 10 regioni su 20 il più visto era un Kid Channel (Boing, Yo Yo, Rai Gulp, Disney).

giovedì 10 marzo 2011

LUnità d'Italia secondo Pippo

Il barman dell’unità d’Italia. “Che cocktail di storie e di passioni, quegli anni. Il romanzo più bello che si possa scrivere. Io dovrò solo prendere tutta la materia e shakerare”. Bianco, rosso e Pippo Baudo, il Risorgimento arriva in prima serata Rai. La storia e l’intrattenimento, la formula che più gli sta a cuore, già frequentata in passato con Giorno dopo giorno, Novecento, I migliori anni. Spettacolo e riflessione insieme, “un’impresa, una difficoltà pazzesca” come dice lui, ora che è al cinquantaduesimo anno di televisione e che in televisione vede sempre più spesso passare “soltanto un divertimento lepido ed epidermico, mai di sostanza”. Una sfida alta, altissima, improvvisamente avvolta d’aria nuova dopo il Benigni passato a Sanremo a cavallo dell’inno di Mameli. “Una cosa inattesa. Come se improvvisamente gli italiani, sbandati e senza più punti di riferimento, si stessero ritrovando intorno al valore del tricolore, ma non come valore formale. Questo è un Paese che si sta spezzettando, bisogna impedirlo. L’unità d’Italia come concetto è antecedente alla sua realizzazione, non è del 1861, ma era già nella mente di Dante Alighieri, di Petrarca, di Foscolo. Che poi fosse politicamente divisa in Stati e staterelli, non conta. Era una situazione contingente”.

mercoledì 2 febbraio 2011

Dal primo momento che ti ho visto

C'era uno sceneggiato negli anni '70 - ma in realtà non era uno sceneggiato, non saprei come chiamarlo, era una cosa fra il varietà e lo sceneggiato - con Massimo Ranieri e Loretta Goggi, in cui lui faceva il riparatore di tv. O era un idraulico, boh. Bussava alla porta di lei, e insomma già dal titolo si capisce quel che succede: Dal primo momento che ti ho visto.