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mercoledì 21 dicembre 2022

Il Marocco di Centocelle

È nelle apparenti minuzie che si costruisce una casa comune. Un piatto di polenta, per esempio. Le donne cattoliche la prepareranno senza salsiccia e dalla moschea porteranno il cous cous, come accade da tre anni nella domenica del mercatino di Natale, alla parrocchia San Felice da Cantalice. È davanti alla facciata di questa chiesa a forma di capanna che mezzo secolo fa passeggiava l’Accattone di Pasolini, appoggiando il braccio sinistro sulle spalle di Stella, “lo sai che io già te vojo bene, me pare che pure te c’hai bisogno d’un conforto”. Centocelle era margine, era un ciglio di Roma, dieci anni prima c’era venuta la regina Elisabetta in visita e durante la guerra i partigiani avevano insediato un comando sotto il pergolato dell’osteria in piazza Mitri. Era il tempo in cui Sergio Citti diceva che i Parioli sono “er contrario de’ ‘e borgate”

Ora le borgate sono periferie, si somigliano tutte, sul retro di San Felice hanno dipinto un murale di Baglioni - “strada facendo, vedrai | che non sei più da solo” - perché da ragazzetto veniva a suonare la chitarra in chiesa. La parrocchia di frate Mario Fucà è diventata il centro di un corpaccione che fa 54 mila abitanti, il 18% stranieri. Se domani il Marocco dovesse aggiungere un’altra perla al suo storico Mondiale, se un gol in Qatar dovesse far ballare di nuovo tutti all’angolo di via degli Aceri, allora domenica la polenta col cous cous sarà nei piatti quando mancheranno poche ore alla finale, e a Centocelle saranno tutti sotto una stessa bandiera. Il centro di Roma è lontano 7 km. Nel 61 era un viaggio. Ora che il mondo ti entra nella vita con un telefonino, sono sei fermate di metro C che Accattone non aveva. Alla Casa del popolo in via delle Acacie, Teresa Mecca racconta dei corsi di italiano per adulti, stranieri e immigrati. “Si sono iscritti in trenta”, dice, “anche egiziani, tunisini, una siriana”. L’ambizione è aprire uno sportello che fornisca assistenza non solo burocratica, ma di partecipazione civica. “Forse le comunità sono distanti - dice frate Mario - forse non sono tutte rose e fiori, ma esiste un affiatamento tra le persone che costruiscono ponti e aggregazione. Qui non ci sono mai stati episodi di intolleranza, neppure di rifiuto reciproco. Se vogliamo vivere in pace, dobbiamo scommettere sulla valorizzazione della diversità. Mi pare che la comunità musulmana gradisca quest’attenzione”. 


martedì 22 novembre 2022

Storia dei Musumeci Greco, maestri di spada degli attori



Se c’è un film di cappa e spada, è qui che gli attori vengono a imparare, nel cuore di Roma, una cinquantina di passi dal Pantheon. Cominciò Gino Cervi, anno 1939. Prima di essere Maigret, Alessandro Blasetti gli diede il ruolo del pittore Salvator Rosa, nella leggenda Formica, abilissimo spadaccino mascherato contro il conte Lamberto, consigliere del viceré di Napoli. Gli fece da maestro Enzo Musumeci Greco, nipote di Aurelio e Agesilao. La loro Accademia d’armi in via del Seminario, logo di Duilio Cambellotti, esiste dal 1878. Sono passati Tyrone Power per “Il Principe delle Volpi” e Orson Welles per “Cagliostro”, poi Richard Burton, Charlton Heston, Burt Lancaster.
“Questo è papà con Errol Flynn”, dice Renzo Musumeci Greco, sfilando una cornice da un mucchio di foto. È la quarta generazione dei maestri che insegnano l’arte del duello prima dei ciak. Per la Festa del cinema tiene oggi un corso intensivo di 6 ore a 12 giovani attori. “Ragazzi in attesa di qualche provino. Intanto imparano che cos’è una parata, un affondo, un passo avanti. È come quando un professore di piano insegna - che so - a fare una canzone di Battisti. Come può uno scoglio arginare il mare”.
La scherma è una successione di gesti come al piano?
“Ci sono produttori che chiamano e dicono: ahò, te damo tre giorni. In genere rispondo: vieni tu e vediamo se in tre giorni impari. Questi film scalcagnati li riconosci dal montaggio vertiginoso, inquadrature strette. Nessuno impara niente. Magari ci sono io che infilo un braccio. Quando invece abbiamo fatto Caravaggio, con la fotografia di Storaro, le lezioni sono durate tre mesi. I duelli erano senza controfigure con 100 colpi da ricordare a memoria, più la sicurezza da garantire. Per L’innocente di Visconti, 120 colpi in piano sequenza, i tempi sarebbero stati perfino più lunghi. Truccarono me e mio fratello e combattemmo. Oggi esistono i trucchi del digitale. Dalle lame di Sean Connery e Richard Gere, ne “Il Primo Cavaliere” uscivano stelle filanti, come comete. Significa che sul set non avevano niente in mano. Tutto finto. Invece Johnny Depp nel “Pirata dei Caraibi” si è mosso più lentamente e hanno velocizzato l’azione dopo”. 

domenica 30 ottobre 2022

Il gol che Turone non ha smesso di segnare

La stringa su Google restituisce 893mila risultati. Dopo 41 anni il gol di Turone è vicino a essere segnato un milione di volte - ovviamente: in rete. Anche se non è stato segnato mai, anzi, è stato segnato ma è stato pure annullato. È il non-evento più famoso nella storia del calcio italiano perché è più di un’azione da moviola, di una polemica, di uno scudetto svanito. È un modo di vivere il calcio, di averlo addosso come una camicia. È un trauma ironico, e forse neppure basta. “È una grande metafora per raccontare la città”, secondo Giannandrea Pecorelli, la mente di Notte prima degli esami e adesso produttore di un documentario su quel fatale 11 maggio 1981: Er gol de Turone era bono passa oggi alla Festa del cinema, con la regia di Francesco Miccichè e Lorenzo Rossi Espagnet.

Cosa accadde quel giorno si sa. Il guardalinee Giuliano Sancini, negoziante di abbigliamento sportivo e articoli da regalo a Bologna, annullò per fuorigioco il gol che avrebbe dato alla Roma di Liedholm il suo scudetto con due anni d’anticipo. Giusto, sbagliato, e chi lo sa. Carlo Sassi alla Domenica Sportiva non riuscì a stabilirlo in modo definitivo, il martedì la Gazzetta scriverà che “alla moviola è parso regolare”. Tutti a Roma sanno dov’erano e cosa facevano, quella domenica. Di questo si occupa il film, “di come una città - spiega Pecorelli - si lega a un fenomeno, il calcio, di come continua a vivere un episodio accaduto nel 1981 come se fosse ieri”. Con un registro ironico e brillante, con le testimonianze di Falcao, Pruzzo, Prandelli, Marocchino, di arbitro e guardalinee, di tifosi noti e soprattutto tifosi comuni. L’ambizione di “Er gol de Turone era bono”, spiega Pecorelli, è quella di ritrarre “una giornata particolare del tifo, l’attesa, la preparazione, l’esodo senza charter”, fino al dopo, quando Vanzina dice che nasce la leggenda del romanismo piagnone.

venerdì 28 ottobre 2022

La città che insegna a fare il cinema

Hanno i badge tra l’azzurro e il blù, e sono ovunque, con i bloc notes, le macchine fotografiche, i microfoni. Guardano, fanno domande, studiano il cinema e i suoi processi. Molti vengono da fuori Roma, affittano una camera, sognano di farcela. La Festa parla a loro in molti modi, mostrando pure quei mestieri che non sono in superficie, la macchina nascosta, non meno affascinante. Roma Lazio Film Commission ha aperto ieri il suo CineCampus Atelier di formazione con una lezione di Francesco Di Stefano sul mestiere del montatore, “un mestiere dimenticato - ha detto alla saletta piena di studenti - una figura che viene data per scontata”. Ha lavorato a “Freaks Out” e alla versione Director’s cut de “La grande bellezza”. Insegna che il montaggio è “come la cucina, gli ingredienti sono quelli, ognuno prepara il piatto a modo suo. Un film si monta in molti modi”. Avverte che bisogna avere un buon carattere, disporsi a mediazioni, entrare in sintonia fisica con il girato, come Walter Murch che lavora in piedi, perché ondeggia mentre monta.

Alessandra Rucco invece lavora in qualunque condizione, in riva a un fiume, in un bosco in Norvegia. Fa la segretaria di edizione e dice che ancora oggi, dopo vent’anni, qualcuno crede abbia a che fare con gli accenti. La dizione. Invece è il ruolo in cui si registra l’attività giornaliera del set, le sequenze, i ciak, i commenti del regista, un diario di bordo che sarà utile al montaggio. Ha scoperto il mestiere quasi per caso. Faceva la comparsa nella serie La Squadra. “Il cliché culturale - spiega - vuole che si tratti di un lavoro per donne. Forse perché serve un approccio femminile, forse per il nome”. In America lo chiamano script supervisor, Ambra Angiolini suggerisce: direttrice della continuità. Rucco ha una sua piattaforma online per la formazione, tiene corsi avanzati e per principianti. 

giovedì 27 ottobre 2022

Gli anni di piombo raccontati da chi non c'era

Matteo Leonardi e Camilla Giuliani non hanno fatto le vacanze. Hanno rinunciato al mare e sono stati in giro per la città a girare. Lui ha diciotto anni, lei sedici, nessuno dei due immaginava che Roma potesse essere stata un tale teatro di morte. Questa è la storia di ragazze e ragazzi che usano i pollici sui loro telefoni e che hanno iniziato a fasi domande sui coetanei, quelli che cinquant’anni fa usarono invece gli indici, premendo i grilletti delle pistole. Sono usciti dalla memoria dei loro computer e sono andati a cercarla tra le strade, tra le lapidi, tra le parole scolpite sulle pietre e i marmi di Roma, nel dolore dei familiari delle vittime, nei ricordi dei testimoni. Questa è la storia di adolescenti che a scuola non trovano risposte sugli anni di piombo, “non ci arriviamo col programma” - dicono così - e il viaggio l’hanno fatto allora con una macchina da presa.

Studiano per fare del cinema il loro futuro all’istituto Roberto Rossellini, liceo artistico con indirizzo audiovisivo. Intanto hanno portato al Maxxi e alla Festa del Cinema un prezioso lavoro, “Divergenze parallele”, titolo che parafrasa e sovverte la formula politica delle convergenze usata da Aldo Moro - con la regia di uno dei loro docenti, Massimo Franchi. Quindici anni della vita di Roma raccontati da chi passa davanti alla stele di Giorgiana Masi senza conoscere la sua storia, la sua e quella di una generazione che ha subito “un furto di tempo, dell’allegria e della speranza”, come dice Walter Veltroni, l’ex sindaco, uno degli intervistati dai tre protagonisti del film, ai quali racconta “la violenza diffusa, la sensazione che potesse sempre succedere qualcosa”, gli anni barbari, la diffusione della droga, una partita di pallone giocata ai giardinetti con uno dei futuri responsabili del rapimento di Moro e dell’omicidio della scorta. Quando la città era bianca e nera, dice la voce narrante di Tiziano Favaretto: bianca per i lacrimogeni, nere per le auto in fiamme.

venerdì 21 ottobre 2022

Nuovo Cinema Flaminio: le sale che hanno chiuso nella zona del festival

Una volta qui era tutta campagna. Oddio, tutta tutta proprio no. C’erano molti palloni che finivano in porta allo stadio e altri lanciati nei canestri, c’erano le stanze in cui dormivano gli atleti delle Olimpiadi, le gare di sollevamento pesi al palazzetto di piazza Apollodoro. Se viale Ungheria si chiama così, è per i formidabili pallanuotisti del Sessanta, non per le opere di Miklós Jancsó. Senza offesa. I pesi veri da sollevare, nel quartiere, sono arrivati dopo. Quando la fiaccola dei Giochi s’è spenta, l’area ha dovuto combattere il degrado. Lo sport l’aveva popolata, i film l’hanno risvegliata.

Vent’anni di Auditorium e diciassette di festival hanno disegnato un’altra mappa. Ora è il Palatiziano a galleggiare sul mare mosso di chiusure e riaperture, una volta sì e una volta no. Il cinema ha occupato la scena che fu dei cinque cerchi, dove le strade parlano di Pierre De Coubertin e Nedo Nadi, dove le sculture in bronzo di Amleto Cataldi raffigurano calcio e corsa, lotta e boxe. Ciak, si cambia. Se ci fosse Tornatore, direbbe che queste strade adesso sono il Nuovo Cinema Flaminio. Dieci anni fa, all’Auditorium è arrivato Woody Allen per girare delle scene di To Rome With Love. Non possono avergli detto che lo svincolo di corso Francia, verso viale maresciallo Pilsudski, nell’immaginario collettivo rimarrà il tratto di strada dove si prostituisce Jolanda, la sorella di Sordi in Lo Scopone scientifico, né che per anni è rimasta vandalizzata e abbandonata la cabina telefonica da cui Fabio chiama amici e conoscenti per il suo spettacolo d’avanguardia in Io sono un autarchico. Nel quartiere Flaminio, Dario Argento girò L’uccello dalle piume di cristallo negli Anni Settanta, Nanni Moretti è venuto di recente per Mia Madre, Pietro Germi prima di tutti portò il set di La città si difende.

Eppure, perfino nei paraggi della zona in cui Roma ha messo in piedi la sua Croisette, il cinema è un bene da difendere a fatica. Quando Giovanni Gronchi dichiarò aperte le Olimpiadi, la sera del 25 agosto 1960, al Capitol davano Il Barone con Jean Gabin, mentre il Roxy voleva vincere facile, in cartellone manteneva La Dolce Vita. Erano due delle 41 sale di prima visione aperte in città, altre 63 affollavano il circuito di seconda, 51 offrivano film al terzo giro di vita. Nella pagina degli spettacoli, L’Unità pubblicava anche il programma di 31 sale parrocchiali e di 28 arene estive. A 700 metri dall’Auditorium, il Capitol oggi non esiste più. È stato travolto dal ciclone che investì gli affari dei Cecchi Gori. La sala è diventata prima un club con musica dal vivo e adesso una discoteca, di fronte a una caserma dismessa, in mezzo a un paio di tavole calde e alle petizioni di protesta dei residenti nei paraggi. “Mi pare che l’ultimo film sia stato Ovosodo di Virzì. Era una delle poche sale con il tetto mobile. Si apriva per permettere di fumare”, racconta Fabrizio Tosi. Il Bar Xenia, di fianco, è di proprietà della sua famiglia. La crisi della sala aveva coinvolto pure loro.

Adesso invece stanno aperti 24 ore su 24, così servono l’alcol di notte a quelli che entrano, il caffè e il cornetto a quelli che escono all’alba. Resiste l’Arena Tiziano, sala parrocchiale dell’Associazione culturale Santa Croce, dieci minuti a piedi dal red carpet. Domani danno I figli degli altri. Per provare a salvare il Roxy, due km più su, verso i Parioli, l’ultima petizione è stata firmata nel dicembre scorso, in un quartiere che nel frattempo ha visto cadere l’Archimede e l’Embassy. L’ultimo colpo l’ha assestato la pandemia, decine di cinema trasformati in supermercati, bingo, ristoranti, parcheggi. Eravamo appena usciti dal lockdown, nel maggio 2020, quando la politica annunciava l’arrivo del primo drive-in, in un’area che le indiscrezioni individuavano in piazzale Ankara, dove al martedì ci fanno il mercatino. Ai drive-in siamo invece andati a farci i tamponi. Ieri, al giorno #1 della festa, all’Auditorium è tornato il pubblico. Nuovo Cinema Flaminio, dai, ricominciamo.

[uscito su Repubblica Roma del 14 ottobre 2022]

lunedì 14 marzo 2022

La leggerezza di WIlson, il capitano baronetto

Successe a Sunderland, a Doncaster, a Wolverhampton, a Londra per una partita contro l'Arsenal nel vecchio stadio di Highbury e pure davanti al mare di Ipswich. Ogni volta che la Lazio volava in Inghilterra, Pino Wilson si trovava a fissare l'orizzonte e a fare i conti con una tentazione, scappare, salire su un treno, esplorare. Desiderava vedere finalmente Darlington, almeno una volta, su al nord, dove tra carbone e acciaio erano diventati famosi per la lana e per la prima ferrovia al mondo. Voleva risalire alle radici, scoprire la sua culla, era nato là e non c'era tornato mai. Era di quella Lazio il volto della saldezza, portava la fascia da capitano, ma aveva pure lui le sue malinconie. Suo padre Denis, inglese, aveva fatto il militare a Napoli, la città dove si era innamorato di Rachele. Dentro uno spogliatoio che aveva assegnato a ciascuno un ruolo, Wilson era il dominus d'ogni contesto, era l'altra faccia di Chinaglia, la sua spalla forte, almeno fino alla crisi post scudetto che portò Giorgione in America e la squadra dei miracoli a smembrarsi. Luigi Martini aveva la parte dell'oppositore, Sergio Petrelli quella dell'irregolare che aveva portato le pistole dentro lo spogliatoio, Renzo Garlaschelli il viveur, Mario Frustalupi il filosofo socialista, Felice Pulici un buono agostiniano, Franco Nanni il timido, Vincenzo D'Amico la recluta, Giancarlo Oddi l'ingenuo, Mario Facco una specie di fool shakespeariano. Wilson era invece per tutti il Baronetto, per altri il Padrino. Proiettava questa posa di stabilità e di fermezza pure sul campo. Quando Gianni Brera se ne avvide, di lui scrisse: «La difesa ha scoperto in Wilson un regista sapiente, non che sia gran cosa l'anglo-napoletano, in fatto di acrobazia: è anche miope e sulle palle spioventi da lontano non si sente a suo agio, come è ovvio: però nel tackle è tempestivo e qualche volta maligno. Nei disimpegni tocca di piatto destro con ricercata eleganza».

giovedì 21 aprile 2016

Lettura del pensiero di Francesco Totti


Annamo, sbrìgate. Sbrìgate a fammentra' che nun c'è tempo, nun ce n'hai tu, nun ce n'ho io, nun ce n'ha manco tutta 'sta gente intorno a noi, sti povericristi che ce guardano e se dimannano chi è che c'ha ragione, se tu o io, se tu o er capitano.
Sbrìgate che ancora se po fa', sempre se po fa', sempre ce devi crede, anche se mancano - quanti so' - quattro minuti, ma io lo so chi sono, e bada bene che dico: sono; nun dico: chi so' stato. Hanno detto che so' triste. Me chiamano patetico. Hanno detto che uno co' la storia mia nun dovrebbe. È facile a parla', facile addì un frego de minchionerie. Come se questo poi fosse 'npaese dove se fanno tutti da parte, dove te fanno passa' davanti, 'npaese dove l'eccezione sarei io, coi miei quarant'anni in mezzo a 'nmonno de ventenni, mentre invece sono solo tale e quale a voi, voi siete uguali a me, solo più tristi, voi sì, voi pe' davéro, perché volete resta' ai posti vostra pure si nun ve divertite più.
Io no. Io me diverto ancora. Questo c'ho io e questo vojo. Me diverto a palleggia' co' 'nragazzino der Sassuolo, me diverto a faje cade' 'na goccia sulla capoccia a quello, a coso, come se chiama, a Pjanic. Me diverto si mme dai quattro minuti contro er Realmadrì. Chi te chiede niente. Niente più de questo. Niente più de sbrigàtte a famme entra', a famme mette 'npiede sopra 'npallone, sopra-sotto-de tajo-de striscio, come è mmejo. Tu famme entra' che poi te lo ricordi. Pure gratis me butterei 'nmezzo a quer campo, co' questa pelle mezza gialla e mezza rossa addosso, pure gratis, tanto dimme che je devo chiede a questa Roma mia, più de quello che m'ha dato.
Bravo, ecco, te sei deciso. Tardi, ma te sei deciso. Lo senti quant'è felice la gente co' i telefonini 'nmano. Ce guardano e se dimannano chi è che devono riprende, a chi devono fa' er video, si a te o a me, a te o ar capitano. Me guardano e vorrebbero che annassi a batte io la punizione, a metterla 'nmezzo pe' la testa de quello, coso, come se chiama, quello grosso, biondo, dritto, quanti ne ho visti passa', arivano, vanno, e io sto sempre qua. Nun c'è tempo, nun l'avete capito. Nun me fermo. Tiro dritto. In mezzo ce vado io, 'nmezzo alla schiuma, alla battaglia, dove fa più caldo, dove devono succede le cose, dove nun bisogna fa' finta d'esse coraggiosi, anzi, in mezzo all'area de rigore bisogna senti' paura per smettere d'avénne. Là vado io. Adesso. Diciotto secondi so' passati, e diciannove, venti. Ecco la palla. Arriva. Se avessi vent'anni me butterei 'nspaccata, senza risparmiamme neppure 'ngoccio d'energia, sapendo che nun c'è bisogno de fasse i conti, perché ancora ne avrò dentro de sostanza, e tanta, nei secoli dei secoli, amen. Solo che vent'anni nun ce l'ho più, nemmeno trenta, pure avénne trentaquattro stasera basterebbe, invece so' de più, so' quelli che sono, e allora ce vado de spaccata, lo stesso, sai che me 'mporta, senza risparmiasse, sapendo che nun c'è bisogno de 'sti conti, tanto che cosa me conservo più, tutto se deve da', tutto vojo lascià' sopra 'sto prato, a chi lo lascio sennò 'sto foco che ancora brucia dentro, questa malinconia che nun se spegne, questa ragione di restare ar monno, non sono i record, non c'entra Nordahl, manco la gente, manco la Roma c'entra, è solo 'na cosa mia alla fine, mia e de nessuno più, sto foco, a chi lo lascio, chi ne sarà degno, chi lo potrà capire mai, chi lo saprà portare. Io triste. Io patetico. Io capitano. Tutto un frego de minchionerie.
Sentili come gridano, come urlano goo', come già trecento vorte, de più e non de meno, ma non è questo, nun è neppure questo, io giocherei pure dentro ar silenzio d'uno stadio vuoto 'nmezzo a una città disabitata ner cuore der deserto, giocherei pure se ce fossi solo io con un pallone, un muro, io, e nessuno a vedemme, tac, tac, tac, palleggio e tiro. Certe vorte me fermo a guarda' i regazzini che de mattina camminano co' le madri pe' la strada, belli, gnappetti, me chiedo che ce fanno là, la mano appoggiata sopra ar carrozzino der fratellino piccolo, me chiedo che sarà capitato mai pe' nun esse annati a scuola, per starsene 'ngiro de mattina, nell'acciaccapisto de la spesa, tra fruttaroli e artro, una caracca, n'artra; e 'nfaccia a ste creature ce leggi la pacchia de 'na felicità imprevista, un tempo ch'era inatteso, 'no sbraco improvviso, e penso che ce devi sape' sta' dentro 'na gioia così, devi sape' che dura quello che dura, adesso c'è e domani no, eppure loro nun se ne fanno specie, forse solo i regazzini la sanno vive pe' davvero la felicità.
E allora come 'nragazzino vado e lo batto io 'sto carcio de rigore. È chiaro che tocca a me. Nessuno si fa avanti. Io fo dritto lo storto e storto er dritto. Nun è serata de cucchiai, questa. Nun è serata de incoscienza. La tiro dove sempre la metto quanno conta, in basso, alla destra der portiere, infatti lui lo sa e ci arriva, la tocca e non la prende perché nessuno stasera l'avrebbe forse presa, manco lo spirito de Yashin, manco Zamora, manco er mejo portiere che ho conosciuto, come se chiamava, porcamiseria, coso, quello che ar mare faceva le porte co' li zatteroni e se tuffava, Marco me pare, chissà che fine ha fatto, me li prendeva tutti i rigori, chissà se lo racconta 'ngiro, chissà si se lo ricorda, se è felice d'esse 'ngeometra, un rappresentante, un agente de viaggi, quello che sarà diventato, o se pure lui perso da quarche parte insegue l'idea di quello che non siamo, l'idea che tutto possa esse come allora, come na vorta, come i ragazzini a spasso pe' la strada.
Ora che tutto è finito e che me vieni incontro, ecco, adesso che ce 'ncrociamo in mezzo al campo, dimme che te dovrei di'. Niente. Tutti ce guardano, e se dimannano se c'hai ragione tu o er capitano. Te guardo allora pure io. Te sorrido come fai tu, er più bravo de tutti a fa' finta che questa sera sia normale. Se damo la mano e tutto torna come prima. Deciderai di nuovo tu quando sarà il momento de la prossima. Me dirai: scardate. E io me scardo. Me dirai: entra. E allora entro. Me dirai dove metteme, dove gioca', che cosa fa'. Ma nun lo decidi tu quanno me diverto, questo no, nun lo decidi adesso e mai, quella è 'na cosa mia, nun lo decidi tu er giorno giusto pe' lascia', annassene, pe' cominciare a starsene nascosti da quarche parte, con un pallone di fronte a un muro, ad aspettare che venga a prenderci l'inverno.
(grazie a Francesco Fasiolo per la consulenza linguistica)

mercoledì 16 marzo 2016

Il prototipo Florenzi


Se la rovesciata contro il Genoa poteva essere un caso e il colpo da metà campo al Barcellona solo un indizio, il gol di controbalzo all’Udinese dopo un dribbling volante si presenta come una prova definitiva e inconfutabile. C’è qualità nel corpo ossuto di Florenzi, figurina da sottoproletariato del pallone che nasconde invece intuizioni da scienziato. È una macchina con un motore da 600 chilometri l’anno: ogni tanto la Roma apre il cofano e scopre che dentro c’è pure un regalo.
Il gol prodigioso fa parte della mercanzia di Florenzi alla pari di una corsa senza fiato sulla fascia, peraltro la stessa dove un tempo esercitava Cafu col suo sorriso. Come Sergi Roberto al Barça o come Lahm al Bayern, Florenzi gioca (quasi) ovunque. È terzino, mediano, mezzala destra, ala destra e ala sinistra (tre volte: con Leverkusen, Verona e Palermo), unica posizione questa da cui non ha fatto gol. Corre, crossa, tira, vede il gioco, sa quando tagliare. Gli manca il tackle: ce ne faremo una ragione.
udiflosamaI jolly sono sempre esistiti, ma i Florenzi (e i Sergi Roberto) sono altro. Sono il simbolo di questo calcio così evoluto, o comunque molto cambiato, dove alle ali già da tempo istruite a fare i terzini, si sono aggiunti portieri che giocano con i piedi e difensori centrali che toccano cumuli di palloni, nell’età classica riservati solo ai registi. Florenzi rappresenta sia questo “spirito dei tempi” sia l’annuncio di uno sviluppo successivo, di quel che possiamo aspettarci in futuro: giocatori che sappiano forzare i modelli, portando il calcio oltre gli schemi noti. La fine della specializzazione: quel territorio in cui il tuo punto di forza diventa il tuo limite. Il rischio è sembrare ovunque fuori ruolo, il vantaggio è non esserlo mai, nemmeno quando si sbaglia a scalare in marcatura o a chiudere una diagonale, perché questa anomalia produrrà un vantaggio nell’altra metà del campo. Quale sia il ruolo naturale di Florenzi, adesso non lo sa più nessuno.
Accade già in altri sport di squadra. Nell’anno in cui Stephen Curry «sta cambiando la percezione del suo sport» (New York Times) con i tiri da metà campo, con pochi muscoli e appena 191 centimetri d’altezza, portando il gioco oltre una frontiera e un pregiudizio, il basket si sforza di cercare sempre più spesso l’universale, chi sappia muoversi “dentro” e “fuori” l’area, un lungo che giochi sul perimetro, o la forza fisica da convertire in regia. La pallanuoto ha scoperto l’anomalia di Bodegas, italo-francese che gioca - semplificando - da centravanti e stopper, nella stessa partita e spesso nella stessa azione. Sparigliare significa eludere il controllo. Nella pallanuoto è già caduta l'indispensabilità di un giocatore mancino, quel giocatore che in attacco si piazza all'estrema destra, come da un po’ di tempo fa pure il calcio con le ali, in modo che l’arto migliore possa chiudere il tiro in porta. Il Recco senza un mancino ha vinto il suo ultimo campionato. L’Italia senza un mancino è andata ai Mondiali (forse pentendosene, va detto). Grecia e Montenegro giocano ormai regolarmente senza mancini con ottimi risultati. Paolo De Crescenzo, 66 anni, è stato commissario tecnico della Nazionale italiana di pallanuoto vice campione del mondo nel 2003, oltre che guida di un Posillipo capace di vincere 9 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe delle Coppe fra il 1985 e il 2002. Spiega: “La pallanuoto è fra gli sport che impongono un tempo entro il quale terminare un’azione d’attacco. Dunque in una frazione di gioco hai la certezza di avere più o meno quel determinato numero di situazioni d’attacco e altrettante in difesa. L’universalità è un’esigenza. Se oggi un attaccante mancino non porta il suo contributo in altre situazioni, la sua squadra farà fatica ad assorbirlo nel proprio corpo. L’intuizione di una pallanuoto a tutto campo fu già di Fritz Dennerlein, negli anni ’70. Figuriamoci oggi. La difesa a zona nella pallanuoto spinge per esempio ogni giocatore a essere un portiere prima del portiere.  Oggi un giocatore alla Bodegas è prezioso. Consente alla sua squadra soluzioni tattiche aggiunte, come giocare con il doppio centroboa. Così come molto moderno è Ivovic, che costruisce, tira, gioca ai due metri".
Stefano Vanoncini, 52 anni, è uno dei più preparati coach di basket, oltre che studioso maniaco dei dettagli e delle sfumature del gioco (non solo il suo). Lavora come vice allenatore a Varese. Dice: “Esiste di certo una tendenza a sparigliare: un “lungo” sul perimetro vede meglio i passaggi, un “piccolo” che lo affronta lo pianta sul posto con uno scatto”. Nel basket questi si chiamano mismatch, non sono un inedito, ma oggi la loro ricerca è radicale. Le palestre sono officine in cui i tecnici creano giocatori in grado di fare solo quello: imparare a fare tutto. “Il basket può permetterselo più di altri sport perché si gioca in cinque. Più giocatori sono presenti in campo, più la specializzazione si radicalizza. Il basket invece sta cercando la poliedricità. La poliedricità dà grandi vantaggi. Tutti i grandi giocatori diventano grandissimi quando tendono all’universalità. Lebron nasce come giocatore dalla grande forza fisica, ora è quasi un play. Magic Johnson è stato il prototipo del play da due metri e cinque”. Gallinari è l’italiano che più viaggia verso quella direzione. Spiega Vanoncini: “Genetica, alimentazione, qualità negli allenamenti, preparazione dei tecnici, uso delle immagini nell'insegnamento: tutto sta contribuendo alla creazione e alla crescita di un cestista nuovo. Lo specialista resta importante se la sua squadra ha un’eccellente organizzazione di gioco. Altrimenti, tolta la sua specialità, cos’altro saprà fare? Faccio un esempio. Quanti giocatori dalla grande tecnica sono presenti nei tornei minori? Tantissimi. Ma in serie A non arrivano, perché la loro specializzazione (la tecnica) non basta. Eppure, il campo è lungo uguale, il pallone è uguale. La differenza è nella rapidità delle decisioni, nella lettura del gioco, nella capacità atletica”.
Florenzi è il calciatore che sta portando il campionato italiano in questa modernità, dove 100 milioni di euro si spendono per Bale, un terzino, poi ala, trequartista e finto centrattacco.

(versione rieditata per il blog di un articolo uscito il 15 marzo su Repubblica)

mercoledì 3 febbraio 2016

Essere Insigne, essere Totti


LA lezione è semplice. Mai disperarsi quando salta un affare di mercato. Se ad agosto fosse arrivato il trequartista chiesto da Sarri, uno fra Soriano e Saponara, oggi il Napoli non conoscerebbe un Insigne così. Uno che prima serve a Higuaín «un pallone su cui c’è scritto: basta spingere» (copyright di Pablito Rossi, Mundial ’82, gol alla Polonia su cross di Bruno Conti) e poi pitta un calcio di punizione che a volergli cercare un modello il San Paolo saprebbe dove andare a parare. Il San Paolo sì, Skorupski no. Perciò a questo punto del campionato, dopo dieci gol e più assist di tutti in serie A (nove), il dubbio comincia a diffondersi: Insigne non sarà diventato per caso il miglior giocatore italiano?

lunedì 18 gennaio 2016

L'enigma di Dzeko


Ora, per carità, a noi romantici va bene tutto: che Florenzi giochi alla Taddei, che Pjanic sia Pizarro e che Nainggolan faccia Perrotta. Ma in questo quadro alla Dorian Gray in cui lo Spalletti di oggi cerca l’immagine della sua Roma di ieri, il povero Džeko chi sarebbe?
Non il Totti del 2007, quello dei trentacinque gol stagionali di cui ventisei in campionato. Quasi quasi neppure lo Shabani Nonda dell’anno prima, che a questo punto aveva segnato più di lui. Forse bisognerebbe uscire dal quadro, farebbe bene a lui e alla Roma intera, e del resto un eventuale ritorno di Liedholm non trasformerebbe Salah in un Bruno Conti, Rüdiger non ce lo vedresti come Vierchowod né tantomeno Džeko potrebbe fare Pruzzo. Al povero Džeko la Roma chieda di essere Džeko, sempre che siano chiare le idee su chi egli sia. Perché finora è stato un grande equivoco, il più grande della gestione tecnica di Sabatini. Dopo la cessione dei giovani intorno a cui andava costruito il progetto (Lamela, Marquinhos). Dopo la carestia dei difensori centrali. Dopo l’indigenza sui terzini. Džeko viene accolto, alla pari di Mandzukic, come uno dei vecchi nove. A Garcia c’è chi chiede di cambiare la Roma per assecondare il centravanti, che peraltro arriva dichiaratamente come un piano B. C’era Bacca sulla prima riga del quaderno; mesi dopo Trigoria farà trapelare che in cima alla lista brillava addirittura il nome di Higuaín. Più distante è il modello individuato per la prima scelta, meno si comprende l’alternativa. Quando la Roma prende Džeko, accolto alle soglie dei trent’anni da un entusiasmo superiore ai 4 gol segnati lo scorso anno, di Džeko si sa già parecchio, se non tutto. Di un centravanti classico ha i centimetri, ma non devi chiedergli di fare quel lavoro là. Džeko non è un reparto, Džeko è un giocatore di sponde. Ha sempre dato il meglio di sé con un altro attaccante accanto. Il 78 percento dei suoi gol in carriera li ha segnati di piede. Non è un ariete. Contro squadre che si chiudono, finanche Gervinho sa essere uno sfondatore più efficace, con l’anarchica velocità di cui dispone. La Roma di Garcia è stata irresistibile quando ha saputo giocare oltre i paradigmi. Più stava in campo da atipica, meno era possibile leggerne i movimenti. Sul primo Džeko di Spalletti vale perciò quanto detto due mesi fa sullo Džeko di Garcia. Un vero nove nell’architettura di questa squadra non c’entra niente, perché chiedere al bosniaco di provare a diventarlo?
Ogni grande club ha uno Džeko nella sua storia, un incompiuto da cui si aspettava fuoco e fiamme, e da cui ha raccolto cenere. Il Milan con Rivaldo (2002) credette di aver preso un Pallone d’oro, s’accorse d’essersi messo in casa un calciatore che per la prima volta in dieci anni scendeva sotto i quattordici gol a stagione, e anche di molto. Due anni prima di Maradona, il Napoli aveva comprato Ramòn Dìaz (1982), capocannoniere dei Mondiali under 20, per scoprirlo triste e malinconico, prima di vederlo segnare a ripetizione ad Avellino, a Firenze, all’Inter. Non più di tre anni fa, Della Valle trascorse l’estate a litigare con De Laurentiis per portar via Mario Gomez al Bayern. Si racconta che per la scelta sia stato decisivo il parere della moglie; il Napoli dirottò i soldi della cessione di Cavani su Higuaìn, che per fortuna non era sposato. L'Inter si lanciò su Darko Pančev, attaccante da Scarpa d'oro e secondo al Pallone d'oro. Alla Stella Rossa era detto il Cobra, quando andò via lo chiamavano il Ramarro. Lo Džeko della Juve si chiamava Ian Rush (1987), uno da 140 gol con la maglia del Liverpool nei sette anni precedenti, più altri novanta al suo ritorno. A Torino invece una specie di disastro. Quando nel 2009 uscì la sua autobiografia, scoprimmo che parlava più con Agnelli che con i compagni. Era chiaro, all'Avvocato, quale fosse l'intoppo: "A Rush manca un Dalglish". Uno in grado di mandarlo in porta come Kenny faceva a Liverpool. Rush ha scritto che pochi parlavano inglese in quella squadra, pochissimi quelli che lo parlassero con lui. Rari gli amici: Laudrup, Brio, Pasquale Bruno, forse perché anche lui - la tesi nel libro - era stato messo ai margini dal gruppo. "Certe volte entravo nello spogliatoio e gli altri tacevano all'improvviso, dandomi l'impressione che stessero parlando di me". Male, si capisce. Ma per Džeko non tutto è perduto. Qualcuno gli racconti che l'anno scorso hanno fischiato Higuaín. A Napoli e in Argentina. Elìas Perugino su El Gràfico ricorda che dopo la scorsa Coppa America, dopo il rigore tirato in cielo, si parlava di ciclo finito. Un certificato di morte calcistica per Gonzalo, che oggi è un morto in ottima salute.

domenica 8 novembre 2015

Pioli-Garcia e le montagne russe di Roma

pioligarcia
Tornavano da Napoli, ed erano eroi di maggio. Con una qualificazione europea in tasca e diecimila ad attenderli a Formello; le tre di notte, Parolo e Marchetti alticci, Pioli che faceva i selfie. Tornarono di nuovo, sempre loro, sempre da Napoli, le tre di notte ancora, ma erano già “undici indegni” oppure “undici vermi”, così scrissero sui muri solo tre mesi dopo, mica una vita, per via di cinque gol subiti: era settembre. Pioli aveva smesso con gli autoscatti, mormorava “dobbiamo guardarci negli occhi” e saliva sulle stesse montagne, un po’ russe e molto romane, dove Rudi Garcia fa su e giù da un anno almeno. La Roma era alla gogna ad aprile (“Capricci da innamorati” minimizzò lui) e venerata il venticinque maggio, giorno del derby vinto e delle magliette nuove di Totti-il capitano. “Game over” dicevano, ed era falso, perché il gioco a Roma non finisce mai. Magari ci fosse davvero tempo per fermarsi, respirare, darsi ristoro.

giovedì 17 settembre 2015

Date a Florenzi un gol da tre punti


Questo gol è la prova di un'ingiustizia. Sei a sessanta metri dalla porta. Acceleri, alzi la testa, guardi laggiù. A quel punto ti viene un’idea, la cosa più vicina alla follia che si possa immaginare con un pallone accanto al piede. Scarti l’idea di scartarla perché davanti a te c’è il tempo, c’è lo spazio e c’è il modo. Prendi la mira, calci come se fosse un lancio e per il resto devi solo rimanere a guardare come va. Ma quando finisce dentro, ecco, l’ingiustizia è compiuta, perché un gioiello del genere alla fine vale uno, soltanto uno, esattamente quanto un gol di Inzaghi in fuorigioco o uno strafalcione di Comunardo Niccolai. Basterebbe avanzare di un paio di canali con il telecomando per capire quanto tutto questo sia immorale, basterebbe osservare nello stesso istante Danilo Gallinari che fa canestro da poco meno di sette metri e prendersi tre punti anziché due.

mercoledì 30 aprile 2014

Per chi tifava Sergio Leone?

- Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles? - Sono andato a letto presto.
Gli anni adesso sono venticinque, da quando Sergio Leone non c'è più. E un altro film come C'era una volta in America, lo stiamo ancora aspettando. L'amore, l'amicizia, la fedeltà, il tradimento, il senso di colpa: un film totale, un'opera mondo, come la chiamerebbe Moretti, ma non Nanni, suo fratello Franco. Sergio Leone è uno di quelli di cui ti ricordi esattamente dov'eri quando ti hanno detto che era morto. Al cuore Ramòn, al cuore, e poi il Monco, il Biondo, Tuco, Armonica, Cheyenne, i nomi più belli tra i personaggi del cinema italiano. E Claudia Cardinale che scende dal treno alla stazione. E la voce di Nando Gazzolo. E lo scion scion di Morricone. Una cosa non si sa di lui, o almeno non l'ho capita io. Ma Sergio Leone era romanista o laziale?

giovedì 12 dicembre 2013

Federico Fellini e i 40 anni di Amarcord


Fellini (ritratto di Tullio Pericoli)
Quarant'anni fa in questi giorni usciva Amarcord. Non è che sia un film di nicchia, ci sono abbastanza saggi in giro sul capolavoro di Fellini e su tutta la sua opera, aggiungere altre parole non sarebbe per nulla un'urgenza. Infatti non lo è. Ma girando per archivi ho trovato una bella chiacchierata con Fellini fatta dal New York Times per l'occasione. Erano giorni in cui i critici americani mettevano il suo film in connessione con Proust, Balzac, Sherwood Anderson. Le risposte che dà Fellini sono tutte bellissime. Sono il riflesso di un artista puro, un uomo che non avverte alcun bisogno di spiegare quel che sta facendo, come se dicesse La mia opera è qui, parla da sola, che cosa posso aggiungere? L'ulteriore meraviglia è che lo fa senza pose, con una leggerezza e un'ironia che andrebbero insegnate. Insomma, leggete.

martedì 2 aprile 2013

D'Annunzio al treno del tocco

Una pagina, un giorno

Il 2 di aprile cadeva il secondo anniversario.
"Bisogna questa volta celebrarlo fuori di Roma", disse Ippolita. "Bisogna che noi passiamo una gran settimana d'amore, soli, dovunque, ma fuori di qui".
Giorgio disse:
"Ti ricordi, l'anno scorso, il primo anniversario?".
"Mi ricordo".
"Era di Pasqua, la domenica di Pasqua...".
"Io venni da te, la mattina, alle dieci...".
Stabilirono di partire il 2 di aprile, col treno del tocco. Si trovarono alla stazione, per l'ora stabilita, tra la folla, provando entrambi in fondo al cuore una gioia ansiosa.

(Gabriele D'Annunzio, Trionfo della morte, 1894)

domenica 1 gennaio 2012

I Maya, la Kodak e la fine del mondo

E insomma un paio di mesi fa passa da Roma uno sciamano. Uno che si presenta come custode degli antichi messaggi dei Maya. Si chiama Quetza Sha. Un quarantacinquenne simpatico, sereno, uno che nei villaggi d'estate non sarebbe il capo animatore, nè l'istrutture di balli latino americani, forse lo metterebbero ai corsi di canoa. Immagino. Arriva a Roma e se ne sta in giro a tenere un po' di conferenze sulla fine del mondo, il 21 dicembre 2012, i pianeti che si allineano, il ritorno del serpente piumato. Il suo campo. Alloggia in una villetta riparata nella zona nord, riceve persone e accende candele d'incenso per scacciare le negatività, spiega che il mondo non finirà, che abbiamo capito male, che i Maya non dicevano questo.
Ha una bella storia personale. Mi racconta di un'infanzia trascorsa senza troppi giochi, tutta immersa fra templi, pietre sacre, suo nonno antico sacerdote, lui che a 16 anni un giorno dice alla madre di sentire le voci, e la madre che gli risponde Inventane un'altra per non andare a scuola, poi lo manda dal medico.

lunedì 3 ottobre 2011

L'uomo che palleggia al semaforo

Quando al semaforo scatta il rosso, scatta pure lui. Esce dall'ombra, chissà dove stava prima. Avanza con il pallone sotto il braccio destro e i piedi che segnano le 10 e 10, c'è gente che abbassa il finestrino per vederlo meglio. Lui piazza il pallone sulla testa e lo tiene là. Tunf, tunf, non sbaglia mai, e mai smetterebbe se non fosse che prima o poi arriva il verde.
L'uomo che fa i palleggi al semaforo sta lungo via Cavour, lo trovate all'altezza dei primi alberghi venendo dalla stazione Termini, più spesso è davanti al Massimo d'Azeglio, dove una volta si fermò a dormire Louis Armstrong, dove ospitavano Coppi e Pasolini.

lunedì 22 agosto 2011

Con questa bocca che berrà da ogni fontana che vedrà

Ha un berretto in una mano. Di quelli con la visiera. Lo tiene capovolto, così dentro ci mette le monete. Quando gliele danno. All'uscita dal supermercato è più facile passargli accanto e fingere di perdersi dietro un pensiero, o di cercare le chiavi della macchina in tasca. Lo straniero che tende il cappello ha la pelle butterata come Cassano. Però nera. Oggi s'è acceso quando un quarantenne ha posato il carrello, ha riempito il bagagliaio dell'auto dei sacchetti di plastica e gli ha portato pane con il prosciutto, perché quand'erano bambini ai quarantenni le mamme dicevano di non dare soldi ai mendicanti, va a finire che si comprano le sigarette oppure la troca, meglio comprargli direttamente qualcosa da mangiare. Lui, lo straniero, non lo può sapere. Avrà trent'anni. Forse meno. Afferra il panino e china il capo per ringraziare. Chiede Do you speak english? L'uomo dice Yes, e tutt'e due parlano di città da cui si deve andare via, e che si sta come d'autunno sugli alberi le foglie, like leaves on the trees during the autumn, you mean. Poi lo straniero chiede se l'uomo conosce qualcuno che possa dargli un lavoro, Mi informo si sente rispondere mentre dà un morso al panino, e dice che lui spera di sì, spera proprio di sì, perché parla l'inglese, e invece tanti di quelli che escono dal supermercato non lo capiscono, non gli rispondono mai, eppure un lavoro qua in Italia ce l'hanno lo stesso.

sabato 20 agosto 2011

L'uomo con il Messaggero sotto al braccio

L'uomo con Il Messaggero sotto al braccio porta lenti scure a goccia e tutta la vita stampata sulla faccia. Fa su e giù ogni mattina, quando lascia il garage dove lavora. Dice che sta qui da cinquant'anni, che der quartiere San Giovanni conosce tutto, potrebbe pure ddì quanti sanpietrini ce stanno, anche se nun li ha contati mai. Il garage è il regno dove ha scelto di far brillare il suo tramonto. Forse è qui dopo la pensione. O forse da sempre, magari un lavoro non ce l'ha avuto mai. Oltre la discesa, laggiù, inchioda le sue mattinate da ultrasettantenne dentro il box del guardiano, ma guardiano non è, l'uomo con il Messaggero sotto al braccio dice solo buongiorno buongiorno, e fa sempre un sorriso. Un monumento al garbo. Si trattiene due ore, a volte tre. Poi va via, e riappare nei paraggi quand'è sera. Torna per chiudere il portone della chiesa. Gli hanno dato le chiavi pure di quella. Dice che tanto tempo ormai è passato, lo dice senza amarezza, mentre stringe la mano e un po' gli trema, ché in questo lui è uguale agli altri perché il tempo passa ppe' tutti, importa solo che sia passato bene. Cos'è che in tutto questo tempo l'abbia reso felice lo sa bene, non deve mica pensarci, e anzi ha voglia di dirlo con gli occhi che gli brillano dietro le lenti, lui guarda e dice So' felice che in cinquant'anni nessuno m'ha mai fatto un richiamo.