Ora le borgate sono periferie, si somigliano tutte, sul retro di San Felice hanno dipinto un murale di Baglioni - “strada facendo, vedrai | che non sei più da solo” - perché da ragazzetto veniva a suonare la chitarra in chiesa. La parrocchia di frate Mario Fucà è diventata il centro di un corpaccione che fa 54 mila abitanti, il 18% stranieri. Se domani il Marocco dovesse aggiungere un’altra perla al suo storico Mondiale, se un gol in Qatar dovesse far ballare di nuovo tutti all’angolo di via degli Aceri, allora domenica la polenta col cous cous sarà nei piatti quando mancheranno poche ore alla finale, e a Centocelle saranno tutti sotto una stessa bandiera. Il centro di Roma è lontano 7 km. Nel 61 era un viaggio. Ora che il mondo ti entra nella vita con un telefonino, sono sei fermate di metro C che Accattone non aveva. Alla Casa del popolo in via delle Acacie, Teresa Mecca racconta dei corsi di italiano per adulti, stranieri e immigrati. “Si sono iscritti in trenta”, dice, “anche egiziani, tunisini, una siriana”. L’ambizione è aprire uno sportello che fornisca assistenza non solo burocratica, ma di partecipazione civica. “Forse le comunità sono distanti - dice frate Mario - forse non sono tutte rose e fiori, ma esiste un affiatamento tra le persone che costruiscono ponti e aggregazione. Qui non ci sono mai stati episodi di intolleranza, neppure di rifiuto reciproco. Se vogliamo vivere in pace, dobbiamo scommettere sulla valorizzazione della diversità. Mi pare che la comunità musulmana gradisca quest’attenzione”.
mercoledì 21 dicembre 2022
Il Marocco di Centocelle
martedì 22 novembre 2022
Storia dei Musumeci Greco, maestri di spada degli attori
Se c’è un film di cappa e spada, è qui che gli attori vengono a imparare, nel cuore di Roma, una cinquantina di passi dal Pantheon. Cominciò Gino Cervi, anno 1939. Prima di essere Maigret, Alessandro Blasetti gli diede il ruolo del pittore Salvator Rosa, nella leggenda Formica, abilissimo spadaccino mascherato contro il conte Lamberto, consigliere del viceré di Napoli. Gli fece da maestro Enzo Musumeci Greco, nipote di Aurelio e Agesilao. La loro Accademia d’armi in via del Seminario, logo di Duilio Cambellotti, esiste dal 1878. Sono passati Tyrone Power per “Il Principe delle Volpi” e Orson Welles per “Cagliostro”, poi Richard Burton, Charlton Heston, Burt Lancaster.
“Questo è papà con Errol Flynn”, dice Renzo Musumeci Greco, sfilando una cornice da un mucchio di foto. È la quarta generazione dei maestri che insegnano l’arte del duello prima dei ciak. Per la Festa del cinema tiene oggi un corso intensivo di 6 ore a 12 giovani attori. “Ragazzi in attesa di qualche provino. Intanto imparano che cos’è una parata, un affondo, un passo avanti. È come quando un professore di piano insegna - che so - a fare una canzone di Battisti. Come può uno scoglio arginare il mare”.
La scherma è una successione di gesti come al piano?
“Ci sono produttori che chiamano e dicono: ahò, te damo tre giorni. In genere rispondo: vieni tu e vediamo se in tre giorni impari. Questi film scalcagnati li riconosci dal montaggio vertiginoso, inquadrature strette. Nessuno impara niente. Magari ci sono io che infilo un braccio. Quando invece abbiamo fatto Caravaggio, con la fotografia di Storaro, le lezioni sono durate tre mesi. I duelli erano senza controfigure con 100 colpi da ricordare a memoria, più la sicurezza da garantire. Per L’innocente di Visconti, 120 colpi in piano sequenza, i tempi sarebbero stati perfino più lunghi. Truccarono me e mio fratello e combattemmo. Oggi esistono i trucchi del digitale. Dalle lame di Sean Connery e Richard Gere, ne “Il Primo Cavaliere” uscivano stelle filanti, come comete. Significa che sul set non avevano niente in mano. Tutto finto. Invece Johnny Depp nel “Pirata dei Caraibi” si è mosso più lentamente e hanno velocizzato l’azione dopo”.
domenica 30 ottobre 2022
Il gol che Turone non ha smesso di segnare
Cosa accadde quel giorno si sa. Il guardalinee Giuliano Sancini, negoziante di abbigliamento sportivo e articoli da regalo a Bologna, annullò per fuorigioco il gol che avrebbe dato alla Roma di Liedholm il suo scudetto con due anni d’anticipo. Giusto, sbagliato, e chi lo sa. Carlo Sassi alla Domenica Sportiva non riuscì a stabilirlo in modo definitivo, il martedì la Gazzetta scriverà che “alla moviola è parso regolare”. Tutti a Roma sanno dov’erano e cosa facevano, quella domenica. Di questo si occupa il film, “di come una città - spiega Pecorelli - si lega a un fenomeno, il calcio, di come continua a vivere un episodio accaduto nel 1981 come se fosse ieri”. Con un registro ironico e brillante, con le testimonianze di Falcao, Pruzzo, Prandelli, Marocchino, di arbitro e guardalinee, di tifosi noti e soprattutto tifosi comuni. L’ambizione di “Er gol de Turone era bono”, spiega Pecorelli, è quella di ritrarre “una giornata particolare del tifo, l’attesa, la preparazione, l’esodo senza charter”, fino al dopo, quando Vanzina dice che nasce la leggenda del romanismo piagnone.
venerdì 28 ottobre 2022
La città che insegna a fare il cinema
Alessandra Rucco invece lavora in qualunque condizione, in riva a un fiume, in un bosco in Norvegia. Fa la segretaria di edizione e dice che ancora oggi, dopo vent’anni, qualcuno crede abbia a che fare con gli accenti. La dizione. Invece è il ruolo in cui si registra l’attività giornaliera del set, le sequenze, i ciak, i commenti del regista, un diario di bordo che sarà utile al montaggio. Ha scoperto il mestiere quasi per caso. Faceva la comparsa nella serie La Squadra. “Il cliché culturale - spiega - vuole che si tratti di un lavoro per donne. Forse perché serve un approccio femminile, forse per il nome”. In America lo chiamano script supervisor, Ambra Angiolini suggerisce: direttrice della continuità. Rucco ha una sua piattaforma online per la formazione, tiene corsi avanzati e per principianti.
giovedì 27 ottobre 2022
Gli anni di piombo raccontati da chi non c'era
Studiano per fare del cinema il loro futuro all’istituto Roberto Rossellini, liceo artistico con indirizzo audiovisivo. Intanto hanno portato al Maxxi e alla Festa del Cinema un prezioso lavoro, “Divergenze parallele”, titolo che parafrasa e sovverte la formula politica delle convergenze usata da Aldo Moro - con la regia di uno dei loro docenti, Massimo Franchi. Quindici anni della vita di Roma raccontati da chi passa davanti alla stele di Giorgiana Masi senza conoscere la sua storia, la sua e quella di una generazione che ha subito “un furto di tempo, dell’allegria e della speranza”, come dice Walter Veltroni, l’ex sindaco, uno degli intervistati dai tre protagonisti del film, ai quali racconta “la violenza diffusa, la sensazione che potesse sempre succedere qualcosa”, gli anni barbari, la diffusione della droga, una partita di pallone giocata ai giardinetti con uno dei futuri responsabili del rapimento di Moro e dell’omicidio della scorta. Quando la città era bianca e nera, dice la voce narrante di Tiziano Favaretto: bianca per i lacrimogeni, nere per le auto in fiamme.
venerdì 21 ottobre 2022
Nuovo Cinema Flaminio: le sale che hanno chiuso nella zona del festival
lunedì 14 marzo 2022
La leggerezza di WIlson, il capitano baronetto
Successe a Sunderland, a Doncaster, a Wolverhampton, a Londra per una partita contro l'Arsenal nel vecchio stadio di Highbury e pure davanti al mare di Ipswich. Ogni volta che la Lazio volava in Inghilterra, Pino Wilson si trovava a fissare l'orizzonte e a fare i conti con una tentazione, scappare, salire su un treno, esplorare. Desiderava vedere finalmente Darlington, almeno una volta, su al nord, dove tra carbone e acciaio erano diventati famosi per la lana e per la prima ferrovia al mondo. Voleva risalire alle radici, scoprire la sua culla, era nato là e non c'era tornato mai. Era di quella Lazio il volto della saldezza, portava la fascia da capitano, ma aveva pure lui le sue malinconie. Suo padre Denis, inglese, aveva fatto il militare a Napoli, la città dove si era innamorato di Rachele. Dentro uno spogliatoio che aveva assegnato a ciascuno un ruolo, Wilson era il dominus d'ogni contesto, era l'altra faccia di Chinaglia, la sua spalla forte, almeno fino alla crisi post scudetto che portò Giorgione in America e la squadra dei miracoli a smembrarsi. Luigi Martini aveva la parte dell'oppositore, Sergio Petrelli quella dell'irregolare che aveva portato le pistole dentro lo spogliatoio, Renzo Garlaschelli il viveur, Mario Frustalupi il filosofo socialista, Felice Pulici un buono agostiniano, Franco Nanni il timido, Vincenzo D'Amico la recluta, Giancarlo Oddi l'ingenuo, Mario Facco una specie di fool shakespeariano. Wilson era invece per tutti il Baronetto, per altri il Padrino. Proiettava questa posa di stabilità e di fermezza pure sul campo. Quando Gianni Brera se ne avvide, di lui scrisse: «La difesa ha scoperto in Wilson un regista sapiente, non che sia gran cosa l'anglo-napoletano, in fatto di acrobazia: è anche miope e sulle palle spioventi da lontano non si sente a suo agio, come è ovvio: però nel tackle è tempestivo e qualche volta maligno. Nei disimpegni tocca di piatto destro con ricercata eleganza».
giovedì 21 aprile 2016
Lettura del pensiero di Francesco Totti
Sbrìgate che ancora se po fa', sempre se po fa', sempre ce devi crede, anche se mancano - quanti so' - quattro minuti, ma io lo so chi sono, e bada bene che dico: sono; nun dico: chi so' stato. Hanno detto che so' triste. Me chiamano patetico. Hanno detto che uno co' la storia mia nun dovrebbe. È facile a parla', facile addì un frego de minchionerie. Come se questo poi fosse 'npaese dove se fanno tutti da parte, dove te fanno passa' davanti, 'npaese dove l'eccezione sarei io, coi miei quarant'anni in mezzo a 'nmonno de ventenni, mentre invece sono solo tale e quale a voi, voi siete uguali a me, solo più tristi, voi sì, voi pe' davéro, perché volete resta' ai posti vostra pure si nun ve divertite più.

Io no. Io me diverto ancora. Questo c'ho io e questo vojo. Me diverto a palleggia' co' 'nragazzino der Sassuolo, me diverto a faje cade' 'na goccia sulla capoccia a quello, a coso, come se chiama, a Pjanic. Me diverto si mme dai quattro minuti contro er Realmadrì. Chi te chiede niente. Niente più de questo. Niente più de sbrigàtte a famme entra', a famme mette 'npiede sopra 'npallone, sopra-sotto-de tajo-de striscio, come è mmejo. Tu famme entra' che poi te lo ricordi. Pure gratis me butterei 'nmezzo a quer campo, co' questa pelle mezza gialla e mezza rossa addosso, pure gratis, tanto dimme che je devo chiede a questa Roma mia, più de quello che m'ha dato.
E allora come 'nragazzino vado e lo batto io 'sto carcio de rigore. È chiaro che tocca a me. Nessuno si fa avanti. Io fo dritto lo storto e storto er dritto. Nun è serata de cucchiai, questa. Nun è serata de incoscienza. La tiro dove sempre la metto quanno conta, in basso, alla destra der portiere, infatti lui lo sa e ci arriva, la tocca e non la prende perché nessuno stasera l'avrebbe forse presa, manco lo spirito de Yashin, manco Zamora, manco er mejo portiere che ho conosciuto, come se chiamava, porcamiseria, coso, quello che ar mare faceva le porte co' li zatteroni e se tuffava, Marco me pare, chissà che fine ha fatto, me li prendeva tutti i rigori, chissà se lo racconta 'ngiro, chissà si se lo ricorda, se è felice d'esse 'ngeometra, un rappresentante, un agente de viaggi, quello che sarà diventato, o se pure lui perso da quarche parte insegue l'idea di quello che non siamo, l'idea che tutto possa esse come allora, come na vorta, come i ragazzini a spasso pe' la strada.
mercoledì 16 marzo 2016
Il prototipo Florenzi

I jolly sono sempre esistiti, ma i Florenzi (e i Sergi Roberto) sono altro. Sono il simbolo di questo calcio così evoluto, o comunque molto cambiato, dove alle ali già da tempo istruite a fare i terzini, si sono aggiunti portieri che giocano con i piedi e difensori centrali che toccano cumuli di palloni, nell’età classica riservati solo ai registi. Florenzi rappresenta sia questo “spirito dei tempi” sia l’annuncio di uno sviluppo successivo, di quel che possiamo aspettarci in futuro: giocatori che sappiano forzare i modelli, portando il calcio oltre gli schemi noti. La fine della specializzazione: quel territorio in cui il tuo punto di forza diventa il tuo limite. Il rischio è sembrare ovunque fuori ruolo, il vantaggio è non esserlo mai, nemmeno quando si sbaglia a scalare in marcatura o a chiudere una diagonale, perché questa anomalia produrrà un vantaggio nell’altra metà del campo. Quale sia il ruolo naturale di Florenzi, adesso non lo sa più nessuno.mercoledì 3 febbraio 2016
Essere Insigne, essere Totti
lunedì 18 gennaio 2016
L'enigma di Dzeko

domenica 8 novembre 2015
Pioli-Garcia e le montagne russe di Roma
Tornavano da Napoli, ed erano eroi di maggio. Con una qualificazione europea in tasca e diecimila ad attenderli a Formello; le tre di notte, Parolo e Marchetti alticci, Pioli che faceva i selfie. Tornarono di nuovo, sempre loro, sempre da Napoli, le tre di notte ancora, ma erano già “undici indegni” oppure “undici vermi”, così scrissero sui muri solo tre mesi dopo, mica una vita, per via di cinque gol subiti: era settembre. Pioli aveva smesso con gli autoscatti, mormorava “dobbiamo guardarci negli occhi” e saliva sulle stesse montagne, un po’ russe e molto romane, dove Rudi Garcia fa su e giù da un anno almeno. La Roma era alla gogna ad aprile (“Capricci da innamorati” minimizzò lui) e venerata il venticinque maggio, giorno del derby vinto e delle magliette nuove di Totti-il capitano. “Game over” dicevano, ed era falso, perché il gioco a Roma non finisce mai. Magari ci fosse davvero tempo per fermarsi, respirare, darsi ristoro.
giovedì 17 settembre 2015
Date a Florenzi un gol da tre punti
Questo gol è la prova di un'ingiustizia. Sei a sessanta metri dalla porta. Acceleri, alzi la testa, guardi laggiù. A quel punto ti viene un’idea, la cosa più vicina alla follia che si possa immaginare con un pallone accanto al piede. Scarti l’idea di scartarla perché davanti a te c’è il tempo, c’è lo spazio e c’è il modo. Prendi la mira, calci come se fosse un lancio e per il resto devi solo rimanere a guardare come va. Ma quando finisce dentro, ecco, l’ingiustizia è compiuta, perché un gioiello del genere alla fine vale uno, soltanto uno, esattamente quanto un gol di Inzaghi in fuorigioco o uno strafalcione di Comunardo Niccolai. Basterebbe avanzare di un paio di canali con il telecomando per capire quanto tutto questo sia immorale, basterebbe osservare nello stesso istante Danilo Gallinari che fa canestro da poco meno di sette metri e prendersi tre punti anziché due.
mercoledì 30 aprile 2014
Per chi tifava Sergio Leone?
Gli anni adesso sono venticinque, da quando Sergio Leone non c'è più. E un altro film come C'era una volta in America, lo stiamo ancora aspettando. L'amore, l'amicizia, la fedeltà, il tradimento, il senso di colpa: un film totale, un'opera mondo, come la chiamerebbe Moretti, ma non Nanni, suo fratello Franco. Sergio Leone è uno di quelli di cui ti ricordi esattamente dov'eri quando ti hanno detto che era morto. Al cuore Ramòn, al cuore, e poi il Monco, il Biondo, Tuco, Armonica, Cheyenne, i nomi più belli tra i personaggi del cinema italiano. E Claudia Cardinale che scende dal treno alla stazione. E la voce di Nando Gazzolo. E lo scion scion di Morricone. Una cosa non si sa di lui, o almeno non l'ho capita io. Ma Sergio Leone era romanista o laziale?
giovedì 12 dicembre 2013
Federico Fellini e i 40 anni di Amarcord
| Fellini (ritratto di Tullio Pericoli) |
martedì 2 aprile 2013
D'Annunzio al treno del tocco
Il 2 di aprile cadeva il secondo anniversario.
"Bisogna questa volta celebrarlo fuori di Roma", disse Ippolita. "Bisogna che noi passiamo una gran settimana d'amore, soli, dovunque, ma fuori di qui".
Giorgio disse:
"Ti ricordi, l'anno scorso, il primo anniversario?".
"Mi ricordo".
"Era di Pasqua, la domenica di Pasqua...".
"Io venni da te, la mattina, alle dieci...".
Stabilirono di partire il 2 di aprile, col treno del tocco. Si trovarono alla stazione, per l'ora stabilita, tra la folla, provando entrambi in fondo al cuore una gioia ansiosa.
(Gabriele D'Annunzio, Trionfo della morte, 1894)
domenica 1 gennaio 2012
I Maya, la Kodak e la fine del mondo
Ha una bella storia personale. Mi racconta di un'infanzia trascorsa senza troppi giochi, tutta immersa fra templi, pietre sacre, suo nonno antico sacerdote, lui che a 16 anni un giorno dice alla madre di sentire le voci, e la madre che gli risponde Inventane un'altra per non andare a scuola, poi lo manda dal medico.
lunedì 3 ottobre 2011
L'uomo che palleggia al semaforo
L'uomo che fa i palleggi al semaforo sta lungo via Cavour, lo trovate all'altezza dei primi alberghi venendo dalla stazione Termini, più spesso è davanti al Massimo d'Azeglio, dove una volta si fermò a dormire Louis Armstrong, dove ospitavano Coppi e Pasolini.










