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giovedì 27 ottobre 2022

Gli anni di piombo raccontati da chi non c'era

Matteo Leonardi e Camilla Giuliani non hanno fatto le vacanze. Hanno rinunciato al mare e sono stati in giro per la città a girare. Lui ha diciotto anni, lei sedici, nessuno dei due immaginava che Roma potesse essere stata un tale teatro di morte. Questa è la storia di ragazze e ragazzi che usano i pollici sui loro telefoni e che hanno iniziato a fasi domande sui coetanei, quelli che cinquant’anni fa usarono invece gli indici, premendo i grilletti delle pistole. Sono usciti dalla memoria dei loro computer e sono andati a cercarla tra le strade, tra le lapidi, tra le parole scolpite sulle pietre e i marmi di Roma, nel dolore dei familiari delle vittime, nei ricordi dei testimoni. Questa è la storia di adolescenti che a scuola non trovano risposte sugli anni di piombo, “non ci arriviamo col programma” - dicono così - e il viaggio l’hanno fatto allora con una macchina da presa.

Studiano per fare del cinema il loro futuro all’istituto Roberto Rossellini, liceo artistico con indirizzo audiovisivo. Intanto hanno portato al Maxxi e alla Festa del Cinema un prezioso lavoro, “Divergenze parallele”, titolo che parafrasa e sovverte la formula politica delle convergenze usata da Aldo Moro - con la regia di uno dei loro docenti, Massimo Franchi. Quindici anni della vita di Roma raccontati da chi passa davanti alla stele di Giorgiana Masi senza conoscere la sua storia, la sua e quella di una generazione che ha subito “un furto di tempo, dell’allegria e della speranza”, come dice Walter Veltroni, l’ex sindaco, uno degli intervistati dai tre protagonisti del film, ai quali racconta “la violenza diffusa, la sensazione che potesse sempre succedere qualcosa”, gli anni barbari, la diffusione della droga, una partita di pallone giocata ai giardinetti con uno dei futuri responsabili del rapimento di Moro e dell’omicidio della scorta. Quando la città era bianca e nera, dice la voce narrante di Tiziano Favaretto: bianca per i lacrimogeni, nere per le auto in fiamme.

martedì 16 giugno 2020

La partita che cambiò il peso del calcio in Italia

Tutto quello che si trovava cinquant'anni fa sulla scena della cultura pop italiana non c'è più. Carosello ha smesso di esistere nel 1977, Canzonissima due anni prima, il cinema ha rinunciato ai poliziotteschi, il 
Guardiano del Faro non fa un disco da tempo. Ma se una qualunque partita di calcio in qualunque angolo del mondo finisce 4 a 3, anche senza pubblico, non c'è nessuno che non pensi a Italia-Germania, semifinale della Coppa Rimet in Messico, i Mondiali, 17 giugno 1970.
È la partita che ha cambiato il peso del calcio italiano nella società. L'abbiamo vista portare a teatro e al cinema, l'abbiamo vista tra le strisce dei fumetti di Topolino. L'abbiamo vista all'epoca in bianco e nero e la rivediamo — ogni volta che le televisioni la rimandano in onda — a colori. Finisce sempre 4 a 3, e ogni volta ci scappa un sorrisino mentre Nando Martellini dice «Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani». Noi ci domandiamo — conoscendoci — come abbiamo fatto a buttarla via, riprenderla e ribaltarla. Così come i tedeschi si chiedono al contrario — conoscendosi — come abbiano fatto loro a riprenderla, ribaltarla e poi buttarla via ai supplementari. I messicani l'hanno chiamata el partido del siglo — la partita del secolo — e hanno scolpito questa convinzione su una targa che sta fuori lo stadio dove si giocò: l'Azteca di Città del Messico. Una partita matrioska, la partita cioè che dentro ne contiene tante, due tre quattro, o forse ne contiene una diversa per ciascun calciatore andato in campo.

lunedì 6 maggio 2019

Come il Milan vinse lo scudetto della stella



Lo scudetto della stella del Milan, 6 maggio 1979, 
nelle parole d'epoca: Arpino, Brera, De Felice, Sconcerti, Zanetti. 

Io triumphe, caro vecchio Milan! Sento impazzare i clacson, indici del suo nume. Dal primo all'ultimo giorno il Milan ha comandato il torneo. Ha tenuto più a lungo la sua ruota il magnifico Perugia: poi ha dovuto arrendersi, troppo grande la differenza di forze in campo, di riserve in panchina, di mezzi in città (per tacere della Regione, cioè del retroterra). Ora, secondo che giustizia vuole, togliamoci il cappello per il Perugia e ascoltiamo con grata meraviglia il chiassoso carosello dei nostri cari fratelli cacciaviti [1]. L'anno di Rivera, Maldera, Bigon, di un Perugia che perde il trentenne Vannini e quindi cade in ambasce strategiche che costano punti, l'anno di una Juve retour de Baires che che prima è appagata poi pentita, poi distratta, l'anno di un Torino falcidiato, è trascorso [2]. "In pratica, è stato un torneo a due, ma con una sola squadra iscritta alla corsa per lo scudetto: una sola squadra che poi sono state due, il Milan con Rivera e il Milan senza Rivera. Un autentico rompicapo per i maghi delle panchine [3].

la partita decisiva
Alle quattro del pomeriggio San Siro aveva diecimila persone in più delle sessantamila consentite. C'è voluto un appello di Rivera per vedere lentamente la grande ammucchiata aprirsi e disperdersi come il Mar Rosso davanti a Mosè [4]. È entrato in campo Rivera avendo al fianco Paride Accetti: "Alzati Gioann", ha ringhiato un fesso, neanche fosse il papa. Rivera ha avuto il microfono dell'altoparlante e ha detto: "Se non sgombrate perdiamo la partita". Accetti, che è forse un congiuntivo esortativo, non un indicativo presente e neanche un plurale sbagliato, ha compiuto ampi e cattivanti gesti a sostegno dell'oratore: poi si sono mossi i pretoriani (the Milan boys) brandendo manganelli astutamente avvolti in bandiere da campo: la gente ha subito capito e si è pigiata sugli anelli superiori. Allora finalmente ha avuto inizio la più divertente parodia d'una partita di calco che mai sia stata inscenata negli ultimi decennio (a quel livello dico) (...) Il pericolo era che qualcuno, per isbaglio, segnasse [1]. C'è una sorta di pudore a cantare il trionfo del Milan, come entusiasmo popolare vorrebbe, anche perché la partita è stata falsa. Il Bologna puntava al pareggio, e lo hanno capito subito tutti. (...) A cercare il gol con un certo impegno fra loro era Juliano, che non ha mai amato Rivera per questioni di nazionale [5]. La parte cogliona dei presenti si è messa a fischiare con temeraria insolenza: qualcuno ha pure gridato ai bidoni. Oh comica pretesa di voler vedere calcio fra due squadre egualmente interessate a non procurarsi danno! [1].

lunedì 3 dicembre 2018

Alle radici di Re Cecconi

La vita che Luciano Re Cecconi avrebbe avuto è tutta dentro un paese costruito in discesa poco fuori Milano, dove ancora abitano sua moglie Cesarina e i figli Stefano e Francesca. «Noi non lo abbiamo mai dimenticato» quasi sussurra Massimo Cozzi, magazziniere di un'azienda di Rho che ha preso l'aspettativa per fare il sindaco a Nerviano. Il Comune è dentro un ex monastero. Cozzi ha un ufficio che dà sul fiume Olona, parcheggia con il disco orario, non ha l'auto di servizio, anzi si sposta in bici e ha tolto il cellulare ai consiglieri. «Ma ora in bilancio ci sono 600mila euro per ristrutturare lo stadio», dice. Il Comunale Re Cecconi, dove fra i dilettanti gioca la Nervianese. Il campo del Luciano bambino è all'oratorio di sant'Ilario. È qui che Re Cecconi festeggerebbe domani 70 anni, senza quel colpo di pistola che un gioielliere gli sparò al petto il 18 gennaio 1977. «Sarebbe stato un allenatore magnifico, aveva etica, competenza, principi saldi», ne è certo Pino Wilson, che di quella Lazio era capitano e leader di una fazione, spogliatoi separati, le risse in allenamento, al cinema, al ristorante, e poi le pistole, un poligono dietro il campo, le luci delle camere in ritiro spente con un proiettile alle lampadine prima di dormire. Luciano detto Cecco stava dall'altra parte. Contro Chinaglia e Wilson, alleato di Martini. Soprannome: il Saggio. Non sparava, non andava al night, non giocava a poker in una Lazio drammaturgicamente perfetta.

sabato 26 maggio 2018

Il portiere che posò nudo vincendo al fianco di Pelé

Molto prima dei qatarioti che a Parigi vogliono aggiungere Buffon al loro album di stelle internazionali per vincere la Coppa dei Campioni, i discografici dell'Atlantic e i dirigenti della Warner raccoglievano stelle ai Cosmos per promuovere il calcio negli Stati Uniti.
Quarant'anni fa erano i primi, o si dovrebbe dire gli unici.
Andarono a prendersi Pelé e calciatori da 14 paesi differenti, ma il portiere no, il portiere era un ragazzo americano che faceva di tutto per non smentire i cliché sull'estetica e la psicologia del ruolo. Si chiamava Shep Messing, veniva dal Bronx, si era laureato ad Harvard, e in quella squadra di celebrità Beckenbauer, Chinaglia, Carlos Alberto - rimase fino al giorno dell'ultimo trionfo di Pelé, fino alla partita d'addio del brasiliano al calcio che valse il titolo del 1977. Contro Seattle.

domenica 13 novembre 2016

Il mare di Enzo Maiorca


Mare ora inquieto ora cheto, ora torbido. Onde tra il limaccioso e il pastello. Flutti di mare negli occhi. Colori cangianti, che giocano a nascondino come le emozioni. Il mare come amore, il mare come ossessione. La passione tra l'acqua ed Enzo Maiorca, 69 anni, 28 volte recordman di apnea, è antica.
«A due anni a causa della mia salute cagionevole miei genitori andarono a vivere in riva al mare, a Grottasanta, 3 chilometri da Siracusa. Il primo ricordo che ho della mia vita è una distesa di acqua delineata dal contorno delle finestre che si affacciavano tutte sul mare. Le onde sbattevano negli infissi e lasciavano sui vetri scaglie di sale che si animavano con la luce. Quando tornava il sereno mi abbagliavo con tutto quel luccichio. Vedevo cento soli, cento lune, migliaia di stelle, tanti arcobaleni. E fantasticavo su cosa ci fosse al di là dell'orizzonte dell'acqua, dentro le onde». Maiorca parla con una voce da tenorino, flebile, delicata. E dire che ha polmoni infiniti, capaci di resistere senz'aria per sette minuti abbracciato agli oceani, e il coraggio di sfidare l'ignoto degli abissi e l'ignoto dentro il suo cuore.

lunedì 1 agosto 2016

Loretta Goggi e il diario di una sola pagina

Lo sguardo obliquo di due Telegatti da una mensola. Cappelli, libri, foto alle pareti. Loretta Goggi si china su un tavolino al centro del suo studio ai Parioli e fruga nella collezione di copertine. «Playboy devo averlo a casa. È del 1979. Non nacque per caso. Non andai a propormi, ma quando chiamarono non rifiutai. Alcuni amici erano impazziti per un numero dedicato in precedenza a Nastassja Kinski. Fu una specie di sfida. Volevo dimostrare che potevo starci anch’io, pur senza l’immagine della “bona”. Ero appena tornata dal mare, la facemmo con un tanga e dei veli: i patti con la redazione erano questi. Non sono mai stata una che ammicca al mistero. Se mi frequenti, dopo un mese di me sai tutto. Non ero la ragazza della porta accanto, casomai ero la
signora del piano di sopra».

lunedì 20 giugno 2016

Il cucchiaio di Panenka ha 40 anni

20 giugno 1976: il rigore di Panenka contro Maier nella finale degli Europei
20 giugno 1976: il rigore di Panenka contro Maier nella finale degli Europei[/caption] Quando Antonin Panenka prese la rincorsa, sapeva chi era, non cosa sarebbe diventato. Suo padre avrebbe voluto fare il calciatore, ma era avido di corse in moto, ebbe un incidente e fine dei sogni. Così aveva portato il bambino a vedere le partite, anche sei o sette in un week-end. Quando Antonin Panenka prese la rincorsa per il tiro decisivo nella finale degli Europei ’76 che si stava chiudendo ai rigori contro la Germania – il 20 giugno sono quarant’anni - si ricordò dei sacrifici, degli allenamenti, dei funzionari del partito che vigilavano sulla Nazionale, del divieto di fumo, del divieto di sesso tre giorni prima di ogni partita, delle multe per ogni birra bevuta; si ricordò dei suoi due grandi modelli, Didi e Masopust, e decise di tirare come da due mesi aveva in testa di fare.

lunedì 16 maggio 2016

L'ultimo scudetto del Torino


Quarant'anni fa il Torino vinceva il suo settimo scudetto. Questa è la cronaca di quel giorno, attraverso le parole e le testimonianze d'epoca tratte dagli archivi. 
La curva Maratona è una piacevolissima orgia di rosso. Lo stadio intero ribolle d’un indicibile entusiasmo. Dopo 27 anni di sofferta attesa il Torino ha vinto il suo settimo scudetto. (…) Una cosa bella, grande, difficile da raccontare. Una cosa commovente diciamo senza ritegni e senza paure. Una festa di popolo che esulta per la sua squadra, assieme alla sua squadra. Tutti in piedi, tutti osannanti. E molti occhi lucidi di nostalgia e gonfi di ricordi a cercar Superga, là, sulla collina dietro il rettifilo dei distinti. Il nome di Valentino Mazzola che si unisce e confonde con quello di Claudio Sala, quelli di Gabetto, Ossola, Maroso sulle bocche di ognuno con quelle di Pulici, di Graziani e di Pecci. Abbiamo altre volte vissuto e goduto il giorno dello scudetto con l’Inter, col Milan, con la Juventus, ma nessuno mai come questo è stato di sicuro così intenso, così schiettamente popolare [1].
Ercole Faliva, un tubista di Codogno, provincia di Milano, 35 anni, se l'è fatta a piedi dal suo paese a Torino: partito da casa lunedì scorso, è arrivato giovedì alle 15 allo stadio di via Filadelfia dove la squadra si stava allenando. In tre giorni ha compiuto 130 chilometri alla media di 37 al giorno. Graziano Criscimanni, invece, ha scelto l'autostop: la distanza da Catania al Piemonte sconsigliava imprese podistiche. Da tutta Italia, con ogni mezzo, chi per voto chi per passione, i tifosi dei colori granata hanno marciato su Torino per assistere al giorno del trionfo. Attorno alla squadra, intanto, è fiorita una catena di iniziative commerciali: la "Boutique del tifoso" di Franco Costa non riesce a soddisfare tutte le richieste (un centinaio al giorno) di bandiere, coccarde e gigantografie del Torino; un giornalista, Salvatore Lo Presti, ha fatto stampare 50.000 copie di un suo libro sul Torino, "Profondo granata": quasi la metà sono state già prenotate a scatola chiusa [2].
Non basta rifarsi alla tragedia di ventisette anni fa, al rogo di Superga, alla lunga attesa delle tribù granatiere. Questo scudetto tinto di vermiglio, i fiori all’occhiello di tante persone costituiscono – seppur in modo inconscio – una rivincita prettamente torinese, piemontarda in ogni millimetro di osso e midollo, in ogni goccia di sangue per ogni vena. Perché la Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un esperanto anche calcistico, il Toro è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedestallo, unicità espressiva, anche se l’immagine della squadra granata è amata per quanto seminarono tanto tempo fa e in ogni luogo d’Italia i gol e i lutti dei Valentino Mazzola e dei Maroso. Oggi, Torino granatiera gode. Clamorosamente. Ma si chiude anche a versare una lagrima di commozione nel groppo di tanta gioia, nel rilassarsi di tante tensioni. E si parla di calcio, di Pulici o Castellini o Claudio “poeta pelotero” solo per dar realtà a un sogno troppo vasto, quasi inabbracciabile. [3]
la Repubblica del 16 maggio 1976
la Repubblica del 16 maggio 1976
La paternità dell'impresa spetta soprattutto a Gigi Radice, brianzolo, 45 anni, detto "il tedesco" per il carattere rude e il taglio cortissimo dei capelli biondi. Assunto nell'estate scorsa, in un batter d'occhio Radice ha saputo ringiovanire, capire e correggere una squadra valida potenzialmente, ma fino allora immatura, debole in alcuni ruoli-chiave e incostante. Le componenti dello scudetto del Torino, alla resa dei conti, sono due. Gli acquisti di Caporale e Pecci dal Bologna e di Patrizio Sala dal Monza. Caporale, 29 anni, una carriera senza bagliori alle spalle, sembrava avviato tranquillamente alla pensione: Radice lo ha rispolverato facendone un libero stringato, moderno, capace di comandare a bacchetta la difesa. Pecci, 21 anni, ha saputo frenare il suo carattere ribelle e assumere la regia della squadra con la disinvoltura di un veterano. Ma la sorpresa più grande l'ha fornita Patrizio Sala, anche egli ventunenne, un fisico asciutto e nervoso, un po' come il terzino romanista Rocca, ma due polmoni a mantice. Dall'inizio alla fine del campionato ha corso senza sosta per il campo a ritmi vertiginosi sobbarcandosi una mole di lavoro massacrante. La seconda componente risiede nello schieramento tattico. Castellini portiere, Caporale libero, Santin e Mozzini sulle due punte avversarie, Salvadori (un'altra rivelazione) terzino a tutto campo, Patrizio Sala e Zaccarelli stantuffi sulle diagonali destra e sinistra, Pecci perno centrale di centrocampo a ordinare la manovra, Claudio Sala "uomo-ovunque" ma più spesso proiettato sulla fascia esterna destra, Pulici e Graziani pendolari sul fronte d'attacco: ecco lo schema di Radice. Rispetto a quello della Juventus è meno elaborato e richiede maggiore potenza, rispetto a quello che più comunemente viene seguito in serie A ha caratteristiche più spiccatamente offensive: le punte fisse sono due e sia Pecci che Claudio Sala gli offrono una collaborazione costante, risultando più rifinitori che centrocampisti. La fascia mediana del campo resta così affidata in gran parte a Patrizio Sala e Zaccarelli (chiamati a un enorme dispendio di energie), con Salvadori pronto a sostenerli: a correre sono soprattutto questi tre giocatori. Se ne giova soprattutto Claudio Sala, fino all'anno scorso geniale ma incostante, adesso - sollevato da obblighi pressanti di marcatura - più lucido, continuo nel rendimento e preciso: un calcolo statistico ha rilevato che dal piede di Claudio Sala sono partiti i passaggi decisivi per il 65 per cento dei 35 gol segnati da Pulici e Graziani. Radice, insomma, dopo avere studiato i piani a tavolino ha puntato tutto sulla coppia avanzata. Ne valeva la pena: nessun'altra squadra in Italia vanta due cannonieri del calibro di Pulici e Graziani. Per la prima volta nella storia dei campionati italiani, al primo e secondo posto della classifica cannonieri figurano due giocatori della stessa squadra. Questo è il "nuovo" Torino: più forte, sostengono in molti, del "grande" Torino, quello scomparso a Superga. Difficile fare paragoni a così lunga distanza di tempo. Allenamenti, tattiche e avversari di allora erano troppo diversi da quelli di adesso. [2]
L’impresa realizzata dal Torino di oggi è in tutto degna del Torino di allora. Essa non premia soltanto la tenacia, il puntiglio, l’impegno di un presidente come Pianelli e degli uomini che lo hanno affiancato, da anni cercando di assicurarsi i giovani più promettenti e validi con un coraggio che ha talvolta sfiorato la temerarietà e il puro rischio. Essa non premia soltanto un giovane allenatore come Radice, che ha dato prova delle sue indubbie qualità tecniche e umane, impiantando in pochi mesi una formazione logica e guidandola con gelida calma – virtù finora sconosciuta nell’ambiente granata – nel periodo più teso della stagione. Essa premia soprattutto i tifosi, rimasti incrollabilmente fedeli alla loro bandiera anche dopo il declino susseguito al terribile rogo di Superga [4]
Volere lo scudetto ha significato soffrirlo. Solo all'ultima giornata, che dico, solo agli ultimi minuti del campionato lo scudetto è divenuto granata ventisette anni dopo Superga. Il mito doloroso che sublimava un passato di gloria e che pareva gelosa memoria di un tempo perduto si aggancia oggi a questa splendida realtà e in essa si rinnova. E nessuno osa più dire - chi l'avrebbe detto - come più volte ha pensato e ha detto nelle convulse tappe del torneo, e come più volte s'è domandato con disperata trepidazione nel corso di questa stessa partita perché il Torino - come si dice - è una fede - ed il momento così a lungo atteso dopo troppe dispersioni doveva arrivare [5]
L’urto che la vittoria granatiera porta al mondo della nostra pelota è altamente positivo, propizio e da imitare. Una strada globale ma casalinga, senza inutili millanterie olandesi o teutoniche. Ed è una vittoria che farà del bene ulteriormente alle due società, ai loro diversi popoli sostenitori: perché cancella di colpo quei residui di vittimismo e di doloroso rimando che travagliavano l’animo granata; perché consente al club cugino e avversario di iniziare qualche mossa di rinnovamento; perché questo stesso club bianconero, perdendo seppure da secondo l’ennesimo titolo, scavalca di un balzo tutte le menzognere campagne contestatorie che lo hanno assillato per almeno due anni; e perché, infine, un Torino di questo stampo, in una prossima Coppa dei Campioni, sarà squadra da vedere, con curiosità e responsabilità di giudizio. La festa grande non abbisogna di spiegazioni ulteriori: è un risultato, un traguardo di per sé. I vari mediconi della critica sportiva ora si chineranno a scrutare e a diagnosticare tanti perché. Lasciamoli fare: tanto non parlano il nostro dialetto. Limitiamoci a constatare questa legge: che almeno nello sport talvolta vince il migliore. La gioia popolare parte anche da qui [3]
note
[1] Bruno Panzera, l'Unità, 17 maggio 1976
[2] Franco Recanatesi, la Repubblica, 16 maggio 1976
[3] Giovanni Arpino, Stampa sera, 17 maggio 1976
[4] Gianni De Felice, Corriere della sera, 17 maggio 1976
[5] Giorgio Mottana, la Gazzetta dello sport, 17 maggio 1976

domenica 6 settembre 2015

Il papà di Mazinga e Goldrake


1982. “Dietro il nostro rancore di genitori, di nonni, di zii costretti a spendere soldi, rabbia e inutili prediche per limitare l’invasione della fantasia infantile c’è, inconfessabile, il senso di un’ammirata sconfitta. Si chiama Go Nagai, il nostro avversario, e la sua matita sta alla cartoonistica giapponese come la Dormello Olgiata sta al purosangue: dal suo centro di produzione sono usciti i Nearco, i Tenerani, i Ribot che hanno galoppato nei cieli delle televisioni di mezzo mondo, dall’Indonesia alla Francia, dalle Filippine all’Italia. Per milioni di uomini e donne, domani le immagini ricordo dell’infanzia saranno queste, non D’Artagnan e Zane Grey, e neppure Tex Willer o Mandrake”.
Così scrisse Vittorio Zucconi nel giorno in cui ebbe davanti a sé il papà di Mazinga, Goldrake e Jeeg robot. In Italia tutto era cominciato quattro anni prima, su Rete 2, intorno alle sette di sera, più o meno nella stessa fascia oraria in cui Rete 1 aveva abituato il pubblico alle rassicuranti storie di Fonzie o della famiglia Bradford.

lunedì 6 luglio 2015

I trucchi di Silvan

Questo è l'uomo che ha tagliato in due Raffaella Carrà e che ha indovinato quanti dollari aveva in tasca Reagan. Quanti anni siano trascorsi non importa. Se non li conta lui, perché dovremmo farlo noi. «Un mago non ha età». Di diverso c'è che adesso nel suo show le donne le taglia in otto parti, gli attrezzi di scena sono in titanio anziché in ferro e i soldi in tasca li conta col pensiero ai cardinali. «Sodano mi ha detto: "Tu sei il diavolo". Ravasi era ammirato». Invece è sempre uguale il pubblico di Silvan, che domani a Rimini apre con i suoi numeri il Festival internazionale della magia. «Finché sulla terra ci saranno due uomini, uno farà il prestigiatore per stupire l'altro. Essere mago significa creare l'impossibile praticando un'arte antica».

martedì 26 maggio 2015

Sei chiodi storti

La breve felicità del tennis italiano sta compiendo quarant’anni. Panatta che vince prima Roma e poi Parigi in primavera; la squadra di Davis che con Barazzutti Bertolucci e Zugarelli accanto ad Adriano conquista la Coppa nel dicembre, sempre del ’76. Non era mai successo prima, né dopo più accadrà. In una stagione di angoscia e lutti, in un Paese che si è consegnato alla Dc, quella giovane nazionale con le racchette finisce dentro un corridoio di gloria e fortuna. Dario Cresto-Dina è andato a cercare uno per uno i protagonisti di quella stagione, compreso l’uomo che li guidava dalla panchina, Nicola Pietrangeli, per catturare con loro umori e atmosfera di quei giorni. Il sesto protagonista, il maestro Mario Belardinelli, non c’è più dal ’98.

Toccò, a quella squadra, giocare l’ultima partita sui campi di Santiago del Cile, da tre anni e tre mesi piegata alla dittatura di Augusto Pinochet. Il libro “Sei chiodi storti” (66thand2nd, 147 pagine, 17 euro) ricostruisce l’avvicinamento alla finale e il feroce dibattito che s’accese in Italia sull’opportunità di presentarsi in scarpette e pantaloncini candidi in un Paese insanguinato. È il racconto di un’Italia sconvolta dal terrorismo, ventuno morti - sarebbero diventati 120 quattro anni dopo - e in ginocchio sotto i provvedimenti economici del terzo governo Andreotti.

martedì 4 novembre 2014

Gigi Riva raccontato da Marcello Fois

UN UOMO, un popolo. Come un messia. «Perché Gigi Riva si è fatto sardo. È questa la forza del lunghissimo matrimonio fra noi e lui, il senso della grande passione che dura tuttora». Marcello Fois, scrittore e sceneggiatore sardo (ultimo romanzo "L'importanza dei luoghi comuni", Einaudi), aveva 10 anni quando il Cagliari, quel Cagliari, vinse il campionato.
«L'album delle figurine dei calciatori era come un documento di appartenenza. Stabiliva che il Cagliari era come la Juve, era come l'Inter. Eppure, quando nel resto d'Italia usciva, il mio edicolante non sempre l'aveva. A Nuoro poteva arrivare anche con una settimana di ritardo. Per comprare la moneta celebrativa del primo uomo sulla Luna, sarò passato a chiederla almeno dieci volte».
È così che nel 1970 si misurava la percezione di una distanza? 
«Era una vita ai margini, da confini dell'impero. Ma c'era comunque della poesia in quell'attesa, nel sentirsi dei figli cadetti, nel non sapere come si stava a tavola. Per tutto questo, forse, la figurina di Gigi Riva si conservava anche se era doppione».

sabato 1 novembre 2014

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra / 3 - Cronaca di un successo


   Metto qui, il terzo capitolo di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei lavori di Eduardo De Filippo: le scelte linguistiche, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente. Lo studio fu reso possibile dalla gentilezza e dalla collaborazione della signora Isabella Quarantotti, che mi aprì l'archivio di Eduardo presente nella casa di via Aquileia, a Roma.
[Capitolo 2; Tradurre il teatro]


3.   Eduardo e l'Inghilterra: cronaca di un successo

"In generale, se un'idea non ha significato e utilità sociale non m'interessa lavorarci sopra"
(Eduardo De Filippo)

   L'Inghilterra incontra il teatro di Eduardo già nel 1958, quando all'Oxford Playhouse va in scena Questi fantasmi. Soltanto due anni dopo, tocca alla commedia forse più celebre, Filumena Marturano, attraversare la Manica. Così com'era accaduto ai napoletani la sera del 7 novembre 1946, al teatro Politeama, l'amara storia della tenace prostituta affascina subito pure gli inglesi. Il critico di The New Statesman, ad esempio, scrive: "I came away from the Belgrade Theatre, Coventry, last night with the feeling that it was a pity hat a satellite could not be put into orbit round the earth to commemorate Wanda Rotha's performance in the British premiere of the Italian comedy, Filumena, by Eduardo De Filippo. This red-haired Austrian actress of international repute finds the perfect vehicole for her tempestuous talent in Filumena, which is more sophisticated tha traditional France farce yet more broad-humoured than English drawing-room comedies"1.

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra / 2 - Tradurre il teatro

Metto qui, il secondo capitolo di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei lavori di Eduardo De Filippo: le scelte linguistiche, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente.
  

2.     Tradurre il teatro
                                                          "La traduzione teatrale non è un'operazione
                                                           linguistica: è un'attività drammaturgica"
                                                           (E. Cary)


     Tutti i più grandi teorici della traduzione concordano su un punto: il testo teatrale merita considerazioni a parte. Non consente che gli siano applicate generalizzazioni, tanto sono fragili i suoi equilibri. "L'atmosfera di un testo teatrale si compone di imponderabili e bastano pochi particolari qua e là mal riusciti perché il testo non renda il suo giusto timbro"1. Lo scrive Georges Mounin, professore di linguistica e stilistica francese alla Facoltà di Lettere di Aix-en-Provence. "La traduzione teatrale può mostrare quale sia, per una versione integralmente fedele, l'importanza di quei complessi elementi che abbiamo chiamati i diversi contesti di un enunciato. Infatti, l'enunciato teatrale è concepito proprio in vista di quei contesti, perché è sempre scritto in funzione di un dato pubblico, che in sé riassume quei contesti e conosce quali situazioni essi esprimano, quasi sempre per allusione: contesto letterario (la tradizione teatrale del Paese nel quale l'opera teatrale viene scritta), contesto sociale, morale, culturale in senso largo, geografico, storico - contesto dell'intera civiltà presente in ogni punto del testo, sulla scena e in platea"2.

giovedì 30 ottobre 2014

Ali-Foreman secondo Giovanni Arpino

Rumble in the Jungle. When we were kings. Foreman-Ali. 30 ottobre 1974. Il match più famoso nella storia della boxe. Ne scrisse Norman Mailer. In Italia Giovanni Arpino, che il quotidiano torinese "La Stampa" mandò come inviato speciale in Zaire a seguire l'evento. Questo è il pezzo che Arpino scrisse 24 ore prima: sul giornale occupò l'intera pagina 3.


È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della "negritudine". Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull'erba nel suo "quartiere" di N'Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l'invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un "fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi", non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all'immagine dell'uomo politico, fa: "Scusami". E seguita a parlare dei problemi dei neri.

sabato 21 giugno 2014

Pat Jennings e le giovani vite d'Irlanda

jennings2 Non si può mandare la palla direttamente fuori dal campo, e neppure trattenerla, farla rimbalzare due volte o fare quattro passi senza passarla. Questo è il calcio gaelico, il calcio che amavo e che è stato il mio, prima che andassi a difendere la porta del Tottenham, dell'Arsenal e soprattutto dell'Irlanda del nord.

domenica 11 maggio 2014

Olivares e la partita in 11 contro nessuno

juanitoScoprimmo che ci fischiavano. Arrivammo in Germania e ce l'avevano con noi. Eravamo la squadra di Pinochet, ci eravamo qualificati grazie alla rinuncia dell'Urss, ma soprattutto con una partita diventata barzelletta. In Cile le cose andarono così. Il Palazzo della Moneda era caduto da due mesi. Settembre '73. "Ho fiducia nel Cile e nel suo destino", aveva detto Allende alla radio, poco prima di morire durante il golpe di Pinochet. Ci stavamo infilando nel buio. Chi si opponeva finiva allo stadio, il nostro, l'Estadio Nacional, a Santiago. Non c'era più posto per i gol, lo avevano trasformato in un gigantesco campo di concentramento per chi aveva idee diverse da quelle del generale.

lunedì 28 aprile 2014

Jongbloed, il portiere della grande utopia

jan1 Mi chiamarono un mese prima dei Mondiali. Jan, riproviamo. Mancavo in nazionale da dodici anni, mica cinque minuti, e stavo entrando a far parte della Grande Olanda. La Grande Olanda, sì, anche se non abbiamo vinto niente di niente. Noi siamo semplici calciatori, sono gli orafi che misurano il valore delle cose dal loro peso. Noi possiamo permetterci altro, possiamo apprezzare un gesto, un momento, una giocata. Possiamo stabilire cosa sia la grandezza senza fondarci su alcuna unità di misura. Possiamo goderci il privilegio della soggettività, la sontuosa meraviglia di stabilire quale calcio ci piace di più, e trasformarlo in un totem, in una leggenda. Questo siamo stati noi, gli olandesi degli anni Settanta. Altri molto più di me.

domenica 20 aprile 2014

Sepp Maier, il portiere che voleva ridere

sepp-maier I passaggi furono quindici, me lo ricordo ancora. Ricordo la corsa all'indietro che fece Cruyff per andare a prendersi un pallone a ridosso della sua area. Poi rimase lì, a centrocampo, e al quindicesimo passaggio consecutivo, senza che noi tedeschi toccassimo mai il pallone, lo vidi partire verso di me. Accelerò in uno spazio vuoto che forse aveva visto solo lui, forse neppure c'era, lo aveva creato da solo. Toccò il pallone otto volte tenendolo sempre incollato al piede destro, collo, esterno, collo. Non c'era niente da fare. Mi avrebbe fatto gol, dovemmo buttarlo giù. Calcio di rigore. Neppure un minuto di partita, neppure un minuto della finale che giocavamo in casa contro l'Olanda, e c'era rigore per loro.