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mercoledì 6 giugno 2018

La partita dimenticata dell'Italia di Bearzot

Gli italiani arrivarono all'ora di pranzo, e tutto quello che davvero era importante accadde prima che iniziasse la partita. Appena sceso dalla diligenza che percorreva la Ruta 68 tra Santiago e Valparaíso, Cesare Maldini corse a posare le sue tre valigie in camera, attraversando il profumo dei filari, dei fiori e delle empanaditas ripiene di carne d’agnello. Un paio di passi dietro di lui, Gigi Riva tirò fuori dalle tasche il foglietto a righe su cui una mano amica aveva scritto il nome dell’uomo a cui rivolgersi una volta giunti al pueblo, pochi chilometri dal lago Villarrica, per venire a capo del rebus con cui erano partiti dall’Italia, in questa missione quasi senza speranze per conto di Bearzot.

venerdì 16 marzo 2018

Cubillas, Varela e il pallone che guarisce l'acufene

Obdulio Varela nell'illustrazione
di @a_jack_drawings (instagram)

Sedicesimi di finale: Perù 1982-Uruguay 1950
Dove si dimostra che un gol ha quasi sempre a che fare con il sesso e con la morte

Il giorno della partita i giocatori del Perù si svegliarono tutti con un fischio all'orecchio destro, ma prima che se lo rivelassero l’uno con l’altro passarono sette ore e mezza. Geronimo Barbadillo se ne accorse mentre sistemava un paio di statuine in terracotta alle pendici di una montagna, affinché proteggessero i suoi vitigni dalla tramontana, e all'inizio scambiò il sibilo per una folata di vento. Juan Carlos Oblitas Saba e César Augusto Cueto Villa stavano giocando a ping pong usando come tavolo l’altare in legno di una chiesa sconsacrata, scoprendo così che mandare avanti e indietro una pallina sopra una rete è il passatempo più crudele, perché chi pensa perde senza via di scampo [1].

giovedì 22 febbraio 2018

Hanno tagliato le scarpe a Valderrama

Illustrazione a cura di @a_jack_drawings (Instagram)
Qualificazione ai sedicesimi: Algeria 1982 vs Colombia 1990-1994
Dove si riflette sulla vanità del colpo di tacco

English version, abstract >>> Here

Ventidue paia di scarpe da calcio non si trovano dalla sera alla mattina con la tomaia tagliata all'altezza della punta, tutte là, per una combinazione. Sin dal primo istante fu chiaro a tutti che non poteva trattarsi di un caso, né di una qualunque altra circostanza che escludesse un movente, un mandante e un esecutore. L’evento eccezionale, alla vigilia della partita più importante nella storia del paese, scatenò la fantasia del popolo e di quelli che avevano intenzione di guidarla.
I conservatori parlarono di un’azione dimostrativa agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e incolparono i leader della lotta contadina impegnati contro le multinazionali della frutta. I liberali sostennero l’evidenza di un’impronta reazionaria affrettandosi ad attribuirla ai vertici delle forze militari in pensione, spaventate si disse dalla gioia che il calcio avrebbe messo in circolo nella vita della nazione. Su un trenino giallo a tre vagoni partito alle undici del mattino dalla vallata, procedendo a non più di trenta chilometri all'ora, dopo un viaggio umido e lento nella terra dei banani e richiamato dalla solennità di quel mistero, giunse allora allo stadio di Macondo il Grande Scrittore, seguito da centinaia di persone in moto e in bicicletta lungo la strada che alla ferrovia correva parallela.

martedì 6 febbraio 2018

Meazza, Kempes e le matite spezzate

maiali colorati
L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram)
    Sedicesimi di finale: Italia '34/'38 vs Argentina '78
Della natura politica del calcio

Il ministero della cultura confermò con un fonogramma urgente che dopo la mezzanotte del venerdì sarebbe arrivato il sabato, e gli italiani vestiti di scuro non ne vollero sapere di far cominciare la partita prima di averlo degnamente celebrato. Le squadre di calcio vennero allora bloccate nel tunnel cinque metri sotto terra, dove ancora non sospettavano che sarebbero rimaste ore e ore. Gli argentini stavano ancora infilando i calzettoni. Dentro lo stadio del paese giungevano suoni di campanelli e squilli di trombetta, ma così piccolini e soffocati che parevano sibili di zanzare, come usciti da ruote di un carro fasciate di stoppa e cenci. Lungo le piazze si vedevano teatrini di tela affollati di bambini, e sui muri delle case alcune scritte col carbone [1]. I ragazzi più coraggiosi si lanciavano dentro cerchi di fuoco e maneggiavano moschetti di legno, mentre le ragazze in camicetta bianca e gonna nera facevano roteare bandiere e clave.

giovedì 4 agosto 2016

Cosa succede al Brasile nel calcio

Il nome è lo stesso, la maglia non è cambiata, ma dire Brasile oggi significa parlare di un guscio vuoto, di uno scrigno pieno di niente. I re del pallone non sanno più giocare. Divertivano e vincevano, ora perdono e sono pure noiosi. Sono nel calcio quasi da estranei, respinti, sono gli antichi coloni cacciati dalla terra conquistata. Non solo hanno smesso di incantare e regalare stupore. Hanno smesso finanche di produrre normalità. È come svegliarsi una mattina in Svizzera e scoprire che hanno chiuso le fabbriche di cioccolata.

mercoledì 9 marzo 2016

I tiri in porta di Manoel Mosquito


Si erano presentati in sei all'esterno dei cancelli della fabbrica, mentre le sirene berciavano la fine del turno dopo il tramonto. L’Italiano si era aggiustato il bavero del cappotto e aveva capito all'istante che gli sgherri erano arrivati lì fuori solo per lui. Il Nogueira, “la Noce”, così chiamato per via della sua testa dura, aveva parcheggiato la station wagon da sette posti fra gli stalli colorati riservati ai disabili, com'era abituato a fare da quando l’istituto per la previdenza sociale, un anno e tre mesi prima, aveva cominciato a riconoscere una pensione di invalidità a suo fratello Gil, oltre il muro del bairro chiamato Bafo de Onça, cioè Gambadilegno, sebbene si mormorava di legno non avesse niente, e comunque certamente non le gambe. La Noce era sceso dall'auto dallo sportello anteriore destro – alla guida s’era messo come al solito Osanna – e si era poi diretto a passo svelto verso la folla di operai che giungeva dall'altra parte della strada, in direzione opposta alla sua. Aveva chiesto al Corvo e al Cigarro di seguirlo, ma alla Mancha di fermarsi all'angolo: la prudenza non è mai troppa.

L’Italiano li aveva riconosciuti senza che loro neppure facessero rumore, come in genere arrivano le sventure, silenziose, contromano. Era sceso dal marciapiede e aveva attraversato la strada, scavalcando una lattina di birra vuota lasciata lungo le strisce pedonali e certi miraggi di premonizione; e nell'attraversare le strade di Rio, stuprate dai lavori per le Olimpiadi, guardando dal finestrino posteriore quella infinita catena di speranze che il tempo si sarebbe preoccupato di frustrare, ebbe all'improvviso chiaro cosa avrebbe chiesto in cambio per questa storia che stava cominciando.

martedì 8 marzo 2016

Il mondo di Valdano


DAL tavolo di Jorge Valdano il Real Madrid sembra «un quadrato che vuole diventare un cerchio». Non un'utopia: un pasticcio. I sette gol al Celta sono cerotti su un allenatore saltato, un altro che traghetta e basta, la stella Ronaldo che si irrita coi compagni, i fischi, i 12 punti di distacco dal Barcellona. Qui il campione del mondo argentino ha giocato, allenato e fatto il dirigente, fino a rompere con Mourinho. Ha attraversato il calcio da sovversivo, da uomo sensibile ai sogni. Oggi è un apprezzato scrittore. Sorseggia un cortado in una caffetteria a tre minuti dal Bernabéu, dove domani aspettano la Roma, lungo un viale pieno di banche, concessionarie d'auto e platani spogli. Il lusso e le foglie morte. Questo Real. «È un tempo di disperazione per doversi confrontare col più forte Barcellona di sempre. La società tecnologica ci ha tolto la calma e ha imposto la fretta. L'impazienza sta provocando cambi continui, i cambi non aiutano i progetti».
Il madridismo come reagisce?
«Nel modo in cui dice l'inno del Real: quando perdi, dai la mano. Ci sono valori che definiscono un club. Non darsi per vinti, far prevalere il gruppo, associare trionfo e spettacolo. Questo è il madridismo, con l'onestà e l'autorità morale dei suoi idoli. Bernabéu morì povero. Aveva una strategia e una visione, quando costruì lo stadio e allargò la platea dei tifosi ingaggiando un ungherese, un francese e un argentino: Di Stéfano fu un Bernabéu vestito da calciatore. Nel vuoto di soluzioni d'oggi, rimane l'orgoglio di chi non si rassegna alla mediocrità».

domenica 4 ottobre 2015

Valdano, l'ultimo hombre vertical

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El Hombre vertical è in Spagna una persona assai vicina al nostro uomo tutto d'un pezzo. L'uomo con la schiena dritta. E però. El Hombre vertical della lingua spagnola sarebbe a dire il vero qualcosa in più. Non è solo chi sostiene le sue opinioni senza curarsi di compromessi, non è semplicemente un uomo incorruttibile, libero, ma un uomo talmente libero da riuscire a essere severo con gli amici, se occorre, quando occorre. Quando nel calcio si parla di Hombre vertical viene in mente prima di tutti Luis César Menotti. Lo stesso soprannome diedero poi a Héctor Cúper. Il ceppo italiano è nella triade Zoff-Scirea-Riva. Ma l'uomo più verticale di tutti nel calcio, l'ultimo rimasto, si chiama Jorge Valdano, che infatti adesso il calcio guarda da lontano. Come un filosofo. Da filosofo.

martedì 14 luglio 2015

Messi lo svedese

tup Io ero il genio, il talento, la fantasia. Io ero il mago, la pulce, il prodigio. Io ero l’ingegno, l’estro, il fenomeno. Io ero il capriccio, il miracolo, il sogno. Io ero l’Erede. Ora non più. Ora per tutti sono un pecho frío. Un cuore freddo. Sono senz’anima.

domenica 5 luglio 2015

L'Argentina e gli angeli senza la faccia sporca


Perdere due finali in due anni ammazzerebbe chiunque. Se la cosa succede all’Argentina, la squadra che vale 600 milioni di euro e che può permettersi tutti insieme Messi Agüero Di Maria Tevez Lavezzi e Higuaín - senza segnare neanche un gol nei 240 minuti (4 ore) delle due finali – bisogna provare a chiedersi che cos'è successo a Rio e a Santiago.

giovedì 11 giugno 2015

Da Pinochet a Pinilla. La Generazione Democracia va alla Copa América

santia Pulirono tutto in un giorno, il sangue era sparso ovunque. La giunta militare portò via i prigionieri politici e addobbò l'Estadio Nacional di Santiago come se niente fosse, per giocare l'ultima partita di qualificazione ai Mondiali del '74. Alla Fifa andò bene così. Finsero di non sapere che lo stadio era diventato un campo di concentramento per i dissidenti e gli avversari di Pinochet. Non era il solo.Un centro di torture era diventato anche l'Elías Figueroa Brander a Valparaíso, la città de La Sebastiana di Neruda e il luogo in cui era nato don Augusto, al potere da soli due mesi. L'Urss, avversaria di quel Cile, non ne volle sapere di giocare. Non si presentarono. I cileni batterono la palla al centro e nell'altra metà vuota del campo fecero gol, trasformando la tragedia in farsa.


Fu il primo passo di un lungo periodo buio. I giornalisti Carlos González Lucay y Braian Quezada hanno raccontato cosa accadde al calcio nel loro libro "A Discreción. Viaje al Corazón del Fútbol Chileno bajo la dictadura militar". Scrivono che con Pinochet capo supremo della nazione per tutto il '74 e poi presidente del Cile fino al 1990 "il clima di impunità che esisteva in Cile sul piano politico economico e sociale, doveva per forza contagiare il calcio (...) Nel governo militare si impose la formula del fine che giustifica i mezzi, senza codici morali né etici, il che generò accondiscendenza da parte di alcuni dirigenti di calcio verso il regime". Arrivò lo scandalo dei passaporti falsificati per il campionato sudamericano under 20 del 1979. Arrivò il grande imbroglio del portiere Rojas, la cosiddetta vergogna del Maracanã.


Già nel '91, a democrazia appena conquistata, il Cile aveva ospitato la manifestazione. Ora riapre i suoi stadi e si mostra al mondo per la prima volta dopo la morte di Pinochet, privo del tutto della sua ombra nera. Sia l'Estadio Nacional di Santiago sia l'Elías Figueroa Brander di Valparaíso sono tra i nove stadi di questa Copa América 2015. Paese e popolo si sono rialzati, la politica ha sostenuto il processo per la candidatura alla Coppa con investimenti rilevanti: Sebastián Piñera dispose a suo tempo un budget di 61 milioni di dollari, il costo finale è salito a 163 milioni. Santiago nel frattempo è stata eletta città più vivibile del Sudamerica (The Economist) e il rapporto del Cile col calcio è tornato gioioso. Un anno fa, prima della partenza della squadra per i Mondiali, i trentatré minatori intrappolati nel 2010 a San José diffusero un video con il quale spingevano la squadra: "Per un cileno niente è impossibile". I tifosi partiti per il Brasile misero paura al Maracanã cantando l'inno senza musica, poi al Brasile mise paura anche la squadra, la Roja, fermata prima da una traversa divenuta un tatuaggio sul corpo di Pinilla , poi dai calci di rigore, con il doppio shock per Gonzalo Jara: autogol e tiro sbagliato.
In queste settimane si stimano introiti nel Paese per 143 milioni di dollari grazie all'arrivo di almeno 80mila turisti. Come già in Brasile un anno fa per Dilma Rousseff e come spesso accade nel calcio, i risultati della nazionale di casa avranno un riflesso sullo stato di salute del governo: il gradimento di Michelle Bachelet è in calo. Ma soprattutto il Cile non ha vinto mai la Coppa. Ci riprova con la prima Generazione Democracia, un gruppo di calciatori che sono stati bambini senza la cappa nera di Pinochet sulla testa.
(la foto, dall'archivio de La Nación, è tratta da una gallery pubblicata sul sito del quotidiano cileno, qui: http://www.lanacion.cl/estadio-nacional-fotos-de-cuando-fue-centro-de-detencion/noticias/2013-09-06/141754.html)
il documentario Estadio Nacional (da youtube)

mercoledì 8 aprile 2015

Il fascino antico della punizione in area


C'ERA sempre, da bambino, uno che faceva la domanda. «Arbitro, posso tirare?». E quello, poverino, con una santa pazienza a spiegare che bisognava guardare come teneva il braccio. Se alto o basso. Regola 13. Il calcio di punizione. Diretto o indiretto. Fino al giorno in cui arrivava per tutti l'età della conoscenza e dell'accesso alla scoperta avanzata: esiste una punizione in area di rigore. Una vicenda sorprendente e misteriosa, i grandi la spiegavano quasi con la stessa meraviglia che accompagna la storia dell'ape, il pungiglione, il polline e il pistillo. Pareva roba d'altri tempi, invece il gol di Tevez riporta tra noi questo gesto dimenticato. È stato una rarità negli ultimi quindici anni di calcio, per una serie di modifiche regolamentari e perché il basket ha ispirato l'introduzione dei blocchi, così il fallo di ostruzione d'una volta non si fischia quasi più. Come il gioco pericoloso. Un calcio a due in area ormai si vede solo se un Rugani tocca la palla all'indietro e un Sepe la afferra con le mani anziché scaraventarla via con una pedata, come nel frattempo i portieri hanno imparato a fare, alcuni peraltro in modo sommo.

giovedì 15 gennaio 2015

Il millesimo gol mai segnato da Pelé


E se si fosse buttato apposta? L’arbitro Manuel Amaro de Lima ebbe un momento di incertezza. Solo un attimo. Impossibile. Quello era Pelé. Il grande Pelé. L’immenso Pelé. Il loro Pelé. O Rei. Un re non si tuffa, un re viene abbattuto. Allora gettò via i dubbi, mise il fischietto tra le labbra e soffiò. Undici minuti alla fine. Calcio di rigore per il Santos. Il momento che la gente aspettava.

mercoledì 12 novembre 2014

Il gol di Tevez che Kerouac avrebbe amato

Disegno di quel genio di Paolo Samarelli
Disegno di Paolo Samarelli
- Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai
finché non arriviamo. 
Per andare dove, amico?
Non lo so, ma dobbiamo andare.

SI DEVE partire e andare, il resto alla fine non conta. Partire, soltanto questo, e fregarsene, davvero, di come andrà a finire. Lo raccontò benissimo Weah, sono già passati diciott'anni. "Ho visto tanto spazio e mi sono detto: ci provo". Aveva 100 metri e mezzo Verona davanti, mica lo sapeva che in fondo alla strada c'era il gol. Era un dettaglio. Era stato fra i peggiori in campo e quando l'onesto signor Manetti andò a battere un calcio d'angolo, illudendosi che fosse un'occasione per fare 2-2, anziché seguire lo stopper nel mucchio il grande George andò a piazzarsi sullo spigolo dell'area, defilato, come una torre sulla scacchiera, forse finanche senza voglia. Fu il caso a fargli arrivare il pallone giusto là, tra i piedi, il resto lo fecero i suoi polmoni pieni di incoscienza.

sabato 8 novembre 2014

La Marsiglia di Izzo e il calcio identitario di Bielsa

bielsaghiacciaia Vent'anni dopo Bernard Tapie, Marsiglia ha trovato un altro uomo dentro il quale immergere se stessa, il suo dna, la fierezza della propria maniera d'essere. L'identità. Marcelo Bielsa, 59 anni, allenatore argentino, speciale come pochi altri, differente. Uno che di Marsiglia dice cose così: "È una città che fa andare le sue differenze tutte nella stessa direzione, come la mia idea di calcio". Sono stato alla Commanderie, il centro sportivo dell'Olympique: su Repubblica in edicola oggi trovate il racconto della maniera in cui una squadra, la sua guida e la sua gente vivono la vigilia di una partita così importante, contro il Psg (domenica alle 21). Impressionante mi è parsa, ripensandoci durante il ritorno, la sovrapposizione tra la filosofia di Marcelo Bielsa e la narrazione che di Marsiglia ha fatto Jean-Claude Izzo, il suo cantore.
"Anche per perdere bisogna sapersi battere" 
(Izzo, da "Casino totale").

giovedì 7 agosto 2014

L'impiegato Bielsa

bielsa
"Un uomo che ha delle idee nuove è un pazzo finché le sue idee non trionfano"

Lasciate perdere gli sceicchi del Psg, lasciate perdere anche il magnate russo del Monaco. Il colpo Ibrahimovic, la carica a Cavani, l’assalto a Falcao. Acqua passata, roba degli anni scorsi, dimenticatela, dimenticate la grandeur di Parigi e della Costa azzurra. Che estate banale, la loro, stavolta. Niente a che vedere con Marsiglia. I nuovi fuochi d’artificio, il calcio francese li ha sparati qui, dov’è arrivato un signore argentino di 59 anni, rosarino come Messi Menotti e Che Guevara, uno che il mondo del calcio chiama El Loco, il pazzo, e adesso anche Le Fou. Se c’è un motivo nuovo per guardare quest’anno la Ligue1 (al via venerdì con Reims-Psg), quel motivo di nome fa Marcelo e di cognome Bielsa. Una delle più grosse calamite viventi di nerd del pallone. Una specie di Zeman, fate conto solo meno difensivista.

giovedì 10 luglio 2014

I gol di Chilavert

chilav2 La cosa è più comune di quanto si pensi. State prendendo la rincorsa, andate verso la palla per calciare un rigore - o una punizione - e dietro di voi spunta di corsa un altro ragazzino che batte al posto vostro. Batte e ride.
Io quelli così li odiavo e vi confesso che li odio ancora. Vuoi battere al posto mio? Dimmelo. Ti ho detto di no e vuoi calciare lo stesso? Bene, allora corri, fai lo scorretto: arriva alle spalle e batti. Ma non devi ridere. Io non ci trovo niente da ridere. Questa era la cosa che mi piaceva fare da bambino. Tirare i rigori. O le punizioni. Invece mio fratello mi sbatteva sempre in porta, José stai lì, diceva,ne basta uno di Chilavert in attacco. Bastava lui. Questo intendeva. E se sono diventato un portiere è tutta colpa sua.

mercoledì 9 luglio 2014

Taffarel e le nuvole di Pasadena

taffarel Dio mi permette di sopportare qualsiasi tempesta. Mi fa guardare avanti aspettando la prossima schiarita. La bufera mi avvolse che ero campione del mondo, incredibile a dirsi. Avevo vinto la Coppa e non avevo più una squadra.
A 23 anni, se fai il calciatore, non sai molto di come vanno le cose nell'economia mondiale. Giocavo nell'Internacional, avevo i fulmini nelle gambe grazie al beach volley, i balzi da fermo mi avevano fatto bene, quando mi dissero che una squadra italiana mi voleva dall'altra parte dell'Oceano. Era stata promossa in serie A. Il Parma. Passavo da un guadagno di un milione l'anno a 250. Pensateci un attimo e ditemi se non è una cosa che può far perdere la testa.

lunedì 7 luglio 2014

Goycochea e i rigori parati alle sorelle

goyco2 Diego disse Tranquilli ragazzi, Napoli non ci fischierà. Come potesse esserne così sicuro, non lo capimmo. Anche se lui era lui, e Napoli era sua. Ma di mezzo c'erano l'Italia e una semifinale mondiale.
Sono arrivato a undici metri di distanza dalla Coppa del mondo. Non sono riuscito a parare l'unico rigore che avrei dovuto prendere. Andreas Brehme, 1990, la finale contro la Germania. Feci mezzo passo avanti e mi lanciai sulla mia destra. Poteva tirare solo di là. Ma non ci arrivai. Ai rigori avevamo battuto la Jugoslavia a Firenze nei quarti e l'Italia a Napoli in semifinale. Brehme, in tedesco, per me significa castigo.

sabato 5 luglio 2014

Lo scorpione di Higuita

higuita Dare gioia alla gente, alla fine questo conta. Averle strappato un sorriso con il tuo nome. Averla confortata un po' durante i suoi giorni. Se le persone si ricordano di te, ecco, allora ce l'hai fatta.
È stato un regalo del cielo aver incontrato Maturana. La sua idea del calcio era uguale alla mia. Lui diceva sempre che di pallone ce n'è uno solo, il segreto è conservarlo. Se lo tieni, non possono farti gol. Io l'ho giocato sempre con criterio, tranne quel pomeriggio maledetto a Napoli, contro il Camerun.