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lunedì 30 novembre 2020

L'ultima volta ch'è morto Maradona


Quante cose è stato, tutte insieme, nell'unico posto al mondo che l'ha reso martire e sovrano, dove si vive toccando il cielo e ci si converte in un secondo al pessimismo. La città che prima mise un suo capello sotto una teca nella vetrina di un bar e poi rinchiuse direttamente lui sotto una cappa morbosa di venerazione. La città che lo ha costretto a vivere di notte e che in periferia gli aveva intitolato una Rotonda. La città che lo ha trattato come una divinità, mai come un divo, venerandolo più dei suoi cinquantadue santi patroni e il loro sangue sciolto. La città che quando giurava diceva ha da muri' mammà, iniziò a giurare su Diego Maradona, detto qualche volta O Nennillo, come il bambino Gesù, oppure O Masto, il maestro, per i più anziani la parola che indica il datore di lavoro, dunque il guadagno, il benessere, la riconoscenza. Era Diego, semplicemente. Diego solo con il nome, alla maniera di Eduardo, anzi come Eduardo diceva che meritassero di essere chiamati i re e i parrucchieri. È stato anche Dieco, con la c, anzi Thiechíto. È stato il nome di battesimo per 527 bambini nati in città, provincia esclusa, in quei 7 anni irripetibili, 12 dei quali Diego Armando e uno per intero Diego Armando Maradona. Fa il pizzaiolo in un comune nei pressi del Vesuvio. Vengono ancora gli inviati dall'estero per parlare con lui.

lunedì 12 marzo 2018

Quando rapirono Nils Liedholm

L'illustrazione è a cura di @a_jack_drawings (instagram)

Sedicesimi di finale: Svezia 1958 - Argentina 1986
Dove si ragiona su cosa vada insegnato ai ragazzini

“Rapiremo Nils Liedholm”. Le tre parole scritte su un foglio a quadretti vennero recapitate in albergo tra le mani del portiere alle dieci e un quarto di un giovedì sera, quando per lo spavento provato dinanzi alla faccia dell’uomo che sbiancava, la vecchia stiratrice si bruciò un dito nell'assestare una botta di calore a un colletto inamidato. Il portiere si chiamava Kalle Svensson, ed essendo l’ultimo di dodici figli aveva affinato l’arte di catturare l’attenzione facendo la cosa giusta nel momento giusto. Perciò strappò il ferro di mano alla donna e prese a salire le scale a quattro a quattro, perché così s’era sempre detto, altrimenti per l’ansia a sei a sei le avrebbe fatte, a nove a nove anzi, e comunque mai in numero che non fosse multiplo di tre. Con la piastra in alluminio dell’arnese, Svensson vibrò un colpo alla porta del compagno Nils, spaccò la serratura, e una volta messo piede in camera, scoprì che la lettera diceva il falso. Non avrebbero rapito Liedholm. Liedholm lo avevano rapito già.

mercoledì 10 maggio 2017

Irregolarità nel tesseramento di Maradona: revocati gli scudetti al Napoli

10 maggio 1987-2017: 30 anni scudetto Napoli


L’uomo che dovete immaginare ha un telefono tra le mani. Un fisso. Il filo attorcigliato. È seduto alla scrivania del suo ufficio – l’uomo, non il telefono. Fa il produttore. È ricco, frequenta donne magnifiche e per punizione la vita lo costringe a parlare con gli Arteteca. Questo sta facendo, adesso. Parla con loro. Discutono di soldi, o forse di battute da pronunciare nel prossimo film di Natale. L’uomo dialoga senza troppo trasporto. Senza passione, si direbbe. Con sofisticato distacco. È lavoro. Se al lavoro si dona la passione, il lavoro se ne approfitta.
Nella stanza accanto, una donna su una orribile sedia girevole bianca. Ha un computer acceso di fronte a sé. Un vasetto di vetro in cui sono infilati due evidenziatori – uno giallo, uno verde – una matita, una manciata di semi che profumano di qualcosa, un tubetto di colla. Un foglio Excel aperto sullo schermo. L’icona di facebook in basso a destra. Senza troppi svolazzi: il cliché della segretaria. Con le unghie lunghe smaltate di bianco digita sul centralino tre cifre. L’interno del Dottore. Lei lo chiama così da tanto tempo. Dottore.
“Una telefonata urgente per lei”, gli dice.
Più urgente degli Arteteca, vorrebbe aggiungere.
Il Dottore allora chiude il primo fronte, commuta la propria personalità sulla modalità Presidente di squadra di calcio, alza il telefono e ascolta. Non fa altro. Ascolta. Sarà passato un minuto ma pare un’eternità. Un minuto in cui fissa il vuoto, recepisce, incamera, assembla e partorisce in estrema sintesi la propria replica.
“Nun me ne po’ frega’ de meno”.
***
Quando una voce ferma e contrita comunicò la sciagurata notizia al Calcio Napoli, la città stava celebrando gli 880 anni della presa di Ruggero il Normanno, i 370 della Repubblica Napoletana, i 280 del teatro San Carlo, gli 80 anni della Mostra d’Oltremare, i 50 della morte di Totò e con rispetto parlando, senza offesa per nessuno, i 30 anni dello scudetto. Ricordare è la cosa che a Napoli riesce meglio. Ma chissà perché, pur avendone vissuti due, i napoletani dicono: lo scudetto. Al singolare. Come se fosse esistito solo il primo, il lavacro collettivo di un lungo scuorno, sufficiente a saziare la fame di successi passati e futuri. Lo scudetto. Quello là. 10 maggio '87.
Le istituzioni invece possiedono meno romanticismo. Così la Federcalcio, al Napoli, li tolse tutti e due. Con un comunicato ufficiale, che seguì di circa 30 minuti l’anticipazione della notizia data in privato al Presidente, e di altri 10 una breaking news lanciata da Gianluca Di Marzio sul suo sito e nel sottopancia da Sky, la giustizia sportiva dichiarava revocati il titolo di campione d‘Italia del 1987 e del 1990. Proprio nel giorno dell'anniversario. Una crudeltà mascherata da giustizia.

sabato 11 marzo 2017

Vita da osservatore: come si scopre il calciatore giusto

foto da davidefanizza.it
Negli archivi di una nobile società ancora conservano la relazione di un vecchio campione su una mezzala dalle misteriose prospettive. «Calcia di destro, è bravo, a me è piaciuto, prendetelo». Faccio l’osservatore: così sui campi si presentavano gli uomini che firmavano giudizi uguali a questo, l’ombrello in una mano, la penna nell’altra, ed erano spesso in attesa di diventare allenatori, erano giocatori che avevano appena smesso oppure già fuori dal giro, gente che spesso s’accontentava di un biglietto d’ingresso per lo stadio. Un lavoro da limbo, un impiego in cui veder fiorire il sottobosco. Solo ai prescelti capitava il giorno giusto per essere attraversati da un raggio di luce, come s’accorse Waldemar de Brito ai bordi di un giardino in cui un ragazzino faceva gol a piedi scalzi, e lo chiamavano Pelé; oppure come capitò a Francisco Cornejo, impiegato di banca a Buenos Aires, che in un sabato di marzo attraversò il parco Saavedra e restò fulminato dal sinistro di un bambino di otto anni di nome Diego Armando.

martedì 8 marzo 2016

Il mondo di Valdano


DAL tavolo di Jorge Valdano il Real Madrid sembra «un quadrato che vuole diventare un cerchio». Non un'utopia: un pasticcio. I sette gol al Celta sono cerotti su un allenatore saltato, un altro che traghetta e basta, la stella Ronaldo che si irrita coi compagni, i fischi, i 12 punti di distacco dal Barcellona. Qui il campione del mondo argentino ha giocato, allenato e fatto il dirigente, fino a rompere con Mourinho. Ha attraversato il calcio da sovversivo, da uomo sensibile ai sogni. Oggi è un apprezzato scrittore. Sorseggia un cortado in una caffetteria a tre minuti dal Bernabéu, dove domani aspettano la Roma, lungo un viale pieno di banche, concessionarie d'auto e platani spogli. Il lusso e le foglie morte. Questo Real. «È un tempo di disperazione per doversi confrontare col più forte Barcellona di sempre. La società tecnologica ci ha tolto la calma e ha imposto la fretta. L'impazienza sta provocando cambi continui, i cambi non aiutano i progetti».
Il madridismo come reagisce?
«Nel modo in cui dice l'inno del Real: quando perdi, dai la mano. Ci sono valori che definiscono un club. Non darsi per vinti, far prevalere il gruppo, associare trionfo e spettacolo. Questo è il madridismo, con l'onestà e l'autorità morale dei suoi idoli. Bernabéu morì povero. Aveva una strategia e una visione, quando costruì lo stadio e allargò la platea dei tifosi ingaggiando un ungherese, un francese e un argentino: Di Stéfano fu un Bernabéu vestito da calciatore. Nel vuoto di soluzioni d'oggi, rimane l'orgoglio di chi non si rassegna alla mediocrità».

martedì 12 agosto 2014

Soccavo, il campo di Maradona abbandonato


A DIEGO facevano trovare il cancello accostato, non c'era nemmeno bisogno di suonare il clacson, il quartiere si sarebbe svegliato. Scivolava con la Ferrari nera dentro il buio, le tre di notte, andava a letto e il giorno dopo in campo. Quante vigilie così a Soccavo, dove oggi il cancello azzurro non si chiude neanche volendo. Sono andati a incastrarci carcasse di auto e moto rubate, una scritta avverte "non entrate", del resto non c'è più niente da cercare lì dentro, neanche i ricordi. Centro Paradiso, così si chiamava e così si chiama ancora, da dieci anni abbandonato, senza rimedio. Il calcio se n'è andato nell'estate del 2004, il Napoli falliva, quando a settembre arrivò De Laurentiis lo convinsero che quel posto portasse sfortuna. Ci avevano vinto solo due scudetti.

domenica 29 giugno 2014

Ferlaino: Così comprai Maradona senza avere i soldi"


Quando la prima volta disse che avrebbe comprato Diego, era una bugia. "Nell'intervallo di Italia-Germania a Zurigo, davanti ai giornalisti, il presidente federale Sordillo mi fa: ma insomma tu chi compri? Non ti rinforzi mai. Eravamo molto amici. E io rispondo: prendo Maradona. Ma era una battuta". Trentanove giorni dopo, il 30 giugno 1984, Corrado Ferlaino portò davvero a Napoli il numero uno. Era un sabato sera. "Forse lo voleva Dio", dice adesso l'ingegnere seduto al tavolo di vetro del suo ufficio. Ha 83 anni pieni di luce.
Come le venne in mente di comprare Maradona?
"Antonio Juliano, che era il direttore generale, aveva contattato il Barcellona per un'amichevole. Accettarono precisando che Maradona non ci sarebbe stato per un infortunio. Ci informammo e scoprimmo che era falso, era in rotta con il club. Così partimmo. Ci chiesero 13 miliardi di lire, convinti che non avessimo i soldi".
Invece?
"Invece niente, era vero, non li avevamo. Enzo Scotti, il sindaco, mi mise in contatto con Ferdinando Ventriglia, presidente del Banco di Napoli. Avevo i politici a favore e gli intellettuali contro. Una trattativa infinita, chiusa all'ultimo minuto".

martedì 20 maggio 2014

Processo a Maradona e alla mano de dios

manodedios La mano de dios, ci risiamo. Qualche giorno fa, al festival del diritto e della letteratura di Palmi, quel gesto e il suo autore sono stati messi sotto processo, 28 anni dopo. L'accusa: il giornalista Flavio Tranquillo. La difesa: l'avvocato Claudio Botti. Il giudice: il giudice Antonio Salvati. E' andata così.
Flavio Tranquillo ha chiesto la condanna di Maradona per due motivi. Il primo basato sul rilievo per cui se ci sono delle regole, vanno rispettate. E con convinzione, ha sottolineato, citando la lezione di Paolo Borsellino. Un principio da applicare all'interno e all’esterno di un campo di calcio. Il secondo motivo è a suo dire romantico: Maradona va condannato anche per aver fatto ricorso all’inganno, lui che era genio nell’arte del calcio, perché dell'inganno non avrebbe avuto bisogno. Si direbbe un'aggravante.

venerdì 9 marzo 2012

L'ultima finzione di Borges: "Chi è più grande tra Messi e Maradona"

Professor Jorge Luis Borges, ha visto di cosa parlano i giornali in tutta Argentina? 
“E’ da un pezzo che non leggo più giornali. Di che si tratta?”. 
Si chiedono se Messi sia più grande di Maradona. 
“Giovanotto, lei ha davvero fatto questo lungo viaggio per chiedermi questo?”. 
Volevo chiederle chi dei due preferisce. 
“Non mi interessa saperlo. Anzi, io credo che nessuno dovrebbe indagare dentro di sé per sapere se preferisce Messi o Maradona”. 
Perché dice così? 
“Perché la gloria è una forma di incomprensione, forse la peggiore. Dunque stiamo parlando di due incompresi. Si può scegliere un migliore fra due incompresi?”. 
Possiamo almeno parlare un po’ di calcio? 
“Il calcio mi pare una sublime forma di noia”. 
Non le piace? 
“Mi piaceva giocarlo. Però lo detesto. Voglio dirlo meglio: lo detesto perché mi piaceva giocarlo. Non so se mi segue”. 
Ci provo. 
“Il calcio è un gioco brutale che non richiede alcun coraggio speciale. Nessuno si gioca la vita. Credo che a nessuno interessi veramente il calcio”. 
Professore, il calcio è lo sport più popolare del mondo. 
“Il calcio è popolare perché la stupidità è sempre popolare”. 
E’ così che spiega gli stadi pieni? Con la stupidità? 
“Ah, ma la gente allo stadio non va mica per il calcio. Alla gente interessa solo che vinca quello o quell'altro. Non ho mai sentito qualcuno dire: sono tifoso del San Lorenzo, ma come sono contento che abbia vinto il Boca”.
Lei non ha mai avuto una squadra per cui fare il tifo? 
“Da bambino me lo chiedevano sempre. Io rispondevo che di calcio non sapevo nulla. Allora gli amici ribattevano che poiché eravamo di quel barrio là, dovevo dire che tifavo per il San Lorenzo”. 
Lei tifava per la squadra di Lavezzi? 
“Piano piano scoprii che il San Lorenzo non vinceva mai. Allora un giorno lo dissi ai miei amici, risposero che non c’entrava niente, che il fatto di vincere o perdere era secondario, e in questo avevano ragione. Dissero che potevo tifare per il San Lorenzo perché era una squadra scientifica”. 
In che senso scientifica? 
"Che non sapeva vincere. Ma che lo faceva meglio di tutti”. 
Professore, lei è morto il 14 giugno del 1986. 
“Giovanotto, lei è pedante. Conosce solo cose ovvie”.

mercoledì 7 marzo 2012

Per dirne una

Era un ambasciatore Unicef quando successe quello che successe. L'aveva detto, Maradona, che non voleva essere un modello, che lui era soltanto un calciatore, che i modelli per i ragazzi devono essere i loro padri. 
Oggi credo allora che a Maradona piacerebbe molto quel che ha detto Federer alla vigilia del torneo di Indian Wells.
"Essere un modello è bello, ricordo bene quanto sono stati importanti da bambino Stefan Edberg e Michael Jordan. Anche se qualche volta vorresti fare qualcosa che la gente non possa vedere, come gettare un sasso in uno stagno, per dirne una".

sabato 25 giugno 2011

e - mammà - innamorato son

Se la città in cui ha soggiornato a lungo uno dei più grandi pittori della storia dedica a quel pittore un museo, ci sono altissime possibilità che un turista si indirizzi verso quel luogo. Tipo il Museu Picasso di Barcellona. Dove però sono esposte alcune opere giovanili, tanti bozzetti e i lavori su Las Meninas di Velàzquez. Bello lo stesso. Ma in questi giorni ci sono più capolavori di Picasso in Palestina che a Barcellona. Città che un grandissimo museo forse non ha: la fila più lunga e il biglietto più caro si paga per il tour del Camp Nou. Dove per fortuna c'è pure la maglia col 10 che portava Maradona prima di venire a Napoli. Almeno questo.

giovedì 7 ottobre 2010

Eravamo io, Vargas Llosa e Maradona

SCINTILLANTE - Quando nel giorno della prima partita col Belgio giocò maluccio, molti si chiesero il come, il quando e il perché del mito Maradona. Ma dopo la partita fra Argentina e Ungheria, che la piccola stella illuminò dall'inizio alla fine con i fuochi d'artificio della sua saggezza, non c'era più nessuno che avesse dubbi: Maradona è il Pelè degli anni Ottanta. Un grande giocatore? Di più: una di quelle divinità viventi che gli uomini creano per adorarsi in esse.
TRA I MOSTRI - Per un periodo che fatalmente sarà breve - siamo nel più assoluto e nel più fugace dei regni - all'argentino toccherà essere per milioni e milioni di persone al mondo quello che nei loro turni imperiali furono Pelè, Cruyff, Di Stefano, Puskas e qualcun altro: la personificazione del calcio, l'eroe che di questo sport si fa cifra ed emblema. I 1000 milioni di pesetas che - si dice - abbia pagato il Barcellona per averlo, sono la prova che Maradona ha già avuto accesso al trono, e a giudicare dalla sua partita contro gli ungheresi, dall'eco che ha avuto fra la gente, questo mondiale dimostrerà che il Barça ha fatto un investimento redditizio. Dieci milioni di dollari sono molti soldi per un semplice mortale che gioca a pallone, ma non è niente se ciò che si sta comprando in realtà è il mito.

venerdì 4 giugno 2010

Il cielo sopra Johannesburg

Ultima pregunta, disse la signorina. L'ultima, davvero. Javier Alejandro Mascherano aveva alzato la coppa ormai da un'ora oltre il profilo disegnato dalla Boogertman & Partners per lo stadio Soccer City, e nel cielo aveva spinto le braccia su, più su - le sue e quelle di tutta l’Argentina campione del mondo - oltre Hillbrow, oltre Sentech Tower, con la forza innaturale e misteriosa di un uomo appena uscito da una pagina di Cortàzar. Un’ora. E da quell’istante Messi stava seduto lì, davanti al microfono, a rispondere, a rispondere, e ancora a rispondere. A raccontare come aveva trasformato il sinistro in un punteruolo per il gol dell’uno a zero, come lo aveva modellato in un cucchiaio per la punizione del due a due, come la testa era diventata miracolosamente lignea per il colpo del tre a due, e come aveva trovato la forza per partire da centrocampo, allungare il passo davanti a Gerrard, saltare Lampard, accelerare di fronte a Glen Johnson, scartare Ashley Cole, fare il tunnel a Rio Ferdinand e finalmente mettere la palla in porta, pareggiando così al 94’ il gol di mano - sì di mano – segnato da John Terry. Argentina-Inghilterra 4-4, la finale più incredibile della storia. E non era finita.

venerdì 14 maggio 2010

Eravamo io, Cassius Clay, Ezra Pound, Mario e Pippo Santonastaso

Le dediche sono obbligatorie. Che fai: regali un libro senza dedica? No, che non si può. Figurarsi quelli che i libri li scrivono. Nelle dediche passa un frammento della loro vita. A volte è solo un nome. Tanto che a volte quel nome mette a disagio. Sembra che sbirciamo. Celine dedicò il suo Viaggio al termine della notte a una donna. Doveva finire lì. Invece no. Noi oggi sappiamo che per lui fu una donna importante. Forse voleva che si sapesse, forse no. Dice: ma allora perché ha messo il nome di lei lì? Magari era una cosa loro, siamo noi che abbiamo scavato. E abbiamo scoperto. Non mette a disagio? Almeno un po'. Ammettiamolo.

lunedì 18 maggio 2009

Comportarsi da signori


Cleveland Cavaliers: nessun anello, una finale ('07)
Orlando Magic: nessun anello, una finale ('95)
Denver Nuggets: nessun anello, nessuna finale
Tre delle finaliste di Conference, e dunque semifinaliste per l'anello Nba, hanno un albo d'oro da pezzenti.
Poi ci sono i Los Angeles Lakers: 14 anelli, ma l'ultimo è del '02
I campioni dell'anno scorso, i Boston Celtics, sono fuori.
Significa che la Nba avrà per il settimo anno di fila una squadra campione che non fa il bis, ed è già certo che avrà una finale inedita per la sua storia.
Bello, no?
Come forse direbbe Buildo, anzi l'autorevole Buildo, nella terra dell'iperprofessionismo sportivo e nella patria del capitalismo sfrenato hanno regole con cui si preoccupano di proteggere l'equilibrio e l'eguaglianza. Che portano interesse diffuso. E dunque business vero. In finale? Una squadra dell'est e una dell'ovest. Così non c'è pezzo d'America tagliato fuori.
Prendiamo il calcio in Europa. In Spagna sono 5 anni che il campionato se lo dividono Barcellona e Real Madrid, che messe insieme negli ultimi 25 anni hanno perso 4 volte. In Inghilterra il Manchester ha vinto 11 volte in 17 anni, e se si aggiunge la città di Londra con Chelsea e Arsenal, a queste tre resta una sola eccezione (Blackburn) dal '92 a oggi. La Germania è il posto dove ogni tanto ci scappa una sorpresa, tipo quest'anno. Forse. E non ne parliamo da noi. Non è per avercela con l'Inter di Petulia. Ma insomma 4 scudetti di fila, se non sei interista, non sono proprio uno spasso. E da 8 anni non si scappa: Juve-Inter-Milan.
Dice: e quando il Napoli aveva Maradona?
A parte il fatto che il Napoli di Maradona, il più forte di sempre, nei 7 anni con Diego ha vinto appena 2 scudetti. Ma gli altri 5 sono andati a 5 squadre diverse.

sabato 11 giugno 2005

E Maradona diventò Monza 500

Torna Diego, ed è tutto come sempre. L'uomo che riaccompagna Maradona a Napoli si chiama Mario Grissani, il comandante Alitalia che gli fa un sorriso poco prima delle scalette, consegnandolo all'estasi di chi lo riabbraccia dopo 14 anni, al delirio dei bambini e alla genuflessione dei potenti. «E' la sua generosità che abbiamo sempre amato. Neppure stavolta si è smentito, rimettendo piede qui per dare un'emozione a un amico», azzarda il sindaco Iervolino, già da qualche giorno certa della visita: voleva intitolargli lo stadio, deve fermarsi a una medaglia d'oro.