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venerdì 4 dicembre 2015

Cosa succede quando guardiamo il Barcellona


Un aspetto dovremmo sempre considerare, ogni volta che guardiamo il Barcellona. La sua unicità. La singolarità della sua esperienza. Il Barcellona può tenere insieme tre dei migliori cinque attaccanti al mondo. Il Barcellona può fare a meno per due mesi del più bravo calciatore dell’età contemporanea. Il Barcellona può sventrare squadre d’élite e farle apparire inadeguate. Può dare quattro gol al Real Madrid. Può darne sei alla Roma. Può spalancare una crisi improvvisa nel cuore di un benessere. Può far apparire tutto questo come un normale segno di supremazia. Ma sarebbe sbagliato crederlo. In realtà è il segno di una eccezionalità.
Non esiste oggi un’altra squadra di calcio che sia altrettanto irripetibile. Il Barcellona di Luis Enrique è un’avventura irriproducibile. La sua idea di calcio non è trapiantabile altrove perché è legata ai suoi interpreti. Non uno o due, ma tutti, e tutti insieme. Questa è la sua forza come è il suo margine. Il Barcellona di Guardiola si propose come modello universale. Un grossa porzione di calcio credette di poter prendere la scia delle sue vittorie. Molti sono entrati nel laboratorio del tiki-taka anche senza avere Xavi e Messi. Lo stesso Guardiola ha esportato in Germania i suoi princìpi tattici, s’è fatto comprare Xabi Alonso e Goetze, prima di cambiare traccia al Bayern. Lui, come molti altri tecnici che inseguono l’innovazione, rincorre spunti del passato. Lo schema con i cinque attaccanti è il recupero del 2-3-5 in voga fino agli anni Venti. Così come il tiki-taka era stata l’evoluzione offensiva della vecchia melina, o addirittura il ritorno al Metodo, senza lanci lunghi, una riproposizione sublime della ragnatela romanista di Liedholm, quella che Gianni Brera negli anni ’80 definiva “l’immortale titìch-e-titòch con il quale si conserva più facilmente la palla, si fatica di meno e si può scattare di tanto in tanto dopo aver congruamente rifiatato”. Cos’altro era ed è il falso nueve, se non il recupero del centravanti arretrato di scuola danubiana: alla Sindelar (Austria 1926-1938), alla Hidegkuti (Ungheria, 1945-1958). Cos’altro era ed è il Gegegenpressing di Klopp, se non una commistione di totalità olandese e catenaccio all’italiana: più o meno gli ingredienti che miscelati fecero a sua volta la fortuna di Arrigo Sacchi. Il postmodernismo.
Tutti gli innovatori recenti del calcio hanno fatto su un prato quel che nel cinema ha fatto Hazanavicius con “The Artist”, film muto e in bianco e nero. Diventare originali attingendo dal passato. Creare una attualità primitiva. Il Barcellona di Luis Enrique - di Messi Neymar Suàrez – non ha questa pretesa. Non vuole innovare. Non cita nulla, non rivoluziona, non crea modelli. È una squadra che gioca così perché ha questi calciatori qui. Rakitić ha cambiato dimensione allo sviluppo del gioco, da orizzontale a verticale. Lo scopo dei suoi 90 minuti è far arrivare la palla più in fretta possibile fra i piedi dei tre davanti. È facile solo a dirsi. È un meccanismo che ricorda il paradosso con cui Careca svelava gli schemi del suo Napoli: “Passo la palla a Maradona e corro ad abbracciarlo”. Il Barcellona di Luis Enrique è più ricco di soluzioni offensive rispetto a quello di Guardiola, nel quale gli strappi centrali di Messi servivano a cambiare ritmo e a lacerare le difese. Eppure scoprimmo che il contesto prevaleva sul campione quando la Spagna vinse gli ultimi Europei con questo stesso congegno ma senza avere Messi: bastò metterci Fàbregas.
Invece Messi ora fa l’atipico a destra, un dieci naturale che giocava da nove e che si muove dove un tempo si piazzava il sette. Con quale altro giocatore sarebbe replicabile altrove questa struttura? Nessuno, in nessun luogo. Perché solo qui esistono contemporaneamente Neymar e Suàrez. Il Barcellona di Luis Enrique avanza come una squadra di pallanuoto. Chiede agli esterni di smarcarsi, basta mezzo metro, un metro o due, e li pesca dietro la linea dei difensori. Il taglio a quel punto produce una superiorità numerica che quasi sempre si risolve in un gol a porta vuota con l'uomo libero. Una irraggiungibile bellezza che nasce dagli interpreti. In questo senso il Barcellona di Luis Enrique - di Messi Neymar Suàrez – è una squadra del Rinascimento: rimette l’uomo al centro del mondo.
da La Vanguardia del 26 novembre scorso
da La Vanguardia del 26 novembre scorso
È una tale anomalia, questa squadra, che qualcuno in Catalogna comincia a preoccuparsi. Joaquín Luna ha scritto su La Vanguardia che nessuno sta considerando le ripercussioni pedagogiche di questa tempesta perfetta. “Educazione opulenta” l’ha chiamata, domandandosi che valori trasmettono le vittorie ripetute alle nuove generazioni. “Mio padre fu educato dal dopoguerra, io dalle sconfitte del Barça”. Da quelli che chiama gli anni di piombo del club; stagioni in cui ci si svenava per comprare una stella ma “il calcio era quel gioco in cui vinceva sempre il Real”. Luna fa riferimento al Barcellona che nei primi novanta anni di esistenza vinse appena dieci titoli, gli altri tredici sono stati accumulati nell’ultimo quarto di secolo. Fra l’ottavo e il nono scudetto passarono 14 anni, fra il nono e il decimo altri undici. Calciatori che non hanno vinto il titolo a Barcellona: Neeskens, Simonsen, Maradona, Lineker. “Ci univa il lamento”, scrive Luna, convinto che la felicità non educhi, “siamo cresciuti sapendo cosa significava perdere”. E invece guardate adesso. Tutta questa gloria.
L’ultimo segnale della sua eccezionalità il Barcellona l’ha dato ieri sera in Coppa del re. In vantaggio per 6-1 contro il Villanovense (terza serie), con due cambi ancora a disposizione, Luis Enrique ha evitato di sostituire Mathieu, infortunato, scegliendo di chiudere la partita in dieci. Gli avversari si sono sentiti umiliati.

lunedì 8 giugno 2015

Che cos'è questa mania del Triplete

Manuale catalano. Come si rimane un anno intero con la stessa voglia del primo giorno, come si conserva la stessa fame pur avendo la pancia piena. Come si ritorna a essere il Barcellona del Triplete, sei anni dopo il primo, sei anni dopo la squadra che fece una rivoluzione nel gioco e nel lessico del calcio, latinizzando quello che s'era fin lì chiamato 'Treble', all'inglese, e imponendo la sua egemonia culturale con il guardiolismo, il falso nueve e il tiki taka. È divertente, mentre Xavi solleva la Coppa, ripensare a cosa si diceva di questa squadra un anno fa. Ciclo finito. Era uscita ai quarti, aveva perso campionato e Coppa del re. E adesso, a piacere, li chiamiamo invincibili, cannibali, insaziabili.

mercoledì 22 aprile 2015

Parabola di Luis Enrique. Quanto conta un allenatore nel calcio

imago Hai Messi. Pensi che la squadra vada rinforzata. Allora prendi Neymar. Passa un'altra estate e avverti la sensazione della incompletezza. In realtà è ingordigia. Ma ognuno ha le sue idee. I soldi non ti mancano e dunque vai a comprare un centravanti. Non uno qualunque, ma il centravanti capocannoniere del campionato inglese. Suárez. Uno potrebbe obiettare: così sono bravi tutti (e magari è proprio vero: così sono bravi tutti). Poi però quei tre devi farli giocare insieme. Un'impresa o la cosa più facile al mondo? È lavoro per gente scafata o, come si sente in giro, "il Barcellona potrei allenarlo pure io"? Se hai tutto questo ben di dio, quanto conta un allenatore nel calcio?

giovedì 23 gennaio 2014

Cruyff e il calcio secondo Dalì

Josep Samitier era soprannominato l'uomo aragosta. Per i suoi salti, le sue acrobazie, per i tiri al volo folli quanto i dribbling. Era stato acquistato dal Barcellona a 17 anni per un vestito e un orologio. Emilio Sagi Liñán, attaccante, anche lui arrivato nel club ancora ragazzino, era invece figlio del più grande baritono spagnolo d'inizio Novecento, Sagi Barbo. Emilio e Josep da piccoli andavano in vacanza in Costa Brava, a Cadaqués giocavano a calcio con un terzo amico, il figlio di un notaio, un bambino di nome Salvador. Salvador Dalí.



domenica 23 giugno 2013

Filosofia di Tata Martino


Utopista, ma realista. Hombre vertical, ma pure frontal. Ironico e rigoroso. Offensivista, ma con criterio. Bielsista, nel senso di seguace di Marcelo Bielsa, ma non così loco come lui, non tanto pazzo come il suo maestro. Tutta la filosofia del nuovo allenatore del Barcellona, Gerardo Martino detto Tata, in 15 frasi.

martedì 19 febbraio 2013

Il tele allenatore Vilanova


Alle otto del mattino, ora della East Coast, il paziente Tito Vilanova mette il cappotto, attraversa la 2nd Avenue e varca le porte del Memorial Sloan Kettering Hospital. Reparto di oncologia. Due ore di radioterapia al tumore alla ghiandola parotide, il dottor Timothy Chan che gli chiede come va, lui che risponde meglio, grazie, ci vediamo domani. Poi come ogni mattina torna a casa e si mette ad allenare il Barcellona. A 7mila chilometri di distanza. Dall'appartamento preso in affitto per due mesi nell'Upper Side, New York, dove si cura. È da lì che guida la squadra. Un tele allenatore.

venerdì 25 maggio 2012

L'ultima notte da culè

Preferisco così. Non ho detto di no: ho detto così. Se uno se ne va, non lo fa per mettersi ad aspettare di tornare. Me voy. L'avevo detto, stasera lo faccio. Se vinciamo la Coppa del re, chissà i ragazzi che fanno. Mica possono sempre gettarmi in aria. Prima o poi mi scappa il portafogli dalla tasca e non lo trovo più. Lo prende qualcuno, infila il mio documento in tasca e diventa me stesso. Ma forse è proprio quello che voglio. Essere un altro. E' questo che voglio? Oppure voglio che un altro sia me? Che un altro prenda il posto mio. Preferisco così. Forse.

domenica 26 giugno 2011

barceloneta e bagnoli: ma perché no?




sabato 25 giugno 2011

e - mammà - innamorato son

Se la città in cui ha soggiornato a lungo uno dei più grandi pittori della storia dedica a quel pittore un museo, ci sono altissime possibilità che un turista si indirizzi verso quel luogo. Tipo il Museu Picasso di Barcellona. Dove però sono esposte alcune opere giovanili, tanti bozzetti e i lavori su Las Meninas di Velàzquez. Bello lo stesso. Ma in questi giorni ci sono più capolavori di Picasso in Palestina che a Barcellona. Città che un grandissimo museo forse non ha: la fila più lunga e il biglietto più caro si paga per il tour del Camp Nou. Dove per fortuna c'è pure la maglia col 10 che portava Maradona prima di venire a Napoli. Almeno questo.

martedì 21 giugno 2011

Sei ragazzo forte

Un giorno a New York scoprirono che una buona percentuale di reati veniva commessa da bande giovanili che scorrazzavano per la città senza fare il biglietto in metro. Dice che bastò mettere dei controlli alle stazioni per abbassare il numero degli scippi, e che in fondo cominciò così la troppo citata tolleranza zero.
A Barcellona non sono giunti allo stesso livello di allarme per quanto riguarda la micro delinquenza, ma qualche problema nell'evasione dal pagamento del biglietto devono averlo.
Per risolverlo il comune ha scelto la strategia della vergogna.