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mercoledì 21 dicembre 2022

Il Marocco di Centocelle

È nelle apparenti minuzie che si costruisce una casa comune. Un piatto di polenta, per esempio. Le donne cattoliche la prepareranno senza salsiccia e dalla moschea porteranno il cous cous, come accade da tre anni nella domenica del mercatino di Natale, alla parrocchia San Felice da Cantalice. È davanti alla facciata di questa chiesa a forma di capanna che mezzo secolo fa passeggiava l’Accattone di Pasolini, appoggiando il braccio sinistro sulle spalle di Stella, “lo sai che io già te vojo bene, me pare che pure te c’hai bisogno d’un conforto”. Centocelle era margine, era un ciglio di Roma, dieci anni prima c’era venuta la regina Elisabetta in visita e durante la guerra i partigiani avevano insediato un comando sotto il pergolato dell’osteria in piazza Mitri. Era il tempo in cui Sergio Citti diceva che i Parioli sono “er contrario de’ ‘e borgate”

Ora le borgate sono periferie, si somigliano tutte, sul retro di San Felice hanno dipinto un murale di Baglioni - “strada facendo, vedrai | che non sei più da solo” - perché da ragazzetto veniva a suonare la chitarra in chiesa. La parrocchia di frate Mario Fucà è diventata il centro di un corpaccione che fa 54 mila abitanti, il 18% stranieri. Se domani il Marocco dovesse aggiungere un’altra perla al suo storico Mondiale, se un gol in Qatar dovesse far ballare di nuovo tutti all’angolo di via degli Aceri, allora domenica la polenta col cous cous sarà nei piatti quando mancheranno poche ore alla finale, e a Centocelle saranno tutti sotto una stessa bandiera. Il centro di Roma è lontano 7 km. Nel 61 era un viaggio. Ora che il mondo ti entra nella vita con un telefonino, sono sei fermate di metro C che Accattone non aveva. Alla Casa del popolo in via delle Acacie, Teresa Mecca racconta dei corsi di italiano per adulti, stranieri e immigrati. “Si sono iscritti in trenta”, dice, “anche egiziani, tunisini, una siriana”. L’ambizione è aprire uno sportello che fornisca assistenza non solo burocratica, ma di partecipazione civica. “Forse le comunità sono distanti - dice frate Mario - forse non sono tutte rose e fiori, ma esiste un affiatamento tra le persone che costruiscono ponti e aggregazione. Qui non ci sono mai stati episodi di intolleranza, neppure di rifiuto reciproco. Se vogliamo vivere in pace, dobbiamo scommettere sulla valorizzazione della diversità. Mi pare che la comunità musulmana gradisca quest’attenzione”. 


domenica 30 ottobre 2022

Il gol che Turone non ha smesso di segnare

La stringa su Google restituisce 893mila risultati. Dopo 41 anni il gol di Turone è vicino a essere segnato un milione di volte - ovviamente: in rete. Anche se non è stato segnato mai, anzi, è stato segnato ma è stato pure annullato. È il non-evento più famoso nella storia del calcio italiano perché è più di un’azione da moviola, di una polemica, di uno scudetto svanito. È un modo di vivere il calcio, di averlo addosso come una camicia. È un trauma ironico, e forse neppure basta. “È una grande metafora per raccontare la città”, secondo Giannandrea Pecorelli, la mente di Notte prima degli esami e adesso produttore di un documentario su quel fatale 11 maggio 1981: Er gol de Turone era bono passa oggi alla Festa del cinema, con la regia di Francesco Miccichè e Lorenzo Rossi Espagnet.

Cosa accadde quel giorno si sa. Il guardalinee Giuliano Sancini, negoziante di abbigliamento sportivo e articoli da regalo a Bologna, annullò per fuorigioco il gol che avrebbe dato alla Roma di Liedholm il suo scudetto con due anni d’anticipo. Giusto, sbagliato, e chi lo sa. Carlo Sassi alla Domenica Sportiva non riuscì a stabilirlo in modo definitivo, il martedì la Gazzetta scriverà che “alla moviola è parso regolare”. Tutti a Roma sanno dov’erano e cosa facevano, quella domenica. Di questo si occupa il film, “di come una città - spiega Pecorelli - si lega a un fenomeno, il calcio, di come continua a vivere un episodio accaduto nel 1981 come se fosse ieri”. Con un registro ironico e brillante, con le testimonianze di Falcao, Pruzzo, Prandelli, Marocchino, di arbitro e guardalinee, di tifosi noti e soprattutto tifosi comuni. L’ambizione di “Er gol de Turone era bono”, spiega Pecorelli, è quella di ritrarre “una giornata particolare del tifo, l’attesa, la preparazione, l’esodo senza charter”, fino al dopo, quando Vanzina dice che nasce la leggenda del romanismo piagnone.

lunedì 14 marzo 2022

La leggerezza di WIlson, il capitano baronetto

Successe a Sunderland, a Doncaster, a Wolverhampton, a Londra per una partita contro l'Arsenal nel vecchio stadio di Highbury e pure davanti al mare di Ipswich. Ogni volta che la Lazio volava in Inghilterra, Pino Wilson si trovava a fissare l'orizzonte e a fare i conti con una tentazione, scappare, salire su un treno, esplorare. Desiderava vedere finalmente Darlington, almeno una volta, su al nord, dove tra carbone e acciaio erano diventati famosi per la lana e per la prima ferrovia al mondo. Voleva risalire alle radici, scoprire la sua culla, era nato là e non c'era tornato mai. Era di quella Lazio il volto della saldezza, portava la fascia da capitano, ma aveva pure lui le sue malinconie. Suo padre Denis, inglese, aveva fatto il militare a Napoli, la città dove si era innamorato di Rachele. Dentro uno spogliatoio che aveva assegnato a ciascuno un ruolo, Wilson era il dominus d'ogni contesto, era l'altra faccia di Chinaglia, la sua spalla forte, almeno fino alla crisi post scudetto che portò Giorgione in America e la squadra dei miracoli a smembrarsi. Luigi Martini aveva la parte dell'oppositore, Sergio Petrelli quella dell'irregolare che aveva portato le pistole dentro lo spogliatoio, Renzo Garlaschelli il viveur, Mario Frustalupi il filosofo socialista, Felice Pulici un buono agostiniano, Franco Nanni il timido, Vincenzo D'Amico la recluta, Giancarlo Oddi l'ingenuo, Mario Facco una specie di fool shakespeariano. Wilson era invece per tutti il Baronetto, per altri il Padrino. Proiettava questa posa di stabilità e di fermezza pure sul campo. Quando Gianni Brera se ne avvide, di lui scrisse: «La difesa ha scoperto in Wilson un regista sapiente, non che sia gran cosa l'anglo-napoletano, in fatto di acrobazia: è anche miope e sulle palle spioventi da lontano non si sente a suo agio, come è ovvio: però nel tackle è tempestivo e qualche volta maligno. Nei disimpegni tocca di piatto destro con ricercata eleganza».

lunedì 30 novembre 2020

L'ultima volta ch'è morto Maradona


Quante cose è stato, tutte insieme, nell'unico posto al mondo che l'ha reso martire e sovrano, dove si vive toccando il cielo e ci si converte in un secondo al pessimismo. La città che prima mise un suo capello sotto una teca nella vetrina di un bar e poi rinchiuse direttamente lui sotto una cappa morbosa di venerazione. La città che lo ha costretto a vivere di notte e che in periferia gli aveva intitolato una Rotonda. La città che lo ha trattato come una divinità, mai come un divo, venerandolo più dei suoi cinquantadue santi patroni e il loro sangue sciolto. La città che quando giurava diceva ha da muri' mammà, iniziò a giurare su Diego Maradona, detto qualche volta O Nennillo, come il bambino Gesù, oppure O Masto, il maestro, per i più anziani la parola che indica il datore di lavoro, dunque il guadagno, il benessere, la riconoscenza. Era Diego, semplicemente. Diego solo con il nome, alla maniera di Eduardo, anzi come Eduardo diceva che meritassero di essere chiamati i re e i parrucchieri. È stato anche Dieco, con la c, anzi Thiechíto. È stato il nome di battesimo per 527 bambini nati in città, provincia esclusa, in quei 7 anni irripetibili, 12 dei quali Diego Armando e uno per intero Diego Armando Maradona. Fa il pizzaiolo in un comune nei pressi del Vesuvio. Vengono ancora gli inviati dall'estero per parlare con lui.

martedì 16 giugno 2020

La partita che cambiò il peso del calcio in Italia

Tutto quello che si trovava cinquant'anni fa sulla scena della cultura pop italiana non c'è più. Carosello ha smesso di esistere nel 1977, Canzonissima due anni prima, il cinema ha rinunciato ai poliziotteschi, il 
Guardiano del Faro non fa un disco da tempo. Ma se una qualunque partita di calcio in qualunque angolo del mondo finisce 4 a 3, anche senza pubblico, non c'è nessuno che non pensi a Italia-Germania, semifinale della Coppa Rimet in Messico, i Mondiali, 17 giugno 1970.
È la partita che ha cambiato il peso del calcio italiano nella società. L'abbiamo vista portare a teatro e al cinema, l'abbiamo vista tra le strisce dei fumetti di Topolino. L'abbiamo vista all'epoca in bianco e nero e la rivediamo — ogni volta che le televisioni la rimandano in onda — a colori. Finisce sempre 4 a 3, e ogni volta ci scappa un sorrisino mentre Nando Martellini dice «Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani». Noi ci domandiamo — conoscendoci — come abbiamo fatto a buttarla via, riprenderla e ribaltarla. Così come i tedeschi si chiedono al contrario — conoscendosi — come abbiano fatto loro a riprenderla, ribaltarla e poi buttarla via ai supplementari. I messicani l'hanno chiamata el partido del siglo — la partita del secolo — e hanno scolpito questa convinzione su una targa che sta fuori lo stadio dove si giocò: l'Azteca di Città del Messico. Una partita matrioska, la partita cioè che dentro ne contiene tante, due tre quattro, o forse ne contiene una diversa per ciascun calciatore andato in campo.

venerdì 10 maggio 2019

Due o tre cose sulla superiorità del calcio inglese

Se per le quattro squadre in finale di Coppa dobbiamo celebrare il calcio inglese, sarà bene definire subito cosa intendiamo per calcio inglese, cosa c’è dentro la scatola che porta questa etichetta e dove risiede la sua superiorità.
Come hanno fatto quattro squadre di uno stesso Paese ad arrivare davanti a tutti? Ci sono riuscite perché non sono affatto quattro squadre di uno stesso Paese.

lunedì 6 maggio 2019

Come il Milan vinse lo scudetto della stella



Lo scudetto della stella del Milan, 6 maggio 1979, 
nelle parole d'epoca: Arpino, Brera, De Felice, Sconcerti, Zanetti. 

Io triumphe, caro vecchio Milan! Sento impazzare i clacson, indici del suo nume. Dal primo all'ultimo giorno il Milan ha comandato il torneo. Ha tenuto più a lungo la sua ruota il magnifico Perugia: poi ha dovuto arrendersi, troppo grande la differenza di forze in campo, di riserve in panchina, di mezzi in città (per tacere della Regione, cioè del retroterra). Ora, secondo che giustizia vuole, togliamoci il cappello per il Perugia e ascoltiamo con grata meraviglia il chiassoso carosello dei nostri cari fratelli cacciaviti [1]. L'anno di Rivera, Maldera, Bigon, di un Perugia che perde il trentenne Vannini e quindi cade in ambasce strategiche che costano punti, l'anno di una Juve retour de Baires che che prima è appagata poi pentita, poi distratta, l'anno di un Torino falcidiato, è trascorso [2]. "In pratica, è stato un torneo a due, ma con una sola squadra iscritta alla corsa per lo scudetto: una sola squadra che poi sono state due, il Milan con Rivera e il Milan senza Rivera. Un autentico rompicapo per i maghi delle panchine [3].

la partita decisiva
Alle quattro del pomeriggio San Siro aveva diecimila persone in più delle sessantamila consentite. C'è voluto un appello di Rivera per vedere lentamente la grande ammucchiata aprirsi e disperdersi come il Mar Rosso davanti a Mosè [4]. È entrato in campo Rivera avendo al fianco Paride Accetti: "Alzati Gioann", ha ringhiato un fesso, neanche fosse il papa. Rivera ha avuto il microfono dell'altoparlante e ha detto: "Se non sgombrate perdiamo la partita". Accetti, che è forse un congiuntivo esortativo, non un indicativo presente e neanche un plurale sbagliato, ha compiuto ampi e cattivanti gesti a sostegno dell'oratore: poi si sono mossi i pretoriani (the Milan boys) brandendo manganelli astutamente avvolti in bandiere da campo: la gente ha subito capito e si è pigiata sugli anelli superiori. Allora finalmente ha avuto inizio la più divertente parodia d'una partita di calco che mai sia stata inscenata negli ultimi decennio (a quel livello dico) (...) Il pericolo era che qualcuno, per isbaglio, segnasse [1]. C'è una sorta di pudore a cantare il trionfo del Milan, come entusiasmo popolare vorrebbe, anche perché la partita è stata falsa. Il Bologna puntava al pareggio, e lo hanno capito subito tutti. (...) A cercare il gol con un certo impegno fra loro era Juliano, che non ha mai amato Rivera per questioni di nazionale [5]. La parte cogliona dei presenti si è messa a fischiare con temeraria insolenza: qualcuno ha pure gridato ai bidoni. Oh comica pretesa di voler vedere calcio fra due squadre egualmente interessate a non procurarsi danno! [1].

lunedì 25 febbraio 2019

La favola della serie A poco allenante

La Roma ha giocato a maggio una semifinale di Champions ed è tuttora in corsa per andare avanti. Il Napoli è fuori dalle prime 16 per un gol in meno e con la miglior difesa del girone, dopo aver battuto il Liverpool ed essersi fatto prendere al 93' dal Psg. La stessa Inter indecifrabile di Spalletti s'è giocata fino in fondo la qualificazione battendo il Tottenham e pareggiando col Barcellona. Il deserto che spesso ci raccontiamo è meno arido di quanto appaia. La Lazio era nei quarti di Europa League pochi mesi fa. La Fiorentina si spinse in semifinale nel 2015. La qualità di un movimento si misura nel mare aperto del confronto europeo, e quel confronto ci dice che accanto a una larga fetta di classe media in fuga da investimenti e antagonismo, rassegnata alla subalternità, esistono in Italia diverse squadre di buon livello internazionale. Ne abbiamo 5 fra le prime 40 del ranking Uefa, una in meno di Spagna e Inghilterra, due in più della Germania. Eppure ogni frustrazione della Juve finisce per essere ricondotta al campionato poco allenante. È colpa degli altri.

mercoledì 26 dicembre 2018

Il Progetto Utopia del Cagliari

È qui che bisogna posare lo sguardo al termine del giro nell'Italia da ritrovare, a Cagliari, dove per la prima volta dopo 67 campionati – era il 1970 si fermò uno scudetto al Sud. «La vittoria di una minoranza» scrisse Arpino, che «ha ridato lustro a una dignità che poteva essere solo privata». Era il Cagliari di Riva detto da Brera Rombo di tuono, era una Serie A che fra il '69 e il '91 distribuiva scudetti a 11 squadre differenti: per cinque di loro era il primo, per sei fu pure l'ultimo. Trovarono condizioni oggi negate, tanto da far dire a Giuseppe Tomasini, 72 anni, all'epoca dello scudetto difensore, che «questo è un calcio da fine del mondo. Se tutto è deciso a dicembre, non lo guardo più. I club erano proprietari dei cartellini, otto di noi si sono fermati a vivere in Sardegna, oggi i procuratori ti spingono a cambiare. Non bisognerebbe scriverne nelle pagine di sport ma in quelle di economia. Mezza Italia è tagliata fuori».

sabato 15 dicembre 2018

I piani di Gazidis per il Milan

Se avesse 100 milioni pronti, Ivan Gazidis non andrebbe a comprarsi Ronaldo, li spenderebbe per uno stadio nuovo, e infatti lo farà. Primo: perché un altro Ronaldo non c'è. Secondo: perché per prendere la Juve, serve una visione. Da cinque giorni a.d. del Milan, il manager venuto dall'Arsenal ha dato una sterzata ai piani. La ristrutturazione di San Siro annunciata poche settimane fa è ora un piano B, perché non sarebbe semplice utilizzarlo durante i lavori con una capienza ridotta a 40mila posti. Il Milan ipotizza una casa nuova, anche questa non solo per sé. Il peso dell'investimento è da dividere con l'Inter, insieme con i naming rights e le sponsorizzazioni. Sono già fissati nuovi appuntamenti con il Comune per definire un'area, con l'intenzione di non finire nella palude che tiene la Roma prigioniera del suo progetto. Gazidis considera San Siro un'icona del calcio, ma nei suoi piani il nuovo stadio può diventare un'icona della città.
Dovrebbe nascere a sud, intorno a Rogoredo oppure a Baggio. È questo il muro portante che regge l'architettura della sua sfida al pessimismo italiano, per il rilancio del Milan, o come la chiama lui: rigenerazione. Crescita dei ricavi, sostenibilità, autosufficienza economica, in attesa del verdetto Uefa sul fair play finanziario. Gazidis sa di essersi preso un rischio arrivando in Serie A. È uscito dalla sua comfort zone, dovrà mettersi a studiare la lingua italiana e la nostra cultura calcistica, conscio che potrebbe toccargli l'impopolarità per dover reinventare un club con tanta eredità e tanto passato.
Depersonalizzare il Milan, portarlo fuori dall'ombra di Berlusconi è già una grossa sfida.

sabato 8 dicembre 2018

Modric, il re provvisorio

Ai calciatori dei Balcani è stata rimproverata spesso una certa sofisticata incostanza. Ora, mentre abbatte la decennale autorità del mostro a due teste Messi-Ronaldo, il Pallone d'oro a Luka Modric ribalta pure quest'ultimo stereotipo. Ha vinto un piede elegante ma regolare, un virtuoso ma non un solista, non un anarchico.
Nell'anno del Mondiale delle sorprese, condannato a ignorare il fantasma di Leo e un Cristiano dall'immagine compromessa per le accuse di stupro dall'America, il calcio è tornato all'antico scegliendo come simbolo di sé un attore classico, un giocatore che cuce e non uno che strappa, un sarto, un camminatore sul confine fra arte e artigianato: tecnica, estro, pregio, eppure tutto il contrario dello sperpero di solito imputato alla sua stirpe, sul podio del premio fin qui rappresentata da genialoidi alla Savicevic e alla Dzajic, oppure da finalizzatori crudi alla Pancev, alla Mijatovic, alla Suker. In un caso o nell'altro, tutta gente che si fermava un passo prima di vincere.

lunedì 3 dicembre 2018

Alle radici di Re Cecconi

La vita che Luciano Re Cecconi avrebbe avuto è tutta dentro un paese costruito in discesa poco fuori Milano, dove ancora abitano sua moglie Cesarina e i figli Stefano e Francesca. «Noi non lo abbiamo mai dimenticato» quasi sussurra Massimo Cozzi, magazziniere di un'azienda di Rho che ha preso l'aspettativa per fare il sindaco a Nerviano. Il Comune è dentro un ex monastero. Cozzi ha un ufficio che dà sul fiume Olona, parcheggia con il disco orario, non ha l'auto di servizio, anzi si sposta in bici e ha tolto il cellulare ai consiglieri. «Ma ora in bilancio ci sono 600mila euro per ristrutturare lo stadio», dice. Il Comunale Re Cecconi, dove fra i dilettanti gioca la Nervianese. Il campo del Luciano bambino è all'oratorio di sant'Ilario. È qui che Re Cecconi festeggerebbe domani 70 anni, senza quel colpo di pistola che un gioielliere gli sparò al petto il 18 gennaio 1977. «Sarebbe stato un allenatore magnifico, aveva etica, competenza, principi saldi», ne è certo Pino Wilson, che di quella Lazio era capitano e leader di una fazione, spogliatoi separati, le risse in allenamento, al cinema, al ristorante, e poi le pistole, un poligono dietro il campo, le luci delle camere in ritiro spente con un proiettile alle lampadine prima di dormire. Luciano detto Cecco stava dall'altra parte. Contro Chinaglia e Wilson, alleato di Martini. Soprannome: il Saggio. Non sparava, non andava al night, non giocava a poker in una Lazio drammaturgicamente perfetta.

sabato 3 novembre 2018

La missione privata della Juve Under 23

Lasciamo perdere le quattro sconfitte in nove partite e il fatto che ci troviamo di fronte alla quinta peggior difesa del campionato. Per una volta la vittoria non è cosa che conti nemmeno in casa Juve, dove al celebre motto della casata abbiamo appreso - sono tenuti a uniformarsi pure i bimbi dell'Under 8. Il punto stavolta è chiedersi quale compito stia assolvendo la Juventus Under 23 in serie C. La premessa è nota. Nella smania di mostrare una svolta dopo i Mondiali falliti, la federcalcio ha partorito la Grande Riforma delle squadre B a imitazione della Spagna. Così - ci siamo sentiti ripetere - i giovani italiani avrebbero avuto un posto in cui giocare e crescere.

venerdì 12 ottobre 2018

Perché il sarrismo è nato proprio a Napoli


sarrismo s. m. La concezione del gioco del calcio
propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri,
fondata sulla velocità e la propensione offensiva;
per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri
come espressione sanguigna dell’anima popolare 
della città di Napoli e del suo tifo.

Quando un uomo si trasforma in un sostantivo, l’affare si complica. Se era successo per Blair, Renzi e Pippo Baudo, figurarsi per Sarri Maurizio, 59 anni, allenatore, che diventando un -ismo è entrato per decisione della Treccani nel vocabolario della lingua italiana, a indicare uno stile di gioco ma soprattutto “per estensione: espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo”. Nel 2008 l’Istituto aveva accolto “granatismo” (“passione per il Torino”), nel 2012 “balotellata” (“gesto, comportamento, tipici di Balotelli”) e due anni fa “contismo”, da Antonio Conte (“sacrificio, concretezza e concentrazione”). Ma non era esistito un -ismo che fondesse il pallone alla sociologia. Se ne è preso la responsabilità Luigi Romani, linguista, coordinatore editoriale del vocabolario. Il suo Osservatorio documenta nuovi significati e parole. Quando la diffusione ne è certificata, il lemma è promosso. “È la frequenza d’uso”, spiega “a sancire l’ingresso del termine, non una commissione a un tavolo. Non tutte le parole si consolidano. Vanno e vengono. Ora per esempio “craxismo” è candidato a uscire. Resterà di interesse storico ma non è più nell’uso comune”. 

La prima attestazione della parola si colloca in Toscana, Empoli, novembre 2015, quando Sarri era diventato l’allenatore del Napoli da 4 mesi. Fabrizio Corsi, il presidente che se lo era visto portar via, parlando della sua assenza disse a Sky che era dolorosa “perché qui si è creato una sorta di sarrismo”. Aveva inventato il contenitore. Il contenuto lo avrebbe messo Napoli, casualmente città di nascita dell’uomo-ideologia, dove il babbo Amerigo lavorava da gruista per la ditta che costruiva l’Italsider di Bagnoli. Qui Sarri si sarebbe manifestato in tutta la sua iconografia dopo aver lasciato il posto in banca: la tuta anziché la cravatta, le leggende sui 33 schemi, infine il tocco degno di un genio del marketing, dicendosi lettore di Bukowski. Il profilo perfetto dell’anti-sistema, finanche più estremo di Zeman, stesse sigarette e stesso 4-3-3. Un uomo carico di contraddizioni piovuto nella capitale dell’incoerenza. Allena con i droni e dice di leggere solo il Televideo. Ha uno staff che lavora sul dna ma si lamenta se gioca prima, dopo, se il pallone invernale non rotola bene. 

mercoledì 19 settembre 2018

L'incapacità del calcio italiano di decifrare la nuova dimensione

Cambiano i ct, cambiano i calciatori, ma della Nazionale oggi sappiamo le stesse cose di un anno fa: non vince. Finanche la ricerca delle ragioni è diventata uno stanco rosario di pensieri già pensati: gli stranieri, i giovani che non giocano, la crisi dei vivai. C'è in questa paralisi estrema qualcosa allo stesso tempo di casuale e di ineluttabile.
Casuale perché in questo triennio i club italiani hanno lasciato traccia nelle Coppe e le Nazionali giovanili acceso speranze; ineluttabile perché dopo la mancata qualificazione in Russia, la serie B in Nations League porterebbe altra sfiducia e depressione.

mercoledì 25 luglio 2018

CR7 e la Juventus, l'ultimo strappo dalla Serie A

Non si tirano fuori 350 milioni di euro per vincere un ottavo scudetto di fila, un nono e un decimo; forse nemmeno per dare la caccia alla Champions vale la pena spingersi a tanto. Se la Juventus avesse comprato Cristiano Ronaldo soltanto per vivere gioie che in fondo già conosce, i suoi soldi resterebbero una spesa. Invece sono altro, sono un investimento, sono il prezzo per la resa dei conti definitiva con una dimensione a cui la Juventus sente di non appartenere più. Sarà questo il tema politico e mediatico nel calcio italiano dei prossimi mesi.
La Juventus non sta allargando la distanza con il resto della serie A per accrescere il numero dei suoi titoli; lo fa per andarle oltre, per scrollarsela di dosso, per far diventare la sua egemonia una questione da porre e da risolvere fuori dal terreno su cui la esercita. Prendere Ronaldo e vivere coerentemente con lui non significa battere chi è stato già battuto con Zaza, e neppure superare finalmente quelli che Ronaldo ce l'avevano prima.
L'ingaggio di Ronaldo ha un senso perché aprirà la strada - con un timing perfetto - a discorsi rotondi nelle sedi giuste, in modo da superare i campionati senza storia come quelli in Italia, Germania, Francia.

sabato 21 luglio 2018

La partita che si giocò in una sola metà del campo

La polizia municipale si presentò allo stadio un attimo prima che fosse battuta la palla al centro. Gli austriaci erano tutti schierati, secondo l’ordine che li aveva resi celebri nel mondo [1]. Josef Bican si spazientì perché aveva già piazzato la suola della scarpa sul pallone e nessuno fino a quel momento lo aveva mai obbligato a tirare il piede indietro. Ma il tenente era stato perentorio, aveva tra le mani un foglio di carta che non lasciava spiraglio agli equivoci, chiese di potersi appartare con i due allenatori e a loro per primi comunicò che la partita non poteva cominciare. Marcello Lippi aveva mezzo consumato il quarto Mercator della sua giornata, Hugo Meisl pensò che come al solito, con gli italiani di mezzo, c’era sempre qualche casino che spuntava, ma nessuno dei due aveva alcuna intenzione di rinviare. “Ho qui la relazione definitiva della commissione d’inchiesta sulla staticità dei campi di calcio di tutta la Cacania” [2], disse il tenente allargando le braccia, quasi scusandosi, “e l’analisi finale della commissione di vigilanza sull'agibilità. Metà campo sorge su sottosuolo vuoto. Mi duole comunicarvi che non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per giocare”. Disse così, disse proprio: mi duole, e senza neppure attendere una replica, voltò le spalle e si avviò verso i cancelli ai quali mettere i sigilli.

mercoledì 6 giugno 2018

La partita dimenticata dell'Italia di Bearzot

Gli italiani arrivarono all'ora di pranzo, e tutto quello che davvero era importante accadde prima che iniziasse la partita. Appena sceso dalla diligenza che percorreva la Ruta 68 tra Santiago e Valparaíso, Cesare Maldini corse a posare le sue tre valigie in camera, attraversando il profumo dei filari, dei fiori e delle empanaditas ripiene di carne d’agnello. Un paio di passi dietro di lui, Gigi Riva tirò fuori dalle tasche il foglietto a righe su cui una mano amica aveva scritto il nome dell’uomo a cui rivolgersi una volta giunti al pueblo, pochi chilometri dal lago Villarrica, per venire a capo del rebus con cui erano partiti dall’Italia, in questa missione quasi senza speranze per conto di Bearzot.

martedì 5 giugno 2018

Marotta, Lotito e il banchetto delle poltrone

Nei giorni in cui era gratuito indignarsi per gli adesivi di Anna Frank, Giovanni Malagò da presidente del Coni si fece sentire con Tavecchio. Gli chiedeva di isolare Lotito: mai più uno così nelle istituzioni, disse, mai più. Con i super poteri del commissario, ora vede la sua Lega mandare proprio Lotito in Consiglio federale, dentro una partita più ampia sui contratti per i diritti tv, a cui Malagò non è certo rimasto estraneo. Lotito che torna in Consiglio è a tutti gli effetti un frutto della sua politica, come il ritorno a galla di Abete con la candidatura alla presidenza. Il calcio italiano sa sempre come sorprendere e gli uomini di potere sanno come far pace.

lunedì 28 maggio 2018

La Juventus e il calcio delle oligarchie

Dopo quattro anni Milano torna in Champions con l'Inter, riprendendo faticosamente la scia di chi nel frattempo ha marciato a un'altra velocità. Il calcio delle oligarchie non aspetta. Rimanere esclusi dal bancomat dei diritti tv su scala europea produce lunghe ricadute nel cortile di casa. Suning voleva riscrivere gli equilibri e non c'era ancora riuscito. La proprietà del Milan resta un mistero, nel disinteresse di Covisoc e Figc. Così la serie A campicchia di realtà pulviscolari. Nessuno sa perché il Genoa incassi e non spenda, dove siano gli investimenti promessi da Saputo a Bologna, che fine abbia fatto l'energia iniziale dei Della Valle a Firenze, che progetti di sviluppo abbia Cairo per il Torino.
Di questo antagonismo spento dovrebbe discutere il calcio italiano. Perciò di egemonia juventina si parlava qui sette giorni fa, generando repliche di tenore vario su social e altri media.