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sabato 12 gennaio 2019

La seconda vita di Manzini, il papà di Rocco Schiavone


Seduto alla scrivania dove nascono le storie di Rocco Schiavone, con alle spalle una libreria che è la Hit Parade dei noir di tutti i tempi, Antonio Manzini ha di fronte a sé un quadro di suo padre Francesco, La porta a vetri, 1971, e un'altra porta a vetri da cui si vede il Terminillo. «Papà leggeva tanto, io da ragazzo 4 libri all'anno, soprattutto King, di nascosto. Lui invece mi voleva coi racconti di Cechov in mano». Domani esce Rien ne va plus, ottavo romanzo della serie del vicequestore burbero e spinellomane. Manzini è il giallista che più vende in Italia dopo Camilleri. Questa è la sua seconda vita, dopo 25 anni da attore. Passa per un orso perché se può evita le presentazioni e non dà volentieri interviste. In questo casale di campagna al confine tra Lazio e Umbria, fra ulivi e sei cani, uno che si chiama proprio Rocco, in quattro ore di chiacchiere più volte parlerà di "sospensione dalla realtà" come condizione di vita.

Suo padre, diceva.
«Non poteva crederci che lasciassi a metà Anna Karenina. Ma nei ragazzi deve scattare il libro giusto. Il mio fu I fratelli Karamazov, un'estate in Calabria, a 16 anni. Capii che ogni volume era un universo. Certo, 66mila novità all'anno sono troppe. Se ne leggo 70, uno ogni 5 giorni, me ne perdo 65.930. Poi ci sono quelli che mi spediscono per un parere».

Se un libro non le piace, come lo dice?
«Dico che non mi è arrivato. Una volta mi è capitato di vivere nel terrore di incontrare una persona che mi chiedesse del suo romanzo. L'ho imparato negli anni di teatro. Se confessavi a un regista che il suo lavoro non ti era piaciuto, ti toglieva il saluto per mesi».

venerdì 7 luglio 2017

De Giovanni e l'ultimo Ricciardi: "Fra due anni smetto"

Il tavolino numero dieci all'interno del Caffè Gambrinus è inaccessibile. "Riservato al commissario Ricciardi", c'è scritto sulle due facce di un segnaposto plastificato. Oggi, domani e nei secoli dei secoli. I clienti s'accostano, scattano una foto e vanno via. È qui che Maurizio De Giovanni porta il suo personaggio a fare colazione da undici anni e undici libri, dodici con il nuovo, "Rondini d'inverno", che Einaudi fa uscire in centomila copie: lunedì nel cortile del Maschio Angioino il primo incontro fra l'autore e quelli che non sono più lettori ma fans, se è vero che quattro associazioni organizzano tour guidati sui luoghi dei romanzi. «Fans dei personaggi, non miei», mormora lui, 59 anni, una delle voci più presenti della città, ora anche autore di teatro e sceneggiatore per la tv.
Il telefono che squilla, un tifoso che domanda del Napoli, un'ammiratrice che gli stampa un bacio. «Oggi concedersi a un selfie è parte dell'attività, eppure io non credo che uno scrittore debba avere una sua rilevanza personale. Ne hanno i suoi personaggi. Sono contento che sia conosciuto Ricciardi e che il tassista citi le sue frasi. Mi piacciono queste gioiose manifestazioni. Ma io cosa c'entro? Se a suo tempo avessi incontrato García Márquez, lo dico da lettore forte, credo che non lo avrei riconosciuto». Eppure, tutto questo finirà. Presto. «Nel 2020 smetto».

lunedì 5 giugno 2017

Jeffery Deaver e il suo romanzo napoletano


Per i suoi vent'anni di indagini, Lincoln Rhyme s'è regalato una missione in Italia. Era il 1997 quando il detective tetraplegico della polizia scientifica di New York incontrava Amelia Sachs, mettendosi con lei sulle tracce dello spietato "collezionista di ossa". Jeffery Deaver, il suo papà letterario, nell'ultimo libro "Il Valzer dell'impiccato" (Rizzoli), lo ha messo su un aereo e spedito a Napoli, dall'altra parte dell'Oceano, a seguire le tracce di un torturatore che usa una tetra melodia per i suoi crimini. "Lo avevo promesso. Ho mantenuto l'impegno ", dice Deaver, 67 anni appena compiuti, autore prolifico come pochi altri, sei anni fa cooptato tra gli scrittori incaricati di far continuare a vivere James Bond dopo Ian Fleming.

Signor Deaver, perché il suo Rhyme viene a risolvere un caso in Italia?
"Perché sono sempre stato onorato di ricevere premi da voi, dove sono apprezzato più che altrove. Per molti anni mi ha stuzzicato l'idea di ambientare un libro in Italia. Mi sono deciso quando a Courmayeur mi hanno dato il premio Raymond Chandler. Ecco, lì ho capito che era arrivato il momento giusto".

venerdì 17 marzo 2017

La commedia nera di Francesco Recami

FIRENZE. Benedetta la perfidia tra le pagine dei libri. "D'altra parte la cattiveria esiste, appartiene al mondo, non sarò mica malvagio solo io". Francesco Recami consuma due caffè e altrettante sigarette davanti alla basilica di Santa Maria Novella. "L'editore mi rimprovera: tu odi il lettore. No che non lo odio, casomai non lo metto a suo agio". Con la copertina blu-Nazionale della Sellerio, Recami è in libreria con Commedia nera numero 1 a cui seguiranno la due, la tre, e via così. Già il titolo è parodia di una tendenza, la serialità da cui Recami arriva con i gialli della casa di ringhiera. Ora il nuovo filone, partito con l'ispettrice di polizia Maria Antonietta che vessa suo marito (Antonio Maria), costretto in uno sgabuzzino, ad ascoltarla mentre fa sesso con i suoi agenti e a fallire nei tentativi di fuga. "Una narrazione fumettistica. Ho creato personaggi piatti perché lo siamo tutti".

domenica 31 luglio 2016

L'assassinio di un immortale

Molti papà dei commissari che affollano le librerie sentono di avere un linguaggio comune: il noir europeo è un gigantesco circolo dai tratti collettivi. E poi c'è Petros Markaris, ottant'anni il prossimo Capodanno, capace di far convivere dentro le stesse pagine un prete ortodosso, Adolf Hitler e la sua creatura più celebre, l'investigatore Kostas Charitos. L'ultimo libro pubblicato in Italia dallo scrittore turco di nascita, armeno per parte di padre e greco d'adozione — la raccolta di racconti L'assassinio di un immortale (La Nave di Teseo) — ne conferma l'unicità. Traduttore di Goethe e Brecht, Markaris è un collettore di frammenti, ma dentro le schegge di realtà che assembla c'è un'offerta di verità, un'ipotesi.

giovedì 19 maggio 2016

Il metodo di Malvaldi

"Il" Malvaldi. Come un dizionario. Così dice di sé quando vuol prendersi in giro questo pisano di 42 anni, papà da sette, per dieci studente di canto in Conservatorio ("basso profondo ") e poi ricercatore di chimica alla Normale. "Diceva scemenze Einstein, figurarsi il Malvaldi". Finché sono arrivati i libri. Dieci romanzi in dieci anni, di cui sei del ciclo giallo del BarLume, dove una compagnia di pensionati fa da cornice alle investigazioni. Traduzioni in 11 Paesi, un milione di copie, la serie tv. L'ultimo libro, La battaglia navale, è in testa alle vendite da tre settimane. Tutto in casa Sellerio, sotto gli stessi colori delle copertine di Camilleri. "Parrà turpe, ma a lui devo la tranquillità economica. Se Camilleri scrive e vende, consente a uno o due giovani all'anno di provarci. Ho sfruttato la sua traccia. Oggi scrivere gialli è comodo. Passa per un'operazione culturale. Quando lui partì con Montalbano, equivaleva a farsi dare del rattuso. Per me che ne sono tifoso, stargli accanto è come giocare nel Torino".

martedì 26 aprile 2016

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Eravamo rimasti al tonno di Bacchelli, ai corvi al rospo e al porco delle Favole della dittatura di Sciascia, ai pesci rossi di Cecchi. Quando nella letteratura italiana gli animali parlano, si muovono di solito nel territorio di un genere, gli exempla morali di Esopo. Ora arriva un cinghiale a mutare la scena, si chiama Apperbohr ed è più surreale finanche di quel grillo che comunicava con un burattino di legno. Vaga con il suo branco nelle campagne dell'immaginaria Corsignano, fra Umbria e Toscana, dove s'imbatte in una folla di personaggi teneri e grotteschi, infidi e indifesi, di cui non si può tenere il conto, anzi non si deve, questo è il bello, il bello è perdersi. Teorizzatore di una letteratura che sia allo stesso tempo «commovente e inadeguata, raffazzonata e ingombrante», Giordano Meacci scrive in piena coerenza Il cinghiale che uccise Liberty Valance".

lunedì 4 gennaio 2016

La scrittura secondo De Giovanni


DETTO COSÌ, FA IMPRESSIONE. «Ho ammazzato un uomo adulto, un anziano, una cartomante, una contessa, un orfano, una coppia, una prostituta, un professore universitario». Maurizio De Giovanni ha avuto due vite. Una da impiegato di banca, fino al 2005, in cui per fortuna non ha ucciso nessuno; la successiva da scrittore, questi ultimi dieci anni, pieni di delitti di carta. Lui sostiene che in realtà le vite sono tre, ce ne sarebbe un’altra, quella in cui tocca capire cosa si vuole diventare. «Ero pigro, sovrappeso, giocavo a pallanuoto. Un ragazzo gioviale, socievole. Ma leggevo. La prima e la terza vita in fondo si assomigliano. Credevo di voler fare il giornalista, era un equivoco, ora so che in realtà volevo scrivere. Non fu possibile. Mio padre morì di domenica, il lunedì facemmo il funerale, il martedì consegnai domanda di assunzione in banca. Era il primo posto di lavoro a cui si pensava dopo un voto alto alla maturità. Sono diventato vicedirettore della sede perché in banca, come dappertutto, promuovono i più scadenti: se sei bravo ti lasciano nel tuo ruolo, dove gli servi davvero. Ho fatto il ragazzo padre per anni senza scrivere una parola, non avevo niente nel cassetto, nemmeno un sogno. Casomai scrivevo qualche canzone: c’era quest’amico, Osvaldo, che sapeva suonare la chitarra, musica brasiliana, io mettevo i testi, più che altro serviva per rimorchiare».

giovedì 31 dicembre 2015

Breve storia del talento

Il più bel romanzo sul calcio quest'anno l'ha scritto Enrico Macioci, aquilano, quarantenne. Si intitola "Breve storia del talento" ed è ambientato inizialmente nel 1990, in un luogo fatto di pietra e ciottoli, una campagna, un posto dove tra i pochi fili d'erba si sezionano grilli e dove si disegnano cerchi nel terreno con un ramo di cipresso. È qui che esercita tutto il suo magistero calcistico "il grande Michele", volto da indio, quattordici anni, fuggito dal suo patrigno violento in Colombia e adottato da una coppia del luogo. Soprattutto: Michele è il grande rivale del narratore, di un anno più piccolo. Michele cammina su gambe destinate a frustrare per sempre i sogni dell'altro perché "non c'è abbastanza spazio nel medesimo tempo e nel medesimo luogo per due abbastanza bravi nella medesima cosa; uno dei due deve cedere". Michele è lo strumento attraverso cui si fa prima o poi esperienza dei propri limiti. È un portatore sano di amarezze.
Al condominio di Prato Verde prima o poi ci siamo stati tutti. Enrico Macioci è straordinario anche perché nella prima pagina condensa già ogni elemento della storia. Come fanno i grandi registi al cinema. È una pagina che in miniatura le contiene tutte, nella semplice descrizione di un tiro in porta. Compare in apertura il grande tema dell'irreversibilità psicologica d'una supremazia infantile ("Il primo gol lo fece così"), in dieci righe veniamo travolti da flash di quella fisicità che troveremo nell'arco dell'intera storia (le spalle, le mani, la schiena, le ginocchia, le cosce, la nuca, i capelli, e poi via via fino al dettaglio della cute e dei pori); c'è il calcio che abbiamo conosciuto quando era ancora soltanto un gioco ("l'Etrusco bianco a rombi neri, neri solo i contorni, l'interno dei rombi bianco") e c'è la premonizione di quel che sarà ("si sollevava d'un palmo e mezzo e ricadeva, pàc pàc, una campana a morto, una sentenza"). Macioci racconta tutto in un italiano che si preoccupa di non perdere mai di vista due aspetti: la naturalezza e l'eleganza. Una lingua fatta di reiterazioni e spesso di allitterazioni, in sostanza di ritmo e musicalità: "Michele tirò di destro al volo mentre si girava, tirò girandosi per metà, insomma fece due azioni contemporaneamente, tirò senza guardare la porta ma sapendo dove fosse, sapendo dove fosse ogni oggetto sulla superficie del campo, conoscendo l'esito, il futuro immediato".
Mentre Roby Baggio segna ai Mondiali contro la Cecoslovacchia il suo gol più bello, a Prato Verde si consuma quell'estate in cui finisce l'infanzia e inizia qualcosa che non si conosce bene, l'estate in cui passa un attimo e la tua amichetta di sempre porta la terza di seno, all'improvviso cresciuta "senza lasciare scampo". Macioci, qui sta la bellezza del suo romanzo, racconta l'adolescenza attraverso il calcio. "È davvero strano che la grande maggioranza di noi riesca a sopravvivere a una tale catastrofe e a tirare avanti per decenni". I sensi di colpa. La scoperta di un'angoscia senza senso. La vergogna per la masturbazione e per le prime poesie che il narratore compone, "due facce della medesima, fasulla moneta. Entrambe richiedevano isolamento, entrambe si nutrivano di fantasia". Quando alle quattro del pomeriggio di molti anni dopo, ormai con un matrimonio in bilico, tornerà fra i balconi vuoti di Prato Verde, fra certe visioni, fra certi fantasmi, a cercare cos'è stato del grande Michele, l'alter ego di Macioci finirà per fare i conti con una verità che non si può ignorare: "che la vita in qualche modo riuscirà a stupirti".
Il calcio è più d'un gioco; solo sull'erba del campo, nel momento in cui il piede del giocatore impatta la palla, producendo un suono pieno e quasi musicale, così perfetto e compiuto, solo allora se ne trova l'essenza, un centesimo di secondo prima che il gesto venga ripreso dalla TV e ritrasmesso dentro milioni, miliardi di case in ogni angolo del globo, diventando una mostruosa combinazione d'aggressività e amore, nichilismo e fede.
(Enrico Macioci, Breve storia del talento, Mondadori, 153 pagine, 17 euro)

sabato 19 settembre 2015

Calvino alle Olimpiadi

Il tabellone della finale di basket a Helsinki 1952
Il tabellone della finale di basket a Helsinki 1952
Quando Italo Calvino va alle Olimpiadi di Helsinki, inviato per l'Unità, non ha che ventinove anni appena, anche se ha già pubblicato "Il sentiero dei nidi di ragno" (1947), "Ultimo viene il corvo" (1949) e "Il visconte dimezzato" (1951). Non ha particolare dimestichezza con lo sport, lo confesserà lui stesso. Ne Il giardino incantato, uno dei racconti della sua raccolta uscita tre anni prima, c'è una pagina ispirata dal tennis tavolo,che ancora chiamavamo ping-pong.


Uscirono dall’acqua e proprio lì vicino alla piscina trovarono un tavolino col ping-ping. Giovannino diede subito un colpo di racchetta alla palla: Serenella fu svelta dall’altra parte a rimandargliela. Giocavano così, dando botte leggere perché da dentro alla villa non sentissero. A un tratto un tiro rimbalzò alto e Giovannino per pararlo fece volare la palla via lontano; batté sopra un gong sospeso tra i sostegni d’una pergola, che vibrò cupo e a lungo. I due bambini si rannicchiarono dietro un’aiuola di ranuncoli. Subito arrivarono due servitori in giacca bianca, reggendo grandi vassoi, posarono i vassoi su un tavolo rotondo sotto un ombrellone a righe gialle e arancio e se ne andarono. (Italo Calvino, Ultimo viene il corvo, Einaudi)

Per il resto Calvino si dichiara profano. "Scrivo", dirà, "perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport. Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non è il desiderio di insegnare ad altri ciò che so o credo di sapere che mi mette voglia di scrivere, ma al contrario la coscienza dolorosa della mia incompetenza".

venerdì 18 settembre 2015

Quando l'Unità stroncò il suo collaboratore Italo Calvino

Il 6 agosto del 1952, sulle pagine dell’Unità, Carlo Salinari torna sull’uscita de Il Visconte dimezzato, la prima opera della trilogia dei nostri antenati di Calvino. Lo fa in sostanza per stroncare il romanzo, che aveva aperto un dibattito vivace dentro il Pci. Calvino all’epoca non ha ancora compiuto trent’anni. Ha già pubblicato, tra le altre cose, Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo. Soprattutto, proprio per l’Unità neppure un mese prima era stato inviato alle Olimpiadi di Helsinki, e da lì aveva scritto dei magnifici reportage. A trent’anni dalla sua morte, l’articolo dell’Unità d’allora.

Calvino ha scritto una favola […] Appena uscito il libro autorevoli critici dei giornali e delle riviste indipendenti hanno esultato: com’è bravo Calvino! “In questo libro non c’è né idee né propaganda politiche: Calvino vi è artista e non uomo di parte”. E poiché un nostro compagno su Rinascita, ha osato esprimere delle riserve, ecco gli stessi critici usare le parole grosse: “E’ un libro – hanno detto – che non doveva essere scritto, e che perciò non dovrebbe essere letto: da mettere all’indice, non della Chiesa, ma del Partito, poiché Calvino è comunista”. “Calvino sotto accusa?”. Povero Bellonci! Da trent’anni a questa parte il destino ha voluto che perdesse sempre le occasioni buone per stare zitto.
Certo questo libro probabilmente non sarà letto, migliaia e migliaia di persone (operai, contadini, intellettuali) che hanno apprezzato Il sentiero dei nidi di ragno probabilmente non leggeranno Il visconte dimezzato. Tuttavia la cosa non sarà dovuta a un Indice che non esiste, e nemmeno all’opinione che può esprimere questo o quel critico comunista, ma a un’altra ragione un pochino più complessa.


Qual è il difetto fondamentale di questo libro di Calvino? Forse il suo carattere di favola? No, perché – e in questo sono d’accordo con Bellonci – il suo temperamento di scrittore lo porta naturalmente verso una simile forma d’espressione. Forse il fatto che è scritto male? No, perché vi sono pagine molto belle, composte con quella grazia e arte di scrittore, che fanno di Calvino il giovane più dotato del dopoguerra: “Quella notte, Medardo tardò a dormire. Camminava avanti e indietro vicino alla sua tenda e sentiva i richiami delle sentinelle, i cavalli nitrire e il rotto parlar nel sonno di qualche soldato. Guardava in cielo le stelle di Boemia, e pensava al nuovo grado, alla battaglia dell’indomani, e alla patria lontana, al suo fruscio di canne nei torrenti”. E vi sono anche figure simpatiche come quel dottor Trelawney.
Il difetto fondamentale è che l’ispirazione della favola non parte dalla nostra realtà, da problemi sentimenti e idee che sono patrimonio comune della nostra esperienza, ma da una suggestione e da un gusto di derivazione intellettualistica e culturale. E mi spiego meglio. Una volta uno studente mi portò alcune sue poesie: ve ne erano di buone e di cattive, come capita. La più brutta di tutte, però e anche questo capita), era proprio quella che l’autore riteneva la più bella: una lirica in cui si cercava di esprimere il tormento del dubbio che in lui, seminarista, si affacciava della divinità. Gli feci osservare che era la meno riuscita anche perché i sentimenti che in essa si cercava di esprimete non erano più oggi dei sentimenti storici, ma potevano costituire solo il dramma – sia pure sinceramente sofferto e rispettabilissimo – di alcune coscienze individuali. E volevo dire che ogni periodo storico ha dei nuclei di problemi che tutti gli uomini – direttamente o indirettamente – si affannano a risolvere. Da questi problemi scaturiscono atteggiamenti, idee, che non hanno più nessuna effettiva funzione. E’ per questo che noi attribuiamo una particolare importanza alla rispondenza dello scrittore con la società del suo tempo, perché i grandi scrittori, da Dante a Leopardi e a Verga, si sono sempre messi al centro di quei nuclei di problemi e di lì hanno ratto la forza del loro canto e la loro universalità. E’ per questo che la libertà dell’artista non deve essere concepita in astratto, ma sempre nei limiti della sua concreta esperienza di uomo, è per questo che l’arte, quando è arte, non può non essere nazionale. E non mi si dica che si fa solo questione di contenuti: certo non bastava dichiararsi romantici per essere grandi scrittori, però tutti i grandi scrittori della prima metà dell’Ottocento erano romantici.
E torniamo a Calvino. La grazia del suo stile e il buon gusto del suo umorismo non bastano a reggere un libro. E a lungo andare questo racconto – che pure è brevissimo – finisce per essere stucchevole. Perché l’affermazione che l’uomo è un impasto di bene e di male e che sarebbe un guaio se così non fosse, la polemica (o la satira) antimanichea, contro le concezioni fanatiche e intolleranti dell’uomo e della vita, sono state al centro di un’esperienza importante compiuta nei secoli scorsi, ma oggi rappresentano un fatto scontato e, in certo senso, equivoco. Il loro ritorno può essere dovuto solo a un richiamo di cultura e di intelletto e non a un’esigenza profonda dell’esperienza umana dello scrittore. Di qui il carattere di divagazione letteraria e di pezzo di bravura che viene ad assumere questo racconto, di qui quell’inevitabile rivolgersi ed ammiccare quasi – in ogni piega del periodo, in ogni sfumatura delle parole – a una ristretta cerchia d’intenditori (a dei Bellonci in folio per spiegarci), da qui l’assenza di quell’adesione col lettore che caratterizzava Il sentiero dei nidi di ragno dove la favola di Calvino s’incontrava con un’esperienza decisiva e sofferta del nostro tempo: con la guerra partigiana.
E per questo, come dicevamo all’inizio, molti (operai, contadini, intellettuali) forse non leggeranno il Visconte dimezzato. Perché non è scritto per loro.

martedì 1 settembre 2015

Addio a Cancogni, un premio Strega ai Mondiali

canco
Manlio Cancogni, morto oggi a 99 anni
"Vedendo avanzare quella sagoma potente avevo provato una sensazione di vuoto allo stomaco, e come se una mano estranea avesse sospeso le mie facoltà vitali". Manlio Cancogni era rimasto affatturato da Coppi, dal suo lento avanzare in salita, lento ma meno lento degli altri. Quando il grande Fausto morì, così lo celebrò, in due pagine sull’Espresso, rievocandone un’impresa sull’Appennino in Toscana. Cancogni raccontava di un nubifragio che l’aveva sorpreso e di essersi rifugiato con un collega a Pistoia, in un sottopassaggio. “D’improvviso schiarì e apparve, in fuga, sulla strada lucida di pioggia, lui, Coppi…”. Era bartaliano, Cancogni: lo trovava più intelligente, mentre Coppi gli appariva nevrotico e malinconico: “Aveva la morte addosso”. Il Giro d’Italia lo aveva seguito da inviato, sin dal ’48 per “Il mattino dell’Italia centrale” di Firenze, secondo la tradizione italiana di arruolare scrittori dietro il ciclismo: Campanile, la Ortese, Buzzati, Pratolini, Malaparte, Gatto, Parise, Zavattini. Va detto che il rapporto fra la cultura letteraria italiana e lo sport è stato a lungo controverso, segnato da una discriminazione, dal pregiudizio che esistesse una materia “alta” e una materia “bassa” (lo sport era materia “bassa”), poi per l’uso propagandistico che il regime fascista aveva fatto delle vittorie sportive, infine in qualche misura anche da questo registro letterario adottato dalle pagine sportive dei quotidiani. Come se il pubblico potesse vedere soddisfatta già lì la propria voglia di narrazione sportiva. Cancogni viveva invece la passione per lo sport senza transenne. Un anno dopo aver vinto il premio Strega con “Allegri, gioventù” (Rizzoli, 1973) andava ai Mondiali di calcio in Germania per il Corriere della Sera. Nel ’58 aveva scritto di atletica per la Stampa dagli Europei di Stoccolma e solo due anni prima aveva dedicato uno dei suoi romanzi a un cavallo da corsa “La carriera di Pimlico”: un cavallo da piazzamenti, mediocre, una storia di sofferenza, la condizione dell’uomo medio, scrisse l’Unità “appena accesa da qualche sprazzo di successo in una società che tutto sacrifica al mito del purosangue e della meritocrazia borghese; una società scuderia in cui la massima libertà concessa è il capzioso allentamento delle briglie, per dequalificare e sfruttare altrimenti le residue energie dell’uomo-massa”.

domenica 10 maggio 2015

Fede e piaggeria, le biciclette di Genova

Se nasci a Genova, ti fai le gambe. "Per arrivare a casa mia, al Righi, c'erano tre chilometri tutti in salita", raccontava Luigi Zimbro, uno dei gregari di Fausto Coppi. Per questo quando la strada strappava lui andava più forte di tanti altri. Nasci in una città in salita e hai davanti due ipotesi. O lasci perdere la bici o con la bici ti metti a domare la strada.
Lungo la circonvallazione a Monte, dopo il tratto fra il castello D'Albertis e piazza Manin, la pendenza diventa più vera. Ti lasci alle spalle i parchi di villa Gruber e punti lo sguardo verso la Genova bene, le villette della borghesia.

venerdì 8 maggio 2015

Il viaggio e l'attesa, il fascino del ciclismo

Il poeta Alfonso Gatto, inviato per l'Unità
al Giro d'Italia nel 1947 e nel 1948
Sarà per via del fatto che una corsa in bici è pur sempre un viaggio, si va da qua a là, e un viaggio – si tratti di Enea, di Ulisse o dei tanti venuti dopo – il suo fascino ce l’ha. Sarà perché una corsa in bici si riempie soprattutto d’attesa: ce ne stiamo per delle ore e dei chilometri ad aspettare che capiti qualcosa, che il gruppo passi sotto casa, o che arrivi una montagna, che parta una fuga; e l’attesa – da Leopardi in poi – ha sempre avuto una sua grazia. Sarà per questo insomma che non esiste sport con più cantori del ciclismo. La strada è già da sola una metafora. E mentre Enzo Ferrari dall'alto dei suoi motori lo guardava al massimo come “uno sport che produce sudore”, il ciclismo per i nostri padri e per i nostri nonni stava accanto al calcio e alla boxe. Era quella la trinità della passione popolare. Valentino Mazzola, Coppi o Bartali, Joe Louis. 

lunedì 27 aprile 2015

Quando La Capria scelse Klee

Ferito a morte di Raffaele La Capria esce per gli Oscar Mondadori nel 1973. Aveva vinto il premio Strega, edito da Bompiani, dodici anni prima. Ma era un titolo già perfetto per la collana. Era infatti diventato un vero e proprio classico.
Nella sua casa romana, La Capria ricordando quei momenti che hanno scandito la sua intera carriera di autore si mette a fare due rapidi calcoli a mente.
«Dei miei venti libri, credo che quindici o sedici siano usciti per Mondadori nella collana degli Oscar. Quando nel ‘61 avevo spedito il manoscritto a Bompiani, mi aveva risposto con una lettera: "Sono incantato".
È uno dei ricordi a carattere letterario che ancora oggi mi emoziona. Bisogna pensare che ero molto giovane, in precedenza avevo pubblicato solo un romanzo breve, Un giorno d'impazienza , proposto sempre a Bompiani da Alberto Moravia».

mercoledì 5 novembre 2014

Cristina Zagaria legge la Grammatica del Bianco

ABBASSATEVI, in ginocchio, e provate a guardare il mondo dall'altezza di un raccattapalle, uno che vive a bordo campo, che è indispensabile, ma non è mai il protagonista. Provate ad affrontare la vita come un ragazzino di 11 anni, che cerca nella routine quotidiana, fatta di scuola-maestra-mamma- compagni, il suo posto, un posto dove c'è chi lo ascolta e dove lui sa cosa dire, e lo trova grazie proprio a una partita di tennis. "La grammatica del bianco" (Rizzoli, 267 pagine, 15 euro. La presentazione oggi alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri) di Angelo Carotenuto, giornalista di Repubblica, racconta il match del 5 luglio 1980 che vede sull'erba di Wimbledon Björn Borg contro John McEnroe. «Prima che una partita, un evento», spiega Carotenuto, seguendo il filo rosso del uso primo romanzo "Dove le strade non hanno nome" (Ad Est dell'equatore), che ruotava attorno allo storico concerto degli U2 al San Paolo di Napoli. Carotenuto sceglie «prima la partita, poi lo sport e solo alla fine il suo personaggio».

giovedì 17 aprile 2014

Il calcio di Gabo

Gabriel-Garcia-Marquez-wi-007 Disse che in una partita di calcio, una volta, aveva perso il senso del ridicolo. Perché era diventato un hincha. Un tifoso. "E poi ho deciso di frequentare lo stadio. Poiché era un incontro più importante di tutti quelli precedenti, dovetti muovermi un po' prima. Confesso che mai nella mia vita sono arrivato con così tanto anticipo in un posto, e che da nessun posto sono andato via tanto esausto". (El Juramento).
***

martedì 27 agosto 2013

Italia-Germania di Cesare Pavese

Sessantatre anni fa, il 27 agosto 1950, Cesare Pavese si tolse la vita nella camera di un albergo a Torino. Un gigante della letteratura che tra la sue pagine seminò passaggi dedicati al calcio, o forse sarebbe più corretto dire alle partite di pallone. Al gioco. Ai suoi odori, alle sue atmosfere, all’incredibile gioia che sa dare. Eccole:
Ho sentito urlare, cantare, giocare al pallone; col buio, fuochi e mortaretti; hanno bevuto, sghignazzato, fatto la processione; tutta la notte per tre notti sulla piazza è andato il ballo, e si sentivano le macchine, le cornette, gli schianti dei fucili pneumatici. Stessi rumori, stesso vino, stesse facce di una volta. (La luna e i falò)
Ma dopo quei primi giorni, finita la festa e il torneo di pallone, l’albergo dell’Angelo si rifece tranquillo e quando, nel brusìo delle mosche, prendevo il caffè alla finestra guardando la piazza vuota, mi trovai come un sindaco che guarda il paese dal balcone del municipio. (La luna e i falò)
I commessi parlavano eccitati della partita di calcio del giorno dopo. Partita internazionale, Italia-Germania. Masin non s’era più occupato del gioco da tre mesi e, a sentir nominare un portiere che non conosceva, gli andò il sangue ancor più alla testa. (Ciau Masino)
I ragazzi vociavano e giocavano al calcio. Nel cielo chiaro – quel mattino aveva smesso di piovere – vidi nuvole rosee, ventose. Il freddo, il baccano, la repentina libertà del cielo, mi gonfiarono il cuore. (Prima che il gallo canti)

mercoledì 17 luglio 2013

I magnifici palloni di Vincenzo Cerami

I pali delle porte erano le cartelle. Il bambino Vincenzo scoprì il pallone per la strada, quartiere Alberone, a Roma, dove avevano steso l'asfalto, e su quell'asfalto le automobili non passavano ancora. Dopo, solo dopo, quando cambiò casa, si poteva giocare sui prati di Ciampino fino a sera. Il professore di lettere si chiamava Pier Paolo. Pier Paolo Pasolini. Bravo pure lui con il pallone, stava a sinistra, correva, correva e calciava forte. Scuole medie. Istituto "Petrarca". Primi anni Cinquanta. Vincenzo si muoveva a centrocampo. Mediano. Mica per scelta. Per obbligo. Anche dopo, anche crescendo.

giovedì 20 dicembre 2012

Rileggere Brera


Morì alle 3 di notte di un venerdì senza nebbia, sulla strada statale 234 fra Codogno e Casalpusterlengo, alla fine di una serata in allegria. Sono vent'anni oggi. Gianni Brera aveva cenato con due amici in un ristorante di Maleo, una macchina che veniva in senso opposto invase la carreggiata e travolse la loro Ford Sierra. Brera era sul sedile posteriore; accanto a lui il cappotto di cammello, un cappello scuro e un bloc-notes con gli anelli. Il giorno prima aveva dettato al giornale le sue ultime risposte ai lettori per l'Accademia di Brera, l'amatissima rubrica di lettere, il luogo in cui più che altrove toglieva il freno alla scrittura e si consegnava parole e corpo alle sue passioni. Il football, il ciclismo e l'atletica, l'enologia, la gastronomia, la vita.