Il 6 agosto del 1952, sulle pagine dell’Unità, Carlo Salinari torna sull’uscita de Il Visconte dimezzato, la prima opera della trilogia dei nostri antenati di Calvino. Lo fa in sostanza per stroncare il romanzo, che aveva aperto un dibattito vivace dentro il Pci. Calvino all’epoca non ha ancora compiuto trent’anni. Ha già pubblicato, tra le altre cose, Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo. Soprattutto, proprio per l’Unità neppure un mese prima era stato inviato alle Olimpiadi di Helsinki, e da lì aveva scritto dei magnifici reportage. A trent’anni dalla sua morte, l’articolo dell’Unità d’allora.
Calvino ha scritto una favola […] Appena uscito il libro autorevoli critici dei giornali e delle riviste indipendenti hanno esultato: com’è bravo Calvino! “In questo libro non c’è né idee né propaganda politiche: Calvino vi è artista e non uomo di parte”. E poiché un nostro compagno su Rinascita, ha osato esprimere delle riserve, ecco gli stessi critici usare le parole grosse: “E’ un libro – hanno detto – che non doveva essere scritto, e che perciò non dovrebbe essere letto: da mettere all’indice, non della Chiesa, ma del Partito, poiché Calvino è comunista”. “Calvino sotto accusa?”. Povero Bellonci! Da trent’anni a questa parte il destino ha voluto che perdesse sempre le occasioni buone per stare zitto.
Certo questo libro probabilmente non sarà letto, migliaia e migliaia di persone (operai, contadini, intellettuali) che hanno apprezzato Il sentiero dei nidi di ragno probabilmente non leggeranno Il visconte dimezzato. Tuttavia la cosa non sarà dovuta a un Indice che non esiste, e nemmeno all’opinione che può esprimere questo o quel critico comunista, ma a un’altra ragione un pochino più complessa.
Qual è il difetto fondamentale di questo libro di Calvino? Forse il suo carattere di favola? No, perché – e in questo sono d’accordo con Bellonci – il suo temperamento di scrittore lo porta naturalmente verso una simile forma d’espressione. Forse il fatto che è scritto male? No, perché vi sono pagine molto belle, composte con quella grazia e arte di scrittore, che fanno di Calvino il giovane più dotato del dopoguerra: “Quella notte, Medardo tardò a dormire. Camminava avanti e indietro vicino alla sua tenda e sentiva i richiami delle sentinelle, i cavalli nitrire e il rotto parlar nel sonno di qualche soldato. Guardava in cielo le stelle di Boemia, e pensava al nuovo grado, alla battaglia dell’indomani, e alla patria lontana, al suo fruscio di canne nei torrenti”. E vi sono anche figure simpatiche come quel dottor Trelawney.
Il difetto fondamentale è che l’ispirazione della favola non parte dalla nostra realtà, da problemi sentimenti e idee che sono patrimonio comune della nostra esperienza, ma da una suggestione e da un gusto di derivazione intellettualistica e culturale. E mi spiego meglio. Una volta uno studente mi portò alcune sue poesie: ve ne erano di buone e di cattive, come capita. La più brutta di tutte, però e anche questo capita), era proprio quella che l’autore riteneva la più bella: una lirica in cui si cercava di esprimere il tormento del dubbio che in lui, seminarista, si affacciava della divinità. Gli feci osservare che era la meno riuscita anche perché i sentimenti che in essa si cercava di esprimete non erano più oggi dei sentimenti storici, ma potevano costituire solo il dramma – sia pure sinceramente sofferto e rispettabilissimo – di alcune coscienze individuali. E volevo dire che ogni periodo storico ha dei nuclei di problemi che tutti gli uomini – direttamente o indirettamente – si affannano a risolvere. Da questi problemi scaturiscono atteggiamenti, idee, che non hanno più nessuna effettiva funzione. E’ per questo che noi attribuiamo una particolare importanza alla rispondenza dello scrittore con la società del suo tempo, perché i grandi scrittori, da Dante a Leopardi e a Verga, si sono sempre messi al centro di quei nuclei di problemi e di lì hanno ratto la forza del loro canto e la loro universalità. E’ per questo che la libertà dell’artista non deve essere concepita in astratto, ma sempre nei limiti della sua concreta esperienza di uomo, è per questo che l’arte, quando è arte, non può non essere nazionale. E non mi si dica che si fa solo questione di contenuti: certo non bastava dichiararsi romantici per essere grandi scrittori, però tutti i grandi scrittori della prima metà dell’Ottocento erano romantici.
E torniamo a Calvino. La grazia del suo stile e il buon gusto del suo umorismo non bastano a reggere un libro. E a lungo andare questo racconto – che pure è brevissimo – finisce per essere stucchevole. Perché l’affermazione che l’uomo è un impasto di bene e di male e che sarebbe un guaio se così non fosse, la polemica (o la satira) antimanichea, contro le concezioni fanatiche e intolleranti dell’uomo e della vita, sono state al centro di un’esperienza importante compiuta nei secoli scorsi, ma oggi rappresentano un fatto scontato e, in certo senso, equivoco. Il loro ritorno può essere dovuto solo a un richiamo di cultura e di intelletto e non a un’esigenza profonda dell’esperienza umana dello scrittore. Di qui il carattere di divagazione letteraria e di pezzo di bravura che viene ad assumere questo racconto, di qui quell’inevitabile rivolgersi ed ammiccare quasi – in ogni piega del periodo, in ogni sfumatura delle parole – a una ristretta cerchia d’intenditori (a dei Bellonci in folio per spiegarci), da qui l’assenza di quell’adesione col lettore che caratterizzava Il sentiero dei nidi di ragno dove la favola di Calvino s’incontrava con un’esperienza decisiva e sofferta del nostro tempo: con la guerra partigiana.
E per questo, come dicevamo all’inizio, molti (operai, contadini, intellettuali) forse non leggeranno il Visconte dimezzato. Perché non è scritto per loro.
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venerdì 18 settembre 2015
sabato 9 gennaio 2010
Grazie Concita
Non voglio fare un discorso di integrazione, di compassione, di modernità. Non voglio fare nemmeno un discorso politico: mi limito ad ascoltare il silenzio del premier e ad osservare come quella della Chiesa sia l'unica voce che si sente. Voglio fare un discorso che anche Bossi e Maroni capiranno: servono, questi immigrati? Raccolgono i pomodori, le arance, l'odierno cotone per due euro? Allora delle due l'una: se servono conviene dargli un tetto e una pastiglia di sapone, un paio di pantaloni e magari una scuola per i figli, così ci si assicura anche la generazione successiva. Se non servono avanti: si facciano sotto i calabresi disposti a lavorare alle stesse condizioni. Si accettano anche immigrati dalle regioni limitrofe, persino pendolari long distance dal Veneto, gli si pagherà la trasferta. Qual è la politica di governo in materia? Chi deve coltivare i nostri campi? E più nello specifico: chi controlla il racket? Quali mafie mettono bombe, intimidiscono e lucrano sul terrore? C'è qualcuno che voglia occuparsi della Calabria, del Sud, dei criminali che spadroneggiano o il progetto è sganciare l'Italia a Sud di Roma, segandola con un canale tipo Suez? Però che buona idea. Altro che ponte sullo Stretto. Pensate quanti appalti, quanti posti di lavoro. Quanti voti alle prossime elezioni. Ecco, sì. Seghiamola e spingiamola un po' in giù. Distante che non si senta il rumore degli spari, né la puzza.[concita de gregorio, l'unità]
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martedì 19 maggio 2009
Casomai candidiamo i panda
Nel pezzo dell'Unità sulla corsa in salita delle eurocandidate italiane, vengono citate le posizioni delle donne in lista. Lei è seconda, quella è ottava, una più su, l'altra più giù. E' solo un dettaglio. Perché alle elezioni europee ci sono le preferenze. Dunque puoi essere anche sedicesima in lista e ottenere dagli elettori un consenso superiore a chi il partito ha messo in cima.
Ma non siamo più abituati alla democrazia, se dopo mugugni, lamenti e proteste contro listini bloccati e "nomine", ora si scopre che proprio a molte donne non vanno bene le preferenze.
Maria Grazia Pagano: "Qui al sud si gioca tutto sulle preferenze, e gli uomini sono più forti, più radicati".
Qui al sud.
Perché al nord come votano?
Vittoria Franco: "Quando c'erano i Ds si riusciva a orientare le preferenze, adesso non più: i candidati si sfidano in campo libero, e le donne sono più svantaggiate".
Cosa-cosa?
"Orientare le preferenze".
"I candidati si sfidano in campo libero, e le donne sono più svantaggiate". Dice proprio così. Se fossi donna, sarei terribilmente offesa con la signora Vittoria: tra la richiesta di un aiutino e la candidatura di una velina, c'è uno spazio non illimitato. Può anche essere un soffio.
La posizione ufficiale tenuta sul divano (ma non pretendo nel cortile) è parità di genere, parità di condizioni di partenza, parità nel numero dei candidati uomo-donna nelle liste. Come in Belgio. E poi scelgono gli elettori. Che ne sai, magari scelgono solo donne. Roba che la legge invocata e ottenuta dalle donne in Campania, invece, impedirà.

Ma non siamo più abituati alla democrazia, se dopo mugugni, lamenti e proteste contro listini bloccati e "nomine", ora si scopre che proprio a molte donne non vanno bene le preferenze.
Maria Grazia Pagano: "Qui al sud si gioca tutto sulle preferenze, e gli uomini sono più forti, più radicati".
Qui al sud.
Perché al nord come votano?
Vittoria Franco: "Quando c'erano i Ds si riusciva a orientare le preferenze, adesso non più: i candidati si sfidano in campo libero, e le donne sono più svantaggiate".
Cosa-cosa?
"Orientare le preferenze".
"I candidati si sfidano in campo libero, e le donne sono più svantaggiate". Dice proprio così. Se fossi donna, sarei terribilmente offesa con la signora Vittoria: tra la richiesta di un aiutino e la candidatura di una velina, c'è uno spazio non illimitato. Può anche essere un soffio.
La posizione ufficiale tenuta sul divano (ma non pretendo nel cortile) è parità di genere, parità di condizioni di partenza, parità nel numero dei candidati uomo-donna nelle liste. Come in Belgio. E poi scelgono gli elettori. Che ne sai, magari scelgono solo donne. Roba che la legge invocata e ottenuta dalle donne in Campania, invece, impedirà.

giovedì 16 aprile 2009
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