E allora, insomma, per chi tifiamo? Noi napoletani, dico. Se fosse il mondiale del 1510, non ci sarebbero storie. Saremmo sudditi della corona spagnola e di Ramon Folc III de Cardona, vicere di Napoli nominato da re Ferdinando II d'Aragona. La Spagna sarebbe a pieno titolo la nostra nazionale. Oppure deve pesare l'effetto Rudy? L'effetto Rudy è quel sentimento favorevole all'Olanda introdotto a Napoli da Krol, il libero della generazione di Cruyff che venne a giocare da noi nel 1980. Portava la maglia numero 5, e tutti i bambini di Napoli volevano quella maglia lì. Fu un Maradona prima di Maradona. Tendeva il braccio nell'aria, puntava l'indice nel vuoto e dalla sua area di rigore, la nostra area di rigore, lanciava la palla esattamente lì dove finiva la traiettoria immaginaria cominciata dal suo dito. Sui piedi di tale Claudio Pellegrini, uno a cui il Divino Rudy fece segnare 11 gol, e il Napoli arrivò terzo (era primo a 5 giornate dalla fine).
Certo, fummo spagnoli, e in fondo lo siamo tuttora nel tratto genetico, sovrapposto al seme svevo e sopravvissuto alle mutazioni politiche. Ma bisogna tifare per la Spagna perché ci ha lasciato i Quartieri spagnoli o tifare contro la Spagna per lo stesso motivo: per quel massacro urbanistico e sociale cominciato con la loro dominazione? Se fosse così, sarebbero un po' nostre anche le nazionali di Francia, di Austria e di mamma Grecia.
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domenica 11 luglio 2010
venerdì 7 maggio 2010
Ma guarda uno che va a leggere
C'era un bel pezzo lunedì sul Corriere. Sui nullatenenti che però stanno in affitto a Porto Cervo. Sui finti poveri che in Italia hanno ville e appartamenti.
E poi c'era scritto
E poi c'era scritto
In un’altra occasione è stato sufficiente controllare a fondo il parco macchine di un caseggiato popolare per scoprire fra gli assegnatari degli alloggi i proprietari, rispettivamente, di una Porsche Carrera, una Jaguar e un Suv Volkswagen Tuareg. E questo a Padova, non a Napoli.
martedì 7 luglio 2009
Ode a Matteo Salvini caduto da cavallo

Svolgimento
In questa ballata di soli sei versi, Matteo Salvini riesce sapientemente a racchiudere tutta la sua cultura umanistica, citando un'abbondante fetta della produzione letteraria italiana.
Sin dall'incipit
Senti che puzza scappano anche i cani
il Salvini ci introduce in un clima letterariamente dantesco. Dal verso adottato, l'endecasillabo piano, il lettore-ascoltatore avverte per intero il senso di una lezione altissima a cui rifarsi. Un mondo in cui Salvini, come un Virgilio due punto zero, ci conduce per mano. La puzza che il Salvini percepisce e dentro la quale ci immerge, ricorda il fetore da cui si viene circondati nell'undecimo canto dell'Inferno, tra gli eretici, a contatto con il diacono Fottino, o ancor più nel leppo della decima bolgia dei falsari. Non solo. Non è certo un caso che dinanzi al miasmo che il Salvini avverte, si diano alla fuga proprio dei cani, probabilmente una conscia corruzione eliotiana del veltro dantesco manifestatosi nel primo canto dell'Inferno.
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