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giovedì 15 dicembre 2022

La magia che Marco D'Amore vede in Napoli

C'è un uomo esageratamente anziano accecato da una luce in uno scrigno. L'ha aperto con le mani che tremano per l'età, per la fatica di una ricerca. Ha percorso i sentieri di tufo del sottosuolo, si è tuffato nel golfo, ha visto spiriti e fantasmi. Ha pure baciato una sirena, non una qualunque, Partenope, per capire da dove vengano miti e leggende della città. Marco D'Amore è stato al trucco sei ore, prima di girare la scena chiave del suo film Napoli magica, nei sotterranei di Castel dell'Ovo, dove Virgilio nascose l'uovo su cui si posano l'edificio e la città, guai a romperlo, sarebbe una sciagura.

«È un progetto che mette in scena un fallimento — dice — l'impossibilità di raccontare Napoli nella sua pienezza. Come ogni città-mondo ». Prodotto da Sky e Mad Entertainment, il film sarà fuori concorso al festival di Torino, in sala tre giorni dal 5 dicembre, con un linguaggio a metà tra documentario e finzione. È un viaggio nelle credenze di Napoli e dentro ciò che di Napoli si crede, nelle convinzioni dei vivi e nel culto dei morti, un'indagine su Storia e percezione, complessi di superiorità e inferiorità, sul misterioso bisogno di affetto e la necessità di piacere, sulla separazione tra élite e popolo, in un posto dove stanno insieme l'illuminismo di Vico e il corno rosso della superstizione. Ed è curioso che questo percorso nell'aldilà lo faccia il volto che in Gomorra era l'Immortale.

«È il mio desiderio di conoscenza, una spinta che sento da ragazzino. Sono andato via a 18 anni, sono tornato a 30. Ho studiato a Milano, ho girato il mondo con la compagnia di Servillo. Mamma mi portava al Duomo, papà allo stadio. Sono le due passeggiate che mi hanno formato, ma il volto meno folkloristico di Napoli si conosce poco, anche in città. Pasolini ci chiamò una tribù che ha deciso di estinguersi, eppure esiste qui una spinta alla modernità e al progresso. Pazienza se mi sento contestare di non mettere distanza tra me e un'eredità artistica di cui non ho alcun merito, di essere troppo napoletano nel punto di vista politico».

Tra il cimitero delle Fontanelle, le catacombe di San Gaudioso e la cappella del Cristo Velato, il film è un atto di devozione. Eppure, D'Amore tradisce il piacere di camminare nei risvolti, sui sentieri della Napoli scientifica. Mette in scena l'afasia del popolo incapace di definire cosa siano magia e bellezza. Chiude con una sorpresa, uno sberleffo tra Collodi e Apuleio in cui pare invocare una moratoria, il silenzio dell'ignoranza su Napoli. C'è tanto studio dell'antropologia cittadina in dettagli, eccessi, scene comiche, omaggi a Totò e Peppino.


lunedì 30 novembre 2020

L'ultima volta ch'è morto Maradona


Quante cose è stato, tutte insieme, nell'unico posto al mondo che l'ha reso martire e sovrano, dove si vive toccando il cielo e ci si converte in un secondo al pessimismo. La città che prima mise un suo capello sotto una teca nella vetrina di un bar e poi rinchiuse direttamente lui sotto una cappa morbosa di venerazione. La città che lo ha costretto a vivere di notte e che in periferia gli aveva intitolato una Rotonda. La città che lo ha trattato come una divinità, mai come un divo, venerandolo più dei suoi cinquantadue santi patroni e il loro sangue sciolto. La città che quando giurava diceva ha da muri' mammà, iniziò a giurare su Diego Maradona, detto qualche volta O Nennillo, come il bambino Gesù, oppure O Masto, il maestro, per i più anziani la parola che indica il datore di lavoro, dunque il guadagno, il benessere, la riconoscenza. Era Diego, semplicemente. Diego solo con il nome, alla maniera di Eduardo, anzi come Eduardo diceva che meritassero di essere chiamati i re e i parrucchieri. È stato anche Dieco, con la c, anzi Thiechíto. È stato il nome di battesimo per 527 bambini nati in città, provincia esclusa, in quei 7 anni irripetibili, 12 dei quali Diego Armando e uno per intero Diego Armando Maradona. Fa il pizzaiolo in un comune nei pressi del Vesuvio. Vengono ancora gli inviati dall'estero per parlare con lui.

venerdì 8 febbraio 2019

Quei bravi ragazzi della Paranza dei Bambini



NAPOLI. Vengono dalla strada ma dalla strada fuggono. Queste facce, questi occhi, queste vite sono cresciute dentro quartieri presi in ostaggio da codici e costumi di camorra: portarli al cinema è un modo per tenersene lontani. Sono attori esordienti, cercati fra tremila in sei mesi, perché i piccoli boss de La Paranza dei Bambini dovevano avere volti distanti dalla classica iconografia malvagia eppure venire da contesti a cui la realtà del film non fosse estranea. Un casting da neorealismo identitario per l'unico film italiano in concorso a Berlino (il 12, e poi in sala), firmato da Claudio Giovannesi, dal libro di Roberto Saviano e da lui scritto con il regista e con Maurizio Braucci; il racconto dell’ascesa incosciente e criminale di sei quindicenni disposti a rinunciare ai primi amori e all’amicizia per soldi pistole e droga, per prendersi tutto nel rione Sanità, lo stesso in cui nel 1960 Eduardo De Filippo immaginava il suo personaggio forse più controverso, quell’Antonio Barracano che si faceva sindaco d’ufficio e d’onore per tenere le dispute in equilibrio, creatore di una giustizia personale per sfiducia negli uomini e nelle istituzioni.

Quasi sessant’anni più tardi e dieci dopo Gomorra, in questa neo-ferocia ci sono pure riflessi linguistici. Da un lato la malavita si è appropriata di parole nate come innocenti - la paranza, che prima di tutto era imbarcazione da pesca, poi frittura mista di pescetti; dall’altro l’uso comune ha accolto vocaboli camorristici – le “stese” – quasi a legittimarli. Il mondo di “stese” e paranze è fatto di ragazzini che sparano a mura e serrande nei rioni nemici, per intimidire, per sfidare, dopo essersi addestrati mirando ai padelloni delle antenne satellitari sui tetti, mentre tutt’attorno i fuochi d’artificio coprono gli spari. È un mondo senza padri, senza politica, senza divise, nel quale lo Stato è la buona volontà dell’associazionismo, unico contrasto al reclutamento di nuovi delinquenti tra famiglie non affiliate, nella vasta zona grigia dei piccoli precedenti penali, dove ogni adolescente è solo, fragile e a rischio. I numeri sul fenomeno diffusi un anno fa dalla giustizia minorile nel distretto di Napoli raccontavano di 10 procedimenti per associazione di stampo mafioso fra giugno 2016 e giugno 2017, 14 per narcotraffico, 27 per omicidio, 19 per tentato omicidio, 457 per droga, in tutto 2.807 notizie di reati, in calo come numero per la depenalizzazione ma più gravi rispetto al passato. Nella sentenza con cui nell'estate 2016 veniva fissato una volta e per sempre che “esiste la paranza dei bimbi, non è un delirio o un’invenzione” (Saviano), per 43 condanne fra i 2 e i 20 anni il giudice Nicola Quatrano scrisse: “Un filo sottile ed esistenziale lega i giovani che scorrono in armi nel centro storico di Napoli per uccidere o farsi uccidere e i militanti della Jihad. Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l'unica chance per dare un senso alla propria vita e vivere in eterno”. Ora il regista Giovannesi chiarisce: “Il mio non è un film su Napoli ma sulla perdita dell’innocenza che si manifesta in ogni metropoli quando si fa una scelta criminale. Un processo raccontato dal punto di vista dei ragazzi, dei loro valori e sentimenti”.

venerdì 6 ottobre 2017

Viaggio in Neoborbonia, tra i nostalgici del Regno del sud

NAPOLI. Benso Camillo, conte di Cavour, madrelingua francese, presidente del Consiglio dell’Italia unita; Cialdini Enrico, generale maggiore dell’esercito piemontese che sparò su Pontelandolfo e Casalduni: voi siete i nemici della nazione meridionale, i malevoli avversari del Sud e del suo popolo. Che siano abbattuti i vostri busti e cancellati i nomi dalle strade. Mentre l’America vandalizzava le statue di Colombo e la Catalogna si ribellava a Madrid, nell’estate del passato da riscrivere il Mezzogiorno d’Italia ha scelto per obiettivo il Risorgimento, il «pezzo di storia rimosso», la perduta età dell’oro borbonica. Al Consiglio regionale pugliese il M5S ha promosso una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e i paesi rasi al suolo» per il 13 febbraio, il giorno in cui nel 1861 cadde per ultima Gaeta. Lo stesso documento è apparso in Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia, Campania; una carezza alla pancia di un orgoglio postumo, quello che Antonio Ghirelli in Storia di Napoli (1973, Einaudi) definiva uno «schermo vittimistico dietro cui si trincera la classe dirigente», eppure in grado di «suscitare una notevole risonanza sentimentale a livello di massa».

È nella capitale dell’antico Regno delle Due Sicilie che bisogna andare per provare a capire cos’è questa febbre così nuova e insieme anacronistica, questo sposalizio tra archivi e populismo, uso della memoria e ricerca del consenso. Il Movimento neoborbonico è nato nel 1993, quando la politica e la classe dirigente del Paese venivano decapitate dalle inchieste su tangenti e corruzione. Salvatore Lanza, il segretario generale, dice che non si tratta di piagnisteo. «L’obiettivo è ricostruire la verità per i figli di tutti i meridionali. Dopo ogni conflitto ci si siede a un tavolo e si discute di risarcimenti, con noi non è successo. Eravamo un regno modello».

martedì 15 agosto 2017

Napoli e l'equilibrio dei sacerdoti di frontiera


Puoi farti gli affari tuoi e vivere cent’anni, oppure restare fedele a ciò per cui sei venuto al mondo. Esiste una linea di frontiera, nel Mezzogiorno d’Italia, lungo la quale una tonaca da prete può essere una divisa o un costume, il segno di una responsabilità e di una promessa, o solo l’abito ben stirato di un esercizio. Dentro questo dilemma con cui la debolezza di molti uomini si confronta in certi territori, indaga L’equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra, napoletano, 45 anni, che al prossimo festival di Venezia torna nella sezione “Giornate degli autori” cinque stagioni dopo aver presentato Il gemello.
   Come essere sacerdote quando intorno a te regna l’orrore? 

giovedì 27 luglio 2017

Napule è o ci fa


NAPOLI. E chi lo sa, chi può capirlo, come si tengono insieme le classifiche del Censis che piazzano gli atenei napoletani agli ultimi posti d’Italia con le parole di Lisa Jackson, vicepresidente di Apple, che nel polo universitario ha investito per creare un centro di sviluppo delle App iOS, «la migliore delle esperienze fatte da noi nel mondo». Chi può davvero cogliere il mistero della convivenza tra le stazioni del metrò dell’arte, tra le più belle d’Europa, e l’insofferenza dei napoletani in attesa dei treni, convinti che «non passano per non sciuparle». Questa è la città dove la cultura è diventata attrazione, dove i turisti crescono più che altrove, ma dove tutto resta precario e discutibile.

mercoledì 3 maggio 2017

Noi e i maccheroni di Ettore Scola

Rotonda Diaz. Scola sul set con Mastroianni e Lemmon
La rappresentazione di Napoli al cinema/1

Quando uscì Maccheroni, Napoli aveva perso da un mese Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ucciso dalla camorra. Eravamo nel pieno di una nuova risacca sul tema: la città, la sua "razza", la sua plebe, la sua borghesia, l'industrializzazione fallita, l'immondizia in strada (l'immondizia in strada - 1985), la resa delle giunte di sinistra (per tutti: Mino Fuccillo, su Repubblica). Il sindaco Carlo D'Amato intervenne con una lettera in cui giudicava falsa "l'idea che Napoli sia una specie di caso atipico, di sistema sociale irrazionale, di realtà ambigua e sfuggente in cui mancano le solide certezze vigenti invece altrove... ecco allora che Napoli diviene una città senza classe operaia, una città con una classe politica rifiutata dalla città, con una presenza di massa di agenti camorristici: una specie di arena selvaggia in cui si affrontano protagonisti irreali".
Questo il quadro. Ottobre 1985. E arriva Maccheroni. Regia del maestro Ettore Scola.

sabato 4 febbraio 2017

Naples '44


Un gigantesco emporio. Un iperbolico postribolo. Un formicaio umano. Questa è Napoli, così appare a un trentacinquenne graduato dell’intelligence inglese, aggregato alla V armata americana dopo l’armistizio. "Napoli odora di legno bruciato" annota all’arrivo il 6 ottobre del 1943 sul suo diario l’ufficiale Norman Lewis. Era stato un nemico, arrivava da liberatore, se ne andrà da complice un anno dopo. Non fa in tempo ad assistere al mito delle 4 Giornate, l’insurrezione popolare contro i tedeschi, perché è ricoverato a Paestum per malaria. Scopre un popolo “ricaduto in condizioni di vita da Medioevo”. Eppure l'uomo non è schizzinoso e neppure ingenuo. Ha sposato la figlia di un giocatore d'azzardo siciliano, sollevandola con un contratto da ogni obbligo di fedeltà coniugale. L'ha salutata a Cuba e s'è arruolato per lo sbarco di Salerno. Ha viaggiato e ancora viaggerà. Diventerà il più bravo di tutti nel cogliere la complessità di Napoli e nel raccontarla.

sabato 21 gennaio 2017

Quel napoletano di Shakespeare

Luigi Credendino nello spettacolo Mal'essere di Davide Iodice

NAPOLI. To be or not to be. O si’ o nun si’. O sei o non sei, si tormenta Amleto, non più in inglese ma nella sua seconda lingua. “That is ’a questiòne”, con l’accento sulla lettera “o” e la schwa finale “si è cchiù nobbile pe’ ’sta capa o mind / suppurta’ ’e ppetriate o ’e frezze ’e ’sta ciorta / ca parla tuosto or to take ll’arme. Trip muri’ o sleep durmi’”. Qui Napoli, casa Shakespeare. A metà strada fra il rione Sanità e la zona di Forcella, durante le prove nella mansarda del teatro San Ferdinando, il principe di Danimarca parla nel dialetto che incantava Wagner, anche se i tempi di Era de maggio sono lontani perché “il napoletano si trasforma, il rap tronca le sillabe e offre una nuova ipotesi di lingua”. Così dice Sha One, uno dei nomi dell’hip hop cittadino che hanno riscritto Amleto nella loro grammatica. Gli altri sono i Fuossera, Joel, Op Rot e Capatosta, interpreti di una scuola esplosa nella scia dei 99 Posse. Vengono da Piscinola, Marianella, Secondigliano, una porzione di terra spesso sintetizzata sotto il tag Gomorra, e firmano con il regista Davide Iodice l’atteso Mal’essere, debutto il 1° febbraio, produzione del teatro Stabile di Napoli – teatro Nazionale. “Questo Amleto non risponde a un’esigenza di localismo. Non avrei potuto metterlo in scena in italiano”, spiega Iodice, “perché è una lingua con una carenza di visceralità. Il napoletano è invece lingua-corpo, e la cadenza del rap in dialetto è la cosa più vicina oggi al blank verse della poesia classica d’Inghilterra”.

sabato 7 maggio 2016

Dieci anni di gomorra

NAPOLI. Le dieci parole con cui è cominciato tutto. «Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave». Aprile 2006, Gomorra era ancora una delle città del Mar Morto distrutte dal dio della Genesi. Tre mesi prima, I ragazzi di Scampia erano andati a cantare al festival di Sanremo. Dopo dieci anni e 10 milioni di copie vendute, con un film premiato a Cannes e una serie tv comprata in 150 Paesi, Gomorra è diventata parola che connota e che divide, nata per denunciare e spesso denunciata. Napoli ha cambiato cinque questori e due sindaci, Rosa Russo Iervolino la chiamò «una visione unilaterale», Luigi de Magistris definì Roberto Saviano «fiancheggiatore involontario del male». Dentro un quadro politico in cui la camorra è responsabilità delle giunte locali quando si è all'opposizione e materia da governo nazionale se invece si amministra, più di un Comune nell'hinterland ha negato le proprie strade alla produzione della serie tv, accusata di mostrare solo il Male. Una seconda stagione non era scontata. Nella scena finale della prima, al moribondo Genny Savastano fecero muovere un dito per lasciarsi una porta aperta.

lunedì 21 marzo 2016

Quanto pesano i gol di Higuaín


Ventinove gol in trenta partite potrebbero chiudere in partenza ogni discorso. Sono da soli un indicatore che non meriterebbe altre parole. A otto partite dalla fine, Higuain è a sei gol di distanza da un record che resiste dal 1950 (i trentacinque del milanista Nordahl) e già questo racconta il carattere straordinario del campionato: suo e del Napoli.
La scena diventa ancora più eccezionale quando questi gol andiamo a pesarli. Se Higuaín non avesse mai segnato, il Napoli di Sarri avrebbe 44 punti anziché 67. I gol di Higuaín hanno portato finora 23 punti. Se vogliamo continuare sulla strada di questo giochino, significa che Higuaín da solo ha fatto più punti del Verona e si sta giocando la salvezza con Palermo e Carpi.
Un dato sorprendente è che i 35 gol segnati sessantasei anni fa da Nordahl fruttarono a quel Milan appena tre punti: tre pareggi che divennero vittorie (ogni vittoria valeva due punti, con il sistema attuale sarebbero sei punti in più). Quasi tutti i gol di Nordahl furono ininfluenti sui risultati, di certo non decisivi per lo scudetto, che andò comunque alla Juventus, alla fine prima con cinque punti di vantaggio. Perciò i gol si devono pesare, i gol da soli non raccontano quasi niente. Nell'anno che ancora oggi ricordiamo per il record dello svedese, Giampiero Boniperti si fermò per esempio a 21: ma i suoi gol portarono alla Juve 7 punti, e dunque lo scudetto.
Dentro i numeri bisogna andare a leggere. A pesare i gol di Higuaín, spunta una sbalorditiva capacità di incidere sulla classifica, sbalorditiva e a queste cifre nuova. L’anno scorso i suoi gol pesarono per 12 punti, al primo anno di Napoli per 14, non pochi, in linea con il contributo di un grande attaccante a una grande squadra. Tèvez pesò per 12 punti sia nella Juve 13/14 sia in quella successiva. L’ultimo Ibra da scudetto portò al Milan 11 punti, il Milito dell’Inter Triplete ne aveva prodotti 15 per Mourinho. Ma proprio per questo l’eccezionalità di Higuaín non ha un volume di 23 punti, casomai di una dozzina: la differenza cioè che esiste fra il rendimento attuale e lo standard, suo e in genere dei campioni.
Quel che proprio non si può dire è che senza Higuaín, senza questo Higuaín, il Napoli sarebbe sesto o settimo, quarto o quinto. La dipendenza di una squadra da un fenomeno non è materia degna di scandalo. Vale per un attaccante scatenato o per un portiere imbattibile. Nel caso di Higuaín, questa dipendenza del Napoli da un centravanti formidabile non è neppure inedita. Tutt’altro. Higuaín arriva a Napoli nell’estate del 2013 perché gli sceicchi del Psg si presentano in Italia e lasciano un assegno da 65 milioni di euro sul tavolo di De Laurentiis: il valore della clausola di Cavani. Quando il Napoli compra Higuaín dal Real Madrid, in molti pensano e in tanti scrivono che sia stato pagato parecchio: uno dei motivi è che la Juve s’era fermata con la sua offerta a 25 milioni, mentre il Napoli si spinge a 38. E' la seconda beffa di fila ad Agnelli. Tre anni prima il Napoli aveva preso Cavani per 18 milioni, alla stessa cifra con cui Marotta comprava Quagliarella.
Nel primo anno del dopo-Cavani, il Napoli di Benítez segnerà 104 gol. “Non dobbiamo per forza trovare uno che sostituisca Cavani. Possiamo anche segnare con il resto della squadra gli stessi gol che garantiva lui”, spiegò lo spagnolo in una delle sue prime apparizioni napoletane, chiudendo con una frase che fece sorridere: “Callejon può fare venti gol”. Callejon farà venti gol. Nelle ultime tre giornate di quel campionato, dopo la vittoria in Coppa Italia contro la Fiorentina, Higuaín restò fuori per un infortunio. Il Napoli le vinse tutte, segnando 13 gol. Segno che si può avere Higuaín e si può avere una squadra intorno a Higuaín.
La dipendenza da Higuaín di cui si parla è la stessa di cui si parlava quando a Napoli c’era Cavani, argomento che faceva infuriare Mazzarri, il quale sentiva in quel modo deprezzato il suo lavoro di allenatore sui meccanismi generali. I numeri napoletani di Cavani sono stati incredibili, ed è incredibile che siano già stati dimenticati. Nel triennio sono perfino migliori di quelli di Higuaín. Dal 2010 al 2013 Cavani ha segnato 104 gol in 138 partite. Dal 2013 a oggi Higuaín è a 84 gol in 141 partite. Tre partite in più, venti gol in meno. Anche i gol di Cavani vanno sottoposti alla prova della bilancia. Ebbene, il Cavani del primo anno porta al Napoli 19 punti. Nel secondo scende 10. Ma il Cavani del terzo e ultimo anno, quello che lascerà il posto a Higuaín, risale a livelli d'eccellenza e al Napoli offre la bellezza di 21 punti. Più dei Tèvez, degli Ibra e dei Milito da scudetto. Non bastarono a Mazzarri per arrivare al titolo, come non erano bastati nel 2006 i 25 punti di dote portati dai gol di Luca Toni alla Fiorentina, né per lo scudetto, né per il secondo posto (poi Calciopoli riscrisse la classifica): nelle ultime dieci giornate peraltro il contributo personale di Toni si limitò a 2 punti in tutto. Anche il “quando” di un gol conta su una classifica.
"Eh, ma se togli Higuaín a questo Napoli..."
Quel che in definitiva mi preme dire è che Higuaín non è arrivato in una squadra che aspettava da anni un giocatore così. Higuaín è arrivato in una squadra che un giocatore così ce l’aveva già. Non mancava un cannoniere da cui dipendere, non è l’arrivo di Higuaín a portare il Napoli in un’altra dimensione. L’arrivo di Higuaín compensa la partenza di Cavani. Se vogliamo fare il giochino di togliere il miglior Higuaín del triennio al Napoli per capire dove si troverebbe, d’accordo, ma allora al Napoli dovremmo restituire il miglior Cavani del triennio. E forse Sarri non sarebbe molto distante da dove si trova adesso.

sabato 27 febbraio 2016

Gigi D'Alessio, la frittata di maccheroni e la musica di merda

Un giorno mi sono accorto di non essere mai stato a un concerto di Gigi D'Alessio né di aver mai comprato un disco suo. In sostanza, con il mio reddito non ho mai contribuito a incrementare il suo patrimonio.
(A meno che non lo stia facendo in qualche modo adesso, ascoltando le sue canzoni in sottofondo attraverso il mio abbonamento di musica in streaming online)
Ma quel che conta è altro. Non conosco nessuno, della mia cerchia, dico nessuno, che l'abbia fatto, o che si dica disposto a farlo da domani. Se ci pensate, non è una cosa normale. Può capitare fra persone che si conoscono e si dicono amiche di dividersi sul gradimento verso questo o quello. A uno piace Sordi all'altro Manfredi, uno legge DeLillo e l'altro preferisce Carver, chi vedeva Lost e chi vedeva Friends. In queste dicotomie Gigi D'Alessio non c'è mai. E io per molto tempo mi sono chiesto perché.

lunedì 15 febbraio 2016

Dirige il maestro Peppe Vessicchio


SANREMO. Dirige l’orchestra: il maestro Peppe Vessicchio. Boato dell’Ariston, applausi. “Fragorosi, perfino imbarazzanti perché nel frattempo davanti a me c’era un mito come Patty Pravo sul palco. Ho provato a sollevare un braccio per condividere con lei il momento”. L’idolo della rete dell’ultimo festival di Sanremo. Lui che dà il pronti-via in sei ottavi a Elio. Lui che non ha cantanti sul palco e twitter lancia l’hashtag #uscitevessicchio. “Una casualità. Ero a provare. Mi ha colpito che la gente se ne sia accorta”. Trentuno anni dopo il primo Sanremo, dove ancora si cantava sulle basi preregistrate e lui accompagnava Zucchero, torna a casa con una popolarità gioiosa. “Il festival è come una festa comandata. In casa mia ci sono Natale Pasqua Ferragosto, e poi c’è Sanremo. La prima volta che ci ho messo piede nevicava. Ma in genere è per me un anticipo di primavera, vengo qui, le mimose si schiudono e mi sembra di stare a Napoli. Un anno in cui mancai, per non sentirne la mancanza, cambiai proprio stagione e me ne andai a vivere un anticipo d’estate a Sharm”. La barba più riconosciuta d’Italia. “Un amico conserva una foto di quando avevo solo i baffi. Ogni tanto minaccia di renderla pubblica. A casa non mi hanno mai visto senza. Me la feci crescere al liceo, erano gli anni della contestazione, portavo i capelli lunghi e la fascetta tra i capelli. Alla musica sono arrivato seguendo mio fratello Pasquale, che ne era portatore sano. Suona fisarmonica, piano e chitarra. Non è il suo lavoro eppure non pensa ad altro. Se hai una passione tanto grande in casa, finisci per trasmetterla”.

giovedì 11 febbraio 2016

La mutazione genetica della canzone napoletana

Sergio Bruni con Claudio Villa
Non cercate più i mandolini, la pizza è sparita e il sole è un inganno. «Fammi vedere il colore lì dove non c'è sole» canta Clementino a Sanremo, certificando la fine dell'egemonia della Napoli da cartolina sugli altri volti della città. Se accade qui, tutto è più vero: qui, sul palco che nel '60 sentì Sergio Bruni cantare che «il mare è la voce del mio cuore » mentre Fausto Cigliano si beava del fatto che «accanto a te splende il sole». Con due rapper pieni di rabbia in gara dove un tempo Napoli portava solo l'ammore, anche il festival partecipa allo smantellamento dell'immaginario classico, nei giorni in cui il ministro Alfano invoca l'esercito per «far star zitte le pistole».

lunedì 4 gennaio 2016

La scrittura secondo De Giovanni


DETTO COSÌ, FA IMPRESSIONE. «Ho ammazzato un uomo adulto, un anziano, una cartomante, una contessa, un orfano, una coppia, una prostituta, un professore universitario». Maurizio De Giovanni ha avuto due vite. Una da impiegato di banca, fino al 2005, in cui per fortuna non ha ucciso nessuno; la successiva da scrittore, questi ultimi dieci anni, pieni di delitti di carta. Lui sostiene che in realtà le vite sono tre, ce ne sarebbe un’altra, quella in cui tocca capire cosa si vuole diventare. «Ero pigro, sovrappeso, giocavo a pallanuoto. Un ragazzo gioviale, socievole. Ma leggevo. La prima e la terza vita in fondo si assomigliano. Credevo di voler fare il giornalista, era un equivoco, ora so che in realtà volevo scrivere. Non fu possibile. Mio padre morì di domenica, il lunedì facemmo il funerale, il martedì consegnai domanda di assunzione in banca. Era il primo posto di lavoro a cui si pensava dopo un voto alto alla maturità. Sono diventato vicedirettore della sede perché in banca, come dappertutto, promuovono i più scadenti: se sei bravo ti lasciano nel tuo ruolo, dove gli servi davvero. Ho fatto il ragazzo padre per anni senza scrivere una parola, non avevo niente nel cassetto, nemmeno un sogno. Casomai scrivevo qualche canzone: c’era quest’amico, Osvaldo, che sapeva suonare la chitarra, musica brasiliana, io mettevo i testi, più che altro serviva per rimorchiare».

martedì 17 novembre 2015

Perché Troisi ci tolse dai guai

Torna nelle sale per due giorni Ricomincio da tre, il film di Massimo Troisi che cambiò l'umorismo e il modo di parlare di noi ragazzi napoletani degli anni Ottanta. Un cinema che venne accusato d'essere imperfetto, quello di Troisi, con poco formalismo e poca accademia nelle scene. Veniva dal teatro, dal cabaret, dalla televisione. Il centro della scena lo prendeva la parola, o forse dovremmo dire la sua quasi assenza, l'impossibilità di essere compiuta, rotonda.

mercoledì 15 luglio 2015

Mettete Napoli nei vostri docu-reality

Una volta era più facile. C’erano i film e c’erano i documentari. Non esisteva la minima possibilità di confondersi. Nei film si recita una storia, con i documentari si diffonde la conoscenza. A parte qualche incertezza teorica iniziale sui Lumière e sulle loro riprese dell’uscita degli operai dalle officine, la distinzione è stata presto netta: quelli di Murnau sono film, quelli di Flaherty sono documentari. Nel ’43 per i documentari l’Academy istituisce anche l’Oscar, e in corsa ne troviamo di firmati da John Ford e da Frank Capra, ma dubbi sulla loro natura non ce ne sono. Dovendolo spiegare a un bambino di cinque anni, in un documentario non ci trovi le attrici. Lo so, vi state chiedendo che cosa c'entra Napoli.

sabato 11 luglio 2015

La Napoli di Omar Sharif

"Compro un grande giocatore e lo regalo a De Laurentiis". Omar Sharif ha fatto un sogno, lui che al cinema ha fatto sognare, vestendo da Che Guevara o zar Nicola, Gengis Khan e dottor Zivago. Un calciatore che rifaccia grande il Napoli. "Perciò non serve un trentenne, ma un giovane". Non uno qualunque, Sharif parla come un manager esperto. "Magari un ragazzo di 22 o 23 anni che cresca qui e porti la squadra di nuovo in serie A. L'ideale sarebbe un centrocampista che sappia far gol. Diciamo un Platini più giovane. Bisogna spendere bene i soldi". Divertendosi. Come del resto Sharif ha sempre fatto. I cavalli, il bridge, il jet set. Ora un Platini più giovane da regalare al Napoli, se ce n'è uno.

lunedì 15 giugno 2015

Il sospiro di Enzo Gragnaniello


Non ce ne sono molti di dischi al mondo che si chiudono così. Con un grugnito. Un rantolo che pare di sottomissione, di rinuncia, e che arriva in coda a undici canzoni da cui invece fino a un attimo prima si è sporta la rabbia. Un’insurrezione spirituale. Enzo Gragnaniello dice che non è un sospiro di arrendevolezza, anzi, “semmai di fierezza, di voglia di vivere, perché se il dolore lo hai provato, alla fine lo avverti come un premio”. Il pezzo che in modo tanto singolare chiude Misteriosamente, il suo disco numero 23, a quattro anni dal precedente, si chiama Il viaggio di un amico, nessuna radio d’oggi avrà mai il coraggio di trasmetterlo e ha un’ispirazione così privata quanto evidente.

martedì 5 maggio 2015

Natale a Gomorra è un trattato sull'idea di Napoli

All'inizio non ci credevo. Pensavo fosse un gioco di prestigio dello scrittore Marco Ciriello, una di quelle finzioni in stile borgesiano che illuminano il suo blog (leggetevi per esempio la recensione al finto film di Alan Parker su Maradona). Invece davvero a dicembre avremo al cinema "Natale a Gomorra" e prima ancora di sapere qualcosa di più sul film e sulla sua natura, l'annuncio già dice alcune cose illuminanti su Napoli e sull'idea di Napoli. Le dice meglio di un trattato.