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venerdì 8 febbraio 2019
Le follie di Palpacelli, una carriera bruciata dall'eroina
venerdì 7 dicembre 2018
Bello questo tennis, sembra la boxe: le vite eminenti di Codignola
L’uomo che avrebbe cambiato il tennis per sempre non ha mai giocato una partita e pensava che il lavoro più bello del mondo fosse il cronista di baseball. Nove anni fa John Joseph Moehringer prestava ad Andre Agassi la sua abilità nel mettere insieme parole, lanciando verso un successo planetario la biografia Open, senza firmarla (“perché un’ostetrica non torna a casa col bambino”), e il tennis buttava giù l’ultimo diaframma fra sé e la letteratura. Se dopo il premio Pulitzer per un reportage su una comunità fluviale dell’Alabama, questo corrispondente del Los Angeles Times non avesse interrotto un articolo sui discendenti di Cita lo scimpanzé per dedicarsi ai palleggi e ai tormenti del Kid di Las Vegas, forse non ci saremmo mai neppure accorti che David Foster Wallace aveva vissuto Federer come un’esperienza religiosa.
È da quel libro lì, autunno 2009, che non è più possibile dedicarsi al tennis con lo stesso tono di prima. Ne è una nuova testimonianza il lavoro di Matteo Codignola, Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi, 290 pagine, 22 euro), che ospita in copertina un Jack Kramer ritratto per la pubblicità della Texaco, in pieno stile anni 50, forme arrotondate e viva i pastelli. Codignola è stato il traduttore di uno dei tre libri che meglio decifrano Napoli (Norman Lewis, Napoli ’44), di Patrick McGrath e di Mordecai Richler, ma all’interno di una certa setta è soprattutto l’editor che ha portato in Italia - sempre per Adelphi, 2013 - il libro che Gianni Clerici sosteneva fosse il più bello mai scritto su questo sport, Levels of the Game di John McPhee, nel quale prima sono ricostruiti i meccanismi della mente di un tennista seguendo la semifinale di Forest Hills 1968 fra Ashe e Graebner, e poi vengono descritte vita e lavoro di Robert Twynam, capo giardiniere dell’epoca a Wimbledon. In effetti è un libro chiave per capire il proprio rapporto con il tennis. Si legge e ci si schiera: capolavoro o perversione.
È da quel libro lì, autunno 2009, che non è più possibile dedicarsi al tennis con lo stesso tono di prima. Ne è una nuova testimonianza il lavoro di Matteo Codignola, Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi, 290 pagine, 22 euro), che ospita in copertina un Jack Kramer ritratto per la pubblicità della Texaco, in pieno stile anni 50, forme arrotondate e viva i pastelli. Codignola è stato il traduttore di uno dei tre libri che meglio decifrano Napoli (Norman Lewis, Napoli ’44), di Patrick McGrath e di Mordecai Richler, ma all’interno di una certa setta è soprattutto l’editor che ha portato in Italia - sempre per Adelphi, 2013 - il libro che Gianni Clerici sosteneva fosse il più bello mai scritto su questo sport, Levels of the Game di John McPhee, nel quale prima sono ricostruiti i meccanismi della mente di un tennista seguendo la semifinale di Forest Hills 1968 fra Ashe e Graebner, e poi vengono descritte vita e lavoro di Robert Twynam, capo giardiniere dell’epoca a Wimbledon. In effetti è un libro chiave per capire il proprio rapporto con il tennis. Si legge e ci si schiera: capolavoro o perversione.
venerdì 15 giugno 2018
Come si vive da Roger Federer
PARIGI. Era un ragazzo che spaccava racchette come tanti, oggi è il solo che si muove come un cavaliere, un mistico, uno che cammina con la luce intorno. Il tennista che più di tutti ha vinto senza l’antipatia degli uomini perfetti. Vent’anni da Roger Federer al prossimo Wimbledon. I primi tre per costruirsi, altri due per esplodere, gli ultimi per risalire. È un immortale che non molla il presente. Essere Federer significa colpire la pallina e poi sorridere, stringere mani, fermarsi tre ore al party organizzato al Pavillon Ledoyen da uno sponsor, Möet & Chandon, con una bottiglia creata per lui. Essere Federer significa fingere di ricordarsi di ogni volto incrociato già, rivolgersi a ciascuno nell’altrui lingua, illuderci che sia riproducibile quel suo tennis così leggero e senza sudore. “Ma sono andato via di casa a 14 anni per essere come Edberg e Becker”, dice, “certi sacrifici sono invisibili. Avevo smesso di migliorare. C’è solo una via per crescere. Allenare la parola again. Lo hai già fatto? Fallo di nuovo. Il tennis aiuta: non è mai lo stesso. Bisogna adattarsi alle diversità. L’avversario, la superficie, il clima. Quando piove cambia il modo in cui si colpisce la palla, così anch’io non sono mai lo stesso. Perciò il tennis non mi ha mai annoiato”.
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martedì 22 agosto 2017
Il tennis visto dall'alto
Il povero signor James, Edward James, lasciò quella mattina del giugno ’81 la camera d’albergo e fece più o meno tutti i suoi gesti abituali, senza sapere ancora che invece stava arrivando un giorno speciale. Pettinò come al solito i capelli bianchi con la fila di lato, mise gli occhialetti e salì felice in cima al suo ufficio, un seggiolone a due metri d’altezza piazzato ai bordi del prato verde di Wimbledon, dove sarebbe finito per un istante e per sempre nella vita di John McEnroe, da lui insultato come “un pazzo incompetente”, “un’offesa verso il mondo”, anzi “the pits of the world”, come dire, la cosa peggiore sulla faccia della terra. “You cannot be serious”, non puoi dire sul serio. La frase con cui John protestò, così celebre da diventare il titolo della sua biografia e il marchio della sua fabbrica di neurodeliri, se la prese in faccia questo pacioso dentista gallese, con apprezzato studio nella città di Llinelli, ma per una trentina di settimane l’anno giudice arbitro di tennis. Il primo nella storia a uscire dall'anonimato.
giovedì 10 agosto 2017
Le sorelle Misericordia
Cristiana Cammarata non ha nulla di speciale, nemmeno la speranza, vive la sua condizione di ammalata di Sla come una donna "che non ha paura della morte ma dell'agonia". Laura, sua sorella, invece ha tutto, o quasi. Gioca a tennis, è la numero quattro al mondo e sulla Rod Laver Arena di Melbourne sta battendo nella finale degli Australian Open addirittura Serena Williams. Quando alle spalle della statunitense vede apparire la Madonna, mette la pallina in tasca, raccoglie borsa e racchette e imbocca il tunnel, mormorando "non posso", per poi recitare a bassa voce le preghiere che la sua fede cattolica le porta all'istante sulle labbra. Le pare un segno, una chiamata: tocca a lei occuparsi di Cristiana, tornare in città, chiudersi in casa, farla finita con questa immagine di donna emancipata e ricca.
venerdì 21 luglio 2017
Borg-McEnroe non finisce mai
domenica 14 agosto 2016
Mónica Puig e le lacrime per Porto Rico
La terra dove son nato è un florido giardino. È la figlia del mare e del sole. È la figlia del mare e del sole. Il signor José Puig ieri mattina ha aperto la mail e ha scritto le parole dell'inno nazionale a sua figlia Mónica, nel dubbio che lei non le ricordasse. Nessun portoricano le aveva mai cantate su un podio olimpico e non le ha cantate nemmeno Mónica, perché il primo oro della storia non l'ha mai fatta smettere di singhiozzare.
Mónica non era fra le prime cento giocatrici al mondo a inizio anno e in vita sua aveva battuto solo una delle prime dieci. Non ha mai vinto uno Slam e neppure si è mai avvicinata: zero finali, zero semifinali, zero quarti di finale.
Mónica non era fra le prime cento giocatrici al mondo a inizio anno e in vita sua aveva battuto solo una delle prime dieci. Non ha mai vinto uno Slam e neppure si è mai avvicinata: zero finali, zero semifinali, zero quarti di finale.
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domenica 19 giugno 2016
Noi e quelli venuti dal freddo
| Stenmark e Thoeni |
venerdì 27 maggio 2016
Da Borg al nulla: cos'è successo alla Svezia nel tennis
lunedì 11 aprile 2016
Perché il tennis è invecchiato
Nella bellissima intervista data a Emanuela Audisio - stamattina su Repubblica in edicola - Yannick Noah [1] prova a offrire fra tante altre cose la risposta a una domanda che ci stiamo facendo sul tennis contemporaneo. È una risposta forse più filosofica che tecnica, ma ci sono momenti in cui la tecnica non riesce a spingersi fino alla verità. La domanda è sotto i nostri occhi da un po' di tempo: perché il tennis s'è trasformato da sport della precocità in sport della longevità?
Guardiamo la classifica Atp attuale. I primi dieci al mondo hanno tutti dai 28 anni in su. Cinque giocatori ne hanno più di 30. Non era mai successo. L'istante in cui comincia questa mutazione è ricostruibile agevolmente. Sei - sette anni fa. Nel 2009 e poi di nuovo nel 2010, e da quel momento sempre con maggiore frequenza fino a diventare norma, nessun ragazzo sotto i 20 anni riesce più a chiudere la stagione fra i primi quaranta della classifica Atp, in qualche caso neppure fra i primi cento. Per il tennis è uno shock di non poco conto. È questo lo sport che più di tanti altri siamo stati abituati ad associare a campioni teenager, perché giovanissimi erano i suoi eroi (Borg, McEnroe e via via gli altri) quando da sport dell'élite è diventato sport di massa, quando cioè la televisione lo ha portato nelle nostre case. Il tennis anni Ottanta vede tre diciassettenni aggiudicarsi uno Slam: Wilander a Parigi '82, Becker a Wimbledon '85, Chang a Parigi '89. Prima di loro, Borg aveva vinto il suo primo Roland Garros dieci giorni dopo essere diventato maggiorenne (1974), portando con una fascetta tra i capelli e una magliettina attillata questo gioco dell'aristocrazia per sempre in un territorio pop.
Guardiamo la classifica Atp attuale. I primi dieci al mondo hanno tutti dai 28 anni in su. Cinque giocatori ne hanno più di 30. Non era mai successo. L'istante in cui comincia questa mutazione è ricostruibile agevolmente. Sei - sette anni fa. Nel 2009 e poi di nuovo nel 2010, e da quel momento sempre con maggiore frequenza fino a diventare norma, nessun ragazzo sotto i 20 anni riesce più a chiudere la stagione fra i primi quaranta della classifica Atp, in qualche caso neppure fra i primi cento. Per il tennis è uno shock di non poco conto. È questo lo sport che più di tanti altri siamo stati abituati ad associare a campioni teenager, perché giovanissimi erano i suoi eroi (Borg, McEnroe e via via gli altri) quando da sport dell'élite è diventato sport di massa, quando cioè la televisione lo ha portato nelle nostre case. Il tennis anni Ottanta vede tre diciassettenni aggiudicarsi uno Slam: Wilander a Parigi '82, Becker a Wimbledon '85, Chang a Parigi '89. Prima di loro, Borg aveva vinto il suo primo Roland Garros dieci giorni dopo essere diventato maggiorenne (1974), portando con una fascetta tra i capelli e una magliettina attillata questo gioco dell'aristocrazia per sempre in un territorio pop.
Tra le ragazze il teen-is si impone un attimo prima che fra gli uomini: nel '79 la sedicenne Tracy Austin vince gli Us Open. Arriveranno poi Hana Mandlíkova a Melbourne (18 anni, 1980), Steffi Graf a Parigi (pochi giorni ai 18, 1987), Arantxa Sánchez sempre a Parigi (17 nel 1989), così come Monica Seles (16 anni nel 1990), Mary Pierce (20 anni, Melbourne 1995), Martina Hingis - la più giovane della storia (16 anni e 117 giorni, Melbourne 1997), Iva Majoli (19 a Parigi 1997), le sorelle Williams: Serena a New York '99 (pochi giorni ai 18), Venus a Wimbledon 2000 (pochi giorni dopo i 20). Nel 1989 al torneo di Boca Raton si presenta in finale una ragazzina americana di 13 anni e 11 mesi, figlia di un pugliese: Jennifer Capriati. Al suo debutto da quattordicenne in uno Slam arriva in semifinale a Parigi, diventando qualche settimana più tardi la più giovane testa di serie nella storia di Wimbledon.
Il più giovane nell'alta classifica oggi è Nick Kyrgios, compie ventuno anni a fine aprile ed è da poco al numero 20. Nessun Under 20 è fra i primi quaranta dell'Atp. Nessun Under 23 è fra i primi dieci, nel 1992 ce n'erano addirittura sei con Courier al numero uno. Ancora nel 2002 erano cinque (Hewitt 1, Safin 3, Ferrero 4, Federer 6, Roddick 10). L'ultimo teenager a vincere uno Slam è stato Nadal a Parigi, ormai undici anni fa. L'ultimo anno d'oro per le ragazzine è stato il 2004, con i titoli della diciassettenne Sharapova a Wimbledon e della diciannovenne Kuznetsova a New York. Poi succede qualcosa. Negli ultimi dieci anni solo due volte uno Slam finisce a un Under 23: Djokovic in Australia nel 2008 e Del Potro a New York nel 2009. Lo stesso capita fra le donne: Ivanovic a Parigi 2008 e Azarenka a Melbourne 2012. Non solo. Quando tra le donne si impongono nomi nuovi, sono tutti nomi già noti. La ventottenne Kerber a Melbourne, la Bartoli a Wimbledon, Li Na ventinovenne a Parigi nel 2013, la Schiavone a Parigi 2010, la Pennetta trentatreenne a New York.
Il tennis ha eroi invecchiati proprio nel momento in cui lo sport, tutto lo sport, si scopre traslocato nel campo dell'atletismo e della muscolarità. È una contraddizione solo apparente. Per molto tempo energia e freschezza sono state un'esclusiva dei giovani. Nel tennis, e non solo, o avevi le gambe o avevi l'esperienza. Oggi i trentenni possono avere le gambe insieme all'esperienza. Le corde, le racchette, la tecnologia. Di una preparazione atletica scientifica si giovano soprattutto gli anziani. È cresciuto il peso della pressione e della capacità di gestire psicologicamente i momenti chiave. L'incoscienza da sola non è più sufficiente. La figura in cui questo passaggio si incarna due volte è quella di Martina Hingis, bambina prodigio quando il tennis era lo sport della precocità e numero uno al mondo nella classifica del doppio oggi che di anni ne ha trentacinque, nell'era dei longevi. Se non ci fosse questo tennis, la Svizzera non starebbe considerando di mandare a Rio un doppio misto composto da lei e Federer, 69 anni complessivi.
Eccola, allora, la tesi di Yannick Noah: "Mantenere il potere oggi è più facile che conquistarlo. Se sei tra i big hai uno staff colossale, viaggi in prima classe, dormi nel lusso, riposi, mangi bene, controlli il tuo ritmo. Sempre assistito dai migliori. Altro che Air Force One. Se sei un pretendente tutto è più difficile: viaggi male, dormi peggio, sei stanco, perdi lucidità. Ai miei tempi in pochi avevano l’allenatore al seguito. Eravamo soli, ma la vera partita è questa: riuscire a risolvere i problemi".
[1] Yannick Noah, 56 anni, francese nato nelle Ardenne da padre camerunense, oggi c.t. della Nazionale di Davis, cantante, ex tennista: campione junior a Wimbledon, a 23 anni vinse il Roland Garros, ultimo Slam di un francese. E' padre di Joakim, cestista, il centro dei Chicago Bulls in Nba.
giovedì 21 gennaio 2016
Ciao Hewitt, ultimo bimbo prodigio del tennis
Aveva solo cinque minuti di carriera davanti a sé e ancora faceva il pugnetto a mezz’aria. Lleyton Hewitt è stato Hewitt fino alla fine. Ha messo da parte l’ultimo game, l’ultimo C’mon e dopo un rovescio lungolinea mandato in corridoio sono partiti i saluti, i titoli di coda. Il tennis va così. Finisci sempre per lasciare dopo una sconfitta, a meno che tu non sia Sampras, o Flavia Pennetta. Hewitt ha vinto due titoli di Slam e per due anni è stato il numero uno, anche se pare un’epoca fa, perché davvero era un’epoca fa, quando si presentò sui campi con la sua allergia, già pronto per un titolo, ed era sedicenne. E' stato l’ultimo bambino precoce del tennis mondiale, numero uno quando di anni ne aveva appena venti, il più giovane di sempre, prima che questo sport si votasse definitivamente alla longevità. Come precoce è stato il suo tramonto, anche per via di un bel po' di infortuni. Ma s'è goduto tutto, ascesa e tramonto, senza cambiare mai.

“E’ stato il mio idolo. A casa ho un piccolo museo. Ho la maglietta di un solo tennista. La sua. Firmata. Un onore essere stato il suo ultimo avversario”, ha detto a fine partita lo spagnolo Ferrer. Forse perché Hewitt in campo è sempre stato il più spagnolo dei non spagnoli, come conferma l’ammirazione dichiarata di Nadal nel video mandato in onda sul campo di Melbourne per l’addio. Si presenta in circuito con un paio di caratteristiche spiccate, subito evidenti e mai ritoccate. Quando nel ’98 vince il primo torneo, peraltro battendo Agassi in semifinale, Gianni Clerici scrive: “Il bambino Lleyton Hewitt ha sorpreso tutti. Bambino ho scritto, perché questo riccetto biondo ha soltanto 16 anni, ma sta in campo con la grinta di un Connors, ancorché con educazione. E' diventato il terzo più giovane di tutti i tempi, questo Hewitt, nel vincere un torneo. E la sorpresa aumenta nell'osservare che pesa sessanta chili, non ha muscoli, né il suo allenatore Peter Smith pensa di acquistargliene qualche chilo alla prima farmacia dietro l'angolo”. Eppure, con un fisico normale, dentro un mondo che viaggiava verso l’atletismo e la muscolarità, Hewitt ha portato a conseguenze estreme il fight tennis. Era l’evoluzione di Connors, ma nella definizione di Bud Collins “non ruba, come ha fatto infinite volte Jimmy. Non influenza di giudici. Sarà antipatico, ma non contravviene alle regole”. Sputa a ripetizione in terra, urla C’mon, certo disturba gli avversari. Ma è onesto. Quando appare, partecipa al grande rinnovamento del tennis australiano, che in quel momento conta pure su Rafter e Philippoussis. Batte Sampras in finale a New York 2001 (facendogli il break sei volte dopo che quello nel torneo aveva vinto 87 turni di servizio di fila), e poi si prende il Masters, e poi il numero uno, e poi la Davis, pare poter segnare un’era. Hewitt inventa un tennis, ha scritto il Wall Street Journal qualche giorno fa, che Federer Nadal e Djokovic hanno portato a compimento. Nel senso che fino a qualche decennio fa esisteva una divisione netta fra i giocatori d’attacco e quelli di ribattuta. Darren Cahill, che di Hewitt è stato allenatore, ha spiegato che “i campioni del passato avevano tutti una zona in cui si sentivano più a loro agio. Il rovescio di Sampras, per esempio, era tutt’altro che straordinario, così come non lo erano i movimenti di Agassi. Tutti avevano una debolezza. Lo Hewitt di quel periodo non ne aveva”.
Non è mai stato simpatico. Non è stato baciato dagli dei, né nel fisico né nella tecnica. Federer è più giovane di lui di sei mesi, ma è diventato grande con la maturità, perciò con il suo stile classico è un campione più moderno, perché più vicino allo spirito dell’epoca che scoraggia i baby campioni: oggi solo quattro giocatori fra i primi cento hanno meno di vent'anni. Hewitt è stato il bagliore di una favola. Un dominatore in transito. Batté Federer per sette volte nei loro primi nove match. Era ancora, quello, il Federer pigrotto che ogni tanto sfasciava racchette, imprecava contro se stesso e andava a rete senza porsi tante domande. Hewitt lo adorava. Era un bersaglio e lo passava. “Lleyton mi ha costretto a tirar fuori il meglio di me”, è stato l’omaggio di Roger, che per batterlo è dovuto diventare più aggressivo, inventarsi un altro tipo di rovescio, evolversi, crescere. Così lo ha battuto quindici volte di fila a partire dal 2004. E’ per cominciare a battere Hewitt che Federer è diventato Federer. Tesi che lo stesso Cahill caldeggia: “Hewitt ha il merito di aver fatto di Federer il giocatore che è oggi”. Fosse davvero solo per questo, bisognerebbe dirgli grazie.
martedì 15 dicembre 2015
Che lavoro è allenare Federer
C'è una domanda che noi appassionati di tennis da qualche giorno ci facciamo. Se tu sei Roger Federer, un monumento che cammina in mezzo a noi, uno seriamente candidato a essere preso in considerazione come il più bravo di sempre in questo sport, l'uomo più simile a un'esperienza religiosa (David Foster Wallace); ecco - se tu sei Roger Federer cosa ti aspetti da un allenatore che è meno bravo di te?
Il contesto è chiaro. Ci sei tu e basta. Un lui (o una lei) è dall'altra parte. Due solitudini divise da una rete. C'è una palla nella tua metà del campo e il tuo compito è mandarla di là. Non puoi sottrarti. Nello sport in cui si finisce più spesso per parlare da soli, lo scambio di colpi diventa la simulazione di un dialogo. Ma non c'è nessuno a suggerirti le parole. Devi fare da solo. È il tennis. Salvo che in Coppa Davis, a chi gioca è vietato ricevere indicazioni dal proprio allenatore. Suggerimenti, consigli, niente: sbrigatela tu. Non è facile. Eccetto che in un caso. Se sei Roger Federer. Questo almeno pensiamo tutti noi. Sbagliando.

I compiti di un coach
Un allenatore in questo sport è una figura speciale. Fa i conti con dei limiti. Non può alzarsi dalla panchina né urlare come nel calcio, non può chiamare un time-out come nel basket nella pallavolo o nella pallanuoto, non è seduto veramente all'angolo come nella boxe. Non conforta, non corregge, non scuote. Osserva. Batte le mani da lassù, fa il pugnetto, al massimo grida ogni tanto un come on. È quasi trasparente durante la partita. Invisibile. Ma questa è apparenza. Il punto sta in quello che fa prima: sul campo durante le sedute, fuori durante le lunghe attese. Sono i momenti in cui esercita una funzione sul corpo e sulla mente del suo giocatore, sulla teoria e sulla pratica, sulla meccanica e sulla filosofia. Diventa un compagno di palleggi, uno stratega, un tattico, un videoanalista, un osservatore d'avversari, un normalizzatore di stati d'animo, uno psicologo, un motivatore. In una parola sola: un facilitatore. Non esiste un altro sport in cui il coach sia una figura tanto dominante. Arriva a vivere le sue giornate accanto alle tue. Siede in tribuna di fianco a tua moglie, la tua compagna, mamma, papà. È dentro la famiglia. Con tutto ciò che comporta. Plasma e può plagiare, ingombra e può invadere. Si finisce per diventare una sua proiezione sul campo. Un coach deve conoscere quali linee esistenziali non vanno calpestate.
Un allenatore in questo sport è una figura speciale. Fa i conti con dei limiti. Non può alzarsi dalla panchina né urlare come nel calcio, non può chiamare un time-out come nel basket nella pallavolo o nella pallanuoto, non è seduto veramente all'angolo come nella boxe. Non conforta, non corregge, non scuote. Osserva. Batte le mani da lassù, fa il pugnetto, al massimo grida ogni tanto un come on. È quasi trasparente durante la partita. Invisibile. Ma questa è apparenza. Il punto sta in quello che fa prima: sul campo durante le sedute, fuori durante le lunghe attese. Sono i momenti in cui esercita una funzione sul corpo e sulla mente del suo giocatore, sulla teoria e sulla pratica, sulla meccanica e sulla filosofia. Diventa un compagno di palleggi, uno stratega, un tattico, un videoanalista, un osservatore d'avversari, un normalizzatore di stati d'animo, uno psicologo, un motivatore. In una parola sola: un facilitatore. Non esiste un altro sport in cui il coach sia una figura tanto dominante. Arriva a vivere le sue giornate accanto alle tue. Siede in tribuna di fianco a tua moglie, la tua compagna, mamma, papà. È dentro la famiglia. Con tutto ciò che comporta. Plasma e può plagiare, ingombra e può invadere. Si finisce per diventare una sua proiezione sul campo. Un coach deve conoscere quali linee esistenziali non vanno calpestate.
I più apprezzati
Quelli delle Academy più celebri, col tempo, si sono fatti una fama da guru. Nick Bollettieri su tutti. Il più bravo anche nell'auto-promozione. C'è stata la sua mano in un modo o nell'altro dietro dieci numeri uno: Becker Courier Agassi Rios, e tra le donne Seles Hingis, le Williams, Sharapova e Jankovic. Di lui Courier diceva che avesse una mentalità da paracadutista. "Conosco il modo di convincere un ragazzo ad allenarsi come dico io". Nick Bollettieri è per la maggior parte dentro questa frase qui, per sua stessa ammissione. Prima che la figura si evolvesse, il tennis venerava il "capitano non giocatore", il grande ex che selezionava la nazionale in Coppa Davis, la preparava e dava consigli. Come Harry Hopman in Australia, quindici edizioni vinte in ventuno anni. La sua parabola ci dà un primo indizio sulle caratteristiche di un coach. Hopman non ha mai vinto uno Slam in singolare nella sua carriera. Ha giocato una finale in Australia, ma non è andato oltre gli ottavi a Wimbledon, i quarti a Parigi e New York. Però allenava Laver, Newcombe e Roche. In virtù di una dote essenziale: la credibilità. Un caratterino come McEnroe ha lavorato con lui alla Port Washington Academy. Gli dava del lei. Nella sola maniera in cui nella lingua inglese sia possibile dare del lei: lo chiamava mister Hopman. Un buon coach è tale se un giocatore come tale lo riconosce. Consegnarsi. Mettersi nelle sue mani. Björn Borg aveva già vinto quattro Wimbledon e inseguiva il quinto di fila quando nel 1980 si sentì proporre da Lennart Bergelin un cambio di strategia. Londra viveva la sua estate più piovosa degli ultimi 101 anni. Gli allenamenti all'aperto furono rarissimi. Bergelin si assicurò in quei giorni la disponibilità di un campo al chiuso al Vanderbilt Racquet Club e mise nelle braccia e nelle gambe di Borg trenta ore di tennis in più rispetto agli altri. Non solo. Lo convinse, sull'erba umida, ad accorciare gli scambi, a giocare più volée. Nella famosa finale contro McEnroe, Borg andò a rete più spesso del solito. Rubava l'idea a John perché glielo aveva suggerito Bergelin, e lui si era fidato.
Quelli delle Academy più celebri, col tempo, si sono fatti una fama da guru. Nick Bollettieri su tutti. Il più bravo anche nell'auto-promozione. C'è stata la sua mano in un modo o nell'altro dietro dieci numeri uno: Becker Courier Agassi Rios, e tra le donne Seles Hingis, le Williams, Sharapova e Jankovic. Di lui Courier diceva che avesse una mentalità da paracadutista. "Conosco il modo di convincere un ragazzo ad allenarsi come dico io". Nick Bollettieri è per la maggior parte dentro questa frase qui, per sua stessa ammissione. Prima che la figura si evolvesse, il tennis venerava il "capitano non giocatore", il grande ex che selezionava la nazionale in Coppa Davis, la preparava e dava consigli. Come Harry Hopman in Australia, quindici edizioni vinte in ventuno anni. La sua parabola ci dà un primo indizio sulle caratteristiche di un coach. Hopman non ha mai vinto uno Slam in singolare nella sua carriera. Ha giocato una finale in Australia, ma non è andato oltre gli ottavi a Wimbledon, i quarti a Parigi e New York. Però allenava Laver, Newcombe e Roche. In virtù di una dote essenziale: la credibilità. Un caratterino come McEnroe ha lavorato con lui alla Port Washington Academy. Gli dava del lei. Nella sola maniera in cui nella lingua inglese sia possibile dare del lei: lo chiamava mister Hopman. Un buon coach è tale se un giocatore come tale lo riconosce. Consegnarsi. Mettersi nelle sue mani. Björn Borg aveva già vinto quattro Wimbledon e inseguiva il quinto di fila quando nel 1980 si sentì proporre da Lennart Bergelin un cambio di strategia. Londra viveva la sua estate più piovosa degli ultimi 101 anni. Gli allenamenti all'aperto furono rarissimi. Bergelin si assicurò in quei giorni la disponibilità di un campo al chiuso al Vanderbilt Racquet Club e mise nelle braccia e nelle gambe di Borg trenta ore di tennis in più rispetto agli altri. Non solo. Lo convinse, sull'erba umida, ad accorciare gli scambi, a giocare più volée. Nella famosa finale contro McEnroe, Borg andò a rete più spesso del solito. Rubava l'idea a John perché glielo aveva suggerito Bergelin, e lui si era fidato.
Affidarsi a un certo coach può essere una svolta. Larry Stefanki, amico d'infanzia di McEnroe, aveva fama di ottimo gestore della routine quotidiana. Ha costruito Tim Henman, la grande speranza britannica prima dell'arrivo di Murray, per poi portare al numero uno il cileno Rios e il russo Kafelnikov. Ivan Lendl volle accanto a sé Tony Roche, che prometteva di migliorare il suo gioco di volo e le sue esperienze a Wimbledon: arrivarono due finali. In seguito Roche ha portato al numero uno (con due Slam vinti e due finali a Wimbledon perse) l'australiano Patrick Rafter, facendo di lui uno straordinario interprete del serve and volley più puro. Così come un'altra rendita sicura, a un certo punto, pareva essere garantita dal mettersi nelle mani di Bob Brett (Becker e Ivanisevic), un coach che più di tanti altri esige fedeltà e lealtà. Uno dei cardini della sua filosofia tecnica si riassume così: gioca il tuo colpo migliore nel momento peggiore. E' stato il presupposto teorico di tante seconde palle di servizio di Ivanisevic. Affidarsi.
La mutazione dei giocatori
Un certo tipo di relazione maestro-allievo è stata naturale finché il tennis è stato lo sport della precocità. Trentasette titoli di Slam sono andati a ragazzi che non avevano ancora compiuto ventidue anni. Ne aveva diciassette Chang quando stupì Parigi, gli stessi di Wilander, gli stessi di Becker al suo primo Wimbledon. Borg era maggiorenne da dieci giorni quando vinse il primo Roland Garros, Nadal era diciannovenne, come Edberg in Australia e Sampras a New York. A ventisei Borg era già entrato nella sua vita successiva. Le longevità sono state a lungo delle eccezioni: Laver, Rosewall, Connors. Poi la scena è cambiata. Dal 1998 in avanti ben nove Slam sono finiti a un ventinovenne e oltre. Murray ha rotto il suo digiuno a venticinque anni, Wawrinka addirittura a ventotto. Oggi c'è un solo under 19 fra i primi 100 (il tedesco Zverev) e gli under 20 sono quattro (si aggiungono il croato Coric, il coreano Hyeon Chung e l'australiano Kokkinakis), nessuno fra i migliori 40. È cambiata la platea del tennis ed è cambiato il lavoro del coach. Il coach non è quasi mai più soltanto uno. Esiste lo staff. Giocatori più esperti e più maturi esigono allenatori più autorevoli, dinamiche più articolate e complesse. Da questa mutazione genetica del tennista medio, Federer trae vantaggio e ne è il simbolo massimo. È qui a 34 anni che ancora combatte, numero tre del mondo, alle soglie di una stagione per lui diversa, non solo per provare ad aggiungere il diciottesimo Slam ai diciassette già conquistati (l'ultimo però risale al 2012), ma anche per cercare un oro olimpico mai vinto. Ma allora ci si domanda: perché lasciare proprio ora Edberg per Ljubicic?
Un certo tipo di relazione maestro-allievo è stata naturale finché il tennis è stato lo sport della precocità. Trentasette titoli di Slam sono andati a ragazzi che non avevano ancora compiuto ventidue anni. Ne aveva diciassette Chang quando stupì Parigi, gli stessi di Wilander, gli stessi di Becker al suo primo Wimbledon. Borg era maggiorenne da dieci giorni quando vinse il primo Roland Garros, Nadal era diciannovenne, come Edberg in Australia e Sampras a New York. A ventisei Borg era già entrato nella sua vita successiva. Le longevità sono state a lungo delle eccezioni: Laver, Rosewall, Connors. Poi la scena è cambiata. Dal 1998 in avanti ben nove Slam sono finiti a un ventinovenne e oltre. Murray ha rotto il suo digiuno a venticinque anni, Wawrinka addirittura a ventotto. Oggi c'è un solo under 19 fra i primi 100 (il tedesco Zverev) e gli under 20 sono quattro (si aggiungono il croato Coric, il coreano Hyeon Chung e l'australiano Kokkinakis), nessuno fra i migliori 40. È cambiata la platea del tennis ed è cambiato il lavoro del coach. Il coach non è quasi mai più soltanto uno. Esiste lo staff. Giocatori più esperti e più maturi esigono allenatori più autorevoli, dinamiche più articolate e complesse. Da questa mutazione genetica del tennista medio, Federer trae vantaggio e ne è il simbolo massimo. È qui a 34 anni che ancora combatte, numero tre del mondo, alle soglie di una stagione per lui diversa, non solo per provare ad aggiungere il diciottesimo Slam ai diciassette già conquistati (l'ultimo però risale al 2012), ma anche per cercare un oro olimpico mai vinto. Ma allora ci si domanda: perché lasciare proprio ora Edberg per Ljubicic?
Com'è andata con Edberg
Con lo svedese, uno dei suoi idoli del passato, Federer ha vinto undici tornei in due anni. Lo ha fatto venendo da una stagione in cui ne aveva ottenuto solo uno. Inoltre contro l'ingiocabile Djokovic di quest'anno (sei partite perse su ottantotto in tutto) Federer è riuscito a vincere tre volte: in finale a Dubai, in finale a Cincinnati e nel girone al Masters. Un pezzo di risposta alla nostra domanda sta proprio in questi successi. Nel 2015 Federer ha scoperto di poter ancora migliorare. Edberg gli ha ridato solidità contro avversari medio-alti dai quali cominciava a perdere e lo ha portato nei paraggi di Djokovic nei match due set su tre. Gli ha restituito brillantezza in attacco, gli ha riattivato schemi e meccanismi di inizio carriera, sono cresciute le percentuali delle discese a rete e in estate Roger ha inventato un colpo che non c'era. Lo hanno chiamato SABR, Sneak Attack by Roger, attacco furtivo, secondo alcuni (fra cui McEnroe) finanche un affronto per chi lo subisce. In sostanza: una risposta di controbalzo in avanzamento. Tutto questo fa di Federer un giocatore ancora in evoluzione, per quanto impossibile possa sembrare.
Con lo svedese, uno dei suoi idoli del passato, Federer ha vinto undici tornei in due anni. Lo ha fatto venendo da una stagione in cui ne aveva ottenuto solo uno. Inoltre contro l'ingiocabile Djokovic di quest'anno (sei partite perse su ottantotto in tutto) Federer è riuscito a vincere tre volte: in finale a Dubai, in finale a Cincinnati e nel girone al Masters. Un pezzo di risposta alla nostra domanda sta proprio in questi successi. Nel 2015 Federer ha scoperto di poter ancora migliorare. Edberg gli ha ridato solidità contro avversari medio-alti dai quali cominciava a perdere e lo ha portato nei paraggi di Djokovic nei match due set su tre. Gli ha restituito brillantezza in attacco, gli ha riattivato schemi e meccanismi di inizio carriera, sono cresciute le percentuali delle discese a rete e in estate Roger ha inventato un colpo che non c'era. Lo hanno chiamato SABR, Sneak Attack by Roger, attacco furtivo, secondo alcuni (fra cui McEnroe) finanche un affronto per chi lo subisce. In sostanza: una risposta di controbalzo in avanzamento. Tutto questo fa di Federer un giocatore ancora in evoluzione, per quanto impossibile possa sembrare.
Cosa cerca Federer
Scoperta la possibilità di incidere ancora su tecnica e fisico, scoperti nuovi margini di miglioramento, Federer deve essersi chiesto su cos'altro potesse lavorare. La risposta è venuta ancora una volta guardando le sue ultime partite con Djokovic: tre sconfitte su tre nelle finali di Slam, giocate sulla distanza di tre set su cinque. Per un certo periodo in passato Federer si è gestito da solo. Non ha avuto un coach e si diceva convinto della scelta: "È una cosa per ragazzi". Se è tornato sui suoi passi è perché ne ha avvertito l'esigenza. Ljubicic è stato suo avversario. Si sono affrontati sedici volte. Federer ha perso solo in tre casi e comunque mai nelle ultime dieci sfide, durante le quali ha lasciato al suo nuovo coach appena quattro set. Ljubicic non ha mai giocato una finale di Slam ed è stato al massimo numero tre. Federer dunque non sta cercando un altro Edberg. Non chiede di confrontarsi con qualcuno che su di lui eserciti un fascino. Non cerca più un coach che gli mostri ciò che sa fare, ma qualcuno che sappia cosa fargli fare. Federer cerca il rappresentante di una nuova generazione di coach. Ljubicic si è costruito nel fattempo una reputazione di tattico e stratega, sia da teorico, come opinionista tv, sia sul campo come guida di Milos Raonic, un montenegrino di passaporto canadese, un ragazzone di quasi due metri e novanta chili, gran servizio, palla sparata al massimo, un Philippoussis nuova maniera (ma col rovescio bimane). Al Raonic di tre anni fa bisognava insegnare che ogni palla è diversa dalle altre, che non sempre si può tirare a tutto braccio e che qualche volta la prima preoccupazione in uno scambio deve essere quella di tenere la palla dentro le righe. Ljubicic ha portato Raonic nei primi dieci e in semifinale a Wimbledon. Quello che Federer gli chiede è di individuare uno-due-tre punti con cui scompaginare le idee di Djokovic. Può funzionare oppure no. Quel che conta è che Federer pensa di sì. A trentaquattro anni gli serve la stessa condizione atletica che aveva a trentatré o trentadue (il preparatore non cambia), qualche prima palla di servizio in più, un analista più moderno. Quel che conta è che dopo un anno migliore dei precedenti, Roger Federer ha nella testa l'idea di poter fare meglio. Ha una insoddisfazione che lo guida. Raggiunta l'immortalità, vuole riconquistare il presente. Edberg sapeva di storia, Ljubicic è la cronaca che adesso Roger vuole riprendersi. Federer vuole guardare Djokovic e il tennis in un modo diverso prima di muovere il passo d'addio. Ha la curiosità di scoprire dentro di sé una nuova ricchezza, prima di spogliarsi del tutto d'ogni cosa.
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domenica 13 settembre 2015
Il ritiro di Flavia Pennetta: pensieri e parole
Ecco, ci siamo. Adesso lo dico. Fabio lo sa. Lo sa da tanto. Lo sa da quando a inizio anno abbiamo cominciato la nuova avventura, una nuova stagione, un nuovo giro del mondo, i tornei, gli alberghi, i ristoranti. Ogni volta che finiva New York ci pensavo. Questo è l'ultimo. Poi proseguivo. Ora è vero, ora è tutto vero, sparo questa verità in faccia al mondo con una Coppa in mano. Anche Roberta lo sa. L'ho battuta e gliel'ho detto, poco fa, prima, a bordo campo, mentre lei si copriva le labbra con l'asciugamano per dirmi tu sei matta, tu sei sempre stata completamente matta. Forse ha ragione lei, forse ci vuole più follia che ragione per andarsene così. Per questo non lo fa quasi nessuno. Io non la chiamo follia, io lo chiamo sentimento.
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martedì 9 giugno 2015
Le vittorie seriali
BERLINO . Un'impresa rimane per sempre, ma quelle di oggi durano un attimo. Un record porta nella storia, eppure a guardarlo mentre accade rischia di apparire ordinario. Quanto è successo a Berlino racconta che l'età contemporanea dello sport ha imposto il format della vittoria seriale e l'ha digerito come un'abitudine. Il Barcellona di Luis Enrique si è adeguato alla nuova tendenza. Viene infatti da chiedersi come sia possibile che passino 52 anni, dal 1956 al 2008, per vedere quattro Triplete, e solo sei stagioni fra 2009 e 2015 per contarne altrettanti. L'alta frequenza dell'impresa epocale non è un fenomeno che riguarda solo il calcio. Il Nuovo Millennio sta trasformando il nostro concetto di gloria. Il valore dell'unicità è sostituito dal principio dell'accumulo. Ogni impresa ne esige un'altra. Ogni vittoria singola pare monca. La Formula Uno dovette aspettare 36 anni per trovare un altro pilota in grado di vincere almeno quattro Mondiali come Fangio, ci riuscì Prost, era il ‘93. Ne sono invece bastati dodici, dopo il Duemila, per veder raggiunto lo stesso traguardo da due campioni, Schumacher nel 2001 (poi arrivato a sette nel 2004), Vettel nel 2013. Come non bastasse, ora incombe Hamilton. Non è diventata più facile la via del trionfo, è solo diventata più battuta. I soldi sono un buon motivo. L'eccezionalità arriva più spesso perché viene sollecitata e premiata. Nei contratti sono una norma i bonus, moltiplicatori di guadagni. Il marketing pretende l'assoluto, qualcosa che profumi di storia: per nove anni nessuno tenta il record dell'ora, negli ultimi 10 mesi lo hanno battuto in cinque.
martedì 26 maggio 2015
Sei chiodi storti
La breve felicità del tennis italiano sta compiendo quarant’anni. Panatta che vince prima Roma e poi Parigi in primavera; la squadra di Davis che con Barazzutti Bertolucci e Zugarelli accanto ad Adriano conquista la Coppa nel dicembre, sempre del ’76. Non era mai successo prima, né dopo più accadrà. In una stagione di angoscia e lutti, in un Paese che si è consegnato alla Dc, quella giovane nazionale con le racchette finisce dentro un corridoio di gloria e fortuna. Dario Cresto-Dina è andato a cercare uno per uno i protagonisti di quella stagione, compreso l’uomo che li guidava dalla panchina, Nicola Pietrangeli, per catturare con loro umori e atmosfera di quei giorni. Il sesto protagonista, il maestro Mario Belardinelli, non c’è più dal ’98.
Toccò, a quella squadra, giocare l’ultima partita sui campi di Santiago del Cile, da tre anni e tre mesi piegata alla dittatura di Augusto Pinochet. Il libro “Sei chiodi storti” (66thand2nd, 147 pagine, 17 euro) ricostruisce l’avvicinamento alla finale e il feroce dibattito che s’accese in Italia sull’opportunità di presentarsi in scarpette e pantaloncini candidi in un Paese insanguinato. È il racconto di un’Italia sconvolta dal terrorismo, ventuno morti - sarebbero diventati 120 quattro anni dopo - e in ginocchio sotto i provvedimenti economici del terzo governo Andreotti.
mercoledì 5 novembre 2014
Cristina Zagaria legge la Grammatica del Bianco
ABBASSATEVI, in ginocchio, e provate a guardare il mondo dall'altezza di un raccattapalle, uno che vive a bordo campo, che è indispensabile, ma non è mai il protagonista. Provate ad affrontare la vita come un ragazzino di 11 anni, che cerca nella routine quotidiana, fatta di scuola-maestra-mamma- compagni, il suo posto, un posto dove c'è chi lo ascolta e dove lui sa cosa dire, e lo trova grazie proprio a una partita di tennis. "La grammatica del bianco" (Rizzoli, 267 pagine, 15 euro. La presentazione oggi alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri) di Angelo Carotenuto, giornalista di Repubblica, racconta il match del 5 luglio 1980 che vede sull'erba di Wimbledon Björn Borg contro John McEnroe. «Prima che una partita, un evento», spiega Carotenuto, seguendo il filo rosso del uso primo romanzo "Dove le strade non hanno nome" (Ad Est dell'equatore), che ruotava attorno allo storico concerto degli U2 al San Paolo di Napoli. Carotenuto sceglie «prima la partita, poi lo sport e solo alla fine il suo personaggio».
sabato 18 ottobre 2014
La Grammatica del bianco: recensione Repubblica
«È MEGLIO una vita da Borg o una vita da McEnroe»? Ci sono stati anni in cui questa domanda oltrepassava i confini di un campo da tennis per mescolarsi con la vita di tutti. Borg e McEnroe non erano soltanto due modelli di gioco, uno freddo l'altro estroso, l'Orso e il Genio. Due stili di gioco: la volée e il rovescio a due mani, l'estetica e la sostanza. Erano anche due stili di vita. Hanno giocato molte volte l'uno contro l'altro ma la finale a Wimbledon del 5 luglio 1980 è stata il loro capolavoro. Una sfida epica che racconta Angelo Carotenuto in La grammatica del bianco e lo fa guardando la partita con gli occhi di Warren, un bambino inglese di undici anni, sul campo nel ruolo di raccattapalle. Lo sport è per Carotenuto un pretesto per penetrare la psiche di un ragazzino molto particolare, forse affetto da ADHD, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Attraverso quell'esperienza Warren uscirà dal guscio della sua emotività implosa, dalla paura che lo portava a non voler essere toccato da nessuno, a preferire l'ordine di una biblioteca ai giochi con gli amici, il flauto al calcio, la solitudine alla socialità, il bianco a tutti gli altri colori.
giovedì 9 ottobre 2014
"Un romanzo tennistico"
Carlo Magnani, professore ordinario di Composizione Architettonica e direttore del dipartimento di culture del progetto all'Università Iuav di Venezia, è un noto appassionato ed esperto di tennis. Tre anni fa ha scritto "Filosofia del tennis. Profilo ideologico del tennis moderno". Magnani scriveva: "Nel tennis Federer occupa la posizione di Heidegger nella storia del pensiero. Un uomo estremamente poco complicato si è ritrovato nel ruolo del Profeta, colui che porta finalmente la Reincarnazione e la Luce in un mondo compromesso e sconsacrato".
Perciò questo suo tweet mi ha fatto proprio felice.
Un romanzo tennistico finalmente! Grazie a @ancarot . @ControBreak @Pietro_Farro @claudiafusani @shanghai_lopez pic.twitter.com/5mtpuZsMch
— carlo magnani (@carlo_magnani) October 7, 2014
mercoledì 5 giugno 2013
"Volevo essere Audrey Hepburn"
Lo disse Maria Sharapova nel 2012 a Parigi. Poi vinse il torneo. L'intervista è qui sotto.
Il cocktail resta lì dov'era. Come i crostini. Non tocca arachidi, né un succo, né un salatino. Essere Maria Sharapova. Un tavolo davanti agli Champs-Élysées, il Roland Garros nella testa. L'unico Slam che non ha vinto mai. «C'è un tempo per ogni cosa, ora sono pronta». La donna da 17 milioni e mezzo di euro l'anno non porta mai gli occhi da un'altra parte.
È la campionessa del mondo dello sguardo dritto. Ma quando racconta di sé abbassa la voce. Ha pose che le addolciscono ogni spigolo. Dice che vorrebbe essere «una donna forte rimanendo elegante». Come se a volte volesse essere solo Maria.
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mercoledì 7 marzo 2012
Per dirne una
Era un ambasciatore Unicef quando successe quello che successe. L'aveva detto, Maradona, che non voleva essere un modello, che lui era soltanto un calciatore, che i modelli per i ragazzi devono essere i loro padri.
Oggi credo allora che a Maradona piacerebbe molto quel che ha detto Federer alla vigilia del torneo di Indian Wells.
Oggi credo allora che a Maradona piacerebbe molto quel che ha detto Federer alla vigilia del torneo di Indian Wells.
"Essere un modello è bello, ricordo bene quanto sono stati importanti da bambino Stefan Edberg e Michael Jordan. Anche se qualche volta vorresti fare qualcosa che la gente non possa vedere, come gettare un sasso in uno stagno, per dirne una".
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