SEEDORF e Benzema si sfilano la maglia scoprendo volti e colori differenti, i bambini corrono, Collina sorride. Belli gli spot del calcio pulito. Ma nella Francia degli Europei è stato l’anno nero del rispetto, anche durante il torneo. Razzismo, sessismo, omofobia. Sotto il manto dello slogan Uefa (“Respect”), si sono nascoste ipocrisie e omissioni. Ha iniziato Christian Estrosi, sindaco di centrodestra a Nizza, minacciando di tagliare i sussidi ai club dei calciatori musulmani che fossero stati visti a pregare sui campi di calcio municipali: «Io difendo solo i principi del nostro secolarismo». A sua volta, il dirigente regionale della federcalcio Eric Borghini denunziava che alcuni arbitri di religione musulmana rifiutano di stringere la mano alle calciatrici. Pochi giorni prima, una partita del campionato Under 17 era finita in rissa a Jarnac, sud-ovest della Francia, la città natale di François Mitterand, per un pugno partito da un giocatore della Isle-d’Espagnac. Fuggi fuggi, spogliatoi assediati e la denuncia dei genitori dei ragazzi per razzismo (“neri” e “arabi”).
Visualizzazione post con etichetta euro2016. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta euro2016. Mostra tutti i post
giovedì 7 luglio 2016
martedì 5 luglio 2016
La Treccani e l'irriducibile Stielike
LILLE. I baffi, il ghigno, il tackle. Uli Stielike era il Cattivo. Era il Lee Van Cleef del calcio. Brera lo chiamò "truculento" e "cinico". Noi avevamo l'eleganza di Scirea, i tedeschi il più duro dei liberi. La Treccani gli ha dedicato una voce in cui viene definito "tenace e irriducibile". Troppo poco. Trent'anni fa Uli Stielike era la nostra idea del Male, perché se vedeva un pallone e una gamba prendeva pallone e gamba, ma soprattutto perché giocava dall'altra parte. A 61 anni è il ct della Sud Corea. Ha più vinto che perso, ma quel che ha perso dice di non ricordarlo più. Ha rimosso. "Non ho mai avuto l'abitudine di collezionare cattivi ricordi. Cerco di cancellarli".
Ha cancellato pure quello che in Germania chiamano Italien-Trauma?
"Trauma? Quale trauma? Ho perso una finale mondiale con l'Italia ma non ho mai smesso di dormire bene. Una delle prime cose che mi hanno insegnato da ragazzino: nel calcio si vince e si perde. La digestione di un successo e di una sconfitta deve essere parte dell'educazione sportiva delle persone. Per noi poi fa parte del lavoro. I traumi sono un'altra cosa".
Ha cancellato pure quello che in Germania chiamano Italien-Trauma?
"Trauma? Quale trauma? Ho perso una finale mondiale con l'Italia ma non ho mai smesso di dormire bene. Una delle prime cose che mi hanno insegnato da ragazzino: nel calcio si vince e si perde. La digestione di un successo e di una sconfitta deve essere parte dell'educazione sportiva delle persone. Per noi poi fa parte del lavoro. I traumi sono un'altra cosa".
L'estate speciale di Mel e del gallese che doveva sposarsi
Melvyn detto Mel aveva messo in conto la solita estate, una frazione di vita incastrata fra la solita primavera e il solito autunno. Il pomeriggio che non passa mai, ogni tanto il rumore lontano di una macchina in parcheggio, il profumo della merenda che si avvicina: funziona meglio di un orologio, passa sempre alla stessa ora. Mezza frittella di domenica. La temperatura di 23 gradi nella stanza. Un po' d'aria in giardino. Le panchine fra i cespugli. I deambulatori, le microcar, le sedie a rotelle elettriche. La vita di un ottantunenne in una casa di riposo non prevede sorprese.
St. Helen's Road affaccia sulla baia di Swansea. È la strada dei ristoranti etnici. Al Garuda si mangia indonesiano, al Reyhan cucina mediorientale, all’Istanbul dice tutto il nome. Pizza Hut consegna a domicilio, Didier&Stephane servono piatti francesi. La April Court Care Home è piantata lì in mezzo, al civico 141. Dall'altra parte della strada c'è la vetrata del Viceroy, piatti indiani e del Bangladesh. È questo il mondo oltre la finestra di Melvyn detto Mel, l'uomo che un giorno ha acceso il televisore ed è finito dentro un'estate speciale.
lunedì 4 luglio 2016
Il paradiso del Galles
domenica 3 luglio 2016
La marcia su Lille
È MEZZ'ORA di viaggio. Arrivano treni da Bruxelles e scaricano mucchi di uomini e bandiere. Una ventina fermano alla nuova stazione Europe, nella parte post industriale della città – torri, gallerie, tutto di quel bianco così caro a certe archistar - un'altra decina di TGV alla stazione antica, la Flandres, ricostruita pezzo per pezzo con i mattoni metà ‘800 della Gare Nord di Parigi. È come se a Lille il Belgio giocasse in casa, sono qui in ventimila per la partita che può riportare la Nazionale dov'era una trentina d'anni fa, quando andava in finale agli Europei ('80) e in semifinale ai Mondiali ('86), e poiché le stazioni ferroviarie non sono controllate quanto gli aeroporti, un po' di apprensione in prefettura non riescono a nasconderla, dopo gli allarmi anti-terrorismo per le ultime partite a Bruxelles. Altra ansia s'aggiunge perché i tifosi andranno in marcia allo stadio da rue de Cambrai, il quartiere della vita universitaria. La polizia non sa dire quanti saranno.
sabato 2 luglio 2016
Briegel e il pericoloso contropiede
Italia-Germania fa diventare adulti
LILLE. Avevano vinto dal divano Italia-Germania del '70 mentre sognavano un paese migliore, e vent'anni dopo si sentivano sconfitti. La partita del Messico divenne nel '90 il pretesto per la trama di un film con la regia di Andrea Barzini: un gruppo di amici si ritrova per vedere in tv la replica della semifinale; la rimpatriata diventerà un confronto amaro. Quel 4-3 raccontava i sogni bruciati di una generazione. Giuseppe Cederna, scrittore di viaggio, attore per Bellocchio, Scola e i Taviani, Oscar per "Mediterraneo" con Salvatores, era nel cast insieme a Fabrizio Bentivoglio, Nancy Brilli e Massimo Ghini. "Quella partita", dice, "aveva in sé la forza per raccontare un percorso di iniziazione. In molti dei miei film, il calcio è parte di un rito d'amicizia. Interviene nelle storie personali della gente".
venerdì 1 luglio 2016
Netzer, il tedesco diverso
È STATO il primo tedesco oltre gli schemi, fuori e dentro il campo. Girava in Ferrari, era proprietario di una discoteca, concedeva ai compagni l'onore di correre al posto suo. Portava i capelli lunghi come un olandese e il 10 dietro la maglia quando la Germania vinse il primo Europeo nel ‘72. Guenter Netzer era il raggio di Moenchengladbach dentro il blocco del Bayern. «Ma in Nazionale scoprii che Beckenbauer guadagnava più di me». Così diverso da diventare il primo tedesco nella storia del Real. «Italia- Germania», dice ora a 72 anni, «è una partita che il calcio non si stancherà mai di guardare».
giovedì 30 giugno 2016
La Germania e la promozione del talento
![]() |
| Draxler e Goetze |
L'anno del dis-possesso palla
ECCOLO, il terzo indizio. Si chiama Islanda. Se dunque Agatha Christie fosse ancora fra noi a occuparsi di pallone, adesso solleverebbe un dito convinta di avere le prove. Il possesso palla è stato ucciso, l'assassino è il contropiede, 2016 anni dopo Cristo e 45 dopo Guardiola. Gli Europei di Francia confermano i sospetti nati in Inghilterra con il Leicester e in Champions con l'Atletico. Lars Lagerbaeck è il terzo rivoltoso dell'anno accanto a Ranieri e Simeone. La sua squadra tiene il pallone fra i piedi solo per il 35 percento del tempo in una partita, circa trentuno minuti e mezzo secondo i dati Opta, meno di tutte le altre ventitré nazionali, eppure si trova ancora là, fra le migliori otto d'Europa.
mercoledì 29 giugno 2016
Draxler e la Germania nemica geniale
C'è una nuova Germania che contraddice le nostre certezze. Potevamo batterli o perdere, ma noi eravamo i creativi e loro gli uniformi. Noi estrosi, loro assennati. Noi l’ingegno, loro la saggezza. Noi la follia, loro l’equilibrio. Ora non più. La Germania di Löw sembra più latina di quest’Italia che gioca su organizzazione, corsa, efficienza. Ha abbracciato la strada che una volta piaceva al nostro calcio.
Etichette:
articoli,
calcio,
euro2016,
germania,
puliciclone
martedì 28 giugno 2016
Non è il Portogallo di Ronaldo
Il Portogallo celebra il ventennale della sua presenza nel calcio d'élite andando per la sesta volta di fila nei quarti di finale agli Europei. È un cammino unico. È un passo che non appartiene alla Germania né alla Spagna e neppure alla Francia. Eppure questa nazionale si circonda sempre di un senso di incompiuto, come ieri sera, quando ha battuto la Croazia ma non la noia. Avere in squadra Cristiano Ronaldo ed esigere una partita prudente è un paradosso che il ct Santos non ha temuto di vivere. Qualificato come penultimo dei ripescati, ha preferito il profilo basso e ha scelto l'umiltà, mettendo in cima ai pensieri il proposito di fermare Modric, la fonte dei croati. Una partita che per un'ora e cinquantacinque minuti ha avuto il suo fascino nella speranza che qualcosa all'improvviso accadesse, perfino che potesse farla accadere Quaresma. E negli ultimi cinque minuti di elettricità, dopo un palo di Perisic, proprio Ricardo Quaresma l'ha decisa, il triste re della trivela ai tempi dell'Inter, improvvisato supplente d'attacco nella sola occasione in cui Ronaldo si sia degnato di farsi vedere. Un po' di vento in mezzo alla bafagna l'aveva portato Renato Sanches, che ha tolto a Ronaldo il primato di portoghese più precoce a una grande manifestazione. Lui è arrivato all'Europao a 18 anni e 10 mesi, Cristiano perse quello in casa a 19 anni e 4 mesi. Ha i capelli come Gullit, il busto grosso alla Karembeu, il passo e il bacino di Seedorf. Il resto è roba sua. Comprese le pause dell'acerbità. Una la azzecca, una la accenna. Ma è il regalino di matrimonio da 35 milioni di euro che il Bayern ha fatto a Carlo Ancelotti.
domenica 26 giugno 2016
La bellezza della banalità
sabato 25 giugno 2016
Alla Svezia servirebbe Fimpen
L'ULTIMO gioco di prestigio non è riuscito. Il Belgio va agli ottavi con un gol che pare un drop rugbistico di Nainggolan e trova l'Ungheria; la Svezia lascia gli Europei e Ibrahimovic la Nazionale. Zlatan ha chiuso regalandosi la lentezza, durante la partita e dopo, passeggiando per il campo e battendo con flemma le mani al muro giallo di svedesi venuti a Nizza per dirgli addio; e poi uscendo prima dei compagni, con la fascia da capitano sfilata.
Contro un Belgio sempre più calato nella parte della squadra femmina, contropiedista, con De Bruyne che sconfina a sinistra per mangiare i palloni di Hazard, Ibra si è goduto tutto. L'ingresso in campo con i bambini. La moglie in tribuna. Il principe ereditario Carlo Filippo venuto fin quaggiù con la sciarpa al collo. L'inno nazionale, "du gamla, du fria", tu antica, tu libera, anche se stavolta non l'ha cantato; otto mesi fa ne aveva inciso una versione disco per lo spot d'una macchina, tre milioni di visualizzazioni e disco d'oro.
Contro un Belgio sempre più calato nella parte della squadra femmina, contropiedista, con De Bruyne che sconfina a sinistra per mangiare i palloni di Hazard, Ibra si è goduto tutto. L'ingresso in campo con i bambini. La moglie in tribuna. Il principe ereditario Carlo Filippo venuto fin quaggiù con la sciarpa al collo. L'inno nazionale, "du gamla, du fria", tu antica, tu libera, anche se stavolta non l'ha cantato; otto mesi fa ne aveva inciso una versione disco per lo spot d'una macchina, tre milioni di visualizzazioni e disco d'oro.
venerdì 24 giugno 2016
L'ultima corsa di Ibra santo e canaglia
NIZZA
LO SPACCONE, lo sbruffone, l'Ibrahimovic gradasso è rimasto fuori. Quest'uomo di 35 anni che abbassa gli occhi riesce perfino a fare tenerezza. «Non voglio giocare alle Olimpiadi. La mia ultima partita con la Svezia sarà l'ultima della Svezia agli Europei. E non voglio che sia già arrivata». Lo dice fissando il vuoto, o forse la moquette nera nella pancia dello stadio di Nizza, una città dove in genere non si viene per lasciarsi. La domanda che ha scatenato la confessione gli è giunta in olandese: la lingua del paese in cui è cominciato il suo cammino internazionale. Senza accorgersene Ibra ha chiuso un cerchio rispondendo in inglese, la lingua della sua prossima sfida, quando si sarà sfilato questa maglia gialla. «Non mi piace restare deluso, non mi è mai piaciuto. Porterò per sempre la bandiera della Svezia dentro di me con orgoglio e gratitudine, nella mia ultima partita vorrei che non ci fosse rimpianto».
Allora mettici finalmente del tuo, Ibra, stasera contro il Belgio. Non possono bastare i tre tiri scarsi visti con l'Irlanda e l'Italia, nemmeno un passaggio da ricordare, nemmeno una traccia del giocatore che contende a Ronaldo la possibilità di diventare il primo della storia a far gol in quattro Europei di fila.
LO SPACCONE, lo sbruffone, l'Ibrahimovic gradasso è rimasto fuori. Quest'uomo di 35 anni che abbassa gli occhi riesce perfino a fare tenerezza. «Non voglio giocare alle Olimpiadi. La mia ultima partita con la Svezia sarà l'ultima della Svezia agli Europei. E non voglio che sia già arrivata». Lo dice fissando il vuoto, o forse la moquette nera nella pancia dello stadio di Nizza, una città dove in genere non si viene per lasciarsi. La domanda che ha scatenato la confessione gli è giunta in olandese: la lingua del paese in cui è cominciato il suo cammino internazionale. Senza accorgersene Ibra ha chiuso un cerchio rispondendo in inglese, la lingua della sua prossima sfida, quando si sarà sfilato questa maglia gialla. «Non mi piace restare deluso, non mi è mai piaciuto. Porterò per sempre la bandiera della Svezia dentro di me con orgoglio e gratitudine, nella mia ultima partita vorrei che non ci fosse rimpianto».
Allora mettici finalmente del tuo, Ibra, stasera contro il Belgio. Non possono bastare i tre tiri scarsi visti con l'Irlanda e l'Italia, nemmeno un passaggio da ricordare, nemmeno una traccia del giocatore che contende a Ronaldo la possibilità di diventare il primo della storia a far gol in quattro Europei di fila.
Etichette:
articoli,
calcio,
euro2016,
ibrahimovic,
svezia
mercoledì 22 giugno 2016
O'Neill, la corsa di un irregolare
NELLA residenza del governo di Dublino, di fronte a Mary McAleese, seconda donna presidente d'Irlanda e la prima a venire dall'Ulster, Martin O'Neill prese il microfono e spiegò cosa volesse dire sentirsi figlio di questa faccenda così complessa e spesso insanguinata. Quest'uomo che porta un paio di occhialetti d'altri tempi e parla sotto voce ha studiato legge all'università di Belfast, viene dalla stessa scuola primaria frequentata da due futuri premi Nobel (John Hume e Seamus Heaney) e sulle sue rughe da ex calciatore atipico è passato più di un riflesso della storia delle due Irlande. «Sono troppo pieno di anomalie e contraddizioni per potermi dire perfetto». Una vita da irregolare.
Etichette:
articoli,
calcio,
euro2016,
irlanda,
irlandanord
lunedì 20 giugno 2016
Il cucchiaio di Panenka ha 40 anni
20 giugno 1976: il rigore di Panenka contro Maier nella finale degli Europei[/caption] Quando Antonin Panenka prese la rincorsa, sapeva chi era, non cosa sarebbe diventato. Suo padre avrebbe voluto fare il calciatore, ma era avido di corse in moto, ebbe un incidente e fine dei sogni. Così aveva portato il bambino a vedere le partite, anche sei o sette in un week-end. Quando Antonin Panenka prese la rincorsa per il tiro decisivo nella finale degli Europei ’76 che si stava chiudendo ai rigori contro la Germania – il 20 giugno sono quarant’anni - si ricordò dei sacrifici, degli allenamenti, dei funzionari del partito che vigilavano sulla Nazionale, del divieto di fumo, del divieto di sesso tre giorni prima di ogni partita, delle multe per ogni birra bevuta; si ricordò dei suoi due grandi modelli, Didi e Masopust, e decise di tirare come da due mesi aveva in testa di fare.
Etichette:
anni '70,
articoli,
calcio,
cecoslovacchia,
esteuropa,
euro2016,
germania,
puliciclone
domenica 19 giugno 2016
Noi e quelli venuti dal freddo
| Stenmark e Thoeni |
martedì 14 giugno 2016
Perché ci piace il portiere col pigiama
BORDEAUX. Piace perché si butta nel fango e si sporca. Piace perché a guardarlo pare improbabile. Piace per i motivi opposti a quelli che ci portano spesso a stare dalla parte di Messi e Ronaldo. Piace perché rimette al centro della scena il calcio che il tempo ci ha tolto. Il paradosso di Gábor Király è che il suo romanticismo, i suoi quarant’anni in campo e la tuta grigia con cui gioca, sono il cibo perfetto per i predatori del marketing. Oggi diventa il calciatore più anziano ad aver mai giocato una partita in questo torneo, e tutti guarderemo i suoi pantaloni consumati, per fingere di credere ancora alla magia di questo gioco, per dimenticare che in un campionato chiamato Europeo si sfidano due paesi che l’Europa la stanno spezzando: l’Austria che vorrebbe una barriera al Brennero e l’Ungheria che ha alzato un muro di lamette e filo spinato lungo 175 chilometri al confine con la Serbia; un muro alto tre metri e mezzo, uno in più di una porta di calcio.
lunedì 13 giugno 2016
Il lontanissimo Mondiale di Götze
Iscriviti a:
Post (Atom)







