Visualizzazione post con etichetta svezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta svezia. Mostra tutti i post

lunedì 12 marzo 2018

Quando rapirono Nils Liedholm

L'illustrazione è a cura di @a_jack_drawings (instagram)

Sedicesimi di finale: Svezia 1958 - Argentina 1986
Dove si ragiona su cosa vada insegnato ai ragazzini

“Rapiremo Nils Liedholm”. Le tre parole scritte su un foglio a quadretti vennero recapitate in albergo tra le mani del portiere alle dieci e un quarto di un giovedì sera, quando per lo spavento provato dinanzi alla faccia dell’uomo che sbiancava, la vecchia stiratrice si bruciò un dito nell'assestare una botta di calore a un colletto inamidato. Il portiere si chiamava Kalle Svensson, ed essendo l’ultimo di dodici figli aveva affinato l’arte di catturare l’attenzione facendo la cosa giusta nel momento giusto. Perciò strappò il ferro di mano alla donna e prese a salire le scale a quattro a quattro, perché così s’era sempre detto, altrimenti per l’ansia a sei a sei le avrebbe fatte, a nove a nove anzi, e comunque mai in numero che non fosse multiplo di tre. Con la piastra in alluminio dell’arnese, Svensson vibrò un colpo alla porta del compagno Nils, spaccò la serratura, e una volta messo piede in camera, scoprì che la lettera diceva il falso. Non avrebbero rapito Liedholm. Liedholm lo avevano rapito già.

sabato 25 giugno 2016

Alla Svezia servirebbe Fimpen


L'ULTIMO gioco di prestigio non è riuscito. Il Belgio va agli ottavi con un gol che pare un drop rugbistico di Nainggolan e trova l'Ungheria; la Svezia lascia gli Europei e Ibrahimovic la Nazionale. Zlatan ha chiuso regalandosi la lentezza, durante la partita e dopo, passeggiando per il campo e battendo con flemma le mani al muro giallo di svedesi venuti a Nizza per dirgli addio; e poi uscendo prima dei compagni, con la fascia da capitano sfilata.
Contro un Belgio sempre più calato nella parte della squadra femmina, contropiedista, con De Bruyne che sconfina a sinistra per mangiare i palloni di Hazard, Ibra si è goduto tutto. L'ingresso in campo con i bambini. La moglie in tribuna. Il principe ereditario Carlo Filippo venuto fin quaggiù con la sciarpa al collo. L'inno nazionale, "du gamla, du fria", tu antica, tu libera, anche se stavolta non l'ha cantato; otto mesi fa ne aveva inciso una versione disco per lo spot d'una macchina, tre milioni di visualizzazioni e disco d'oro.

venerdì 24 giugno 2016

L'ultima corsa di Ibra santo e canaglia

NIZZA
LO SPACCONE, lo sbruffone, l'Ibrahimovic gradasso è rimasto fuori. Quest'uomo di 35 anni che abbassa gli occhi riesce perfino a fare tenerezza. «Non voglio giocare alle Olimpiadi. La mia ultima partita con la Svezia sarà l'ultima della Svezia agli Europei. E non voglio che sia già arrivata». Lo dice fissando il vuoto, o forse la moquette nera nella pancia dello stadio di Nizza, una città dove in genere non si viene per lasciarsi. La domanda che ha scatenato la confessione gli è giunta in olandese: la lingua del paese in cui è cominciato il suo cammino internazionale. Senza accorgersene Ibra ha chiuso un cerchio rispondendo in inglese, la lingua della sua prossima sfida, quando si sarà sfilato questa maglia gialla. «Non mi piace restare deluso, non mi è mai piaciuto. Porterò per sempre la bandiera della Svezia dentro di me con orgoglio e gratitudine, nella mia ultima partita vorrei che non ci fosse rimpianto».
Allora mettici finalmente del tuo, Ibra, stasera contro il Belgio. Non possono bastare i tre tiri scarsi visti con l'Irlanda e l'Italia, nemmeno un passaggio da ricordare, nemmeno una traccia del giocatore che contende a Ronaldo la possibilità di diventare il primo della storia a far gol in quattro Europei di fila.

domenica 19 giugno 2016

Noi e quelli venuti dal freddo

Stenmark e Thoeni
QUELLI del Gre-No-Li erano quasi più italiani di noi. Green e Nordahl avevano fatto gol e vinto scudetti per il Milan, Liedholm iniziava a farsi conoscere in panchina portando il Varese in A. La Svezia era materia quasi esclusiva delle élite. I film di Ingmar Bergman, la terza via in politica di Olof Palme. Finché arrivarono quei due e la resero ai nostri occhi una nazione pop. Gli Abba cantavano, loro ci tagliavano la strada nello sport. Noi avevamo Panatta, loro Borg. Noi avevamo Thoeni, loro Stenmark. Se ne inventavano sempre una, benedetti svedesi. «Eppure avevamo un vantaggio. Ovunque fossimo, ogni due o tre settimane noi italiani potevamo tornare facilmente a casa a rifare la valigia. I loro inverni non glielo consentivano. Dovevano dare più di noi per emergere». Gustavo Thoeni aveva 24 anni quando la rivalità col diciottenne Ingemar dalla faccia d'angelo divenne «la sfida del secolo», così la chiamarono i giornali, alla maniera della boxe. Non era boxe, per fortuna, lì già avevamo preso una lezione: su un ring a Bologna, una ventina d'anni prima, Johansson - altro Ingemar - aveva portato via l'europeo dei massimi a Franco Cavicchi, detto il "nuovo Carnera".

sabato 18 giugno 2016

Le radici di Ibrahimovic



MALMÖ. L’uomo arrivato a Parigi da re e andato via da leggenda, a casa sua è qualcosa in meno e molto di più. È un idolo e un fantasma, è un dio lontano, del resto a chi verrebbe in mente di venerare un vicino di casa. Mentre Manchester si prepara ad accoglierlo con un assegno da 13 milioni all’anno per ricongiungerlo a Mourinho e guastare i giorni a Guardiola, esiste un solo posto in cui sia ancora possibile essere Ibrahimović senza smettere di sentirsi Zlatan. Qui, dove tutto è iniziato, dove grazie a lui la vita è cambiata prima che il ponte di Öresund unisse la città a Copenhagen.

venerdì 27 maggio 2016

Da Borg al nulla: cos'è successo alla Svezia nel tennis


STOCCOLMA. Thomas corse a rete sulla smorzata dell’avversario, aprì il dritto, appoggiò la palla nell'angolo alla sinistra del russo Safin, e poi alzò lo sguardo per vedere dove andava a morire il pallonetto. Oltre la riga. Aveva vinto. Non si inginocchiò, non lanciò la racchetta, non baciò il cemento di Melbourne. Strinse banalmente i pugni e sorrise. Un gesto normale. “Non ebbi la sensazione che fosse qualcosa di storico”. Nel gennaio 2002 la Svezia stava vincendo il suo ultimo Slam e non lo sapeva. Nella terra che dagli anni ‘70 associamo al tennis, non ci sono più campioni. Spariti in 14 anni. Non manca solo chi sia capace di vincere al Roland Garros, manca un titolo in un qualunque altro torneo, mai una finale negli ultimi 5 anni, neppure una semifinale, né un giocatore fra i migliori 100 al mondo. Ce ne sono in tutto due fra i primi 400. Come un Brasile senza calciatori.

martedì 30 settembre 2014

La tripletta di Ekdal e la domenica della vita


C'È GENTE che per anni si allaccia prima una scarpa e poi l'altra, sta attenta a non calpestare le righe, strappa ciuffi d'erba all'entrata in campo. Cose così. Ce ne sono tanti che perdono la salute a orientare gli eventi e dribblare il caso, si impegnano nell'iterazione dei loro gesti con l'illusione di garantirsi in copia conforme ogni giorno che passa, forse convinti che rivivere e replicare sia un modello di felicità. Poi alle quattro di una domenica pomeriggio, passa da San Siro uno svedese che non è Ibra e smaschera le miserie della scaramanzia. Che è per forza roba da conservatori. Del resto se anche Ekdal avesse un rito per far scorrere la sua vita come sempre, non segnerebbe tre gol a San Siro tutti insieme, visto che in genere non ne fa più di uno all'anno. Oppure un rito ce l'avrà anche lui, ma evidentemente non funziona.

domenica 4 luglio 2010

Ronnie Hellström e il giallo delle madri di Plaza de Mayo

ronnie Ho parato con i piedi, ho parato con il corpo, ho sempre parato con tutto me stesso. Io, Ronnie Hellström, svedese di Malmö. La città di Ibrahimovic e di Anita Ekberg, scegliete voi chi preferite. Se c'è un calciatore svedese legato ai Mondiali, be', allora quello sono io. Intanto, per via di un film. Nel film io sono quello con i baffi. C'era poco da prendersi sul serio in quel film, e se hai i baffi la cosa ti aiuta. Avevo 25 anni, e anche questo aiuta. Giocavo nell'Hammarby. Sia nella vita sia nel film. L'Hammarby è una squadra di Stoccolma che adesso si tarantola in serie B. Ma all'epoca era una grande del calcio svedese. Insomma una grande proprio no, lo scudetto non lo vincemmo mai. Ma a me piaceva pensare che ogni anno potessimo provarci.

giovedì 1 aprile 2010

Bergqvist, che non sapeva dire di no



Oltre strade, binari e ponti, oltre la Slussen, stavano le ripide scogliere e le case degli operai. Nel quartiere di Södermalm, la working class si dannava per costruirsi un futuro migliore, i ricchi di Stoccolma ci venivano a fare le vacanze. Strindberg ha raccontato questo posto meglio di tutti. Sono nato qui e qui giocavo, nell'Hammarby, la squadra dei figli degli operai. Era il 1930. Gandhi faceva la marcia del sale, a Berlino scoprivano la Dietrich e noi svedesi piangevamo la morte di Gullstrand, il nostro Nobel per la medicina che aveva studiato l'astigmatismo. Avevo sedici anni e giocavo a bandy, lo conoscete il bandy, vero?

giovedì 5 novembre 2009

Il calcio ai tempi del barone


Arrivò in Italia dicendo a suo padre che si sarebbe fermato un anno massimo due, invece è sepolto qui. Oggi sono due anni che Nils Liedholm manca al calcio. Fu il primo a comparire sulla copertina dell'album delle figurine dei giocatori. Aveva sposato una contessa e lo chiamavano Barone. Diceva cose che lasciavano a bocca aperta, figurarsi noi bambini. Una specie di Zeman prima di Zeman, e una specie di Boskov prima di Boskov. Ma più elegante. Fu lui a farmi innamorare di Antognoni senza neppure averlo visto giocare. Erano gli anni in cui allenava la Fiorentina. Al Guerin sportivo raccontò in un'intervista che aveva un giovane in grado di palleggiare in allenamento, attraversando tutto il campo da una porta all'altra, senza mai abbassare lo sguardo sulla palla. Liedholm lo chiamava il ragazzo che gioca guardando le stelle. Come oggi fa Montolivo.