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lunedì 29 gennaio 2018

Platini e la barriera di piume


L'illustrazione è opera di @a.jack199

Sedicesimi di finale: Germania 2014 - Francia 1982/1986
Dove si evince l'immenso potere di una punizione

English version, abstract >>> here 

A un minuto dalla fine Michel Platini sbuffò e si lasciò cadere. Aveva il gomito avvitato nell'erba, il mento appoggiato al palmo della mano e adesso aspettava che i tedeschi la smettessero di sollevare inutili questioni. Dall'alto del ruolo di campioni in carica, tenevano in ostaggio il pallone e chiedevano di esporre le proprie ragioni a qualcuno che stesse un po’ più su di questo arbitro scelto chissà da chi, un birraio di Gand dalla faccia rossa e i capelli bianchi come la schiuma, convinto d'essere credibile mentre in fiammingo impartiva l'ordine di proseguire, andare avanti, continuare e chiudere la partita come nulla fosse, ché presto o prestissimo quei dieci corvi dagli alberi calati fin sul campo sarebbero volati via lontano: a lui non pareva bizzarro neppure che fossero alti un metro e ottantadue.

domenica 8 gennaio 2017

Mannheim e i 200 anni della bicicletta


MANNHEIM. In un giovedì di fine primavera, il figlio del giudice di Baden uscì di casa con il peso dei suoi quattro nomi, un titolo di barone che non vedeva l’ora di ripudiare e un attrezzo di legno che fece ridere i passanti. Aveva due ruote, otto raggi, un sellino e l’ambizione di proporsi come alternativa al calesse. Il 12 giugno saranno passati duecent’anni dalla prima passeggiata, e se questo 2017 nasce nel segno della bicicletta, bisogna tornare dove tutto cominciò, tra il Reno e il Neckar, a Mannheim, città che alle strade del suo centro urbano non ha dato nomi ma numeri e lettere. Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn partì dal blocco M4, dove oggi sono disposte decine di uffici dentro cubi di mattoni rossi e bianchi, e dove allora, a poche centinaia di metri, aveva abitato la signorina Constanze Weber, andata in moglie a un ventunenne musicista di un certo talento, di nome Wolfgang e di cognome Mozart.

martedì 5 luglio 2016

La Treccani e l'irriducibile Stielike

LILLE. I baffi, il ghigno, il tackle. Uli Stielike era il Cattivo. Era il Lee Van Cleef del calcio. Brera lo chiamò "truculento" e "cinico". Noi avevamo l'eleganza di Scirea, i tedeschi il più duro dei liberi. La Treccani gli ha dedicato una voce in cui viene definito "tenace e irriducibile". Troppo poco. Trent'anni fa Uli Stielike era la nostra idea del Male, perché se vedeva un pallone e una gamba prendeva pallone e gamba, ma soprattutto perché giocava dall'altra parte. A 61 anni è il ct della Sud Corea. Ha più vinto che perso, ma quel che ha perso dice di non ricordarlo più. Ha rimosso. "Non ho mai avuto l'abitudine di collezionare cattivi ricordi. Cerco di cancellarli".


Ha cancellato pure quello che in Germania chiamano Italien-Trauma?
"Trauma? Quale trauma? Ho perso una finale mondiale con l'Italia ma non ho mai smesso di dormire bene. Una delle prime cose che mi hanno insegnato da ragazzino: nel calcio si vince e si perde. La digestione di un successo e di una sconfitta deve essere parte dell'educazione sportiva delle persone. Per noi poi fa parte del lavoro. I traumi sono un'altra cosa".

sabato 2 luglio 2016

Briegel e il pericoloso contropiede


HANS-PETER Briegel parla ancora un magnifico italiano. Le erre al telefono vibrano. «I riccioli biondi sono diventati bianchi». È stato negli anni '80 l'incarnazione del prototipo del calciatore tedesco. Potenza, esplosività, resistenza. Da ragazzo aveva lanciato il giavellotto e saltato 7 metri e 50 in lungo. È tornato a vivere a 61 anni nella sua Kaiserslautern dopo essere stato trascinato dal calcio in Turchia, in Albania, in Bahrein. «Ho appena incontrato i dirigenti del club per capire se posso dare una mano a riportare la squadra in Bundesliga. Non è da noi la serie B». In B come il Verona, a cui nel 1984 s'aggregò per farne una squadra da scudetto. Due anni prima aveva perso la finale mondiale con gli azzurri in Spagna, a Roma era stato campione d'Europa nel 1980. «Era il campionato più bello del mondo. Solo due stranieri per squadra ma c'erano i migliori. Maradona, Zico, Rummenigge. È cambiato tutto. Solo Italia-Germania non cambia mai».

venerdì 1 luglio 2016

Netzer, il tedesco diverso

È STATO il primo tedesco oltre gli schemi, fuori e dentro il campo. Girava in Ferrari, era proprietario di una discoteca, concedeva ai compagni l'onore di correre al posto suo. Portava i capelli lunghi come un olandese e il 10 dietro la maglia quando la Germania vinse il primo Europeo nel ‘72. Guenter Netzer era il raggio di Moenchengladbach dentro il blocco del Bayern. «Ma in Nazionale scoprii che Beckenbauer guadagnava più di me». Così diverso da diventare il primo tedesco nella storia del Real. «Italia- Germania», dice ora a 72 anni, «è una partita che il calcio non si stancherà mai di guardare».

giovedì 30 giugno 2016

La Germania e la promozione del talento

Draxler e Goetze

QUELLI con la maglia bianca. Forse ci siamo visti già. Dov'era: Messico, Madrid, Dortmund, Varsavia? Rivera aggrappato al palo, Pablito che spunta dalla polvere, Pirlo che di tacco trova Grosso. La pipa di Pertini e i muscoli di Balotelli. Si sa come sono fatti. Li conosciamo. Ci conoscono. Noi estrosi, loro assennati. Noi l'ingegno, loro la saggezza. Noi la follia, loro l'equilibrio. Li abbiamo spesso battuti con la creatività, sabato andiamo a Bordeaux per capire se Conte saprà farlo con una mano diversa di carte. Quelli con la maglia bianca ora sembrano i latini, più latini di quest'Italia che gioca su organizzazione, corsa, efficienza.

mercoledì 29 giugno 2016

Draxler e la Germania nemica geniale

Draxler contro la Germania

C'è una nuova Germania che contraddice le nostre certezze. Potevamo batterli o perdere, ma noi eravamo i creativi e loro gli uniformi. Noi estrosi, loro assennati. Noi l’ingegno, loro la saggezza. Noi la follia, loro l’equilibrio. Ora non più. La Germania di Löw sembra più latina di quest’Italia che gioca su organizzazione, corsa, efficienza. Ha abbracciato la strada che una volta piaceva al nostro calcio.

lunedì 20 giugno 2016

Il cucchiaio di Panenka ha 40 anni

20 giugno 1976: il rigore di Panenka contro Maier nella finale degli Europei
20 giugno 1976: il rigore di Panenka contro Maier nella finale degli Europei[/caption] Quando Antonin Panenka prese la rincorsa, sapeva chi era, non cosa sarebbe diventato. Suo padre avrebbe voluto fare il calciatore, ma era avido di corse in moto, ebbe un incidente e fine dei sogni. Così aveva portato il bambino a vedere le partite, anche sei o sette in un week-end. Quando Antonin Panenka prese la rincorsa per il tiro decisivo nella finale degli Europei ’76 che si stava chiudendo ai rigori contro la Germania – il 20 giugno sono quarant’anni - si ricordò dei sacrifici, degli allenamenti, dei funzionari del partito che vigilavano sulla Nazionale, del divieto di fumo, del divieto di sesso tre giorni prima di ogni partita, delle multe per ogni birra bevuta; si ricordò dei suoi due grandi modelli, Didi e Masopust, e decise di tirare come da due mesi aveva in testa di fare.

lunedì 13 giugno 2016

Il lontanissimo Mondiale di Götze


LENS. Mentre Guardiola salutava impassibile la Germania, sfiancato da Simeone e dall'Atlético di Champions, Götze quella sera stessa se ne stava con un maglioncino rosso e un borsello di cuoio sotto il braccio, addossato al corridoio dell'Allianz Arena.

martedì 20 ottobre 2015

Bonhof e il Borussia prima del Borussia

Rainer Bonhof in maglia bianca contro il Liverpool

C'ERA un Borussia prima che arrivasse il Borussia. Oppure, come dice Rainer Bonhof, di Borussia ieri e oggi, ce n'è sempre stato uno: «Noi». Mentre a Dortmund erano in B, un puntino sulla carta geografica della Germania diventava famoso a metà anni Settanta per il suo calcio, bello e di successo. L'Europa imparò la pronunzia di Mönchengladbach solo per poter dire contro chi perdeva: 5 campionati su 8 soffiati al Bayern del ciclo d'oro, più una Coppa Uefa e una finale di Coppa Campioni. Mercoledì ritrova la Juve, come nel ‘75, dopo una lunga discesa all'inferno: il terzo posto della scorsa Bundesliga è il miglior piazzamento dal 1987. Rainer Bonhof, uno dei leader di quella squadra, campione del mondo nel ‘74, oggi è vicepresidente.
Cosa hanno in comune l'esperienza degli anni Settanta e la squadra di oggi?
«Il nome, credo, e basta. Il calcio è cambiato. Sono saltate abitudini, costumi, gerarchie. I diritti tv hanno modificato il quadro in cui il Borussia era una potenza. Non dico che sia impossibile ripetersi, infatti il club si sta attrezzando, ma quei presupposti sono stati stravolti».

lunedì 16 marzo 2015

Aubameyang e il calcio respirato da Dortmund


MEGLIO che la Juve lo sappia. «Questo è un posto unico, una città che vive per il calcio. Dortmund ha il calcio nel suo respiro». E se la Juve già sa o immagina quale ambientino troverà intorno a sé mercoledì sera, c'è comunque Pierre-Emerick Aubameyang a ricordarle adesso che «il lavoro fatto durante la sosta invernale sta pagando. Insomma, noi siamo pronti». Pronti ad accendere il fuoco sotto l'acqua che bolle dentro il Westfalenstadion, dove negli ultimi venticinque anni mezzo calcio italiano ci ha lasciato la pelle: la Roma di Boskov e Giannini, la Lazio di Zeman e Boksic, il Parma di Ancelotti con Cannavaro e Buffon (nonostante due rigori parati), ancora Ancelotti con il Milan di Maldini, Pirlo e Inzaghi, fino all'ultimo Napoli di Benitez. Ma qui proprio la Juve ha vinto tre volte (nel ‘93, e due nel ‘95), qui l'Italia di Lippi con un ricciolo di Del Piero batté la Germania per andare in finale Mondiale. Da Dortmund a Berlino: la rotta per la Juve, nove anni dopo, è la stessa. Col Borussia di mezzo.

martedì 24 febbraio 2015

Il calcio matematico di Hitzfeld



PERUZZI , Ferrara e Deschamps. Zidane, Boksic e Vieri. Che Juve, la Juve di Lippi. In Europa non perdeva da 11 partite. Fino a quella sera lì, 28 maggio ‘97. «La chiave di tutto era convincere i miei che potevamo batterli». Infatti. 3 a 1 per il Borussia (due gol di Riedle). «Credi in te stesso. È stata la mia filosofia ». Ottmar Hitzfeld era il motivatore di quella banda capace di riportare dopo 32 anni lo scudetto a Dortmund e dopo 14 la Champions in Germania. È l'uomo che ha tolto per sempre di dosso a un ambiente la paura di vincere. Oggi commenta il calcio per Sky nel suo Paese. Nessuno più di lui sa cos'è il calcio a Dortmund.
«Arrivai nel ‘91, c'erano dei sogni, li abbiamo realizzati. La Ruhrpott è la regione degli operai, del lavoro durissimo. Non c'era altra cosa che il calcio, la vera religione di quell'area. Diventammo campioni con Chapuisat in attacco, uno svizzero che non erano in tanti a conoscere. Io sì, io venivo dalla Svizzera».

sabato 8 novembre 2014

Le piccole conquiste della libertà


Questa è una foto in cui sono inciampato, era su un giornale francese, le Nouvel Observateur. Dice più di tante analisi sulla Germania dell'est, mentre si rievocano un po' dovunque quella stagione e la caduta del Muro di Berlino, a 25 anni di distanza.
In questa foto, di Pierre-Emmanuel Weck, sono passati nove mesi dal giorno in cui i tedeschi orientali avevano festeggiato la libertà. Agosto 1990, dalla ex Ddr ci si poteva spostare ormai verso l'altra parte, simbolicamente si attraversavano i pezzi di muro ancora in piedi, i varchi. La Germania Ovest aveva appena vinto i Mondiali di calcio, gli ultimi senza ancora una Germania unita, insomma erano giorni di passaggio. Quando l'est non era più est, ma non era ancora parte di ciò che chiamavamo ovest.
Bene.
Dentro la Storia poi ci sono gli uomini, e le donne, e le piccole cose della vita. I piccoli gesti delle comparse, degli invisibili. Che a saperli leggere, ecco, a saperli leggere capisci in silenzio il giro che fa il mondo. Come questa signora che passa la linea della libertà negata, e ormai abbattuta, per andare all'ovest a comprare carta igienica. Perché di là, la carta igienica era migliore.

sabato 12 luglio 2014

Kroos, ultimo figlio della Germania est

tonikroos18 Il Signor Ultimo si chiama Toni Kroos. Due mesi dopo la caduta del muro di Berlino e nove prima che la Germania diventasse una sola, Kroos nasceva a Greifswald, un tempo borgo di pescatori sul Baltico, oggi città universitaria, anzi un'Università con una città cresciuta intorno. Gioca contro l'Argentina per diventare il primo calciatore tedesco dell'est a vincere il mondiale, il primo e l'ultimo insieme, a essere precisi.

giovedì 12 giugno 2014

Schumacher e il caso Battiston

schum2 Non ho voglia di andare su YouTube a guardare quelle immagini, altrimenti finisce che comincio a sentirmi in colpa. Invece non voglio, invece non devo. E' successo e basta, ma all'epoca io non volevo costruirci intorno tutto il teatro che fecero. Platini era una decina di metri oltre la metà campo. Lui era di quelli che sanno vedere uno spazio di campo prima degli altri. Toccò due volte il pallone e lanciò lungo verso la mia area, dove stava arrivando Patrick. Lo chiamo Patrick perché oggi siamo amici, insomma, amici no, ma dopo l'incidente abbiamo ricominciato a parlarci, mi ha anche invitato al suo matrimonio.

venerdì 23 maggio 2014

Mehdi Cerbah e la vergogna di Gijon

cerbah Simpatico non è un complimento. Simpatico vuol dire innocuo, piacevole e inoffensivo, docile, mansueto. Vi auguro che non vi chiamino mai così, che non vi chiamino mai come facevano con noi, l'Algeria del 1982. Era metà giugno, faceva caldo a Gijon quando diventammo la sorpresa dei Mondiali. La prima squadra africana a firmare un'impresa, memorabile, altro che, se è vero che battemmo la Germania. A loro mancava solo Hansi Mueller, il regista dalle ginocchia di cristallo. Gli altri campioni c'erano tutti. I bookmakers inglesi davano la nostra vittoria 12 a 1, beati quelli che ebbero l'intuizione di puntarci 10 sterline sopra. Madjer e Belloumi lasciarono il segno più di Littbarski e Rummenigge, e Hrubesch, e Breitner, e Stielike.

domenica 20 aprile 2014

Sepp Maier, il portiere che voleva ridere

sepp-maier I passaggi furono quindici, me lo ricordo ancora. Ricordo la corsa all'indietro che fece Cruyff per andare a prendersi un pallone a ridosso della sua area. Poi rimase lì, a centrocampo, e al quindicesimo passaggio consecutivo, senza che noi tedeschi toccassimo mai il pallone, lo vidi partire verso di me. Accelerò in uno spazio vuoto che forse aveva visto solo lui, forse neppure c'era, lo aveva creato da solo. Toccò il pallone otto volte tenendolo sempre incollato al piede destro, collo, esterno, collo. Non c'era niente da fare. Mi avrebbe fatto gol, dovemmo buttarlo giù. Calcio di rigore. Neppure un minuto di partita, neppure un minuto della finale che giocavamo in casa contro l'Olanda, e c'era rigore per loro.

giovedì 27 marzo 2014

Tilkowski e il gol fantasma

C'è sempre qualcuno che si avvicina e mi chiede, Posso farti una domanda. E io senza neppure aspettarla rispondo, Non era entrata. Tanto so già cosa vogliono sapere: se il tiro di Hurst era dentro o fuori. Non era gol, lasciatevelo dire da me, Hans Tilkowkski che ero lì vicino. Il portiere che ha subito il gol fantasma più famoso che c'è. Finale dei Mondiali del '66, stadio di Wembley. L'Inghilterra padrona di casa contro di noi, la Germania. Noi in bianco, loro costretti a vestire di rosso. A nessuno importa mai cosa successe nei primi 90 minuti. Nessuno che venga a chiedermi cosa disse Haller dopo il gol del vantaggio, o che cosa gridai a Höttges quando si fece scappare Hurst nell'azione del pareggio.

venerdì 7 febbraio 2014

Trautmann, il prigioniero adottato dagli inglesi


Quando gliene parlai occhi negli occhi, Sepp Herberger fu subito drastico. Mi disse che in nazionale non poteva chiamarmi, non c’era posto per me, anche se ero uno dei migliori portieri di tutta Europa. Se avessi giocato nel campionato tedesco, ecco, forse una soluzione si sarebbe potuta trovare, o neppure, chi lo sa, lui all’inizio disse così. Forse era una scusa. Sepp non trovava opportuno che il numero uno della Germania fossi io, dopo tutto quello che era successo. Di certo non potevo immaginare che un anno più tardi la Germania sarebbe diventata campione del mondo e che io, Bert Trautmann, avrei saputo la notizia soltanto dalla radio.

martedì 26 novembre 2013

Klopp, il monello Borussia


DORTMUND. Il tunnel che porta al campo è stretto e basso. Jürgen Klopp china la testa. Ci passa a stento. «Qui sotto si sta tutti pigiati, ventidue calciatori, i bambini tenuti per mano, due allenatori, cinque arbitri». Fa un trillo, Klopp è anche un formidabile imitatore di fischietti. «L'arbitro dice "andiamo" e noi camminiamo schiacciati uno all'altro». Indica la luce là in fondo. «Quando il tunnel finisce e sbuchiamo sul prato, bam, pare di essere di nuovo partorito da mia madre». Ride forte, ride spesso. «È come rinascere. In campo si simula la lotta per la sopravvivenza».