martedì 26 novembre 2013

Klopp, il monello Borussia


DORTMUND. Il tunnel che porta al campo è stretto e basso. Jürgen Klopp china la testa. Ci passa a stento. «Qui sotto si sta tutti pigiati, ventidue calciatori, i bambini tenuti per mano, due allenatori, cinque arbitri». Fa un trillo, Klopp è anche un formidabile imitatore di fischietti. «L'arbitro dice "andiamo" e noi camminiamo schiacciati uno all'altro». Indica la luce là in fondo. «Quando il tunnel finisce e sbuchiamo sul prato, bam, pare di essere di nuovo partorito da mia madre». Ride forte, ride spesso. «È come rinascere. In campo si simula la lotta per la sopravvivenza». 

Sopravvivenza, Klopp. Domani, contro il Napoli, il Borussia è obbligato a vincere. «Siamo abituati. Non ho mai giocato per pareggiare. Ah, sì, una volta. L'anno scorso, in semifinale, a Madrid». 
Si aspettava il Napoli in testa al girone dopo 4 partite?
«Perché no? È una squadra vicina al nostro livello. Ci hanno battuto all'andata, ma non fu una serata normale. La partita fu influenzata da due episodi: l'espulsione di Weidenfeller e la mia».
Rimpianti?
«Se fossi stato l'arbitro, avrei usato buon senso. Subotic stava rientrando dopo le cure mediche, avrei fatto riprendere il gioco con calma. Invece abbiamo preso gol».
Rafa Benitez ha detto che il calcio è bugia. Per lei cos'è?
«Energia. Sono felice quando le statistiche a fine partita dicono che abbiamo corso 10 km più degli avversari. C'è chi obietta: si deve correre nella direzione giusta. Okay, nella direzione giusta, ma meglio 10 km più degli altri. È la prima regola che ti danno da bambino: corri».
Il suo è un calcio primitivo?
«Vai, dai tutto. Se non si dà tutto, non mi diverto. Mi annoia vincere in un altro modo. Quando non corriamo più degli altri, io sbadiglio. Diventa come il tennis».
Non le piace il tennis?
«Non è questo. La differenza si fa con il lavoro fisico, non con le idee tattiche. Non mi sento uno che schiocca le dita e oplà, il genio ha deciso la partita. Meglio correre. Così una squadra ha il rispetto della gente».
Mezza Europa invidia il modello Borussia. Che effetto fa?
«Non è una cosa che incide sulle mie giornate. Mi rende orgoglioso, ma io non lavoro per essere orgoglioso di me. Mia madre deve esserlo. Lo ammetto: non mi piace che tutti parlino di modello Borussia».
Perché?
«Adesso tutti vorrebbero essere noi, ma tre anni fa quando perdevamo dov'erano? Non li sentivo dire: oooh, ma guarda che bel calcio il Borussia».
Come ci siete arrivati? 
«C'è un mondo di passione dietro di noi. In questo stadio non potremmo giocare un calcio diverso. Non siamo uguali agli altri». 
E lei come descriverebbe il modello Borussia? 
«Siamo gli unici che possono andare da un ragazzo di talento a promettergli che da noi crescerà in un ambiente stabile, con lo stesso allenatore. Questo è il messaggio. Responsabilità degli uni verso gli altri. Se perdi 10 partite di fila altrove pensano sia normale cambiare. Qui no. Eppure, se il Borussia cercasse un nuovo allenatore, arriverebbero a piedi dalla Cina. Questa responsabilità vale anche per me. Il Borussia sa che se mi chiama il Real Madrid, io resto qui».
Perciò ha prolungato il contratto fino al 2018? 
«Ho firmato perché a Dortmund nessuno mi chiede della barba, di come vesto, di come parlo in tv. Parliamo solo di calcio».
È vero che l' avevano contattata il City e il Chelsea? 
«Hanno chiamato tanti. Adesso possono risparmiare sulle telefonate. Non lavoro per guidare la squadra migliore al mondo, lavoro per poterla battere».
Non le piacerebbe un budget più alto? 
«Se lo avessi, andrei a prendermi Ibrahimovic. Mi piacciono i giocatori matti. Ma sul mercato conta avere idee chiare, non solo i soldi. Non costruirei mai un dream team».
Cos'è che non va in un dream team?
«È perfetto per lo show. Ma venticinque super-super-super star creano problemi. Devi avere sempre un buon motivo per spiegargli l'esclusione. Così, appena c'è uno che starnutisce, l'allenatore corre e gli fa: che peccato, domenica non giochi. Non è da Borussia. Ecco perché sono la persona giusta nel momento giusto. Qui».
È un romantico? 
«Non io. Il Borussia è romantico. Quando sono arrivato, ho capito cosa sia la fiducia. Forse nasceva dal lavoro fatto al Mainz, forse gli stavo simpatico come commentatore della tv Zdf». 
A proposito di tv. Che effetto le fa rivedersi quando si agita?
«In certi momenti da qualche parte si schiaccia un bottone dentro di me ed esce quella faccia. Altri allenatori sono dei baronetti, portano la giacca, fanno l'inchino. Io metto la tuta e schiaccio il cinque. Loro fanno suonare i violini, il mio calcio è heavy metal».
Heavy metal? 
«C'è chi dirige la squadra come un'orchestra. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, le parate dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall'altra parte. Devo farmi sentire dai miei, voglio una squadra che faccia "bang". Se da bambino avessi visto giocare il Barcellona degli ultimi 4 anni, con la sua serenità, le sue vittorie per 50, per 6-0, credo che avrei giocato a tennis».
Non le piace il calcio di Guardiola?
«È perfetto. Ma non è il mio sport, non è la mia filosofia. Non mi piace il calcio della serenità, mi piace il calcio delle battaglie. La pioggia, il fango, mi piace uscire dal campo con la faccia sporca, con le gambe così pesanti da credere che non riuscirai a giocare per settimane. Io esulto anche per una palla recuperata. Questo è il Borussia».
È per questo che oggi siete una squadra cult?
«Molti vengono dall'estero per vederci. O forse vengono a Dortmund per la birra. Di certo non vengono nel nostro stadio per guardare una recita, non facciamo Romeo e Giulietta, siamo calcio puro, calcio vero».
Invece cos'è oggi il calcio italiano? 
«Non ho tempo per guardare tante partite, sono sorpreso dalla Roma, da come la fa giocare Garcia. Bellissima. Quando poi c' è Totti... È incredibile Totti. Anche se non sono bei giorni per l' Italia, eravate i migliori in difesa».
Si ispira ancora alla difesa di Sacchi?
«È stato uno dei miei modelli. Ho studiato sui video della sua squadra, sui movimenti di Maldini e Albertini».
Oggi a chi darebbe il pallone d'oro degli allenatori? 
«Jupp Heynckes. Spero vinca lui».
Cosa farà fra vent'anni?
«Ho dedicato al calcio il periodo migliore della mia vita. È la sola cosa che credo di saper fare. Se mi chiedessero di costruire un tavolo, potrei impiegarci 30-40 anni. È come se avessi due mani sinistre»

(Repubblica, 25 novembre 2013)

1 commento:

Blogger ha detto...

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