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lunedì 14 marzo 2022

La leggerezza di WIlson, il capitano baronetto

Successe a Sunderland, a Doncaster, a Wolverhampton, a Londra per una partita contro l'Arsenal nel vecchio stadio di Highbury e pure davanti al mare di Ipswich. Ogni volta che la Lazio volava in Inghilterra, Pino Wilson si trovava a fissare l'orizzonte e a fare i conti con una tentazione, scappare, salire su un treno, esplorare. Desiderava vedere finalmente Darlington, almeno una volta, su al nord, dove tra carbone e acciaio erano diventati famosi per la lana e per la prima ferrovia al mondo. Voleva risalire alle radici, scoprire la sua culla, era nato là e non c'era tornato mai. Era di quella Lazio il volto della saldezza, portava la fascia da capitano, ma aveva pure lui le sue malinconie. Suo padre Denis, inglese, aveva fatto il militare a Napoli, la città dove si era innamorato di Rachele. Dentro uno spogliatoio che aveva assegnato a ciascuno un ruolo, Wilson era il dominus d'ogni contesto, era l'altra faccia di Chinaglia, la sua spalla forte, almeno fino alla crisi post scudetto che portò Giorgione in America e la squadra dei miracoli a smembrarsi. Luigi Martini aveva la parte dell'oppositore, Sergio Petrelli quella dell'irregolare che aveva portato le pistole dentro lo spogliatoio, Renzo Garlaschelli il viveur, Mario Frustalupi il filosofo socialista, Felice Pulici un buono agostiniano, Franco Nanni il timido, Vincenzo D'Amico la recluta, Giancarlo Oddi l'ingenuo, Mario Facco una specie di fool shakespeariano. Wilson era invece per tutti il Baronetto, per altri il Padrino. Proiettava questa posa di stabilità e di fermezza pure sul campo. Quando Gianni Brera se ne avvide, di lui scrisse: «La difesa ha scoperto in Wilson un regista sapiente, non che sia gran cosa l'anglo-napoletano, in fatto di acrobazia: è anche miope e sulle palle spioventi da lontano non si sente a suo agio, come è ovvio: però nel tackle è tempestivo e qualche volta maligno. Nei disimpegni tocca di piatto destro con ricercata eleganza».

lunedì 30 novembre 2020

L'ultima volta ch'è morto Maradona


Quante cose è stato, tutte insieme, nell'unico posto al mondo che l'ha reso martire e sovrano, dove si vive toccando il cielo e ci si converte in un secondo al pessimismo. La città che prima mise un suo capello sotto una teca nella vetrina di un bar e poi rinchiuse direttamente lui sotto una cappa morbosa di venerazione. La città che lo ha costretto a vivere di notte e che in periferia gli aveva intitolato una Rotonda. La città che lo ha trattato come una divinità, mai come un divo, venerandolo più dei suoi cinquantadue santi patroni e il loro sangue sciolto. La città che quando giurava diceva ha da muri' mammà, iniziò a giurare su Diego Maradona, detto qualche volta O Nennillo, come il bambino Gesù, oppure O Masto, il maestro, per i più anziani la parola che indica il datore di lavoro, dunque il guadagno, il benessere, la riconoscenza. Era Diego, semplicemente. Diego solo con il nome, alla maniera di Eduardo, anzi come Eduardo diceva che meritassero di essere chiamati i re e i parrucchieri. È stato anche Dieco, con la c, anzi Thiechíto. È stato il nome di battesimo per 527 bambini nati in città, provincia esclusa, in quei 7 anni irripetibili, 12 dei quali Diego Armando e uno per intero Diego Armando Maradona. Fa il pizzaiolo in un comune nei pressi del Vesuvio. Vengono ancora gli inviati dall'estero per parlare con lui.

domenica 17 febbraio 2019

Banks e la parata del secolo che tolse il fiato a Pelé

Pelé era montato su Tommy Wright come avrebbe poi rifatto in finale sul povero Burgnich, arrivando a colpire il pallone da lassù, oltre i due metri. Lo aveva schiacciato a terra con violenza facendolo picchiare dentro l'area piccola e aveva urlato: goool - alzando le braccia prima del tempo - bucando con la voce pure il boato della folla. Perciò Gordon Banks credette di aver solo toccato la palla senza averle impedito di finire in porta, tanto che rimase un attimo accanto al palo con la testa bassa.
Si sbagliava. Il boato era per lui.
L'aveva presa. Lo capì rialzandosi dai complimenti dei compagni. Si voltò e vide che il pallone era sui cartelloni della pubblicità.
L'aveva deviato col braccio destro cadendo. Pelé era diventato una statua di sale. Gli mormorò: ti odio, prima di raccontare negli anni a venire: «Ho fatto più di mille gol nella vita ma la gente mi chiede dell'unico che non ho segnato». Terry Cooper passò a Banks una mano tra i capelli, mentre Bobby Moore lo fece ridere: «Ehi Gordon», gli disse, «stai diventando vecchio, un tempo l'avresti bloccata».

domenica 13 novembre 2016

Il mare di Enzo Maiorca


Mare ora inquieto ora cheto, ora torbido. Onde tra il limaccioso e il pastello. Flutti di mare negli occhi. Colori cangianti, che giocano a nascondino come le emozioni. Il mare come amore, il mare come ossessione. La passione tra l'acqua ed Enzo Maiorca, 69 anni, 28 volte recordman di apnea, è antica.
«A due anni a causa della mia salute cagionevole miei genitori andarono a vivere in riva al mare, a Grottasanta, 3 chilometri da Siracusa. Il primo ricordo che ho della mia vita è una distesa di acqua delineata dal contorno delle finestre che si affacciavano tutte sul mare. Le onde sbattevano negli infissi e lasciavano sui vetri scaglie di sale che si animavano con la luce. Quando tornava il sereno mi abbagliavo con tutto quel luccichio. Vedevo cento soli, cento lune, migliaia di stelle, tanti arcobaleni. E fantasticavo su cosa ci fosse al di là dell'orizzonte dell'acqua, dentro le onde». Maiorca parla con una voce da tenorino, flebile, delicata. E dire che ha polmoni infiniti, capaci di resistere senz'aria per sette minuti abbracciato agli oceani, e il coraggio di sfidare l'ignoto degli abissi e l'ignoto dentro il suo cuore.

sabato 20 febbraio 2016

La filosofia, lo spogliarello e il Torino. Intervista di Sermonti a Eco sul calcio

Altrove troverete ricordi di Umberto Eco più autorevoli. Qui, nel piccolo spazio calcistico di questo blog, ho trascritto un'intervista da lui rilasciata all'Unità nel 1982, alla vigilia del Mundial che l'Italia avrebbe poi vinto a sorpresa in Spagna. A intervistare Eco sul tema calcio c'era Vittorio Sermonti, in quel momento già autore di tre romanzi, curatore per la radio delle "Interviste impossibili", successivamente poeta e insigne dantista. Dopo il Mundial, Sermonti avrebbe pubblicato un meraviglioso saggio-dossier sul comportamento tenuto dalla stampa italiana in quei giorni: "Dov'è la vittoria" (Bompiani), purtroppo fuori catalogo (si può consultare alla Biblioteca nazionale di Roma). E' questa un'intervista spesso giocata sul registro dell'ironia reciproca. 

Professor Eco, che cosa pensa Ella del Mundial, che come saprà sicuramente...
"Non so nulla".
Si tratta di campionati mondiali di calcio, che si svolgeranno in Ispagna dalla prossima settimana.
"Pur essendomi nella vita occupato di un congruo numero di cose, a salvaguardia del mio equilibrio spirituale mi sono riservato zone di assoluto disinteresse e perfetta ignoranza. Per talune, il mio rifiuto è, diciamo così, intermittente, revocabile. Per altre, stabile, eterno e metafisico".
Mi par di capire che il calcio rientra in quest'ultima sezione.
"Ha capito bene".

mercoledì 6 gennaio 2016

Non era Malafemmena

Sono persino arrivati a dire che la sua celeberrima, splendida "Malafemmena" Totò l'abbia scritta per me... Totò... Era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi. Era un professionista favoloso. Molto signore, molto gentile, molto bravo. Anche se, allora, quei film che oggi sono portati alle stelle erano considerati commerciali. E lui ne soffriva. Per me aveva un'ammirazione immensa - ero molto giovane, allora - ma si accostava con una tale discrezione... con una tale carineria... Il grande bene che mi voleva me lo faceva capire. Mi faceva capire che mi avrebbe voluto sposare... Anzi, ne aveva parlato con papà. E papà gli diceva: "Guardi, Silvana è una ragazzina. Non pensa a queste cose". E lui mi faceva trovare in camerino i cioccolatini, i mazzolini di fiori guarniti con il pizzo. Era un amore, il suo... [...] E non soltanto il suo sentimento per me era così prepotente... Hanno cominciato a chiedermi in moglie all'età di dodici anni. Un po' prestino, direi. Anche se, vista di spalle, con i miei splendidi capelli sciolti, ne dimostravo qualcuno in più.

martedì 1 settembre 2015

Addio a Cancogni, un premio Strega ai Mondiali

canco
Manlio Cancogni, morto oggi a 99 anni
"Vedendo avanzare quella sagoma potente avevo provato una sensazione di vuoto allo stomaco, e come se una mano estranea avesse sospeso le mie facoltà vitali". Manlio Cancogni era rimasto affatturato da Coppi, dal suo lento avanzare in salita, lento ma meno lento degli altri. Quando il grande Fausto morì, così lo celebrò, in due pagine sull’Espresso, rievocandone un’impresa sull’Appennino in Toscana. Cancogni raccontava di un nubifragio che l’aveva sorpreso e di essersi rifugiato con un collega a Pistoia, in un sottopassaggio. “D’improvviso schiarì e apparve, in fuga, sulla strada lucida di pioggia, lui, Coppi…”. Era bartaliano, Cancogni: lo trovava più intelligente, mentre Coppi gli appariva nevrotico e malinconico: “Aveva la morte addosso”. Il Giro d’Italia lo aveva seguito da inviato, sin dal ’48 per “Il mattino dell’Italia centrale” di Firenze, secondo la tradizione italiana di arruolare scrittori dietro il ciclismo: Campanile, la Ortese, Buzzati, Pratolini, Malaparte, Gatto, Parise, Zavattini. Va detto che il rapporto fra la cultura letteraria italiana e lo sport è stato a lungo controverso, segnato da una discriminazione, dal pregiudizio che esistesse una materia “alta” e una materia “bassa” (lo sport era materia “bassa”), poi per l’uso propagandistico che il regime fascista aveva fatto delle vittorie sportive, infine in qualche misura anche da questo registro letterario adottato dalle pagine sportive dei quotidiani. Come se il pubblico potesse vedere soddisfatta già lì la propria voglia di narrazione sportiva. Cancogni viveva invece la passione per lo sport senza transenne. Un anno dopo aver vinto il premio Strega con “Allegri, gioventù” (Rizzoli, 1973) andava ai Mondiali di calcio in Germania per il Corriere della Sera. Nel ’58 aveva scritto di atletica per la Stampa dagli Europei di Stoccolma e solo due anni prima aveva dedicato uno dei suoi romanzi a un cavallo da corsa “La carriera di Pimlico”: un cavallo da piazzamenti, mediocre, una storia di sofferenza, la condizione dell’uomo medio, scrisse l’Unità “appena accesa da qualche sprazzo di successo in una società che tutto sacrifica al mito del purosangue e della meritocrazia borghese; una società scuderia in cui la massima libertà concessa è il capzioso allentamento delle briglie, per dequalificare e sfruttare altrimenti le residue energie dell’uomo-massa”.

venerdì 17 luglio 2015

Il 16 luglio di Ghiggia

IL 16 LUGLIO di Alcides Ghiggia è come il 23 aprile di William Shakespeare. Dentro c'è tutto. L'inizio e la fine. Per chi ama i simboli: è una ruota, un serpente che si morde la coda, il tempo circolare. Qualcuno direbbe: la perfezione.

sabato 11 luglio 2015

La Napoli di Omar Sharif

"Compro un grande giocatore e lo regalo a De Laurentiis". Omar Sharif ha fatto un sogno, lui che al cinema ha fatto sognare, vestendo da Che Guevara o zar Nicola, Gengis Khan e dottor Zivago. Un calciatore che rifaccia grande il Napoli. "Perciò non serve un trentenne, ma un giovane". Non uno qualunque, Sharif parla come un manager esperto. "Magari un ragazzo di 22 o 23 anni che cresca qui e porti la squadra di nuovo in serie A. L'ideale sarebbe un centrocampista che sappia far gol. Diciamo un Platini più giovane. Bisogna spendere bene i soldi". Divertendosi. Come del resto Sharif ha sempre fatto. I cavalli, il bridge, il jet set. Ora un Platini più giovane da regalare al Napoli, se ce n'è uno.

mercoledì 1 luglio 2015

Masopust, campione del mondo per tre minuti


ERA domenica. Josef Masopust mise il Pallone d'oro dentro una busta di plastica, salì in tram e andò allo stadio. «I tifosi devono vedere il trofeo». Diventava così il primo campione simbolo dell'Est, prima di Jascin, più di Puskás che nel frattempo si faceva spagnolo. Di qua il calcio scopriva i guadagni, di là c'era il loro dilettantismo. Masopust e gli altri. France Football e una giuria di 19 giornalisti gli diedero il premio come miglior giocatore europeo dopo la finale mondiale del ‘62.

domenica 31 maggio 2015

Il calcio scanzonato del Petisso Pesaola


MA TU quanti gol hai segnato, Petisso, gli chiedevano i ragazzini. E lui sottile rispondeva: «Quanti Pelé». In realtà pochini, ma uno contro l'Inter, palla nell'angolo alto alla destra di Matteucci, era diventato la sigla della Domenica Sportiva per mille puntate. E dunque erano più di mille i gol, facile, nella logica stralunata dell'ultimo showman del calcio italiano. Da una quindicina d'anni Bruno Pesaola girava gli ospedali, cinquanta sigarette al giorno gli avevano avvelenato vene e polmoni, colorandogli le dita di giallo nicotina. Pensava a una festa per i novant'anni, a fine luglio, nella sua casa a Napoli, città in cui aveva scelto di restare per sempre non avendo potuto decidere di nascervi: 531 partite sotto quei colori da calciatore e allenatore. Ha vinto di più altrove, come lo scudetto del ‘69 a Firenze, l'ultimo viola. Ma la salvezza del 1983 a Napoli all'ultima giornata era «la gioia più grande della vita dopo il matrimonio con Ornella», ex miss Novara, la ragazza che lo aveva spinto al sud: «Ci lavora mio fratello, andiamo, si sta bene». Viaggio di nozze a Positano e poi in ritiro.

martedì 27 gennaio 2015

Addio Agbonavbare, il portiere facchino che provò a salvare sua moglie


"I giorni del calcio sono finiti. Ora devo lavorare e lavorare, la vita è dura", disse Wilfred Agbonavbare, che andava in campo sorridendo e sorridendo ne era rimasto fuori. La tv spagnola scoprì per caso che era finito a lavorare come portapacchi all’aeroporto di Barajas, dopo aver fatto consegne per una macelleria. "Sono famoso, e allora?", rispose a un finto facchino che il programma El jefe infiltrado de La Sexta aveva intrufolato lì con una camera. "Ho bisogno di soldi", mormorò, e non perché quelli guadagnati da calciatore li avesse sperperati: erano finiti tutti, disperatamente spesi per provare a guarire la povera moglie da un cancro al seno.

giovedì 8 gennaio 2015

Il viaggio di Pino Daniele


Qui sono raccolte un po' di frasi di Pino Daniele seminate nel corso di 35 anni di interviste. Sono montate con i passaggi principali della sua carriera. Altro non c'è da dire.

1977 Terra mia

1978 Colonna sonora "La mazzetta"

1979 Pino Daniele

"E' un errore dare troppo peso alle canzonette. Ho cercato di scrivere qualcosa di amaro che restasse in testa" 

"Vorrei fare cose decenti senza dover sempre dare spiegazioni" 


"Se Je so' pazzo capita di fischiettarla in bagno o sul tram, mi dite che c'è di male?"

martedì 12 agosto 2014

L'aldilà di Robin Williams


"L’unica morte che ho conosciuto è quella della commedia sul palcoscenico, dalla quale ci si risveglia sempre quando il pubblico ride. Una volta un mio amico che ha avuto un’esperienza di morte per qualche minuto, mi ha detto che la sua più grande paura non era quella di morire, ma di lasciare sua moglie sola. Nell’aldilà mi piacerebbe incontrare mio padre, Mozart, Beethoven, Miles Davis, Einstein, ma soprattutto Groucho Marx. E poi qualche donna, certo. Che ne so, Marylin Monroe, Giovanna D’Arco, Marlene Dietrich. Se fosse l’inferno, mi piacerebbe vedere la stanza dove sono chiusi tutti insieme Hitler, Stalin, Mussolini e Mao. Un bel caos, davvero. Alla reincarnazione non ho mai creduto, anche se alle volte mi viene da pensare di essere stato il cavallo dell’imperatrice Caterina di Russia.

mercoledì 25 giugno 2014

La morte di Ciro Esposito

ciro Ciro Esposito è quel ragazzo che cominciò a morire la sera in cui eravamo distratti da Genny 'a carogna. Guardavamo, ipnotizzati dal folk, quel torso nudo sulla balaustra, dimenticando l'altro corpo trasferito in ospedale. Fu la sera dei fuochi d'artificio sparati nel cielo dell'Olimpico dal cerimoniale allestito con cura dalla Lega calcio per la premiazione della Coppa Italia. La sera in cui il presidente della Lega, Beretta, ai microfoni Rai disse: "Di questo parleremo un'altra volta". E quell'altra volta la stiamo ancora aspettando.

domenica 27 aprile 2014

Boskov il napoletano

boskov Di domenica. Il giorno migliore per salutare dopo una vita come la sua. Di domenica. Perché quando Boskov era Boskov non c'erano gli anticipi e neppure i posticipi. Di domenica. Come dovrebbe sempre accadere a chi le domeniche ce le ha riempite. E' una gigantesca processione laica, questa che tra le maglie della Rete accompagna l'addio di Vujadin Boskov: "navigare" si cominciava a dire negli anni in cui "rigore è quando arbitro fischia". Le sue frasi celebri sono immortali, come lo scudetto alla Sampdoria e prima ancora la sua regia a centrocampo in una delle più grandi nazionali jugoslave della storia. Aveva gli occhi piccoli che si accendevano con poco. Una mattina, passeggiando lungo via San Gregorio Armeno, la strada napoletana dei presepi, Vuja si ritrovò sotto gli occhi una statuina alta una quarantina di centimetri. "Ma kvello sono io". Era lui sul serio. Napoli lo aveva accolto con grande simpatia e un rispetto ancora più grande. Anni durissimi, una società che per non fallire vendeva ogni estate il suo giocatore migliore, 1994, la sua esperienza servì a non perdere la bussola. A non perderla subito, almeno. Aveva una sua idea della città: "Napoli ha bisogno di poliziotto olandese. Poliziotto olandese è poliziotto più cattivo del mondo".

martedì 7 gennaio 2014

Eusebio, l'altro O Rei


Scegliti un nome, gli dissero. Aveva sedici anni. I Brazilians erano una squadretta di ragazzini che a piedi scalzi giocava in strada a Mafalala, periferia di Lourenço Marques, oggi Maputo, nel Mozambico. Case di legno e lamiere, ci abitavano i poeti e gli uomini che tramavano per l'indipendenza. La squadra aveva una regola: ogni ragazzino doveva chiamarsi come una delle stelle che avevano appena vinto il Mondiale del '58, in Svezia. Eusebio da Silva Ferreiro scelse di essere Pelé, senza sapere che stava cominciando a inseguirlo.

domenica 5 gennaio 2014

Quando Eusebio era meglio 'e Pelé

C'è stato un giorno in cui Eusébio era meglio 'e Pelé. Il numero uno, il miglior calciatore del mondo. Anni Sessanta. I giornali si chiedevano chi fosse il più grande fra il portoghese e il brasiliano, esattamente come oggi ci si domanda Messi o Ronaldo, Ronaldo o Messi? Un dilemma vecchio mezzo secolo di cui si è persa la memoria, gli archivi sono bellissimi per questo.

Fabrizio Falconi, giornalista e scrittore romano, se n'è ricordato quando nel 2002 ha scritto il suo romanzo "Cieli come questo" (Fazi editore). La grandezza di Eusébio è ricostruita in un dialogo che si tiene di fronte a un gagliardetto rosso del Benfica che penzola dallo specchietto retrovisore di una macchina.

mercoledì 27 novembre 2013

Nilton Santos, addio all'enciclopedia

Addio a Nilton Santos, detto A Enciclopedia. Lo chiamavano così perché tutto sapeva del calcio e tutto sapeva fare, difendere e attaccare. Se ne va nello stesso anno di Djalma, il suo "gemello", l'altro terzino del grande Brasile campione del mondo nel 1958 e nel 1962. Lo ha rincorso veloce, come faceva sulla fascia, e lo ha raggiunto. Anno triste per chi ama i terzini. "Non invidio i terzini di oggi per i soldi che guadagnano, ma perché possono attaccare. Ai miei tempi, se stavi in attacco e prendevi un gol ti mandavano alla forca". Però ai Mondiali del '58 fece gol all'Austria, il 2-0, spingendosi in attacco mentre il ct Feiola gli urlava di passare la palla.

mercoledì 17 luglio 2013

I magnifici palloni di Vincenzo Cerami

I pali delle porte erano le cartelle. Il bambino Vincenzo scoprì il pallone per la strada, quartiere Alberone, a Roma, dove avevano steso l'asfalto, e su quell'asfalto le automobili non passavano ancora. Dopo, solo dopo, quando cambiò casa, si poteva giocare sui prati di Ciampino fino a sera. Il professore di lettere si chiamava Pier Paolo. Pier Paolo Pasolini. Bravo pure lui con il pallone, stava a sinistra, correva, correva e calciava forte. Scuole medie. Istituto "Petrarca". Primi anni Cinquanta. Vincenzo si muoveva a centrocampo. Mediano. Mica per scelta. Per obbligo. Anche dopo, anche crescendo.