Visualizzazione post con etichetta mondiali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mondiali. Mostra tutti i post

giovedì 23 novembre 2017

Identikit di un leader


Non ci siamo svegliati stamattina con un calcio all'improvviso migliore. Se non partiamo da qui, la costruzione di una nuova classe dirigente non comincia neppure. Tavecchio è stato l'insopportabile espressione di un sistema di potere tuttora in vita, e che in queste ore si riunisce, stringe mani, prende accordi, mercanteggia. Tavecchio è stato il perfetto anello finale di una catena. Nel lasciare ha intuito la verità: «Se il tiro di Darmian fosse finito dentro e non sul palo, sarei un eroe». Ha ragione, così sarebbe andata, esistevano motivi assai più seri di uno 0-0 con la Svezia per essere messo in discussione già una settimana fa, un mese fa, un anno fa, e invece l'indignazione se ne stava al guinzaglio di un gol. Siamo quasi sempre quelli che dopo sapevano tutto prima.

mercoledì 15 novembre 2017

L'Apocalisse del calcio italiano


Prima di battere stasera la palla al centro, vale la pena ricordare a noi stessi chi siamo e cos'è oggi il nostro calcio, per provare a separare il grano dal loglio. Siamo arrivati a questa partita in compagnia dell'idea che tutto il movimento sia malato di mediocrità. Non è vero. Negli ultimi tre anni la Juventus è arrivata due volte in finale di Champions - le inglesi non la giocano dal 2012 - con la stessa difesa di questa Nazionale. Nelle Coppe europee l'Italia ha appena scavalcato la Germania, ora è terza, con due squadre fra le prime 15, la Juventus quinta e il Napoli tredicesimo. Sulla qualità di gioco del Napoli cascano complimenti da mezzo mondo; vero è che si tratta di una squadra per nove undicesimi fatta da stranieri, ma il meccanismo è merito di un toscano venuto dal nulla e oggi considerato un innovatore. Sarri non è un frutto nel deserto. Negli ultimi dieci anni tutti i principali campionati europei sono stati vinti almeno una volta da un allenatore italiano. È un settore in cui, come nella moda e nel cibo, questo paese tuttora vanta maestri eccellenti. Pure fra i 30 candidati al prossimo Pallone d'oro ci sono due italiani – Bonucci e Buffon – due come gli argentini, come i tedeschi, uno in più degli inglesi. Sembra davvero il ritratto di una pianta sterile?

martedì 1 settembre 2015

Addio a Cancogni, un premio Strega ai Mondiali

canco
Manlio Cancogni, morto oggi a 99 anni
"Vedendo avanzare quella sagoma potente avevo provato una sensazione di vuoto allo stomaco, e come se una mano estranea avesse sospeso le mie facoltà vitali". Manlio Cancogni era rimasto affatturato da Coppi, dal suo lento avanzare in salita, lento ma meno lento degli altri. Quando il grande Fausto morì, così lo celebrò, in due pagine sull’Espresso, rievocandone un’impresa sull’Appennino in Toscana. Cancogni raccontava di un nubifragio che l’aveva sorpreso e di essersi rifugiato con un collega a Pistoia, in un sottopassaggio. “D’improvviso schiarì e apparve, in fuga, sulla strada lucida di pioggia, lui, Coppi…”. Era bartaliano, Cancogni: lo trovava più intelligente, mentre Coppi gli appariva nevrotico e malinconico: “Aveva la morte addosso”. Il Giro d’Italia lo aveva seguito da inviato, sin dal ’48 per “Il mattino dell’Italia centrale” di Firenze, secondo la tradizione italiana di arruolare scrittori dietro il ciclismo: Campanile, la Ortese, Buzzati, Pratolini, Malaparte, Gatto, Parise, Zavattini. Va detto che il rapporto fra la cultura letteraria italiana e lo sport è stato a lungo controverso, segnato da una discriminazione, dal pregiudizio che esistesse una materia “alta” e una materia “bassa” (lo sport era materia “bassa”), poi per l’uso propagandistico che il regime fascista aveva fatto delle vittorie sportive, infine in qualche misura anche da questo registro letterario adottato dalle pagine sportive dei quotidiani. Come se il pubblico potesse vedere soddisfatta già lì la propria voglia di narrazione sportiva. Cancogni viveva invece la passione per lo sport senza transenne. Un anno dopo aver vinto il premio Strega con “Allegri, gioventù” (Rizzoli, 1973) andava ai Mondiali di calcio in Germania per il Corriere della Sera. Nel ’58 aveva scritto di atletica per la Stampa dagli Europei di Stoccolma e solo due anni prima aveva dedicato uno dei suoi romanzi a un cavallo da corsa “La carriera di Pimlico”: un cavallo da piazzamenti, mediocre, una storia di sofferenza, la condizione dell’uomo medio, scrisse l’Unità “appena accesa da qualche sprazzo di successo in una società che tutto sacrifica al mito del purosangue e della meritocrazia borghese; una società scuderia in cui la massima libertà concessa è il capzioso allentamento delle briglie, per dequalificare e sfruttare altrimenti le residue energie dell’uomo-massa”.

venerdì 17 luglio 2015

Il 16 luglio di Ghiggia

IL 16 LUGLIO di Alcides Ghiggia è come il 23 aprile di William Shakespeare. Dentro c'è tutto. L'inizio e la fine. Per chi ama i simboli: è una ruota, un serpente che si morde la coda, il tempo circolare. Qualcuno direbbe: la perfezione.

giovedì 12 marzo 2015

La storica giornata del calcio del Bhutan

dall'account Twitter di James Montague
dall'account Twitter di James Montague
A due anni e mezzo dalla fase finale in Russia, stamattina sono cominciati i Mondiali. Nel senso che è partito il torneo di qualificazione in Asia con il primo turno eliminatorio. Sono turni in cui vanno in campo nazionali che non ce la faranno ad arrivare fino in fondo. Iniziano questo cammino consapevoli che durerà un pugno di partite. La Russia non la vedranno mai. Il loro Mondiale è oggi, adesso, qui. Ed è comunque una festa, su campi alla periferia della Fifa, dimenticati da noi che teniamo il conto dei gol dei Messi e dei Cristiano Ronaldo, ma pienamente parte di noi e della nostra passione per questa cosa che rotola, ovunque essa rotoli.
Basta guardare le immagini che stanno arrivando dall'Asia, dai campi delle squadre ultime al mondo, per capire che la nostra ignoranza sui nomi dei loro calciatori e dei loro allenatori, non conta. E' un problema nostro.

giovedì 10 luglio 2014

I gol di Chilavert

chilav2 La cosa è più comune di quanto si pensi. State prendendo la rincorsa, andate verso la palla per calciare un rigore - o una punizione - e dietro di voi spunta di corsa un altro ragazzino che batte al posto vostro. Batte e ride.
Io quelli così li odiavo e vi confesso che li odio ancora. Vuoi battere al posto mio? Dimmelo. Ti ho detto di no e vuoi calciare lo stesso? Bene, allora corri, fai lo scorretto: arriva alle spalle e batti. Ma non devi ridere. Io non ci trovo niente da ridere. Questa era la cosa che mi piaceva fare da bambino. Tirare i rigori. O le punizioni. Invece mio fratello mi sbatteva sempre in porta, José stai lì, diceva,ne basta uno di Chilavert in attacco. Bastava lui. Questo intendeva. E se sono diventato un portiere è tutta colpa sua.

mercoledì 9 luglio 2014

Taffarel e le nuvole di Pasadena

taffarel Dio mi permette di sopportare qualsiasi tempesta. Mi fa guardare avanti aspettando la prossima schiarita. La bufera mi avvolse che ero campione del mondo, incredibile a dirsi. Avevo vinto la Coppa e non avevo più una squadra.
A 23 anni, se fai il calciatore, non sai molto di come vanno le cose nell'economia mondiale. Giocavo nell'Internacional, avevo i fulmini nelle gambe grazie al beach volley, i balzi da fermo mi avevano fatto bene, quando mi dissero che una squadra italiana mi voleva dall'altra parte dell'Oceano. Era stata promossa in serie A. Il Parma. Passavo da un guadagno di un milione l'anno a 250. Pensateci un attimo e ditemi se non è una cosa che può far perdere la testa.

martedì 8 luglio 2014

Tony Meola e quella faccia da Hollywood

meola3 Il primo elogio me lo fece Dino Zoff, che allora allenava i portieri della Juve. Non mi conosceva nessuno. Erano i giorni in cui sognavo di giocare la Coppa del mondo: se da bambino mi avessero chiesto in quale Paese, avrei detto Italia e Usa. E andò così.
Vincenzo, mio padre, era arrivato in New Jersey nel '65. Io sono nato quattro anni dopo. Raccontava di aver giocato con l'Avellino in serie B. Forse qualche partita, di sicuro era la serie C. Era partito da Torella dei Lombardi, il posto in cui era nato anche il papà del regista Sergio Leone, negli anni Sessanta stavano andando via in molti: più o meno il 10 per cento della popolazione.

Campos e i maglioni con i colori del surf

jorge-campos-9 Voi non sapete quanto era forte Adolfo. Ottantuno milioni di persone e cento anni di pallone: noi messicani non avevamo mai avuto un grande portiere, e proprio io mi dovevo trovare davanti Adolfo Rìos. Un mostro.


jorge94Quando arrivai ai Pumas, il numero uno era lui. Solo che non mi andava certo di fare la riserva all'unico portiere buono che il Messico avesse tirato fuori dai tempi di Adamo ed Eva. Lasciate perdere Carbajal, io dico un portiere forte sul serio. Visto che c'era già Rios, chiesi di andare in attacco, me la cavavo anche coi piedi. Mi aveva insegnato tutto mio padre, che aveva messo su una squadretta nel quartiere a cui aveva dato il nostro cognome.
 

lunedì 7 luglio 2014

Goycochea e i rigori parati alle sorelle

goyco2 Diego disse Tranquilli ragazzi, Napoli non ci fischierà. Come potesse esserne così sicuro, non lo capimmo. Anche se lui era lui, e Napoli era sua. Ma di mezzo c'erano l'Italia e una semifinale mondiale.
Sono arrivato a undici metri di distanza dalla Coppa del mondo. Non sono riuscito a parare l'unico rigore che avrei dovuto prendere. Andreas Brehme, 1990, la finale contro la Germania. Feci mezzo passo avanti e mi lanciai sulla mia destra. Poteva tirare solo di là. Ma non ci arrivai. Ai rigori avevamo battuto la Jugoslavia a Firenze nei quarti e l'Italia a Napoli in semifinale. Brehme, in tedesco, per me significa castigo.

domenica 6 luglio 2014

Ivkovic e i due rigori parati a Maradona

ivkovic3 Non conta solo il numero 10, non conta solo il numero 1. A calcio si gioca in undici e se quegli undici non funzionano tutti insieme, be', non si va da nessuna parte. Neppure se avete parato un rigore a Maradona, neppure se gliene avete parati due, com'è capitato a me, senza riuscire a batterlo mai. Quando arrivammo in Italia per giocare i Mondiali del '90, il nome Jugoslavia conteneva ansia e paura. La Slovenia aveva proclamato l'indipendenza economica a marzo, e a Zagabria, la mia città, Tuđman pronunciava parole simili. L'ultima amichevole prima della partenza era finita con il pubblico a tifare per l'Olanda: nell'unità garantita da Tito, la mia gente non si riconosceva più. Eppure, dovevamo essere una squadra, un gruppo solo. Si decise che fra di noi non avremmo mai parlato di politica.

sabato 5 luglio 2014

Lo scorpione di Higuita

higuita Dare gioia alla gente, alla fine questo conta. Averle strappato un sorriso con il tuo nome. Averla confortata un po' durante i suoi giorni. Se le persone si ricordano di te, ecco, allora ce l'hai fatta.
È stato un regalo del cielo aver incontrato Maturana. La sua idea del calcio era uguale alla mia. Lui diceva sempre che di pallone ce n'è uno solo, il segreto è conservarlo. Se lo tieni, non possono farti gol. Io l'ho giocato sempre con criterio, tranne quel pomeriggio maledetto a Napoli, contro il Camerun.

domenica 29 giugno 2014

Il passaggio all'indietro per Bonner

bonner Perdonatemi, se potete. È tutta colpa mia. Se avete dovuto imparare a giocare con i piedi. Se la vostra vita in campo è diventata più difficile. Se non potete più passeggiare col pallone in mano. Perdonatemi, portieri di tutto il mondo, colleghi, è solo colpa mia.
Dovevo fare quel che feci. Per me, per noi, per la nostra comunità, per la mia Irlanda. "Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato: i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati". Lo ha scritto Machiavelli, e quel giorno del resto eravamo in Italia. Palermo, 17 giugno 1990. La nostra seconda partita del girone. Contro l'Egitto. Eravamo in un girone dove pure un soffio avrebbe rotto l'equilibrio. Due pareggi alla prima giornata: noi contro gli inglesi e gli olandesi contro gli egiziani. Passavano le prime due, più le migliori terze. Insomma, sarebbe stato meglio vincere, ma la prima cosa da fare era non perdere. Con ogni mezzo.

giovedì 26 giugno 2014

Stejskal, l'ultimo cecoslovacco

stejsk Sui calci d'angolo dei tedeschi, decidemmo di mettere due uomini sulla linea. Accanto ai pali. Tre volte ci siamo salvati così, respingendo la palla un attimo prima che fosse gol, altre due volte con un paio di parate mie su Buchwald e Littbarski, ma ci fece gol su rigore Matthaeus. Io da una parte e il pallone di là. Faceva caldo a Milano, quel giorno. Uscimmo dai Mondiali del '90 ai quarti di finale. Senza sapere che la Cecoslovacchia, dopo, non ci sarebbe stata più. Di fronte avevamo l'ultima Germania ovest, il muro di Berlino era caduto l'anno prima, la squadra della loro riunificazione sarebbe nata di lì a poco, mentre per noi sarebbe cominciato il processo opposto. L'est si sbriciolava, presto sarebbe toccato a Praga.

mercoledì 25 giugno 2014

La morte di Ciro Esposito

ciro Ciro Esposito è quel ragazzo che cominciò a morire la sera in cui eravamo distratti da Genny 'a carogna. Guardavamo, ipnotizzati dal folk, quel torso nudo sulla balaustra, dimenticando l'altro corpo trasferito in ospedale. Fu la sera dei fuochi d'artificio sparati nel cielo dell'Olimpico dal cerimoniale allestito con cura dalla Lega calcio per la premiazione della Coppa Italia. La sera in cui il presidente della Lega, Beretta, ai microfoni Rai disse: "Di questo parleremo un'altra volta". E quell'altra volta la stiamo ancora aspettando.

martedì 24 giugno 2014

Rojas e la lametta nel guanto

condoro1 La vergogna è una belva che non andrebbe guardata mai negli occhi. Logora e corrode, marcisce, divora dall'interno. Forte e diabolico è l'uomo che sa vivere in sua compagnia, ignorandola, tenendola a bada laggiù, nel profondo di se stesso. Io non ce l'ho fatta, l'ho sputata fuori, la mia vergogna si chiamava Maracanã. Il piano era perfetto. Quasi. Vincere a tavolino in casa del Brasile. Ai Mondiali italiani dell'anno dopo sarebbe andata solo una squadra: o loro, o noi cileni. La partita di Rio era come uno spareggio. Il piano nacque per scherzo, in allenamento, a un certo punto caddi e il ct Aravena disse, Se vai a terra così anche allo stadio ci danno la partita vinta.

lunedì 16 giugno 2014

Shilton, la vittima della mano de dios

shilton2 Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. E' il miglior calciatore che io abbia mai visto in vita mia, ma non gli allungherei la mano per stringere la sua.

giovedì 12 giugno 2014

Schumacher e il caso Battiston

schum2 Non ho voglia di andare su YouTube a guardare quelle immagini, altrimenti finisce che comincio a sentirmi in colpa. Invece non voglio, invece non devo. E' successo e basta, ma all'epoca io non volevo costruirci intorno tutto il teatro che fecero. Platini era una decina di metri oltre la metà campo. Lui era di quelli che sanno vedere uno spazio di campo prima degli altri. Toccò due volte il pallone e lanciò lungo verso la mia area, dove stava arrivando Patrick. Lo chiamo Patrick perché oggi siamo amici, insomma, amici no, ma dopo l'incidente abbiamo ricominciato a parlarci, mi ha anche invitato al suo matrimonio.

Il ragazzo che diventò Pablito


Capita di partire da un oratorio di Prato e di finire mescolato alle leggende. Ti chiami Rossi come in altre 80mila famiglie d’Italia e diventi Pablito. Tre gol nel '78, l'Italia che arriva quarta ai Mondiali e tu ti trasformi in una star. I gol sono sei nel 1982, l'Italia è campione e tu incarni una nazione. Paolo Rossi, Italia: così dicevano perfino nell'angolo più remoto del posto più sperduto sulla faccia della terra. Che cosa sono i Mondiali di calcio. “Ma la mia non è stata una storia normale e serena. Ho toccato picchi vertiginosi, sono salito in cielo e sono sprofondato nel buio. I Mondiali mi hanno dato cose incredibili e poi sono ricaduto”. Paolo che diventò Pablito oggi ha 58 anni, vive in uno spicchio della campagna aretina, alle spalle del suo agriturismo pieno di turisti tedeschi e finlandesi, e del calcio si libera ogni minuto che può.

domenica 8 giugno 2014

La roulotte di Pfaff

Pfaff3Sono il suono di un tuffo, un salto nell’acqua, un’immersione. Sono il suono di una sorpresa, un batticuore, un palpito. Sono la leggerezza, l’allegria, il sorriso. Sono Pfaff, Jean-Marie Pfaff, e me ne vanto. Mio padre vendeva le sue stoffe e i suoi tappeti in giro per le strade del Belgio. Una vita da ambulante, un ambulante non abbassa mai lo sguardo. Mangiava ogni giorno nella stessa osteria, entrava e chiedeva Il Solito, la signora Marie Veireman aveva imparato cosa preparargli, suo marito Jean De Lathouwer gli riservava un tavolo sempre alla stessa ora. Così, quando sono nato io, a mio padre venne facile unire i nomi delle due gentilissime persone che gli apparecchiavano il pranzo quotidiano, marito e moglie, Jean e Marie. Per questo mi chiamo così.