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giovedì 20 luglio 2017

Il film che Troisi non riuscì a girare

IL NUOVO film di Massimo Troisi è rimasto per 23 anni sotto chiave, commissionato pensato e scritto, «non chiuso in un cassetto perché c'erano già i computer», spiega adesso sorridendo Anna Pavignano, la sceneggiatrice che lo ha accompagnato da Ricomincio da tre del 1981 fino a Il postino nel 1994. Troisi non riuscì a leggere l'ultima versione del copione. Ora La svedese è un romanzo (Verdechiaro edizioni): storia di Livia, della sua infanzia ferita e del colpo di fulmine per Milo, uomo inafferrabile, sposato e distante 700 chilometri, per il quale vale la pena autodistruggersi, pur di mostrarsi fino in fondo libera. «Troisi mi chiese se avessi una storia che parlasse del modo di amare delle donne». Anna Pavignano dice raramente Massimo. «Una storia su un certo modo di abbandonarsi alla passione, al dolore, all'irrazionale. Gli piacque l'idea, finii di scriverla mentre girava Il postino».

lunedì 4 gennaio 2016

La scrittura secondo De Giovanni


DETTO COSÌ, FA IMPRESSIONE. «Ho ammazzato un uomo adulto, un anziano, una cartomante, una contessa, un orfano, una coppia, una prostituta, un professore universitario». Maurizio De Giovanni ha avuto due vite. Una da impiegato di banca, fino al 2005, in cui per fortuna non ha ucciso nessuno; la successiva da scrittore, questi ultimi dieci anni, pieni di delitti di carta. Lui sostiene che in realtà le vite sono tre, ce ne sarebbe un’altra, quella in cui tocca capire cosa si vuole diventare. «Ero pigro, sovrappeso, giocavo a pallanuoto. Un ragazzo gioviale, socievole. Ma leggevo. La prima e la terza vita in fondo si assomigliano. Credevo di voler fare il giornalista, era un equivoco, ora so che in realtà volevo scrivere. Non fu possibile. Mio padre morì di domenica, il lunedì facemmo il funerale, il martedì consegnai domanda di assunzione in banca. Era il primo posto di lavoro a cui si pensava dopo un voto alto alla maturità. Sono diventato vicedirettore della sede perché in banca, come dappertutto, promuovono i più scadenti: se sei bravo ti lasciano nel tuo ruolo, dove gli servi davvero. Ho fatto il ragazzo padre per anni senza scrivere una parola, non avevo niente nel cassetto, nemmeno un sogno. Casomai scrivevo qualche canzone: c’era quest’amico, Osvaldo, che sapeva suonare la chitarra, musica brasiliana, io mettevo i testi, più che altro serviva per rimorchiare».

venerdì 6 marzo 2015

L'ispirazione non arriva in casa


Quella storia degli artisti che se ne stanno in giro di notte e poi si alzano tardi, ecco, lasciatela perdere. A New York sono le dieci del mattino, negli uffici della Pickled Punk Pictures il lavoro di Paul Haggis comincia presto. È al montaggio: Hbo sta per lanciare “Show me a hero”, serie di sei ore da lui diretta e scritta da David Simon (“The Wire”), con Oscar Isaac, Jim Belushi, Catherine Keener e Winona Ryder. Dieci anni fa, al suo debutto da regista, Paul Haggis vinceva due Oscar con “Crash”, miglior film e migliore sceneggiatura. Da allora ha messo tanta Italia dentro il suo cammino. Ha scritto il remake de “L’ultimo bacio” di Muccino, ha lasciato che in “Casino Royale” Venezia facesse venire a James Bond la tentazione di lasciare lo spionaggio, a Roma e a Taranto ha ambientato e girato il suo ultimo film “Third person”, con una colonna sonora che più italiana non poteva essere (Antonacci, Gigi D’Alessio, la Tatangelo), dice, e ne ride, visto che ha già le valigie pronte per volare a Roma nelle prossime settimane.

mercoledì 14 marzo 2012

L'anatra di Raffaele La Capria

Oggi Raffaele La Capria sul Corriere dice la sua sulla polemica di questi giorni a proposito di buona-cattiva letteratura, buoni-cattivi lettori. E lo fa mettendo al centro uno degli elementi chiave. Il gusto. Svela il suo:
Esprimo solo i gusti personali di chi preferisce lo "stile dell'anatra"; che nuota leggera in superficie, ma che ottiene questa leggerezza faticando assiduamente sott'acqua con le zampette palmate. Un lavoro e una fatica che non si vedono, che lo scrittore non deve fare mai apparire.

venerdì 14 maggio 2010

Eravamo io, Cassius Clay, Ezra Pound, Mario e Pippo Santonastaso

Le dediche sono obbligatorie. Che fai: regali un libro senza dedica? No, che non si può. Figurarsi quelli che i libri li scrivono. Nelle dediche passa un frammento della loro vita. A volte è solo un nome. Tanto che a volte quel nome mette a disagio. Sembra che sbirciamo. Celine dedicò il suo Viaggio al termine della notte a una donna. Doveva finire lì. Invece no. Noi oggi sappiamo che per lui fu una donna importante. Forse voleva che si sapesse, forse no. Dice: ma allora perché ha messo il nome di lei lì? Magari era una cosa loro, siamo noi che abbiamo scavato. E abbiamo scoperto. Non mette a disagio? Almeno un po'. Ammettiamolo.

venerdì 26 febbraio 2010

La differenza fra Roth e Mcewan

Tanto sesso, nei suoi libri, e non nasce mai un bambino
"Non mi pare: Pastorale americana ruota tutto intorno a questa figlia diventata terrorista, il professore di La macchia umana ha tre figli".
Ma sono tutti grandi.
"Sì, ma chi scrive di bambini?"
Ian McEwan.
"Ha scritto di bambini?"
Bambini nel tempo.
"Ian, brava persona. Si rivolga a Ian se vuole leggere di bambini, a me se vuole leggere di figa".

(dall'intervista di Paola Zanuttini a Philip Roth per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell'uscita di L'umiliazione)

aggiornamento   Malvino ha trovato il link all'intervista di Roth a Libero che Roth al Venerdì dice di non aver mai rilasciato. Ora uno s'aspetta che Libero chiarisca. O no? 

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