Visualizzazione post con etichetta emeroteca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emeroteca. Mostra tutti i post

lunedì 6 maggio 2019

Come il Milan vinse lo scudetto della stella



Lo scudetto della stella del Milan, 6 maggio 1979, 
nelle parole d'epoca: Arpino, Brera, De Felice, Sconcerti, Zanetti. 

Io triumphe, caro vecchio Milan! Sento impazzare i clacson, indici del suo nume. Dal primo all'ultimo giorno il Milan ha comandato il torneo. Ha tenuto più a lungo la sua ruota il magnifico Perugia: poi ha dovuto arrendersi, troppo grande la differenza di forze in campo, di riserve in panchina, di mezzi in città (per tacere della Regione, cioè del retroterra). Ora, secondo che giustizia vuole, togliamoci il cappello per il Perugia e ascoltiamo con grata meraviglia il chiassoso carosello dei nostri cari fratelli cacciaviti [1]. L'anno di Rivera, Maldera, Bigon, di un Perugia che perde il trentenne Vannini e quindi cade in ambasce strategiche che costano punti, l'anno di una Juve retour de Baires che che prima è appagata poi pentita, poi distratta, l'anno di un Torino falcidiato, è trascorso [2]. "In pratica, è stato un torneo a due, ma con una sola squadra iscritta alla corsa per lo scudetto: una sola squadra che poi sono state due, il Milan con Rivera e il Milan senza Rivera. Un autentico rompicapo per i maghi delle panchine [3].

la partita decisiva
Alle quattro del pomeriggio San Siro aveva diecimila persone in più delle sessantamila consentite. C'è voluto un appello di Rivera per vedere lentamente la grande ammucchiata aprirsi e disperdersi come il Mar Rosso davanti a Mosè [4]. È entrato in campo Rivera avendo al fianco Paride Accetti: "Alzati Gioann", ha ringhiato un fesso, neanche fosse il papa. Rivera ha avuto il microfono dell'altoparlante e ha detto: "Se non sgombrate perdiamo la partita". Accetti, che è forse un congiuntivo esortativo, non un indicativo presente e neanche un plurale sbagliato, ha compiuto ampi e cattivanti gesti a sostegno dell'oratore: poi si sono mossi i pretoriani (the Milan boys) brandendo manganelli astutamente avvolti in bandiere da campo: la gente ha subito capito e si è pigiata sugli anelli superiori. Allora finalmente ha avuto inizio la più divertente parodia d'una partita di calco che mai sia stata inscenata negli ultimi decennio (a quel livello dico) (...) Il pericolo era che qualcuno, per isbaglio, segnasse [1]. C'è una sorta di pudore a cantare il trionfo del Milan, come entusiasmo popolare vorrebbe, anche perché la partita è stata falsa. Il Bologna puntava al pareggio, e lo hanno capito subito tutti. (...) A cercare il gol con un certo impegno fra loro era Juliano, che non ha mai amato Rivera per questioni di nazionale [5]. La parte cogliona dei presenti si è messa a fischiare con temeraria insolenza: qualcuno ha pure gridato ai bidoni. Oh comica pretesa di voler vedere calcio fra due squadre egualmente interessate a non procurarsi danno! [1].

martedì 6 giugno 2017

La malinconia dei giornalisti

Nel 1922, per la morte volontaria del collega Francesco Perotti, redattore capo del “Secolo”, Renato Simoni scrisse su “L’illustrazione italiana” un articolo sul senso del giornalismo, sul conflitto tra l’io e il mondo che si può accendere in chi lo pratica, su certe inquietudini nascoste da tenere al guinzaglio, sul dovere di testimoniare, il rigore, il rispetto di sé e dei lettori, e sulla scoperta improvvisa di non essere più adeguati. La malinconia dei giornalisti.
***
“Un giornalista s’è ucciso. Chi ha conosciuto Francesco Perotti, redattore capo del “Secolo”, spirito ordinato, chiaro fino alla limpidezza, generoso come sono solo i forti, china la fronte commosso, davanti al mistero di questa tragica stanchezza di vita. Ma noi, da anni, e da anni posseduti da questo affascinante e logorante amore del giornale, sentiamo a poco a poco la nebbia dissiparsi, comprendiamo con angoscia perché questo nobile compagno ci ha lasciati. E non sono cause precise che scopriamo. Abbiamo solo il sentimento del malessere grigio, che vien dall’eccesso della nostra fatica, dallo sfaldarsi cotidiano della nostra personalità, che di questa fatica è la conseguenza. La carta bianca è crudele con tutti; con noi è crudelissima.

venerdì 27 gennaio 2017

La notte che Tenco: i giornali, Quasimodo e Gatto


A Sanremo il confronto è diretto, a faccia a faccia, ed è spietato. I divi di oggi, che gli basta un disco per diventare famosi, sono più sereni. E sono agguerriti, non hanno timori reverenziali. Anche per questo il Festival di Sanremo è profondamente mutato, i vecchi si difendono, i giovani incalzano, avanzano con le chitarre urlanti. Le giurie danno ancora ragione ai vecchi. Fino a quando? Il Festival è pateticamente ancorato al passato e con i ragazzi si compromette ma non troppo. Fa coesistere Villa e i Rokes, Dalida e le ragazzine. E’ una vicinanza competitiva? Può darsi, è certo però che le scelte sono ambigue e che la vena si è rinsecchita. L’Italia, a Sanremo, non canta, balbetta [1].
C’è chi dice che il festival è in periodo di stasi, in fase involutiva; si è dilatato troppo, a vuoto, e rischia di sgonfiarsi in fretta o di scoppiare, ancora più in fretta. C’è chi dice, con maggiore ottimismo, che ci sono i segni di una trasformazione radicale. Il primo di questi segni – se n’è già parlato – è la presenza di tanti giovani nelle giurie [2].

domenica 13 novembre 2016

Il mare di Enzo Maiorca


Mare ora inquieto ora cheto, ora torbido. Onde tra il limaccioso e il pastello. Flutti di mare negli occhi. Colori cangianti, che giocano a nascondino come le emozioni. Il mare come amore, il mare come ossessione. La passione tra l'acqua ed Enzo Maiorca, 69 anni, 28 volte recordman di apnea, è antica.
«A due anni a causa della mia salute cagionevole miei genitori andarono a vivere in riva al mare, a Grottasanta, 3 chilometri da Siracusa. Il primo ricordo che ho della mia vita è una distesa di acqua delineata dal contorno delle finestre che si affacciavano tutte sul mare. Le onde sbattevano negli infissi e lasciavano sui vetri scaglie di sale che si animavano con la luce. Quando tornava il sereno mi abbagliavo con tutto quel luccichio. Vedevo cento soli, cento lune, migliaia di stelle, tanti arcobaleni. E fantasticavo su cosa ci fosse al di là dell'orizzonte dell'acqua, dentro le onde». Maiorca parla con una voce da tenorino, flebile, delicata. E dire che ha polmoni infiniti, capaci di resistere senz'aria per sette minuti abbracciato agli oceani, e il coraggio di sfidare l'ignoto degli abissi e l'ignoto dentro il suo cuore.

giovedì 14 luglio 2016

Il Ventoux e lo strano fuoco nel petto

IL TOUR de France aggredisce, oggi, il Ventoux, un Moloch, secondo la leggenda, che accompagna la più grande corsa ciclistica del mondo, a cui bisogna sacrificare. Il Ventoux è una montagna calva, affetta da seborrea secca. Lo vedi dalla bassa Provenza. Millenovecento metri di un verde che stinge, impallidisce, si spegne. Verso il culmine il Ventoux imbianca. Da lontano, un monte di sale. Il "mistral" batte il "ventoso". Il ricordo scolastico, arioso del Petrarca - che soggiornando ad Avignone sale sul Ventoux, a maggio quando le pietre restituiscono il tepore del sole del mezzodì - si liquefa, scompare, nella calura di luglio, nel corso del Tour. Il Ventoux è rimasto per il Tour il dio del male dell'antica Provenza. Il suo clima è assoluto. Gli uomini da classifica lo pedalano con il fiato che si rompe in gola, alle prese con un rapporto (la marcia ciclistica) che incarognisce la ruota dentata, che la trasforma in uno strumento di tortura [1]

lunedì 16 maggio 2016

L'ultimo scudetto del Torino


Quarant'anni fa il Torino vinceva il suo settimo scudetto. Questa è la cronaca di quel giorno, attraverso le parole e le testimonianze d'epoca tratte dagli archivi. 
La curva Maratona è una piacevolissima orgia di rosso. Lo stadio intero ribolle d’un indicibile entusiasmo. Dopo 27 anni di sofferta attesa il Torino ha vinto il suo settimo scudetto. (…) Una cosa bella, grande, difficile da raccontare. Una cosa commovente diciamo senza ritegni e senza paure. Una festa di popolo che esulta per la sua squadra, assieme alla sua squadra. Tutti in piedi, tutti osannanti. E molti occhi lucidi di nostalgia e gonfi di ricordi a cercar Superga, là, sulla collina dietro il rettifilo dei distinti. Il nome di Valentino Mazzola che si unisce e confonde con quello di Claudio Sala, quelli di Gabetto, Ossola, Maroso sulle bocche di ognuno con quelle di Pulici, di Graziani e di Pecci. Abbiamo altre volte vissuto e goduto il giorno dello scudetto con l’Inter, col Milan, con la Juventus, ma nessuno mai come questo è stato di sicuro così intenso, così schiettamente popolare [1].
Ercole Faliva, un tubista di Codogno, provincia di Milano, 35 anni, se l'è fatta a piedi dal suo paese a Torino: partito da casa lunedì scorso, è arrivato giovedì alle 15 allo stadio di via Filadelfia dove la squadra si stava allenando. In tre giorni ha compiuto 130 chilometri alla media di 37 al giorno. Graziano Criscimanni, invece, ha scelto l'autostop: la distanza da Catania al Piemonte sconsigliava imprese podistiche. Da tutta Italia, con ogni mezzo, chi per voto chi per passione, i tifosi dei colori granata hanno marciato su Torino per assistere al giorno del trionfo. Attorno alla squadra, intanto, è fiorita una catena di iniziative commerciali: la "Boutique del tifoso" di Franco Costa non riesce a soddisfare tutte le richieste (un centinaio al giorno) di bandiere, coccarde e gigantografie del Torino; un giornalista, Salvatore Lo Presti, ha fatto stampare 50.000 copie di un suo libro sul Torino, "Profondo granata": quasi la metà sono state già prenotate a scatola chiusa [2].
Non basta rifarsi alla tragedia di ventisette anni fa, al rogo di Superga, alla lunga attesa delle tribù granatiere. Questo scudetto tinto di vermiglio, i fiori all’occhiello di tante persone costituiscono – seppur in modo inconscio – una rivincita prettamente torinese, piemontarda in ogni millimetro di osso e midollo, in ogni goccia di sangue per ogni vena. Perché la Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un esperanto anche calcistico, il Toro è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedestallo, unicità espressiva, anche se l’immagine della squadra granata è amata per quanto seminarono tanto tempo fa e in ogni luogo d’Italia i gol e i lutti dei Valentino Mazzola e dei Maroso. Oggi, Torino granatiera gode. Clamorosamente. Ma si chiude anche a versare una lagrima di commozione nel groppo di tanta gioia, nel rilassarsi di tante tensioni. E si parla di calcio, di Pulici o Castellini o Claudio “poeta pelotero” solo per dar realtà a un sogno troppo vasto, quasi inabbracciabile. [3]
la Repubblica del 16 maggio 1976
la Repubblica del 16 maggio 1976
La paternità dell'impresa spetta soprattutto a Gigi Radice, brianzolo, 45 anni, detto "il tedesco" per il carattere rude e il taglio cortissimo dei capelli biondi. Assunto nell'estate scorsa, in un batter d'occhio Radice ha saputo ringiovanire, capire e correggere una squadra valida potenzialmente, ma fino allora immatura, debole in alcuni ruoli-chiave e incostante. Le componenti dello scudetto del Torino, alla resa dei conti, sono due. Gli acquisti di Caporale e Pecci dal Bologna e di Patrizio Sala dal Monza. Caporale, 29 anni, una carriera senza bagliori alle spalle, sembrava avviato tranquillamente alla pensione: Radice lo ha rispolverato facendone un libero stringato, moderno, capace di comandare a bacchetta la difesa. Pecci, 21 anni, ha saputo frenare il suo carattere ribelle e assumere la regia della squadra con la disinvoltura di un veterano. Ma la sorpresa più grande l'ha fornita Patrizio Sala, anche egli ventunenne, un fisico asciutto e nervoso, un po' come il terzino romanista Rocca, ma due polmoni a mantice. Dall'inizio alla fine del campionato ha corso senza sosta per il campo a ritmi vertiginosi sobbarcandosi una mole di lavoro massacrante. La seconda componente risiede nello schieramento tattico. Castellini portiere, Caporale libero, Santin e Mozzini sulle due punte avversarie, Salvadori (un'altra rivelazione) terzino a tutto campo, Patrizio Sala e Zaccarelli stantuffi sulle diagonali destra e sinistra, Pecci perno centrale di centrocampo a ordinare la manovra, Claudio Sala "uomo-ovunque" ma più spesso proiettato sulla fascia esterna destra, Pulici e Graziani pendolari sul fronte d'attacco: ecco lo schema di Radice. Rispetto a quello della Juventus è meno elaborato e richiede maggiore potenza, rispetto a quello che più comunemente viene seguito in serie A ha caratteristiche più spiccatamente offensive: le punte fisse sono due e sia Pecci che Claudio Sala gli offrono una collaborazione costante, risultando più rifinitori che centrocampisti. La fascia mediana del campo resta così affidata in gran parte a Patrizio Sala e Zaccarelli (chiamati a un enorme dispendio di energie), con Salvadori pronto a sostenerli: a correre sono soprattutto questi tre giocatori. Se ne giova soprattutto Claudio Sala, fino all'anno scorso geniale ma incostante, adesso - sollevato da obblighi pressanti di marcatura - più lucido, continuo nel rendimento e preciso: un calcolo statistico ha rilevato che dal piede di Claudio Sala sono partiti i passaggi decisivi per il 65 per cento dei 35 gol segnati da Pulici e Graziani. Radice, insomma, dopo avere studiato i piani a tavolino ha puntato tutto sulla coppia avanzata. Ne valeva la pena: nessun'altra squadra in Italia vanta due cannonieri del calibro di Pulici e Graziani. Per la prima volta nella storia dei campionati italiani, al primo e secondo posto della classifica cannonieri figurano due giocatori della stessa squadra. Questo è il "nuovo" Torino: più forte, sostengono in molti, del "grande" Torino, quello scomparso a Superga. Difficile fare paragoni a così lunga distanza di tempo. Allenamenti, tattiche e avversari di allora erano troppo diversi da quelli di adesso. [2]
L’impresa realizzata dal Torino di oggi è in tutto degna del Torino di allora. Essa non premia soltanto la tenacia, il puntiglio, l’impegno di un presidente come Pianelli e degli uomini che lo hanno affiancato, da anni cercando di assicurarsi i giovani più promettenti e validi con un coraggio che ha talvolta sfiorato la temerarietà e il puro rischio. Essa non premia soltanto un giovane allenatore come Radice, che ha dato prova delle sue indubbie qualità tecniche e umane, impiantando in pochi mesi una formazione logica e guidandola con gelida calma – virtù finora sconosciuta nell’ambiente granata – nel periodo più teso della stagione. Essa premia soprattutto i tifosi, rimasti incrollabilmente fedeli alla loro bandiera anche dopo il declino susseguito al terribile rogo di Superga [4]
Volere lo scudetto ha significato soffrirlo. Solo all'ultima giornata, che dico, solo agli ultimi minuti del campionato lo scudetto è divenuto granata ventisette anni dopo Superga. Il mito doloroso che sublimava un passato di gloria e che pareva gelosa memoria di un tempo perduto si aggancia oggi a questa splendida realtà e in essa si rinnova. E nessuno osa più dire - chi l'avrebbe detto - come più volte ha pensato e ha detto nelle convulse tappe del torneo, e come più volte s'è domandato con disperata trepidazione nel corso di questa stessa partita perché il Torino - come si dice - è una fede - ed il momento così a lungo atteso dopo troppe dispersioni doveva arrivare [5]
L’urto che la vittoria granatiera porta al mondo della nostra pelota è altamente positivo, propizio e da imitare. Una strada globale ma casalinga, senza inutili millanterie olandesi o teutoniche. Ed è una vittoria che farà del bene ulteriormente alle due società, ai loro diversi popoli sostenitori: perché cancella di colpo quei residui di vittimismo e di doloroso rimando che travagliavano l’animo granata; perché consente al club cugino e avversario di iniziare qualche mossa di rinnovamento; perché questo stesso club bianconero, perdendo seppure da secondo l’ennesimo titolo, scavalca di un balzo tutte le menzognere campagne contestatorie che lo hanno assillato per almeno due anni; e perché, infine, un Torino di questo stampo, in una prossima Coppa dei Campioni, sarà squadra da vedere, con curiosità e responsabilità di giudizio. La festa grande non abbisogna di spiegazioni ulteriori: è un risultato, un traguardo di per sé. I vari mediconi della critica sportiva ora si chineranno a scrutare e a diagnosticare tanti perché. Lasciamoli fare: tanto non parlano il nostro dialetto. Limitiamoci a constatare questa legge: che almeno nello sport talvolta vince il migliore. La gioia popolare parte anche da qui [3]
note
[1] Bruno Panzera, l'Unità, 17 maggio 1976
[2] Franco Recanatesi, la Repubblica, 16 maggio 1976
[3] Giovanni Arpino, Stampa sera, 17 maggio 1976
[4] Gianni De Felice, Corriere della sera, 17 maggio 1976
[5] Giorgio Mottana, la Gazzetta dello sport, 17 maggio 1976

sabato 9 aprile 2016

Le parole della Parigi-Roubaix


Come già per il Poggio di Sanremo, questo è un montaggio delle parole dedicate al pavé e alla Parigi-Roubaix dai più grandi raccontatori di ciclismo della storia. Aspettando la corsa.
Ombre dei vecchi scrittori naturalisti della scuola di Emilio Zola, al tempo di “Germinal”, dovreste aiutare voi, oggi, il vecchio suiveur che ha percorso l’enfer du nord e che sbarca a Roubaix dalla sua automobile con la faccia brunita dalla polvere di carbone, con le ossa intirizzite dalla tramontana, con i denti stanchi dall’aver abbondantemente tremolato per le scosse della corsa sul pavé, con l’anima grigia per il tanto cielo grigio che mandava sul panorama della corsa la sua grigia luce da fotografia per passaporto di emigranti [1]. Sul pavé le biciclette vibrano, le telecamere tremano, le moto sobbalzano, le macchine fumano. E i muscoli si lacerano [2]. Il pavé è una brutta bestia, sia che piova sia che il sole fabbrichi polvere [3] .

venerdì 18 marzo 2016

La Sanremo e la meravigliosa banalità del Poggio


Il giorno della Milano-Sanremo. La storia della sua strada più famosa, il Poggio, attraverso le parole dei grandi cantori del ciclismo.  
Gli italiani non vincevano da sei anni. La Milano-Sanremo s’era trasformata in una lunga attesa dello sprint finale di uno straniero. Perciò Vincenzo Torriani inserì negli ultimi chilometri il Poggio [1]. Era il 1960. “Il primo anno del Poggio è l’anno della morte di Coppi”[2]. A leggere la carta d’identità di questo strappo, questo “cono su cui ci si arrampica azionando l’arma dello scatto e da cui si scende a tomba aperta”[3], viene da domandarsi come sia stato possibile vedergli decidere la corsa tanto spesso. Un’ascesa di tre chilometri e sette, con quattro tornanti e sei curve, pendenza media del 3,7% e punte dell’otto. Una discesa con ventitré curve e sette tornanti interpretabile in più modi, “brutta e pericolosa”[2], “una folle picchiata”[4] “per audaci ma non per pazzi”[5]. È una “affondata sui tetti di Sanremo”[6].

sabato 20 febbraio 2016

La filosofia, lo spogliarello e il Torino. Intervista di Sermonti a Eco sul calcio

Altrove troverete ricordi di Umberto Eco più autorevoli. Qui, nel piccolo spazio calcistico di questo blog, ho trascritto un'intervista da lui rilasciata all'Unità nel 1982, alla vigilia del Mundial che l'Italia avrebbe poi vinto a sorpresa in Spagna. A intervistare Eco sul tema calcio c'era Vittorio Sermonti, in quel momento già autore di tre romanzi, curatore per la radio delle "Interviste impossibili", successivamente poeta e insigne dantista. Dopo il Mundial, Sermonti avrebbe pubblicato un meraviglioso saggio-dossier sul comportamento tenuto dalla stampa italiana in quei giorni: "Dov'è la vittoria" (Bompiani), purtroppo fuori catalogo (si può consultare alla Biblioteca nazionale di Roma). E' questa un'intervista spesso giocata sul registro dell'ironia reciproca. 

Professor Eco, che cosa pensa Ella del Mundial, che come saprà sicuramente...
"Non so nulla".
Si tratta di campionati mondiali di calcio, che si svolgeranno in Ispagna dalla prossima settimana.
"Pur essendomi nella vita occupato di un congruo numero di cose, a salvaguardia del mio equilibrio spirituale mi sono riservato zone di assoluto disinteresse e perfetta ignoranza. Per talune, il mio rifiuto è, diciamo così, intermittente, revocabile. Per altre, stabile, eterno e metafisico".
Mi par di capire che il calcio rientra in quest'ultima sezione.
"Ha capito bene".

martedì 2 febbraio 2016

Buster Keaton e la dittatura dell'ottimismo


Benito Mussolini era presidente del Consiglio da quasi sei anni e dittatore da tre, quando nel giugno del '28 su La Stampa uscì quest'articolo firmato da Marco Ramperti, che era critico teatrale e scrittore molto molto apprezzato all'epoca: da Ojetti, D'Annunzio, anche da Pound. Ramperti fu uomo di destra senza indecisioni, pure dopo la caduta del regime. Quel che colpisce in questo suo lungo articolo, in questa sua lettura di una maschera dell'impassibilità, è la relazione che da un certo momento in avanti il Potere e la propaganda stabiliscono o provano a stabilire con l'ottimismo, con la realtà, con la rappresentazione, con la disperazione. (Ce n'è anche per Charlot).

***

Mi dicono che Buster Keaton, il comico che non ride mai, sia d'origine italiana. Mi stupisce. Mi spiace, anche, per il mio paese felice che possa produrre di esemplari siffatti, vero che poi li regala all'America e al cinematografo. Codesti, in verità, sarebbero gli emigranti indesirables per il paese che li esporta. E' bene per loro, come per noi, che si allontanino. Passino pure oltremare, insieme alle nuvole di tempesta, gli uomini alla cui faccia non giunge mai raggio di sole!

martedì 26 gennaio 2016

Quando Oriana Fallaci intervistò Rivera


So così poco di sport che per quasi mezz’ora chiamai il calciatore più famoso d’Italia, il divo del pallone, il ragazzo dai piedi d’oro, “signor Rovere” anziché “signor Rivera”. Questo durò fino a quando egli disse tra mortificato e divertito: “Posso… posso dirle una cosa?”. “Ma certo, ma sì”. “Ecco: io… veramente… non mi chiamo Rovere. Mi chiamo Rivera… Gianni Rivera”.
Ne provai ammirazione. Pensate un po’ cosa sarebbe successo se la medesima gaffe l’avessi fatta non so, col signor Mastroianni: chiamandolo non so, signor Castrovanni. Il signor Castrovanni, pardon, Mastroianni si sarebbe offeso fino alle viscere, mi avrebbe cacciato come un re offeso. L’ammirazione per il signor Rovere, pardon Rivera, comunque divenne presto spavento: il solito spavento che mi prende dinanzi ai ventenni senza timidezze o paure, già vecchi prima d’essere adulti. Quei puntini esitanti mentre correggeva il mio errore, infatti, furono i soli che il Gianni mi regalò. Dopo quelli procedé sicuro, diritto, proprio come accade (mi dicono) quando accompagna in porta il pallone e fa gol. Confutò la mia indignazione al fatto che costasse mezzo miliardo o giù di lì, giustificò il suo disinteresse per i libri, sorrise a qualche mia ingenuità: “Ma cosa vogliono queste ragazze che telefonano?”. “Guardi: tutto!”.
Il Gianni parlava con le braccia incrociate sul tavolo dove la famiglia Rivera mangia nelle occasioni importanti. Nella stanza arredata con eleganza operaia c’era solo quel tavolo, una credenza moderna, sei seggiole, un televisore, una poltrona, un divano. Nella poltrona, allungabile, dorme la notte il suo fratellino; nel divano di gommapiuma, ci dorme lui. Appoggiata al muro c’era la mamma, col grembiule da cucina e le mani chiuse sul ventre, gli occhi gelosi e orgogliosi. Le ragazze telefonavano interrompendoci spesso e, quando questo accadeva, gli occhi di mamma Rivera erano un po’ più orgogliosi; quando invece si posavan su di me, erano un po’ più gelosi. Ma cosa voleva questa sconosciuta con le braccia nude e le domande indiscrete? Ma che aveva da rimproverare al suo Gianni? E: “Attento, Gianni” diceva ogni volta che lui si piegava in avanti per spiegarmi qualcosa. Sicché non capivo se la raccomandazione fosse diretta a ciò che il Gianni spiegava o al fatto che il Gianni si piegasse in avanti. Il Gianni, allora, le lanciava uno sguardo furbesco quasi a dir stai tranquilla, so io quel che faccio e che dico. Lo sapeva anche quando portai il discorso sui libri, sulla scuola che egli lasciò nel momento in cui la scuola serve davvero a qualcosa: sedici anni. A sedici anni si incomincia a capire chi era Napoleone e chi era Dante Alighieri, si scopre Dio o l’ateismo, la verità o la retorica; i libri non sono più un bagaglio di noiose nozioni. Ma lui li gettò proprio allora alle ortiche: per non leggerli più. E’ suo padre che gli consiglia o gli ordina di non leggerli più: nemmeno nelle noiosissime ore durante le quali non ha niente da fare.
fallaciriveraIl padre del Gianni fa il ferroviere. Nelle giornate d’inverno, quando il freddo gela le mani ed attaccare un vagone fa dolere le dita fino alle lacrime, non si consola pensando che suo figlio sarà un giorno avvocato o ingegnere, almeno impiegato di banca: si consola pensando che suo figlio è già calciatore, e guadagna un milione per mese, e ci ha la fuoriserie e riceve le lettere come un attore del cinema. E’ stato sempre il sogno di papà Rivera, è il sogno di molti italiani che vivono un’epoca infangata dal Totocalcio, la pubblicità sui mediocri, il successo overnight. Quando io andavo al ginnasio mio padre diceva “Vorrei che tu facessi il medico, da grande” e il fatto che abbandonassi le sale anatomiche per i giornali lo riempì di dolore: quasi le avessi lasciate per far la ballerina o la trapezista. Quando il Gianni andava alle medie suo padre diceva “Vorrei che tu facessi il calciatore, da grande” e il fatto che abbandonasse ragioneria lo riempì di sollievo. Diventar medici, avvocati, ingegneri è quasi sciocchezza per i poveri degli anni Sessanta; legger libri, una distrazione quasi imbecille; diventare ciclisti, calciatori, boxeurs è innalzarsi agli dei. “Mio figlio è in seconda liceo ma gioca bene al pallone” disse il tassista che mi portò da Gianni Rivera; “io glielo dico sempre: che studi a fare? Pensa piuttosto a perfezionare il pallone. Quest’anno, grazie a Dio, lo hanno preso tra i ragazzi del Milan”. Studiare va sempre meno di moda: non c’è la televisione a raccontarci le cose? Né è detto, del resto, che abbiano torto. Attendere è duro quando i genitori e i genitori dei genitori non hanno fatto che attendere e, con la cattedra di letteratura, Salvatore Quasimodo guadagna in un mese quel che Gianni Rivera guadagna in una domenica; a insegnar l’abc in un villaggio, una maestra guadagna in un mese quel che Mina guadagna in un minuto secondo.
[…]
“Lei non ci crederà, lo capisco dal modo in cui mi guarda che non ci crede ma nel nostro mestiere non sono mica le gambe che si stancano di più: è il cervello. Non si gioca mica solo con le gambe, coi piedi: si gioca con la testa, col ragionamento. Se uno è stupido, mi creda, non può diventare un bravo calciatore. Allora che accade? Accade che fisicamente io recupero presto, perché sono giovane, ma psichicamente ci metto moltissimo a recuperare. Accade che quando torno da un allenamento o da una partita mi provo a leggere: mi metto lì e dico ora non mi muovo e leggo. Ma il mio cervello va altrove. Volevo imparare almeno le lingue, mi ero comprato perfino il linguaphone: non ce l’ho fatta. Ma cosa vuole: di giornate libere noi abbiamo solo il lunedì. Dal martedì alla domenica il nostro corpo e il nostro cervello si consumano nell’attesa di quel concentrato di fatica che esploderà la domenica pomeriggio, per un’ora e mezzo. E se si vuol rendere in quell’ora e mezzo bisogna dimenticare qualsiasi altra cosa: lo dice anche mio madre”.
Cosa dice suo padre?
“Mio padre non vuole che studi”.
Suo padre non vuole che studi? Ha detto così?
“Esattamente. Mio padre dice che non si possono fare due cose nel medesimo tempo: e ha ragione. Infatti, quando leggo i giornali il più delle volte finisco col leggere le didascalie sotto le foto”.
Mi pare che suo padre tenga più di lei alla sua carriera di calciatore.
“Sì, in un certo senso sì. E’ stato lui a spingermi, a incitarmi, a incoraggiarmi”.
Capisco. Suo padre cosa fa?
“Fa l’operaio alle ferrovie. Un mestiere molto duro: che rende in modo indirettamente proporzionale alla fatica. E io vorrei che smettesse: tanto, per quei due soldi che guadagna… Ma lui non vuole smettere sebbene dica: ti ho mantenuto fino ad ora, ora potresti anche essere tu a mantenere me. Non può stare senza far nulla e poi non vuol perdere la pensione. Gli mancano cinque anni alla pensione”.
Capisco. Dunque dicevamo che i giornali, bene o male, li legge. E cosa legge sui giornali? I resoconti delle partite di calcio, altre cose?
“Il calcio, mai. Anche quando mi faccio degli amici, cerco sempre di farmeli tra quelli che non parlan di calcio. Leggo le altre cose. La crisi di Cuba, per esempio, l’ho seguita un poco sebbene di politica io non capisca nulla: se avessi dovuto votare, non avrei saputo davvero per chi votare, a sentir loro hanno tutti ragione. Leggo certe rievocazioni. Io, per esempio, sono nato nell’agosto del 1943: il periodo Badoglio. Non so ancora nulla, o quasi nulla, di questo periodo Badoglio, non sono ancora riuscito a capire se avevano ragione i tedeschi o gli inglesi, gli italiani o gli americani, e non che la cosa mi interessi più del necessario: quel che è stato, è stato. Però…”.
Capisco. E il volo di Gordon Cooper l’ha interessato? L’ha seguito sui giornali o alla televisione?
“Sì. Ma non più del necessario, anche quello. Partito il primo, partito il secondo, partito il terzo, non fa più effetto. Andavamo in Inghilterra quando Cooper salì con l’astronave, a Londra mi son preoccupato di sapere se era sceso. Mi hanno detto che era sceso e sono stato contento: non più del necessario, però. Anche il fatto che vadano sulla Luna non mi esalta più del necessario, sento per questo la medesima reazione che sento per ciò che è successo a me: se sono diventato quel che sono è perché sono bravo e in ciò non v’è nulla di fantastico; se vanno sulla Luna è perché è giunto il momento di andare sulla Luna e in ciò non v’è nulla di fantastico. Voglio dire che è inevitabile che debbano andar su: partiti da una bomba che manda in aria una città, non si può arrivare che a quello. Voglio dire che io vivo senza sorpresa l’epoca nella quale vivo: senza urletti di meraviglia. E’ la mia epoca e un’epoca dove può succeder di tutto: andar sulla Luna e…”
… e costare quasi mezzo miliardo: quanto non costerebbe, probabilmente, se fosse in vendita come avviene per un calciatore, un fisico nucleare. E’ un vecchio discorso, lo so: ormai non stupirebbe un neonato. Ma vorrei sapere proprio come giudica, lei, il fatto di costare quasi mezzo miliardo.
“E io lo voglio dire, quello che penso: perché tutti credono che noi calciatori si sia stupidi, teste di legno, zoticoni, che non si capisca nulla perché non abbiamo studiato, e nessuno ci chiede mai seriamente: Ma tu cosa ne pensi? Penso che mi fanno ridere quelli che dicono: Bisogna-moralizzare-il-calcio-e-i-calciatori. I calciatori o il prezzo per cui si comprano e si vendono i calciatori? E poi penso che quel mezzo miliardo o quasi non l’ho mica in tasca io. Ma chi li vede, questi miliardi? Io, no davvero. Io, con tutti questi complimenti di bravura, sono riuscito solo a comprarmi un appartamento e come vede abito ancora in un posto modesto, non ho neppure una camera mia, la notte dormo su quel divano che diventa un letto. Mezzo miliardo! Mezzo miliardo fa in fretta a riempire la bocca. Guardi: mez-zo mi-li-ar-do. Sembra di mangiare una bistecca in un boccone. Solo che io non lo mangio. Il mio stipendio non è quello. Magari guadagnassi quello”.
E quanto guadagna, signor Rivera, ogni mese? Trecentomila? Di più? Quattrocentomila? Di più? Cinquecentomila? Di più? Seicentomila? Di più? Un milione?! Un milione al mese non è poco per un ragazzo di vent’anni, bravo che sia a giocare con un pallone.
“Sì, lo so che cosa pensa. Pensa al fisico nucleare. E’ giusto, pensa, che un fisico nucleare non guadagni quel che guadagna questo zoticone, questa testa di legno che non ha neppure la fora di leggere? E io le rispondo no, non è giusto, ed io lo so come lo sanno quelli che ci portano in trionfo e muoiono di infarto cardiaco perché io fo un gol o non lo faccio. Lo sanno anche loro che noi non siamo Einstein e che in confronto al peggior fisico nucleare siamo niente, ma niente. Però col fisico nucleare essi non si divertono e con noi si divertono. Einstein non giocava a calcio e Pelé gioca a calcio. Il calcio ormai è spettacolo e in questo spettacolo la gente va a vedere chi gioca: chi gioca meglio è giusto che sia pagato meglio. Siamo noi che attiriamo la gente, mica chi sta dietro di noi. E poi tutto è proporzionato agli incassi: se una società incassa un miliardo lordo all’anno, perché i giocatori di quella società devono guadagnare centomila lire al mese? Né il discorso vale solo per le società, vale anche per lo Stato. Ogni settimana lo Stato guadagna mezzo miliardo con il Totocalcio: pensi che scherzo se i calciatori decidessero di far sciopero una domenica o due. E, tutto sommato, perché non dovrebbero fare sciopero? E’ un mestiere”.
Scusi sa, io non me ne intendo: ma credevo che fosse uno sport.
“E’ un mestiere e il fatto che sia un mestiere non nega che sia anche uno sport. Essere pagati non ci rende meno sportivi: ci prepara anzi più coscienziosamente e più scientificamente. Io sono convinto che se potessimo far disputare una partita dalla miglior squadra di oggi e la migliore squadra di trent’anni fa, “quando lo sport era sport”, vincerebbe la squadra di oggi. Io, quando gioco, non giovo per vanagloria, per vedermi citato sui giornali e via dicendo. Gioco perché è il mio mestiere e per la soddisfazione che mi nasce dentro: una specie di coscienza d’aver compiuto un dovere. Io, quando leggo sui giornali che non sono stato bravo, ho quasi vergogna ad uscire per strada, mi sembra che tutti ce l’abbiano con me. Quando leggo che ho giocato male, mi sembra di aver tradito qualcuno: il mestiere per cui vengo pagato. Mi ricordo tre anni fa, quando cascavo sempre per terra. Non avevo ancora diciassette anni, avevo giocato nell’Alessandria che stava per retrocedere e poi avevo giocato alle Olimpiadi: ero così stanco, così stanco, e cascavo per niente. Così i giornalisti scrivevano che ero un bluff, che ero buono soltanto da mettere in giardino, ed io soffrivo: ma non tanto per la figuraccia, per la coscienza di quel tradimento”.
E poi dicono che i giovani d’oggi sono leggerini. Complimenti: ancora una frase e riusciva a commuovermi. Davvero il suo perbenismo è feroce. Mi dica, signor Rivera: come vive, a parte il calcio, un ragazzo così ferocemente perbene?
“Oh, non c’è nulla di drammatico nella mia vita: mi creda.
Non è una vitaccia. Alle dieci e mezzo sono già a letto, alle nove del mattino sono sveglio. La mattina vado al Milan, ci vado a far niente, ma presentarsi è obbligatorio, e poi torno a casa: dove mangio con la mamma e col mio fratellino. Mangio di tutto, non bevo: tutt’al più un po’ di vino annacquato. Nel pomeriggio vado agli allenamenti e la sera ceno di nuovo a casa: la sera c’è anche il babbo che torna alle sei. La domenica mattina vado alla Messa perché sono religioso sebbene non sia bacchettone, e qualche volta vado al cinematografo dove scelgo filmetti leggeri: guardando i nomi degli attori. Qualche volta guardo anche il nome del regista, per esempio ho scoperto uno svedese, Ingmar Bergman, che mi piace tanto. E qualche volta vado anche a vedere i film seri o che chiamano seri. Per esempio ho visto Otto e mezzo che non mi è sembrato il capolavoro che dicono: ma cosa c’è da capire in quel film? Io ci ho capito soltanto che prima di andare a vedere quel film uno deve leggersi la vita del signor Fellini; e la vita del signor Fellini non mi interessa per niente. Spesso poi siamo in ritiro, oh i dannati ritiri!... E più spesso ancora siamo in viaggio: per vedere niente. Io ho girato tutta l’Europa, sono stato in Sud America, e non ho visto nulla né dell’Europa né del Sud America. Appena arrivati ci chiudono in albergo o ci mandano all’allenamento, e appena finita la partita ci fanno ripartite. E’ lo stesso che viaggiare bendati. Comunque non mi rammarico”.

(Oriana Fallaci, Gli antipatici, Rizzoli 1963, Bur Rizzoli 2014)

lunedì 25 gennaio 2016

Lo scudetto del Napoli di Pacileo

E' morto ieri a Napoli, a 84 anni, Giuseppe Pacileo, inviato e prima firma della redazione de Il Mattino, la figura più autorevole del giornalismo sportivo in città per decenni. Spiritoso, ironico, colto, appassionato di letteratura, cinema, melomane, insegnava senza volerlo, senza pretesa di farlo, con semplicità, chiacchierando. Un architetto della curiosità. La costruiva e la trasmetteva. Poteva intrattenersi a discutere della traslitterazione di un nome russo e della posizione in campo di Salvatore Bagni. Ieri molti ricordavano di lui il 3,5 che a Udine un giorno diede in pagella a Maradona. Pacileo apparteneva a una stagione perduta di questo mestiere, fatta di trasmissione del sapere verso i più giovani, di condivisione del tempo al campo con i colleghi, di confronto continuo con i protagonisti, calciatori e allenatori, non ancora rinchiusi nei bunker dei loro campi d'allenamento. Qui sotto trovate un articolo scritto su Ottavio Bianchi, allenatore del Napoli, per l'edizione straordinaria del 10 maggio '87, giorno del primo scudetto. 
***
IL SIGNOR Ottavio Bianchi è persona simpatica, uomo di spirito, disinvolto conversatore, trovandosi fra amici sicuri (che sono pochi) è possibile addirittura che si sbilanci oltre il sorriso. Come chiunque, s'intende, ha pregi e difetti. Come tantissimi, è possibile che consideri pregi i suoi difetti e viceversa.

mercoledì 25 novembre 2015

Dieci pezzi su George Best

GeorgeBest1

Il primo passo dell'alcolista per guarire è ammettere la propria malattia: Best l'ha ammessa da sempre ma non è mai guarito. Raccontava del suo ingaggio ai Los Angeles Aztecs, un'altra umiliazione, non umana ma tecnica, e del fatto che gli avevano trovato una casa vicino al mare. "Ma per arrivare all'Oceano dovevo passare davanti al bar. Non sono mai arrivato all'acqua". [...]

sabato 19 settembre 2015

Calvino alle Olimpiadi

Il tabellone della finale di basket a Helsinki 1952
Il tabellone della finale di basket a Helsinki 1952
Quando Italo Calvino va alle Olimpiadi di Helsinki, inviato per l'Unità, non ha che ventinove anni appena, anche se ha già pubblicato "Il sentiero dei nidi di ragno" (1947), "Ultimo viene il corvo" (1949) e "Il visconte dimezzato" (1951). Non ha particolare dimestichezza con lo sport, lo confesserà lui stesso. Ne Il giardino incantato, uno dei racconti della sua raccolta uscita tre anni prima, c'è una pagina ispirata dal tennis tavolo,che ancora chiamavamo ping-pong.


Uscirono dall’acqua e proprio lì vicino alla piscina trovarono un tavolino col ping-ping. Giovannino diede subito un colpo di racchetta alla palla: Serenella fu svelta dall’altra parte a rimandargliela. Giocavano così, dando botte leggere perché da dentro alla villa non sentissero. A un tratto un tiro rimbalzò alto e Giovannino per pararlo fece volare la palla via lontano; batté sopra un gong sospeso tra i sostegni d’una pergola, che vibrò cupo e a lungo. I due bambini si rannicchiarono dietro un’aiuola di ranuncoli. Subito arrivarono due servitori in giacca bianca, reggendo grandi vassoi, posarono i vassoi su un tavolo rotondo sotto un ombrellone a righe gialle e arancio e se ne andarono. (Italo Calvino, Ultimo viene il corvo, Einaudi)

Per il resto Calvino si dichiara profano. "Scrivo", dirà, "perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport. Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non è il desiderio di insegnare ad altri ciò che so o credo di sapere che mi mette voglia di scrivere, ma al contrario la coscienza dolorosa della mia incompetenza".

venerdì 18 settembre 2015

Quando l'Unità stroncò il suo collaboratore Italo Calvino

Il 6 agosto del 1952, sulle pagine dell’Unità, Carlo Salinari torna sull’uscita de Il Visconte dimezzato, la prima opera della trilogia dei nostri antenati di Calvino. Lo fa in sostanza per stroncare il romanzo, che aveva aperto un dibattito vivace dentro il Pci. Calvino all’epoca non ha ancora compiuto trent’anni. Ha già pubblicato, tra le altre cose, Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo. Soprattutto, proprio per l’Unità neppure un mese prima era stato inviato alle Olimpiadi di Helsinki, e da lì aveva scritto dei magnifici reportage. A trent’anni dalla sua morte, l’articolo dell’Unità d’allora.

Calvino ha scritto una favola […] Appena uscito il libro autorevoli critici dei giornali e delle riviste indipendenti hanno esultato: com’è bravo Calvino! “In questo libro non c’è né idee né propaganda politiche: Calvino vi è artista e non uomo di parte”. E poiché un nostro compagno su Rinascita, ha osato esprimere delle riserve, ecco gli stessi critici usare le parole grosse: “E’ un libro – hanno detto – che non doveva essere scritto, e che perciò non dovrebbe essere letto: da mettere all’indice, non della Chiesa, ma del Partito, poiché Calvino è comunista”. “Calvino sotto accusa?”. Povero Bellonci! Da trent’anni a questa parte il destino ha voluto che perdesse sempre le occasioni buone per stare zitto.
Certo questo libro probabilmente non sarà letto, migliaia e migliaia di persone (operai, contadini, intellettuali) che hanno apprezzato Il sentiero dei nidi di ragno probabilmente non leggeranno Il visconte dimezzato. Tuttavia la cosa non sarà dovuta a un Indice che non esiste, e nemmeno all’opinione che può esprimere questo o quel critico comunista, ma a un’altra ragione un pochino più complessa.


Qual è il difetto fondamentale di questo libro di Calvino? Forse il suo carattere di favola? No, perché – e in questo sono d’accordo con Bellonci – il suo temperamento di scrittore lo porta naturalmente verso una simile forma d’espressione. Forse il fatto che è scritto male? No, perché vi sono pagine molto belle, composte con quella grazia e arte di scrittore, che fanno di Calvino il giovane più dotato del dopoguerra: “Quella notte, Medardo tardò a dormire. Camminava avanti e indietro vicino alla sua tenda e sentiva i richiami delle sentinelle, i cavalli nitrire e il rotto parlar nel sonno di qualche soldato. Guardava in cielo le stelle di Boemia, e pensava al nuovo grado, alla battaglia dell’indomani, e alla patria lontana, al suo fruscio di canne nei torrenti”. E vi sono anche figure simpatiche come quel dottor Trelawney.
Il difetto fondamentale è che l’ispirazione della favola non parte dalla nostra realtà, da problemi sentimenti e idee che sono patrimonio comune della nostra esperienza, ma da una suggestione e da un gusto di derivazione intellettualistica e culturale. E mi spiego meglio. Una volta uno studente mi portò alcune sue poesie: ve ne erano di buone e di cattive, come capita. La più brutta di tutte, però e anche questo capita), era proprio quella che l’autore riteneva la più bella: una lirica in cui si cercava di esprimere il tormento del dubbio che in lui, seminarista, si affacciava della divinità. Gli feci osservare che era la meno riuscita anche perché i sentimenti che in essa si cercava di esprimete non erano più oggi dei sentimenti storici, ma potevano costituire solo il dramma – sia pure sinceramente sofferto e rispettabilissimo – di alcune coscienze individuali. E volevo dire che ogni periodo storico ha dei nuclei di problemi che tutti gli uomini – direttamente o indirettamente – si affannano a risolvere. Da questi problemi scaturiscono atteggiamenti, idee, che non hanno più nessuna effettiva funzione. E’ per questo che noi attribuiamo una particolare importanza alla rispondenza dello scrittore con la società del suo tempo, perché i grandi scrittori, da Dante a Leopardi e a Verga, si sono sempre messi al centro di quei nuclei di problemi e di lì hanno ratto la forza del loro canto e la loro universalità. E’ per questo che la libertà dell’artista non deve essere concepita in astratto, ma sempre nei limiti della sua concreta esperienza di uomo, è per questo che l’arte, quando è arte, non può non essere nazionale. E non mi si dica che si fa solo questione di contenuti: certo non bastava dichiararsi romantici per essere grandi scrittori, però tutti i grandi scrittori della prima metà dell’Ottocento erano romantici.
E torniamo a Calvino. La grazia del suo stile e il buon gusto del suo umorismo non bastano a reggere un libro. E a lungo andare questo racconto – che pure è brevissimo – finisce per essere stucchevole. Perché l’affermazione che l’uomo è un impasto di bene e di male e che sarebbe un guaio se così non fosse, la polemica (o la satira) antimanichea, contro le concezioni fanatiche e intolleranti dell’uomo e della vita, sono state al centro di un’esperienza importante compiuta nei secoli scorsi, ma oggi rappresentano un fatto scontato e, in certo senso, equivoco. Il loro ritorno può essere dovuto solo a un richiamo di cultura e di intelletto e non a un’esigenza profonda dell’esperienza umana dello scrittore. Di qui il carattere di divagazione letteraria e di pezzo di bravura che viene ad assumere questo racconto, di qui quell’inevitabile rivolgersi ed ammiccare quasi – in ogni piega del periodo, in ogni sfumatura delle parole – a una ristretta cerchia d’intenditori (a dei Bellonci in folio per spiegarci), da qui l’assenza di quell’adesione col lettore che caratterizzava Il sentiero dei nidi di ragno dove la favola di Calvino s’incontrava con un’esperienza decisiva e sofferta del nostro tempo: con la guerra partigiana.
E per questo, come dicevamo all’inizio, molti (operai, contadini, intellettuali) forse non leggeranno il Visconte dimezzato. Perché non è scritto per loro.

sabato 5 settembre 2015

La fucilata eretica di Saronni

saro   Una fucilata, si disse. Forse perché Saronni vinceva sempre in volata, lasciava dietro di sé come il rumore di uno sparo, bang, e invece stavolta aveva fatto le cose in grande. Una fucilata, si disse, forse perché pochi la videro partire, e quando tutti la sentirono ormai era tardi, ormai era arrivata. Due mesi prima l’Italia di Bearzot aveva vinto i Mondiali in Spagna. Saronni a Goodwood, Inghilterra del sud, una ventina di miglia dalla Portsmouth di Dickens, chiudeva in quel modo l’estate più bella di sempre.

giovedì 9 aprile 2015

La canzone napoletana è morta. Colpa delle donne


Poco più di ottanta anni fa, quando Dicitencello vuje è stata scritta da pochissimo, quando non sono state ancora composte Munasterio 'e Santa Chiara, non ancora Passione Tammurriata Nera, non ancora Luna RossaMalafemmena, quando Renato Carosone è ancora un pre-adolescente; poco più di ottant'anni fa sui giornali dell'epoca si apre un dibattito. Tema: la canzone napoletana è morta. Chi lo sa perché. Forse perché la Festa di Piedigrotta, attesa per ascoltare le novità della scena musicale, comincia a essere influenzata dalle prime case discografiche, anche se il disco e la sua diffusione non sono ancora un metro di giudizio del successo di un brano. Le cosiddette "audizioni di Piedigrotta" si tengono nei teatri, la radio trasmette le serate. Piedigrotta ha un seguito nazionale. Napoli, dai giornali dell'epoca, viene ancora raccontata in prevalenza con i toni dei viaggiatori del Grand Tour. Lucrino veniva definita "la Viareggio del sud". Fatto sta che il dibattito c'è. Negli anni Trenta, in giro, sono convinti che la canzone napoletana sia morta. A dimostrazione del fatto che spesso, per non dire sempre, l'idea che sia esistito un passato magnifico e migliore del presente è falsa.

giovedì 13 novembre 2014

Il primo amore di Vittorio De Sica


Per i registi stranieri, era “il napoletano”. Anche se nato in Ciociaria. André Bazin, il fondatore dei Cahiers du cinéma, di Vittorio De Sica diceva che vivesse in “inesorabile amicizia per i suoi personaggi”. La trovo una frase bellissima, testimonia la grande umanità con cui De Sica guardava il mondo, la partecipazione per le vicende osservate e raccontate, una profondità leggera che certamente adesso si spaccerebbe per buonismo. Quando morì, sono 40 anni, l’Unità scrisse che “la sua delicata cortesia napoletana diviene grazie al cinema il più grande messaggio d’amore che i nostri tempi abbiano avuto la fortuna di ascoltare dopo Chaplin”.
Poco prima di morire, De Sica si confessò al registratore di Aurelio Andreoli, cronista letterario. La conversazione fu pubblicata da “Il Mondo” nel 1976. Questa è la parte in cui De Sica racconta della sua infanzia a Napoli, trascorsa in una casa all’Arenaccia.

giovedì 30 ottobre 2014

Ali-Foreman secondo Giovanni Arpino

Rumble in the Jungle. When we were kings. Foreman-Ali. 30 ottobre 1974. Il match più famoso nella storia della boxe. Ne scrisse Norman Mailer. In Italia Giovanni Arpino, che il quotidiano torinese "La Stampa" mandò come inviato speciale in Zaire a seguire l'evento. Questo è il pezzo che Arpino scrisse 24 ore prima: sul giornale occupò l'intera pagina 3.


È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della "negritudine". Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull'erba nel suo "quartiere" di N'Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l'invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un "fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi", non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all'immagine dell'uomo politico, fa: "Scusami". E seguita a parlare dei problemi dei neri.

giovedì 11 settembre 2014

Rione Traiano 1976-2014

La chiesa, al rione Traiano che ha ottantamila abitanti, funziona da sei anni. E' sorta al posto di una serie di "locali impropri" che venivano usati per le funzioni religiose. Una vita difficile fin dall'inizio. Il Traiano doveva essere un quartiere satellite nella zona flegrea a nord di Napoli ed invece è diventato un ghetto per le famiglie che hanno dovuto abbandonare i vicoli del "ventre molle" della città. La platea della parrocchia comprende impiegati, operai, muratori, ambulanti e dal 23 novembre '80 tre campi di terremotati divisi fra containers e prefabbricati pesanti. La malavita organizzata recluta qui manovalanza, diffusa è la droga. "Una forma di fuga dalla vita, un fatto esistenziale più che un traffico per guadagnare", precisa il parroco. (Ermanno Corsi, la Repubblica, 10 agosto 1984)

Il criterio con cui è stato sfruttato il rione Traiano si conferma così ogni giorno di più come l’esempio di come non si debba costruire un complesso popolare. E sono ancora una volta gli stessi abitanti che, di fronte ad uno stato di abbandono cui è stato lasciato il rione da venti anni, acquistano coscienza sempre maggiore della gravità della situazione. Intanto, la popolazione vive una situazione insostenibile. (Valeria Alinovi, l’Unità, 5 dicembre 1976)