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giovedì 9 febbraio 2017

Sanremo e la scomparsa delle canzoni nonsense

Le Figlie del Vento (Sanremo 1973)
Sul palcoscenico vetrina del festival della Nazione, sfila la galleria completa di quel che l'Italia sente di essere diventata. C'è il più classico dei presentatori di oggi, c'è la più teen delle signore della tv, ci sono i reucci della canzone di ieri, i rapper più rassicuranti di cui disponiamo, gli emergenti, gli emersi, i riemersi, i sommersi, i dispersi. I divi ingaggiati per campagne di solidarietà. Il campione del pallone. Lo spacco che spacca le donne. Insomma ci siamo tutti. Proprio tutti. Quasi tutti. Mancano i figli di Piripicchio e Piripicchia.

venerdì 27 gennaio 2017

La notte che Tenco: i giornali, Quasimodo e Gatto


A Sanremo il confronto è diretto, a faccia a faccia, ed è spietato. I divi di oggi, che gli basta un disco per diventare famosi, sono più sereni. E sono agguerriti, non hanno timori reverenziali. Anche per questo il Festival di Sanremo è profondamente mutato, i vecchi si difendono, i giovani incalzano, avanzano con le chitarre urlanti. Le giurie danno ancora ragione ai vecchi. Fino a quando? Il Festival è pateticamente ancorato al passato e con i ragazzi si compromette ma non troppo. Fa coesistere Villa e i Rokes, Dalida e le ragazzine. E’ una vicinanza competitiva? Può darsi, è certo però che le scelte sono ambigue e che la vena si è rinsecchita. L’Italia, a Sanremo, non canta, balbetta [1].
C’è chi dice che il festival è in periodo di stasi, in fase involutiva; si è dilatato troppo, a vuoto, e rischia di sgonfiarsi in fretta o di scoppiare, ancora più in fretta. C’è chi dice, con maggiore ottimismo, che ci sono i segni di una trasformazione radicale. Il primo di questi segni – se n’è già parlato – è la presenza di tanti giovani nelle giurie [2].

venerdì 18 marzo 2016

La Sanremo e la meravigliosa banalità del Poggio


Il giorno della Milano-Sanremo. La storia della sua strada più famosa, il Poggio, attraverso le parole dei grandi cantori del ciclismo.  
Gli italiani non vincevano da sei anni. La Milano-Sanremo s’era trasformata in una lunga attesa dello sprint finale di uno straniero. Perciò Vincenzo Torriani inserì negli ultimi chilometri il Poggio [1]. Era il 1960. “Il primo anno del Poggio è l’anno della morte di Coppi”[2]. A leggere la carta d’identità di questo strappo, questo “cono su cui ci si arrampica azionando l’arma dello scatto e da cui si scende a tomba aperta”[3], viene da domandarsi come sia stato possibile vedergli decidere la corsa tanto spesso. Un’ascesa di tre chilometri e sette, con quattro tornanti e sei curve, pendenza media del 3,7% e punte dell’otto. Una discesa con ventitré curve e sette tornanti interpretabile in più modi, “brutta e pericolosa”[2], “una folle picchiata”[4] “per audaci ma non per pazzi”[5]. È una “affondata sui tetti di Sanremo”[6].

venerdì 19 febbraio 2016

I tasti leggeri di Ezio Bosso



BORDIGHERA. L’UOMO che ha stupito il festival è un italiano che gira il mondo in carrozzina e domani dirigerà la Lithuanian Orchestra a Vilnius. Non aveva mai inciso un disco. È arrivato all’Ariston e i telespettatori sono passati da 11 a 13 milioni. Si è svegliato in testa alla classifica di iTunes col suo esordio ( The 12th room), ha acceso il pc e ha trovato 145 mila persone in più iscritte alla sua pagina Facebook. Ezio Bosso dal 2011 fa i conti con una malattia neurodegenerativa che agisce sui neuroni. Mercoledì era all’Ariston, suonava e sorrideva, mentre la violinista dell’orchestra in un angolo piangeva. Seduto ai bordi di una piscina a Bordighera, maglia scura e foulard coloratissimo, la mattina dopo racconta una rivoluzione. Fuma un paio di sigarette. È un uomo sereno. "Forse esiste un bisogno di ascoltare cose meno urlate e più sincere. Forse esiste una necessità di sentirsi meno Superman. Ai miei concerti vengono ragazzi giovani e anziani. Non è vero che la gente non va a sentire Bach e Chopin. C’è qualcuno a cui fa comodo raccontarlo, per paura che i giovani si accostino a certi autori. La musica è un’azione condivisa. Uno come me deve togliere la paura che ne esista di noiosa".

giovedì 18 febbraio 2016

Le sette canzoni che ci sono dentro Vincere l'odio

Gli Elii vestiti da Kiss a Sanremo 2016 
SANREMO - Un gruppo che porta a Sanremo una canzone fatta di sette canzoni, anche quando manda il suo disco in negozio finisce per inventarsi qualcosa. Mentre sul tavolo dell’Ariston giocano con Vincere l’odio, Elio e le storie tese fanno uscire il nuovo cd in un box accoppiato a “Lelo Siri 2”, un oggettino in due colori che spezza l’ultimo tabù. E’ stato prodotto in mille esemplari. “E’ un vibro-massaggiatore che risponde alla bella musica. Se Barbara D’Urso è vicina alla gente che soffre, gli Elii sono vicini alla gente che gode”, spiegano in un ristorante di Sanremo prendendo di mira tutti i luoghi comuni, i vizi, i tic della canzone italiana e della discografia. Il cd si chiama Figgatta de Blanc, con riferimento affatto casuale ai Police e al loro Reggatta de Blanc del ’79, come del resto L’album biango giocava con i Beatles. Una genesi raccontata alla maniera loro. Rocco Tanica svela che “il disco doveva chiamarsi Merda, poi ci siamo detti: ammorbidiamo un po’”. Obiettivo finale: “Il titolo migliore è sempre quello che fa ridere di più”, dice Elio.

Dentro l'orchestra di Sanremo

Il ragazzo che in seconda fila suona il flauto e che apre il pezzo degli Stadio, un anno fa di questi tempi era seriosamente impegnato a leggere lo spartito dei Dialoghi delle carmelitane di Poulenc, in cartellone al Petruzzelli di Bari. Cosa di un certo spessore e di un certo peso, a maggior ragione se il confronto è con i Dear Jack. Simone De Franceschi è al suo primo Sanremo, lui che è nato proprio qua, 25 anni, figlio di un fagottista mai stato al festival per un motivo semplice: dalla musica pop i fagotti sono come banditi. “Ho saputo tre settimane prima che si cominciasse. C’era un posto vuoto da flautista, ed eccomi: un’esperienza incredibile e inattesa”. L’orchestra che accompagna i cantanti a Sanremo nasconde storie di strumentisti che nell'ombra dedicano la loro vita alle note. Ventotto archi, un flauto (Simone), un oboe, due corni. “Ho studiato all'accademia di Santa Cecilia, a Roma. Il mio sogno sarebbe entrare in una sinfonica. I Berliner, be’, quello sarebbe davvero il massimo”. Li abbiamo visti in questi giorni assorti, altre volte commossi, come la violinista Chiara Antonutti per l’esibizione di Ezio Bosso.

martedì 16 febbraio 2016

Tenco, l'hotel Savoy e la memoria di Sanremo

LE MIMOSE fioriscono in pace, dietro un cancello che Sanremo non riesce a riaprire. Poco oltre la metà di questa strada in salita ormai presa d'assalto dalle agenzie immobiliari, dopo un caffè, una bottega di bigiotteria e un buco in cui si tosano cani chiamato "Il paradiso di Pluto", da una curva a gomito spunta un pezzo di memoria con cui la città del Festival ancora non si sente in pace. Hotel Savoy, via Nuvoloni numero 44. Nella notte fra il 26 e il 27 gennaio del 1967 la canzone italiana qui trovò cadavere uno studente di ingegneria che viveva a Recco con sua madre, Luigi Tenco, appena bocciato dalla giuria popolare e neppure ripescato in gara da quella degli esperti al Casinò. I giornali non fecero in tempo a dare la notizia, raccontavano anzi in quelle ore di un Festival piatto, senza polemiche.

Quando si va a Sanremo

Quando si va a Sanremo per la prima volta, la scoperta iniziale sono i tassisti francesi. Quelli che si muovono dall'aeroporto di Nizza, dove si atterra da Roma. Parlano e capiscono benissimo l'italiano, ma fanno finta di no. Vogliono prima divertirsi a capire se tu arrivi dalla terra di Totò e Peppino, nojo vulevòm savuàr. In macchina si percorre un'autostrada che passa davanti a cartelli di posti meravigliosi, dandoti l'illusione che li stai vedendo tutti. Ho pensato a Grace Kelly. Il tassametro dei francesi si muove a un ritmo che neppure Rocco Hunt riesce a sfiorare. Specialmente in avvio di corsa, dev'esserci un sistema in base al quale il primo tratto di percorso si paga di più, non lo so, non l'ho capito. Se sono riuscito a sincronizzare bene lo sguardo fra tassametro e orologio, scattano più o meno 10 centesimi ogni due secondi. Per cui quando sei appena partito, ti fai due conti e pensi che fino a Sanremo ti verrà a fare tutta la tredicesima, per chi ce l’ha. Avrei poi scoperto che da Sanremo a Nizza la corsa costa un po’ meno, c'è una tariffa fissa di 140 euro, poi tasse, bagagli, festivo, queste cose qua, ma comunque meno, e che molti a Nizza il taxi se lo fanno arrivare da Sanremo. Buono a sapersi.

lunedì 15 febbraio 2016

La crisi dei comici a Sanremo

I coniugi Salamoia
Comico una volta voleva dire qualcosa. Senza spingersi fino a Bachtin e Bergson, basterebbe fermarsi alle parole che Benigni consegnò nel 2002 a questo stesso palco, chiudendo così una vigilia di polemica politica segnata dalle proteste della destra per la sua presenza: «I comici infrangono le regole, fanno quello che gli pare, sono viziati come bambini, ricchi d'amore, si farebbero ammazzare per quello che amano. Contrabbandieri senza licenza. Hanno il potere di far ridere e piangere: il potere più grande del mondo. Non li si può imprigionare». Figurarsi se a mettergli le manette è la banalità.

Dirige il maestro Peppe Vessicchio


SANREMO. Dirige l’orchestra: il maestro Peppe Vessicchio. Boato dell’Ariston, applausi. “Fragorosi, perfino imbarazzanti perché nel frattempo davanti a me c’era un mito come Patty Pravo sul palco. Ho provato a sollevare un braccio per condividere con lei il momento”. L’idolo della rete dell’ultimo festival di Sanremo. Lui che dà il pronti-via in sei ottavi a Elio. Lui che non ha cantanti sul palco e twitter lancia l’hashtag #uscitevessicchio. “Una casualità. Ero a provare. Mi ha colpito che la gente se ne sia accorta”. Trentuno anni dopo il primo Sanremo, dove ancora si cantava sulle basi preregistrate e lui accompagnava Zucchero, torna a casa con una popolarità gioiosa. “Il festival è come una festa comandata. In casa mia ci sono Natale Pasqua Ferragosto, e poi c’è Sanremo. La prima volta che ci ho messo piede nevicava. Ma in genere è per me un anticipo di primavera, vengo qui, le mimose si schiudono e mi sembra di stare a Napoli. Un anno in cui mancai, per non sentirne la mancanza, cambiai proprio stagione e me ne andai a vivere un anticipo d’estate a Sharm”. La barba più riconosciuta d’Italia. “Un amico conserva una foto di quando avevo solo i baffi. Ogni tanto minaccia di renderla pubblica. A casa non mi hanno mai visto senza. Me la feci crescere al liceo, erano gli anni della contestazione, portavo i capelli lunghi e la fascetta tra i capelli. Alla musica sono arrivato seguendo mio fratello Pasquale, che ne era portatore sano. Suona fisarmonica, piano e chitarra. Non è il suo lavoro eppure non pensa ad altro. Se hai una passione tanto grande in casa, finisci per trasmetterla”.

sabato 13 febbraio 2016

Le coppie di Sanremo

QUESTA è la storia di "due poveri illusi" che stasera possono vincere il festival della canzone italiana. Lei, Deborah, cantava ai matrimoni nei dintorni di Ragusa e disegnava gioielli, «nel laboratorio pomeridiano dell'istituto d'arte dove mi sono diplomata. Ne ho progettati, disegnati e realizzati: in ottone, bronzo e alpacca. Adesso? Adesso i gioielli solo me li metto», e la cadenza siciliana è ancora là. Lui, Giovanni, s'era iscritto al Politecnico di Milano, architettura, dopo un 100 al liceo scientifico e una borsa di studio in art direction. Gli chiedevano dove mai credesse di andare con quella sua passione per la musica, partendo da Modica, e poi – andiamo - con quel cognome no. «Una casa discografica mi ha tenuto fermo sostenendo che Caccamo non potesse funzionare. Ma le alternative non erano migliori, e poi io ci tenevo. È il cognome di mio padre, faccio musica per lui». Un papà che lo ha lasciato orfano quando era poco più di un bambino, undici anni: adesso è più il tempo trascorso senza. «Ha fatto in tempo solo a sentirmi suonare la chitarra. Così, per reazione, dopo la sua morte la chitarra non l'ho più toccata per anni. Mi sono messo a studiare il pianoforte e ho sentito il bisogno di scrivere. Erano cose tristissime, molta carta straccia, ma la musica piano piano è diventata terapia e rifugio».

venerdì 12 febbraio 2016

Il fenomeno delle cover

Nek a Sanremo 2015
Sanremo 2015 ha offerto la spinta a crederci. La versione di Se telefonando con cui Nek vinse la terza serata è rimasta in classifica su iTunes fino all'estate successiva. Più a lungo dei brani in concorso. Se molti ragazzi italiani hanno creduto che Meraviglioso fosse un pezzo dei Negramaro, amandolo e cantandolo, allora si può provare: andiamo a vedere dove conduce questa via. In fondo è un ritorno a un genere che appartiene alla storia della canzone italiana. Parte da Personalità di Celentano, passa dagli album doppi di Mina e finisce con la ripresa attraverso i talent.

Il valletto Gabriel Garko

DONNE, eccola qui l'attesa rivincita. In coda a una lunga galleria riempita un anno da Manuela Arcuri e un altro da Elisabetta Canalis, all'edizione numero 66 il festival abbraccia le pari opportunità e offre in pasto all'Italia il valletto perfetto. Un bambolo da sogno. Alto, moro, davvero troppo in tutto. Cosa volete che sia se poi non riesce a leggere il gobbo. Gabriel Garko, anno 2016, il rovesciamento di un cliché.
Il bambino che voleva diventare Mastroianni adesso passa per una specie di Valeria Marini. Quando il rilevatore Auditel registra il picco di ascolti della prima serata alle 23 e 41, nell'attimo cioè in cui non canta nessuno, mentre Garko sta presentando Rocco Hunt, tutto diventa chiaro. L'Italia è radunata lì per vedere quello che combina. Del resto il record d'ascolti una volta lo fece il segnale orario.

giovedì 11 febbraio 2016

La mutazione genetica della canzone napoletana

Sergio Bruni con Claudio Villa
Non cercate più i mandolini, la pizza è sparita e il sole è un inganno. «Fammi vedere il colore lì dove non c'è sole» canta Clementino a Sanremo, certificando la fine dell'egemonia della Napoli da cartolina sugli altri volti della città. Se accade qui, tutto è più vero: qui, sul palco che nel '60 sentì Sergio Bruni cantare che «il mare è la voce del mio cuore » mentre Fausto Cigliano si beava del fatto che «accanto a te splende il sole». Con due rapper pieni di rabbia in gara dove un tempo Napoli portava solo l'ammore, anche il festival partecipa allo smantellamento dell'immaginario classico, nei giorni in cui il ministro Alfano invoca l'esercito per «far star zitte le pistole».

martedì 9 febbraio 2016

La storia d'amore fra Elton John e l'Italia

Quando Elton John arrivò qui nel 1989, Beppe Grillo era soltanto un comico, a Sanremo potevi trovarci una canzone di Al Bano, non ancora una dichiarazione degli uomini di Alfano. "Guardavo l’Eurofestival in tv. Ricordo le canzoni di Marino Marini e di Domenico Modugno", svelò lui prima di mettersi a cantare "ciao ciao bambina, un bacio ancora".

La fabbrica dei giovani padrona del festival

SE NON sapete che Giuseppe Caccamo e Deborah Iurato stavolta cantano insieme e sono i favoriti, o peggio ancora se non sapete affatto chi sono, allora siete cascati nel tranello di Bennato. No, non sono solo canzonette. Forse una volta, ma adesso l'affare è serio. I ragazzi italiani si sono presi il festival di Sanremo. Senza chiedere il permesso. Cosa ne faranno ancora non si sa, ma il 2016 è un segno di croce sulla mappa del nostro paesaggio musicale, e dunque sociale.

giovedì 23 febbraio 2012

Emma, Noemi, Arisa e l'elogio dell'incomunicabilità

Adesso che di Sanremo non importa più a nessuno, è forse arrivato il momento di scavarci dentro. Per scoprire che il festival dei lunghi monologhi di Celentano è stato in realtà il festival che ha premiato la mancanza di fiducia nel potere della parola. Il Sanremo che ha fatto l'elogio dell'incomunicabilità. L'ha cantata meglio di tutti Noemi, al suo uomo ricordava "un equilibrio che svanisce ogni volta che parliamo". Lui era stanco di tutto, "e io non so cosa dire, non troviamo il motivo neanche per litigare, siamo troppo distanti distanti tra noi, ma le sento un po' mie le paure che hai. Vorrei stringerti forte e dirti che non è niente. Posso solo ripeterti ancora: sono solo parole, sono solo parole le nostre".

lunedì 20 febbraio 2012

Alessandro Siani, l'Accademia della Crusca e la prospettiva di un accento

Ora. La comicità di Alessandro Siani può piacere o non piacere. Oppure può piacere a volte sì e a volte no. Sul "Corriere del mezzogiorno" di ieri, Antonio Fiore ha scritto che sul palco del festival l'attore napoletano ha concesso "un quarto d'ora di spasso intelligente" - anche se con qualche battuta non originalissima - chiudendo poi con la retorica del siamo tutti italiani, e il nord, e il sud, la stessa barca, eccetera eccetera.

martedì 14 febbraio 2012

'O festivàl / 4

Certo, uno si assenta due settimane e quando torna vuole parlare del festival di Sanremo.
Però ci siamo. Mica si può fare finta di niente. Io ero spaventato soprattutto da una cosa. Che Sanremo comincia e Tieffemme sta ancora a Parigi. Però questo suo post mi fa capire che pur in contumacia possiamo contare su di lui (e sulla sua scoperta Dragontape)
Dopo il meglio degli anni '70 [che si sente e si legge qui], il meglio degli anni '80 [qui] e il meglio degli anni '90 [qui] e il meglio degli anni Zero [qui], arriva:
L'anti Sanremo di tutti i Sanremi.
E cioè.
Tutte le volte che a Sanremo uno ha pensato: ma questo adesso qua che ci fa.

mercoledì 24 febbraio 2010

Il codice Pupo



"Questa canzone tanto denigrata (...) questa canzone è al 15esimo posto su ITunes, che è un sito di ragazzi che scaricano canzoni"
(Pupo, Porta a porta)
(Qui, dal minuto 17 e il 18)