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venerdì 8 febbraio 2019

Le follie di Palpacelli, una carriera bruciata dall'eroina


Quest'uomo di 48 anni che di fronte al mare beve un succo di mirtillo e porta i capelli a zero, un tempo aveva la coda di cavallo, andava a Jack Daniel's e si faceva di eroina. «Mai mezze misure, alla fine è stata una forza: è un eccesso anche smettere dall'oggi al domani». Tra una dose e l'altra giocava a tennis, il più grande campione mancato d'Italia, una vita che sembrerebbe esagerata pure se fosse fantasiosa, e invece è vera. Roberto Palpacelli schiacciava con il manico della racchetta quando le partite lo annoiavano. Fumava ai cambi di campo. Rifiutò la chiamata di Panatta e Bertolucci a un raduno della nazionale giovanile perché gli pareva una prigione. Si è fatto cacciare dalla scuola per maestri. Poteva bere 4 Campari e giocare 3 ore al sole. A 17 anni era categoria B1 e già sniffava. Nella droga ha scialacquato talento e montepremi. Una discesa all'inferno che lo portò a implorare suo padre di aiutarlo a farsi, perché da solo no, aveva un braccio rotto. Ha battuto Canè, Meneschincheri e Santopadre. Ha perso al 3° set con Ljubicic tre mesi prima di entrare in comunità. Oggi dà lezioni di tennis per 30 euro l'ora al circolo di fianco alla stazione di San Benedetto del Tronto, la città della perdizione e della risalita, dove sua madre lo raggiunge in ansia e gli porta le sigarette, se trova il telefono spento quando lo chiama. Tutto raccontato nel libro scritto con il giornalista Federico Ferrero, Il Palpa (Rizzoli): c'è già una casa di produzione che ha acquisito i diritti per trarne un film.

mercoledì 12 dicembre 2018

L'amica geniale in tv, intervista a Elena Ferrante


Dopo dieci milioni di copie vendute in 40 paesi al mondo proteggendo il mistero sull’identità di Elena Ferrante, sulla copertina della nuova edizione Lila e Lenù hanno il volto di due attrici bambine. È il sublime paradosso con cui L’Amica Geniale entra in una nuova dimensione. La tetralogia è diventata una serie tv in otto episodi, i primi due in anteprima all’ultima Mostra di Venezia e al cinema per tre giorni la scorsa settimana, prima di arrivare dal 30 ottobre su Rai1, Ray Play e Tim Vision. Un casting di otto mesi fra novemila partecipanti ha individuato le protagoniste nell’età dell’infanzia in Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, debuttanti, due dodicenni della provincia napoletana. A distanza, nell’ombra in cui ha deciso di vivere la sua condizione letteraria, Elena Ferrante ha seguito la scelta delle attrici e la scrittura della sceneggiatura, a cura di Laura Paolucci, Francesco Piccolo e Saverio Costanzo, che del film per Hbo-Rai Fiction e Timvision è pure il regista (altra scelta suggerita dalla scrittrice), con la produzione di Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango. La voce narrante fuori campo è di Alba Rohrwacher. È una dimensione nuova per la stessa Ferrante, che via mail racconta al Venerdì il suo incontro con il cinema.

Quando nel 1994 Mario Martone preparava la sceneggiatura dall'Amore Molesto, lei scrisse: "Temo di vedere ciò che ho veramente raccontato e disgustarmene; o scoprirne invece la debolezza; o anche semplicemente accorgermi di ciò che manca". Anche stavolta ha temuto di
vivere le stesse sensazioni?
“Sì. Ma oggi è una condizione a cui mi espongo consapevolmente, con ansia, certo, ma anche con curiosità. Una volta, quando si parlava di un film nato da un libro, si usava dire: “riduzione cinematografica”. Oggi non so se questa formula è ancora diffusa, probabilmente no, dà un’idea (sbagliata) di prodotto minore.  Ma di quella espressione ciò che ancora mi interessa è l’idea di movimento: grazie a un certo tipo di lettura specialistica (quella degli sceneggiatori, quella del regista) il romanzo passa dalla pagina allo schermo e nel corso di questo movimento perde la veste letteraria, si denuda. È questa nudità che mi mette ansia e insieme mi interessa.  La lettura di chi fa film è l’unica, forse, che ha l’obbligo di ‘spogliare’ il racconto e prendergli le misure per dargli un abito nuovo. Ma il racconto letterario, ‘ridotto’ al racconto per immagini, privato della sua specificità, disorienta, spaventa, forse addirittura umilia chi l’ha scritto. Viene da chiedersi: ‘Questo è il mio libro? Dov’è ciò che mi pareva di aver scritto?’”.

venerdì 7 dicembre 2018

Bello questo tennis, sembra la boxe: le vite eminenti di Codignola

L’uomo che avrebbe cambiato il tennis per sempre non ha mai giocato una partita e pensava che il lavoro più bello del mondo fosse il cronista di baseball. Nove anni fa John Joseph Moehringer prestava ad Andre Agassi la sua abilità nel mettere insieme parole, lanciando verso un successo planetario la biografia Open, senza firmarla (“perché un’ostetrica non torna a casa col bambino”), e il tennis buttava giù l’ultimo diaframma fra sé e la letteratura. Se dopo il premio Pulitzer per un reportage su una comunità fluviale dell’Alabama, questo corrispondente del Los Angeles Times non avesse interrotto un articolo sui discendenti di Cita lo scimpanzé per dedicarsi ai palleggi e ai tormenti del Kid di Las Vegas, forse non ci saremmo mai neppure accorti che David Foster Wallace aveva vissuto Federer come un’esperienza religiosa.

È da quel libro lì, autunno 2009, che non è più possibile dedicarsi al tennis con lo stesso tono di prima. Ne è una nuova testimonianza il lavoro di Matteo Codignola, Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi, 290 pagine, 22 euro), che ospita in copertina un Jack Kramer ritratto per la pubblicità della Texaco, in pieno stile anni 50, forme arrotondate e viva i pastelli. Codignola è stato il traduttore di uno dei tre libri che meglio decifrano Napoli (Norman Lewis, Napoli ’44), di Patrick McGrath e di Mordecai Richler, ma all’interno di una certa setta è soprattutto l’editor che ha portato in Italia - sempre per Adelphi, 2013 - il libro che Gianni Clerici sosteneva fosse il più bello mai scritto su questo sport, Levels of the Game di John McPhee, nel quale prima sono ricostruiti i meccanismi della mente di un tennista seguendo la semifinale di Forest Hills 1968 fra Ashe e Graebner, e poi vengono descritte vita e lavoro di Robert Twynam, capo giardiniere dell’epoca a Wimbledon. In effetti è un libro chiave per capire il proprio rapporto con il tennis. Si legge e ci si schiera: capolavoro o perversione.

venerdì 26 gennaio 2018

L'amicizia tra la Ortese e Adriana Capocci

Questa è la storia di un’altra amica geniale, vicina ad Anna Maria Ortese, di nome Adriana e compagna universitaria di Alda Croce, figlia del filosofo. Ma l’ambiente napoletano non è lo stesso in cui Elena Ferrante farà crescere i due personaggi di Elena e Raffaella, Lila e Lenù, durante il ciclo dei suoi romanzi. Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, qui siamo in quella porzione di Napoli che trascorre l’estate a Capri. L’aristocratica Adriana Capocci di Belmonte era stata con le braccia sollevate e le gambe divaricate, sulle rocce di Marina Piccola, la misteriosa silhouette per un quadro del futurista Enrico Prampolini, prima di cominciare a frequentarsi con la ragazza che sarebbe diventata l’autrice di Poveri e semplici, premio Strega nel 1967.

Quel legame viene ora ricostruito nel libro di Sergio
Lambiase  Adriana cuore di luce (Bompiani, 208 pagine, 16 euro), attraverso il diario di lei e alcune lettere ritrovate in casa di una pronipote. Qualcosa era emerso nella biografia della Ortese firmata da Luca Clerici, e delle lettere si erano occupati anni fa i quotidiani. Lambiase ora dà veste e metodo alla materia, a un’amicizia che fu parte della breve esistenza di Adriana, morta di tubercolosi a soli 26 anni. I Capocci discendevano da una famiglia patrizia: principi, astronomi, avvocati, autori di canzoni, eroi di guerra e calciatori d’inizio ’900, quando il pallone era faccenda per la upper class. Il mondo di Adriana è questo: le ville, gli ospiti illustri, Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo. Lei è minuta ma esuberante, “lisci capelli tra il biondo e il fulvio, sguardo ironico, eleganza mai scontata”, legge a 18 anni L’amante di Lady Chatterley, vive con “una sorta di malessere, di disagio dello spirito, che la coglie nei momenti più inaspettati”. S’invaghisce del poeta indiano Saumyendranath Tagore, confessa al suo diario un bacio scambiato con Alberto Moravia.

Anna Maria Ortese vive invece i giorni dolorosi delle morti violente di due fratelli, abita a due passi dal molo in cui gli emigranti s’imbarcano per l’America, e quando si imbatte in Adriana scopre complessi e inadeguatezze, finanche cresciute quando le due finiscono per innamorarsi dello stesso uomo, Aldo Romano, storico, ma anche informatore della polizia fascista. La Ortese scrive: “Cara Adriana, io sarei felice se tu che sei a Roma potessi darmi notizie di lui (se è sposato non dirmelo mai mai)”. Sposato no, ma fidanzato sì. Con Adriana. Perciò la lettera successiva della Ortese è feroce: “Mi dovresti chiedere perdono e mi parli ancora della tua felicità. Senti, io t'ho voluto bene come nemmeno tuo padre quando t'accarezza te ne vuole, e tu mi ricambi con tanta volgarità (...). Non scrivermi più”.  La malattia di Adriana sarà motivo di rimorso per la Ortese: “Mi porterò in cuore, come un chiodo, le barbare parole che scrissi a te, leggera e dolce come un uccello”. Il Porto di Toledo, del 1975, sarà il romanzo trasfigurato della loro amicizia spezzata.

(Il Venerdì, 19 gennaio 2018)

sabato 21 ottobre 2017

Cosa c'entrano le muffe con il Barcellona

Quando Saba scriveva che «il portiere su e giù cammina come sentinella», mentre Pasolini considerava il calcio «l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», nel mondo delle lettere nessuno immaginava che dall'universo dei numeri sarebbero venuti a prendersi il pallone. Da sport narrato a sport analizzato. «Quando la matematica incontra il mondo reale può accadere di tutto», dice David Sumpter, londinese, insegnante di matematica applicata all'università di Uppsala, in Svezia. E cosa c'è di più reale del calcio? «Mettere in pratica una teoria è importante quanto conoscerla. Questa combinazione di teoria e pratica fa del calcio lo sport che amiamo così tanto». Nel tempo libero, Sumpter allena una squadra di bambini. Dice di amare la bellezza astratta delle equazioni e poi sporca la sua matematica con la realtà. Ha lavorato con biologi e sociologi, ha creato modelli quasi per tutto e scomposto il calcio per dimostrare che gli allenatori usano strategie simili a quelle con cui gli uccelli attaccano i vermi, i difensori tedeschi del Bayern si muovono come leonesse a caccia, il Barcellona attacca con le stesse reti che una muffa produce per nutrirsi. Le sue tesi sono in Soccernomics che esce ora in italiano con il titolo La matematica del gol: Sumpter spiega quante probabilità esistono di vedere una rete in un determinato minuto, o come lo schema della "ola" negli stadi sia per noi divertente, e per i pesci una questione di vita o di morte.

martedì 19 settembre 2017

Stefano Borgonovo raccontato da sua moglie Chantal


Certe vite si sconvolgono in sordina, le tragedie si fanno annunciare da dettagli che paiono trascurabili. La vita di Chantal Guigard cambiò quando le consonanti pronunciate da suo marito iniziarono a incepparsi. Prima la “r” poi la “t” e dopo la “f”. Che sarà, niente, forse lo stress. Invece era la Sla, sclerosi laterale amiotrofica, da quel giorno in casa detta «la stronza» perché «i malati diventano sottili, figure di carta, fili» e quando la Sla entra in una famiglia «nessuno si salva, nessuno rimane immune». Chantal è all'epoca una donna quarantenne, sposata da venti e innamorata da sempre di Stefano, che di cognome fa Borgonovo e di mestiere faceva gol, tanti, per la Fiorentina, per il Milan, in Coppa dei Campioni, con la Nazionale, e poi in un calcio più piccino perché questo è il ciclo naturale, si parte, si sale, si scende.

mercoledì 30 agosto 2017

Cronaca di lei

Facciamo un'enorme fatica a ricordare il nome di tre campioni del mondo da quando Mike Tyson ha lasciato la boxe, eppure non c'è ancora un altro sport che meglio si presti a mettere la cornice intorno a vite sfregiate o in bilico. Pare quasi che oggi resti il suo scopo principale, raccontare altro anziché raccontarsi. Milo Montero è allora il pugile perfetto per tutto questo, e un nome azzeccato fa il venti percento di una buona storia. Lo chiamano One Way perché il suo, sul ring e forse fuori, è un andamento a senso unico: avanzare, avanzare, avanzare perfino quando arretra, così da attirare gli avversari in trappola. One Way è più di un soprannome, via via è diventato un marchio, un brand come si dice. Alle soglie dei trent'anni, Montero ha aperto palestre, ha lanciato sul mercato una bibita con il suo nome, si vede offrire ruoli e programmi dalla tv. È un'industria che si regge sui suoi pugni, quelli che dà e quelli che deve evitare di prendere su un occhio che è il suo tormento dal giorno in cui dovette portarlo sotto i ferri di un chirurgo. Ha disputato un solo match negli ultimi dieci mesi, ma guidato negli affari da sua sorella Irene, ora può battersi in Germania contro il tedesco Mayer, per poi concedersi una chance mondiale in Italia contro un cinese.

giovedì 10 agosto 2017

Le sorelle Misericordia

Cristiana Cammarata non ha nulla di speciale, nemmeno la speranza, vive la sua condizione di ammalata di Sla come una donna "che non ha paura della morte ma dell'agonia". Laura, sua sorella, invece ha tutto, o quasi. Gioca a tennis, è la numero quattro al mondo e sulla Rod Laver Arena di Melbourne sta battendo nella finale degli Australian Open addirittura Serena Williams. Quando alle spalle della statunitense vede apparire la Madonna, mette la pallina in tasca, raccoglie borsa e racchette e imbocca il tunnel, mormorando "non posso", per poi recitare a bassa voce le preghiere che la sua fede cattolica le porta all'istante sulle labbra. Le pare un segno, una chiamata: tocca a lei occuparsi di Cristiana, tornare in città, chiudersi in casa, farla finita con questa immagine di donna emancipata e ricca.

giovedì 20 luglio 2017

Il film che Troisi non riuscì a girare

IL NUOVO film di Massimo Troisi è rimasto per 23 anni sotto chiave, commissionato pensato e scritto, «non chiuso in un cassetto perché c'erano già i computer», spiega adesso sorridendo Anna Pavignano, la sceneggiatrice che lo ha accompagnato da Ricomincio da tre del 1981 fino a Il postino nel 1994. Troisi non riuscì a leggere l'ultima versione del copione. Ora La svedese è un romanzo (Verdechiaro edizioni): storia di Livia, della sua infanzia ferita e del colpo di fulmine per Milo, uomo inafferrabile, sposato e distante 700 chilometri, per il quale vale la pena autodistruggersi, pur di mostrarsi fino in fondo libera. «Troisi mi chiese se avessi una storia che parlasse del modo di amare delle donne». Anna Pavignano dice raramente Massimo. «Una storia su un certo modo di abbandonarsi alla passione, al dolore, all'irrazionale. Gli piacque l'idea, finii di scriverla mentre girava Il postino».

venerdì 7 luglio 2017

De Giovanni e l'ultimo Ricciardi: "Fra due anni smetto"

Il tavolino numero dieci all'interno del Caffè Gambrinus è inaccessibile. "Riservato al commissario Ricciardi", c'è scritto sulle due facce di un segnaposto plastificato. Oggi, domani e nei secoli dei secoli. I clienti s'accostano, scattano una foto e vanno via. È qui che Maurizio De Giovanni porta il suo personaggio a fare colazione da undici anni e undici libri, dodici con il nuovo, "Rondini d'inverno", che Einaudi fa uscire in centomila copie: lunedì nel cortile del Maschio Angioino il primo incontro fra l'autore e quelli che non sono più lettori ma fans, se è vero che quattro associazioni organizzano tour guidati sui luoghi dei romanzi. «Fans dei personaggi, non miei», mormora lui, 59 anni, una delle voci più presenti della città, ora anche autore di teatro e sceneggiatore per la tv.
Il telefono che squilla, un tifoso che domanda del Napoli, un'ammiratrice che gli stampa un bacio. «Oggi concedersi a un selfie è parte dell'attività, eppure io non credo che uno scrittore debba avere una sua rilevanza personale. Ne hanno i suoi personaggi. Sono contento che sia conosciuto Ricciardi e che il tassista citi le sue frasi. Mi piacciono queste gioiose manifestazioni. Ma io cosa c'entro? Se a suo tempo avessi incontrato García Márquez, lo dico da lettore forte, credo che non lo avrei riconosciuto». Eppure, tutto questo finirà. Presto. «Nel 2020 smetto».

domenica 31 luglio 2016

L'assassinio di un immortale

Molti papà dei commissari che affollano le librerie sentono di avere un linguaggio comune: il noir europeo è un gigantesco circolo dai tratti collettivi. E poi c'è Petros Markaris, ottant'anni il prossimo Capodanno, capace di far convivere dentro le stesse pagine un prete ortodosso, Adolf Hitler e la sua creatura più celebre, l'investigatore Kostas Charitos. L'ultimo libro pubblicato in Italia dallo scrittore turco di nascita, armeno per parte di padre e greco d'adozione — la raccolta di racconti L'assassinio di un immortale (La Nave di Teseo) — ne conferma l'unicità. Traduttore di Goethe e Brecht, Markaris è un collettore di frammenti, ma dentro le schegge di realtà che assembla c'è un'offerta di verità, un'ipotesi.

lunedì 13 giugno 2016

L'innamoratore

L'amore sarà pure come per William Holden e Jennifer Jones una cosa meravigliosa, ma è soprattutto un lavoro usurante. Ne sa qualcosa Ivan Sciarrino, un tipo sotto la quarantina, figlio di un'insegnante di inglese e di un autista d'autobus di Napoli che si guadagna da vivere in giro per l'Italia mettendo in gioco i sentimenti, i suoi e quelli delle donne capitate sulla propria strada. Sciarrino non le incontra, a Sciarrino le fanno incontrare. Viene ingaggiato per far perdere loro la testa, affinché lascino i mariti, pagato da chi vuol ferire in questo modo un nemico, un concorrente, un rivale. Il suo è il mestiere dell'innamoratore: pericoloso perché sa interpretarlo soltanto lasciandosi coinvolgere — come avviene molto più che in passato con la signora Soraya D'Abundo — e perché prima o poi qualcuno ti mette una bomba sotto l'auto, facendo entrare in scena un'indagine dei carabinieri e una porta dietro cui si nasconde un mistero. Coetaneo del suo rubacuori a pagamento, al suo quarto romanzo in cinque anni, Stefano Piedimonte scrive con L'innamoratore (Rizzoli, 269 pagine, 18 euro) una storia che è più interessante leggere in controluce, come apologo sull'amore mancante, quello che potrebbe essere e non è, l'amore ipotetico che non abbiamo avuto, affascinante quando si ferma poco oltre la soglia dell'immaginazione, eppure monco perché non prevede né responsabilità né usura.

martedì 17 maggio 2016

Sono stato Schillaci

SBUCÒ dal nulla e aveva gli occhi a palla. I gol in B col Messina lo portarono alla Juve. Un anno di Juve lo portò ai Mondiali. I Mondiali del '90 lo portarono in cima. Totò Schillaci è stato un lampo, fra presidenti discussi, arresti in famiglia, telefonate registrate dall'anti-mafia, il dolore per la droga di suo cugino Maurizio: lo racconta nell'autobiografia "Il gol è tutto", domani in libreria. «La gente pensa che esista solo il campo. Invece per resistere nel calcio bisogna accettare altre cose. Io le ho accettate. Se vuoi essere un personaggio, devi stare al gioco. La sincerità è un bene a cui si rinuncia. Perciò esiste il calciatorese, quella lingua in cui si parla e non si dice niente».

Che cosa non racconta un calciatore?
«Alla mia prima partita, nello spogliatoio del Messina, c'era un barattolino di perline rosse. Pastiglie di Micoren. Ognuno ne prendeva due, servivano a spezzare il fiato. Le presi anch'io, fidandomi dei medici».

martedì 26 aprile 2016

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Eravamo rimasti al tonno di Bacchelli, ai corvi al rospo e al porco delle Favole della dittatura di Sciascia, ai pesci rossi di Cecchi. Quando nella letteratura italiana gli animali parlano, si muovono di solito nel territorio di un genere, gli exempla morali di Esopo. Ora arriva un cinghiale a mutare la scena, si chiama Apperbohr ed è più surreale finanche di quel grillo che comunicava con un burattino di legno. Vaga con il suo branco nelle campagne dell'immaginaria Corsignano, fra Umbria e Toscana, dove s'imbatte in una folla di personaggi teneri e grotteschi, infidi e indifesi, di cui non si può tenere il conto, anzi non si deve, questo è il bello, il bello è perdersi. Teorizzatore di una letteratura che sia allo stesso tempo «commovente e inadeguata, raffazzonata e ingombrante», Giordano Meacci scrive in piena coerenza Il cinghiale che uccise Liberty Valance".

martedì 8 marzo 2016

Il mondo di Valdano


DAL tavolo di Jorge Valdano il Real Madrid sembra «un quadrato che vuole diventare un cerchio». Non un'utopia: un pasticcio. I sette gol al Celta sono cerotti su un allenatore saltato, un altro che traghetta e basta, la stella Ronaldo che si irrita coi compagni, i fischi, i 12 punti di distacco dal Barcellona. Qui il campione del mondo argentino ha giocato, allenato e fatto il dirigente, fino a rompere con Mourinho. Ha attraversato il calcio da sovversivo, da uomo sensibile ai sogni. Oggi è un apprezzato scrittore. Sorseggia un cortado in una caffetteria a tre minuti dal Bernabéu, dove domani aspettano la Roma, lungo un viale pieno di banche, concessionarie d'auto e platani spogli. Il lusso e le foglie morte. Questo Real. «È un tempo di disperazione per doversi confrontare col più forte Barcellona di sempre. La società tecnologica ci ha tolto la calma e ha imposto la fretta. L'impazienza sta provocando cambi continui, i cambi non aiutano i progetti».
Il madridismo come reagisce?
«Nel modo in cui dice l'inno del Real: quando perdi, dai la mano. Ci sono valori che definiscono un club. Non darsi per vinti, far prevalere il gruppo, associare trionfo e spettacolo. Questo è il madridismo, con l'onestà e l'autorità morale dei suoi idoli. Bernabéu morì povero. Aveva una strategia e una visione, quando costruì lo stadio e allargò la platea dei tifosi ingaggiando un ungherese, un francese e un argentino: Di Stéfano fu un Bernabéu vestito da calciatore. Nel vuoto di soluzioni d'oggi, rimane l'orgoglio di chi non si rassegna alla mediocrità».

mercoledì 20 gennaio 2016

L'inviato non nasce per caso

«NON li prendono più, non li prendono più», urlò nel microfono dal lago di Lucerna, il Rotsee, e noi da casa scoprimmo gli Abbagnale. Era il 1982, l'anno di Pablito, ma pure dei "fratelloni". Gian Piero Galeazzi era stato fino a quel momento la voce del tennis in Rai e l'uomo che dall'Olimpico ci aveva dato per primo la notizia degli arresti per lo scandalo del calcio scommesse. Il canottaggio sarebbe diventato il territorio delle sue gioiose intemperanze: «Non c'è più tempo per morire» urlò sempre agli Abbagnale un'altra volta. In questo libro ci sono i testi delle sue telecronache, le incursioni negli spogliatoi dopo gli scudetti, i duetti con Agnelli. E l'incontro con Mara Venier, che «praticamente sconvolse tutti i miei programmi».
(la Repubblica, 29 gennaio 2016)

lunedì 4 gennaio 2016

La scrittura secondo De Giovanni


DETTO COSÌ, FA IMPRESSIONE. «Ho ammazzato un uomo adulto, un anziano, una cartomante, una contessa, un orfano, una coppia, una prostituta, un professore universitario». Maurizio De Giovanni ha avuto due vite. Una da impiegato di banca, fino al 2005, in cui per fortuna non ha ucciso nessuno; la successiva da scrittore, questi ultimi dieci anni, pieni di delitti di carta. Lui sostiene che in realtà le vite sono tre, ce ne sarebbe un’altra, quella in cui tocca capire cosa si vuole diventare. «Ero pigro, sovrappeso, giocavo a pallanuoto. Un ragazzo gioviale, socievole. Ma leggevo. La prima e la terza vita in fondo si assomigliano. Credevo di voler fare il giornalista, era un equivoco, ora so che in realtà volevo scrivere. Non fu possibile. Mio padre morì di domenica, il lunedì facemmo il funerale, il martedì consegnai domanda di assunzione in banca. Era il primo posto di lavoro a cui si pensava dopo un voto alto alla maturità. Sono diventato vicedirettore della sede perché in banca, come dappertutto, promuovono i più scadenti: se sei bravo ti lasciano nel tuo ruolo, dove gli servi davvero. Ho fatto il ragazzo padre per anni senza scrivere una parola, non avevo niente nel cassetto, nemmeno un sogno. Casomai scrivevo qualche canzone: c’era quest’amico, Osvaldo, che sapeva suonare la chitarra, musica brasiliana, io mettevo i testi, più che altro serviva per rimorchiare».

giovedì 31 dicembre 2015

Breve storia del talento

Il più bel romanzo sul calcio quest'anno l'ha scritto Enrico Macioci, aquilano, quarantenne. Si intitola "Breve storia del talento" ed è ambientato inizialmente nel 1990, in un luogo fatto di pietra e ciottoli, una campagna, un posto dove tra i pochi fili d'erba si sezionano grilli e dove si disegnano cerchi nel terreno con un ramo di cipresso. È qui che esercita tutto il suo magistero calcistico "il grande Michele", volto da indio, quattordici anni, fuggito dal suo patrigno violento in Colombia e adottato da una coppia del luogo. Soprattutto: Michele è il grande rivale del narratore, di un anno più piccolo. Michele cammina su gambe destinate a frustrare per sempre i sogni dell'altro perché "non c'è abbastanza spazio nel medesimo tempo e nel medesimo luogo per due abbastanza bravi nella medesima cosa; uno dei due deve cedere". Michele è lo strumento attraverso cui si fa prima o poi esperienza dei propri limiti. È un portatore sano di amarezze.
Al condominio di Prato Verde prima o poi ci siamo stati tutti. Enrico Macioci è straordinario anche perché nella prima pagina condensa già ogni elemento della storia. Come fanno i grandi registi al cinema. È una pagina che in miniatura le contiene tutte, nella semplice descrizione di un tiro in porta. Compare in apertura il grande tema dell'irreversibilità psicologica d'una supremazia infantile ("Il primo gol lo fece così"), in dieci righe veniamo travolti da flash di quella fisicità che troveremo nell'arco dell'intera storia (le spalle, le mani, la schiena, le ginocchia, le cosce, la nuca, i capelli, e poi via via fino al dettaglio della cute e dei pori); c'è il calcio che abbiamo conosciuto quando era ancora soltanto un gioco ("l'Etrusco bianco a rombi neri, neri solo i contorni, l'interno dei rombi bianco") e c'è la premonizione di quel che sarà ("si sollevava d'un palmo e mezzo e ricadeva, pàc pàc, una campana a morto, una sentenza"). Macioci racconta tutto in un italiano che si preoccupa di non perdere mai di vista due aspetti: la naturalezza e l'eleganza. Una lingua fatta di reiterazioni e spesso di allitterazioni, in sostanza di ritmo e musicalità: "Michele tirò di destro al volo mentre si girava, tirò girandosi per metà, insomma fece due azioni contemporaneamente, tirò senza guardare la porta ma sapendo dove fosse, sapendo dove fosse ogni oggetto sulla superficie del campo, conoscendo l'esito, il futuro immediato".
Mentre Roby Baggio segna ai Mondiali contro la Cecoslovacchia il suo gol più bello, a Prato Verde si consuma quell'estate in cui finisce l'infanzia e inizia qualcosa che non si conosce bene, l'estate in cui passa un attimo e la tua amichetta di sempre porta la terza di seno, all'improvviso cresciuta "senza lasciare scampo". Macioci, qui sta la bellezza del suo romanzo, racconta l'adolescenza attraverso il calcio. "È davvero strano che la grande maggioranza di noi riesca a sopravvivere a una tale catastrofe e a tirare avanti per decenni". I sensi di colpa. La scoperta di un'angoscia senza senso. La vergogna per la masturbazione e per le prime poesie che il narratore compone, "due facce della medesima, fasulla moneta. Entrambe richiedevano isolamento, entrambe si nutrivano di fantasia". Quando alle quattro del pomeriggio di molti anni dopo, ormai con un matrimonio in bilico, tornerà fra i balconi vuoti di Prato Verde, fra certe visioni, fra certi fantasmi, a cercare cos'è stato del grande Michele, l'alter ego di Macioci finirà per fare i conti con una verità che non si può ignorare: "che la vita in qualche modo riuscirà a stupirti".
Il calcio è più d'un gioco; solo sull'erba del campo, nel momento in cui il piede del giocatore impatta la palla, producendo un suono pieno e quasi musicale, così perfetto e compiuto, solo allora se ne trova l'essenza, un centesimo di secondo prima che il gesto venga ripreso dalla TV e ritrasmesso dentro milioni, miliardi di case in ogni angolo del globo, diventando una mostruosa combinazione d'aggressività e amore, nichilismo e fede.
(Enrico Macioci, Breve storia del talento, Mondadori, 153 pagine, 17 euro)

martedì 17 novembre 2015

Pirlo e il più maldestro dei tiri

andreapirlo

Se spiazza l'Italia senza Pirlo, se vi hanno spiazzato le parole di Conte della settimana scorsa ("Dovrò fare le mie valutazioni e considerare che lui possa non far più parte della nazionale"), allora bisogna cominciare a considerare che cosa è stato, di Pirlo e di noi. C'è un libro appena uscito che può aiutarci. L'ha scritto Marco Ciriello, del quale s'era già parlato qui a maggio 2014 per un bel romanzo costruito intorno alla figura di un allenatore.

martedì 27 ottobre 2015

Lo sport di Sancho Panza

sanchodore

QUANDO Jason Lezak si lanciò in acqua dal blocco di partenza del Water Cube di Pechino, si mise a nuotare per una medaglia e per un record. La medaglia era sua, il record era di un altro. A Michael Phelps mancava soltanto l'oro in quella staffetta 4x100 mista, sarebbe stato l'ottavo dei Giochi, per aggiornare l'impresa fatta nel ‘72 da Spitz. Ma Phelps era ormai solo spettatore del suo progetto: dopo aver nuotato la frazione a farfalla, non era più in grado di muovere un muscolo per concludere l'opera. Non restava che affidarsi a Lezak, figlio di una maestra di scienze alle scuole elementari e di un venditore di pelletteria della California.