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giovedì 21 aprile 2016

Lettura del pensiero di Francesco Totti


Annamo, sbrìgate. Sbrìgate a fammentra' che nun c'è tempo, nun ce n'hai tu, nun ce n'ho io, nun ce n'ha manco tutta 'sta gente intorno a noi, sti povericristi che ce guardano e se dimannano chi è che c'ha ragione, se tu o io, se tu o er capitano.
Sbrìgate che ancora se po fa', sempre se po fa', sempre ce devi crede, anche se mancano - quanti so' - quattro minuti, ma io lo so chi sono, e bada bene che dico: sono; nun dico: chi so' stato. Hanno detto che so' triste. Me chiamano patetico. Hanno detto che uno co' la storia mia nun dovrebbe. È facile a parla', facile addì un frego de minchionerie. Come se questo poi fosse 'npaese dove se fanno tutti da parte, dove te fanno passa' davanti, 'npaese dove l'eccezione sarei io, coi miei quarant'anni in mezzo a 'nmonno de ventenni, mentre invece sono solo tale e quale a voi, voi siete uguali a me, solo più tristi, voi sì, voi pe' davéro, perché volete resta' ai posti vostra pure si nun ve divertite più.
Io no. Io me diverto ancora. Questo c'ho io e questo vojo. Me diverto a palleggia' co' 'nragazzino der Sassuolo, me diverto a faje cade' 'na goccia sulla capoccia a quello, a coso, come se chiama, a Pjanic. Me diverto si mme dai quattro minuti contro er Realmadrì. Chi te chiede niente. Niente più de questo. Niente più de sbrigàtte a famme entra', a famme mette 'npiede sopra 'npallone, sopra-sotto-de tajo-de striscio, come è mmejo. Tu famme entra' che poi te lo ricordi. Pure gratis me butterei 'nmezzo a quer campo, co' questa pelle mezza gialla e mezza rossa addosso, pure gratis, tanto dimme che je devo chiede a questa Roma mia, più de quello che m'ha dato.
Bravo, ecco, te sei deciso. Tardi, ma te sei deciso. Lo senti quant'è felice la gente co' i telefonini 'nmano. Ce guardano e se dimannano chi è che devono riprende, a chi devono fa' er video, si a te o a me, a te o ar capitano. Me guardano e vorrebbero che annassi a batte io la punizione, a metterla 'nmezzo pe' la testa de quello, coso, come se chiama, quello grosso, biondo, dritto, quanti ne ho visti passa', arivano, vanno, e io sto sempre qua. Nun c'è tempo, nun l'avete capito. Nun me fermo. Tiro dritto. In mezzo ce vado io, 'nmezzo alla schiuma, alla battaglia, dove fa più caldo, dove devono succede le cose, dove nun bisogna fa' finta d'esse coraggiosi, anzi, in mezzo all'area de rigore bisogna senti' paura per smettere d'avénne. Là vado io. Adesso. Diciotto secondi so' passati, e diciannove, venti. Ecco la palla. Arriva. Se avessi vent'anni me butterei 'nspaccata, senza risparmiamme neppure 'ngoccio d'energia, sapendo che nun c'è bisogno de fasse i conti, perché ancora ne avrò dentro de sostanza, e tanta, nei secoli dei secoli, amen. Solo che vent'anni nun ce l'ho più, nemmeno trenta, pure avénne trentaquattro stasera basterebbe, invece so' de più, so' quelli che sono, e allora ce vado de spaccata, lo stesso, sai che me 'mporta, senza risparmiasse, sapendo che nun c'è bisogno de 'sti conti, tanto che cosa me conservo più, tutto se deve da', tutto vojo lascià' sopra 'sto prato, a chi lo lascio sennò 'sto foco che ancora brucia dentro, questa malinconia che nun se spegne, questa ragione di restare ar monno, non sono i record, non c'entra Nordahl, manco la gente, manco la Roma c'entra, è solo 'na cosa mia alla fine, mia e de nessuno più, sto foco, a chi lo lascio, chi ne sarà degno, chi lo potrà capire mai, chi lo saprà portare. Io triste. Io patetico. Io capitano. Tutto un frego de minchionerie.
Sentili come gridano, come urlano goo', come già trecento vorte, de più e non de meno, ma non è questo, nun è neppure questo, io giocherei pure dentro ar silenzio d'uno stadio vuoto 'nmezzo a una città disabitata ner cuore der deserto, giocherei pure se ce fossi solo io con un pallone, un muro, io, e nessuno a vedemme, tac, tac, tac, palleggio e tiro. Certe vorte me fermo a guarda' i regazzini che de mattina camminano co' le madri pe' la strada, belli, gnappetti, me chiedo che ce fanno là, la mano appoggiata sopra ar carrozzino der fratellino piccolo, me chiedo che sarà capitato mai pe' nun esse annati a scuola, per starsene 'ngiro de mattina, nell'acciaccapisto de la spesa, tra fruttaroli e artro, una caracca, n'artra; e 'nfaccia a ste creature ce leggi la pacchia de 'na felicità imprevista, un tempo ch'era inatteso, 'no sbraco improvviso, e penso che ce devi sape' sta' dentro 'na gioia così, devi sape' che dura quello che dura, adesso c'è e domani no, eppure loro nun se ne fanno specie, forse solo i regazzini la sanno vive pe' davvero la felicità.
E allora come 'nragazzino vado e lo batto io 'sto carcio de rigore. È chiaro che tocca a me. Nessuno si fa avanti. Io fo dritto lo storto e storto er dritto. Nun è serata de cucchiai, questa. Nun è serata de incoscienza. La tiro dove sempre la metto quanno conta, in basso, alla destra der portiere, infatti lui lo sa e ci arriva, la tocca e non la prende perché nessuno stasera l'avrebbe forse presa, manco lo spirito de Yashin, manco Zamora, manco er mejo portiere che ho conosciuto, come se chiamava, porcamiseria, coso, quello che ar mare faceva le porte co' li zatteroni e se tuffava, Marco me pare, chissà che fine ha fatto, me li prendeva tutti i rigori, chissà se lo racconta 'ngiro, chissà si se lo ricorda, se è felice d'esse 'ngeometra, un rappresentante, un agente de viaggi, quello che sarà diventato, o se pure lui perso da quarche parte insegue l'idea di quello che non siamo, l'idea che tutto possa esse come allora, come na vorta, come i ragazzini a spasso pe' la strada.
Ora che tutto è finito e che me vieni incontro, ecco, adesso che ce 'ncrociamo in mezzo al campo, dimme che te dovrei di'. Niente. Tutti ce guardano, e se dimannano se c'hai ragione tu o er capitano. Te guardo allora pure io. Te sorrido come fai tu, er più bravo de tutti a fa' finta che questa sera sia normale. Se damo la mano e tutto torna come prima. Deciderai di nuovo tu quando sarà il momento de la prossima. Me dirai: scardate. E io me scardo. Me dirai: entra. E allora entro. Me dirai dove metteme, dove gioca', che cosa fa'. Ma nun lo decidi tu quanno me diverto, questo no, nun lo decidi adesso e mai, quella è 'na cosa mia, nun lo decidi tu er giorno giusto pe' lascia', annassene, pe' cominciare a starsene nascosti da quarche parte, con un pallone di fronte a un muro, ad aspettare che venga a prenderci l'inverno.
(grazie a Francesco Fasiolo per la consulenza linguistica)

mercoledì 20 aprile 2016

Il testamento che Totti non vuole firmare


Il testamento che Totti non vuol firmare è dentro un video che dura il tempo in cui Gino Paoli canta "Il cielo in una stanza".

Quando sei qui con me, 

esce Keita e il capitano mette piede in campo. Minuto 85 e 30" di Roma-Torino, risultato 1-2. Così comincia quest'attimo lunghissimo, chiuso dentro una bolla che danza sopra l'Olimpico, oltre il tempo, un attimo di due gol in due minuti e quaranta secondi, al termine dei quali tutto sarà diverso e tutto in fondo resta come prima. Keita s'avvia in panchina come sconfitto. Contento non è. Se solo sapesse che sta cambiando la partita. Uscendo.

martedì 8 marzo 2016

Il mondo di Valdano


DAL tavolo di Jorge Valdano il Real Madrid sembra «un quadrato che vuole diventare un cerchio». Non un'utopia: un pasticcio. I sette gol al Celta sono cerotti su un allenatore saltato, un altro che traghetta e basta, la stella Ronaldo che si irrita coi compagni, i fischi, i 12 punti di distacco dal Barcellona. Qui il campione del mondo argentino ha giocato, allenato e fatto il dirigente, fino a rompere con Mourinho. Ha attraversato il calcio da sovversivo, da uomo sensibile ai sogni. Oggi è un apprezzato scrittore. Sorseggia un cortado in una caffetteria a tre minuti dal Bernabéu, dove domani aspettano la Roma, lungo un viale pieno di banche, concessionarie d'auto e platani spogli. Il lusso e le foglie morte. Questo Real. «È un tempo di disperazione per doversi confrontare col più forte Barcellona di sempre. La società tecnologica ci ha tolto la calma e ha imposto la fretta. L'impazienza sta provocando cambi continui, i cambi non aiutano i progetti».
Il madridismo come reagisce?
«Nel modo in cui dice l'inno del Real: quando perdi, dai la mano. Ci sono valori che definiscono un club. Non darsi per vinti, far prevalere il gruppo, associare trionfo e spettacolo. Questo è il madridismo, con l'onestà e l'autorità morale dei suoi idoli. Bernabéu morì povero. Aveva una strategia e una visione, quando costruì lo stadio e allargò la platea dei tifosi ingaggiando un ungherese, un francese e un argentino: Di Stéfano fu un Bernabéu vestito da calciatore. Nel vuoto di soluzioni d'oggi, rimane l'orgoglio di chi non si rassegna alla mediocrità».

mercoledì 25 febbraio 2015

Totti, il labiale e la sincerità rubata

TANTO non serve voltare lo sguardo e far finta di niente. Se devi uscire, devi uscire. «Chi, io?». Esatto, tu. Proprio tu che poco fa avevi fatto gol, l'uomo che in pubblico non viene chiamato mai con il suo cognome, ma per il suo ruolo, con la "a" un poco chiusa, stretta fino quasi a diventare una "o". Il Capitòno. Questi francesi. Però esci. Numero rosso: il 10. Ci sono momenti in cui i calciatori smettono di calcolare. Tornano istinto puro. Una delusione non si può mascherare. Le sostituzioni, per esempio. Quando a Verona Totti s'accorge che la cosa lo riguarda, non commenta con la mano sulla bocca come fanno tutti, e primo fra tutti Cassano.

mercoledì 14 gennaio 2015

Dal selfie al groufie, Totti nel segno di Parola

selfieCHE poi, a dirla tutta, questo non è neanche un selfie. Il selfie, voce di popolo, è passato di moda. Appena entrato nella lingua italiana (dizionario Zingarelli 2015) è già diventato roba per anziani. I giovani casomai fanno il groufie. L'autoscatto di gruppo. Più siete, meglio viene. Ellen DeGeneres sul palco degli Oscar credeva d'aver messo dietro di sé un gruppetto da record. Sbagliato. Totti nel suo ci ha infilato l'intera curva Sud, più un fotografo in campo medio con la pettorina numero 9. Esagerato.
Esagerato come il suo volo d'un attimo prima, un gesto che a 38 anni e 3 mesi se non sei Totti ti fa finire dritto al centro traumatologico. Una spaccata, quasi una mezza rovesciata, c'è chi la chiama bicicletta, ma si fa prima a dire "alla Parola".