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venerdì 15 giugno 2018
Come si vive da Roger Federer
PARIGI. Era un ragazzo che spaccava racchette come tanti, oggi è il solo che si muove come un cavaliere, un mistico, uno che cammina con la luce intorno. Il tennista che più di tutti ha vinto senza l’antipatia degli uomini perfetti. Vent’anni da Roger Federer al prossimo Wimbledon. I primi tre per costruirsi, altri due per esplodere, gli ultimi per risalire. È un immortale che non molla il presente. Essere Federer significa colpire la pallina e poi sorridere, stringere mani, fermarsi tre ore al party organizzato al Pavillon Ledoyen da uno sponsor, Möet & Chandon, con una bottiglia creata per lui. Essere Federer significa fingere di ricordarsi di ogni volto incrociato già, rivolgersi a ciascuno nell’altrui lingua, illuderci che sia riproducibile quel suo tennis così leggero e senza sudore. “Ma sono andato via di casa a 14 anni per essere come Edberg e Becker”, dice, “certi sacrifici sono invisibili. Avevo smesso di migliorare. C’è solo una via per crescere. Allenare la parola again. Lo hai già fatto? Fallo di nuovo. Il tennis aiuta: non è mai lo stesso. Bisogna adattarsi alle diversità. L’avversario, la superficie, il clima. Quando piove cambia il modo in cui si colpisce la palla, così anch’io non sono mai lo stesso. Perciò il tennis non mi ha mai annoiato”.
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lunedì 11 aprile 2016
Perché il tennis è invecchiato
Nella bellissima intervista data a Emanuela Audisio - stamattina su Repubblica in edicola - Yannick Noah [1] prova a offrire fra tante altre cose la risposta a una domanda che ci stiamo facendo sul tennis contemporaneo. È una risposta forse più filosofica che tecnica, ma ci sono momenti in cui la tecnica non riesce a spingersi fino alla verità. La domanda è sotto i nostri occhi da un po' di tempo: perché il tennis s'è trasformato da sport della precocità in sport della longevità?
Guardiamo la classifica Atp attuale. I primi dieci al mondo hanno tutti dai 28 anni in su. Cinque giocatori ne hanno più di 30. Non era mai successo. L'istante in cui comincia questa mutazione è ricostruibile agevolmente. Sei - sette anni fa. Nel 2009 e poi di nuovo nel 2010, e da quel momento sempre con maggiore frequenza fino a diventare norma, nessun ragazzo sotto i 20 anni riesce più a chiudere la stagione fra i primi quaranta della classifica Atp, in qualche caso neppure fra i primi cento. Per il tennis è uno shock di non poco conto. È questo lo sport che più di tanti altri siamo stati abituati ad associare a campioni teenager, perché giovanissimi erano i suoi eroi (Borg, McEnroe e via via gli altri) quando da sport dell'élite è diventato sport di massa, quando cioè la televisione lo ha portato nelle nostre case. Il tennis anni Ottanta vede tre diciassettenni aggiudicarsi uno Slam: Wilander a Parigi '82, Becker a Wimbledon '85, Chang a Parigi '89. Prima di loro, Borg aveva vinto il suo primo Roland Garros dieci giorni dopo essere diventato maggiorenne (1974), portando con una fascetta tra i capelli e una magliettina attillata questo gioco dell'aristocrazia per sempre in un territorio pop.
Guardiamo la classifica Atp attuale. I primi dieci al mondo hanno tutti dai 28 anni in su. Cinque giocatori ne hanno più di 30. Non era mai successo. L'istante in cui comincia questa mutazione è ricostruibile agevolmente. Sei - sette anni fa. Nel 2009 e poi di nuovo nel 2010, e da quel momento sempre con maggiore frequenza fino a diventare norma, nessun ragazzo sotto i 20 anni riesce più a chiudere la stagione fra i primi quaranta della classifica Atp, in qualche caso neppure fra i primi cento. Per il tennis è uno shock di non poco conto. È questo lo sport che più di tanti altri siamo stati abituati ad associare a campioni teenager, perché giovanissimi erano i suoi eroi (Borg, McEnroe e via via gli altri) quando da sport dell'élite è diventato sport di massa, quando cioè la televisione lo ha portato nelle nostre case. Il tennis anni Ottanta vede tre diciassettenni aggiudicarsi uno Slam: Wilander a Parigi '82, Becker a Wimbledon '85, Chang a Parigi '89. Prima di loro, Borg aveva vinto il suo primo Roland Garros dieci giorni dopo essere diventato maggiorenne (1974), portando con una fascetta tra i capelli e una magliettina attillata questo gioco dell'aristocrazia per sempre in un territorio pop.
Tra le ragazze il teen-is si impone un attimo prima che fra gli uomini: nel '79 la sedicenne Tracy Austin vince gli Us Open. Arriveranno poi Hana Mandlíkova a Melbourne (18 anni, 1980), Steffi Graf a Parigi (pochi giorni ai 18, 1987), Arantxa Sánchez sempre a Parigi (17 nel 1989), così come Monica Seles (16 anni nel 1990), Mary Pierce (20 anni, Melbourne 1995), Martina Hingis - la più giovane della storia (16 anni e 117 giorni, Melbourne 1997), Iva Majoli (19 a Parigi 1997), le sorelle Williams: Serena a New York '99 (pochi giorni ai 18), Venus a Wimbledon 2000 (pochi giorni dopo i 20). Nel 1989 al torneo di Boca Raton si presenta in finale una ragazzina americana di 13 anni e 11 mesi, figlia di un pugliese: Jennifer Capriati. Al suo debutto da quattordicenne in uno Slam arriva in semifinale a Parigi, diventando qualche settimana più tardi la più giovane testa di serie nella storia di Wimbledon.
Il più giovane nell'alta classifica oggi è Nick Kyrgios, compie ventuno anni a fine aprile ed è da poco al numero 20. Nessun Under 20 è fra i primi quaranta dell'Atp. Nessun Under 23 è fra i primi dieci, nel 1992 ce n'erano addirittura sei con Courier al numero uno. Ancora nel 2002 erano cinque (Hewitt 1, Safin 3, Ferrero 4, Federer 6, Roddick 10). L'ultimo teenager a vincere uno Slam è stato Nadal a Parigi, ormai undici anni fa. L'ultimo anno d'oro per le ragazzine è stato il 2004, con i titoli della diciassettenne Sharapova a Wimbledon e della diciannovenne Kuznetsova a New York. Poi succede qualcosa. Negli ultimi dieci anni solo due volte uno Slam finisce a un Under 23: Djokovic in Australia nel 2008 e Del Potro a New York nel 2009. Lo stesso capita fra le donne: Ivanovic a Parigi 2008 e Azarenka a Melbourne 2012. Non solo. Quando tra le donne si impongono nomi nuovi, sono tutti nomi già noti. La ventottenne Kerber a Melbourne, la Bartoli a Wimbledon, Li Na ventinovenne a Parigi nel 2013, la Schiavone a Parigi 2010, la Pennetta trentatreenne a New York.
Il tennis ha eroi invecchiati proprio nel momento in cui lo sport, tutto lo sport, si scopre traslocato nel campo dell'atletismo e della muscolarità. È una contraddizione solo apparente. Per molto tempo energia e freschezza sono state un'esclusiva dei giovani. Nel tennis, e non solo, o avevi le gambe o avevi l'esperienza. Oggi i trentenni possono avere le gambe insieme all'esperienza. Le corde, le racchette, la tecnologia. Di una preparazione atletica scientifica si giovano soprattutto gli anziani. È cresciuto il peso della pressione e della capacità di gestire psicologicamente i momenti chiave. L'incoscienza da sola non è più sufficiente. La figura in cui questo passaggio si incarna due volte è quella di Martina Hingis, bambina prodigio quando il tennis era lo sport della precocità e numero uno al mondo nella classifica del doppio oggi che di anni ne ha trentacinque, nell'era dei longevi. Se non ci fosse questo tennis, la Svizzera non starebbe considerando di mandare a Rio un doppio misto composto da lei e Federer, 69 anni complessivi.
Eccola, allora, la tesi di Yannick Noah: "Mantenere il potere oggi è più facile che conquistarlo. Se sei tra i big hai uno staff colossale, viaggi in prima classe, dormi nel lusso, riposi, mangi bene, controlli il tuo ritmo. Sempre assistito dai migliori. Altro che Air Force One. Se sei un pretendente tutto è più difficile: viaggi male, dormi peggio, sei stanco, perdi lucidità. Ai miei tempi in pochi avevano l’allenatore al seguito. Eravamo soli, ma la vera partita è questa: riuscire a risolvere i problemi".
[1] Yannick Noah, 56 anni, francese nato nelle Ardenne da padre camerunense, oggi c.t. della Nazionale di Davis, cantante, ex tennista: campione junior a Wimbledon, a 23 anni vinse il Roland Garros, ultimo Slam di un francese. E' padre di Joakim, cestista, il centro dei Chicago Bulls in Nba.
martedì 15 dicembre 2015
Che lavoro è allenare Federer
C'è una domanda che noi appassionati di tennis da qualche giorno ci facciamo. Se tu sei Roger Federer, un monumento che cammina in mezzo a noi, uno seriamente candidato a essere preso in considerazione come il più bravo di sempre in questo sport, l'uomo più simile a un'esperienza religiosa (David Foster Wallace); ecco - se tu sei Roger Federer cosa ti aspetti da un allenatore che è meno bravo di te?
Il contesto è chiaro. Ci sei tu e basta. Un lui (o una lei) è dall'altra parte. Due solitudini divise da una rete. C'è una palla nella tua metà del campo e il tuo compito è mandarla di là. Non puoi sottrarti. Nello sport in cui si finisce più spesso per parlare da soli, lo scambio di colpi diventa la simulazione di un dialogo. Ma non c'è nessuno a suggerirti le parole. Devi fare da solo. È il tennis. Salvo che in Coppa Davis, a chi gioca è vietato ricevere indicazioni dal proprio allenatore. Suggerimenti, consigli, niente: sbrigatela tu. Non è facile. Eccetto che in un caso. Se sei Roger Federer. Questo almeno pensiamo tutti noi. Sbagliando.

I compiti di un coach
Un allenatore in questo sport è una figura speciale. Fa i conti con dei limiti. Non può alzarsi dalla panchina né urlare come nel calcio, non può chiamare un time-out come nel basket nella pallavolo o nella pallanuoto, non è seduto veramente all'angolo come nella boxe. Non conforta, non corregge, non scuote. Osserva. Batte le mani da lassù, fa il pugnetto, al massimo grida ogni tanto un come on. È quasi trasparente durante la partita. Invisibile. Ma questa è apparenza. Il punto sta in quello che fa prima: sul campo durante le sedute, fuori durante le lunghe attese. Sono i momenti in cui esercita una funzione sul corpo e sulla mente del suo giocatore, sulla teoria e sulla pratica, sulla meccanica e sulla filosofia. Diventa un compagno di palleggi, uno stratega, un tattico, un videoanalista, un osservatore d'avversari, un normalizzatore di stati d'animo, uno psicologo, un motivatore. In una parola sola: un facilitatore. Non esiste un altro sport in cui il coach sia una figura tanto dominante. Arriva a vivere le sue giornate accanto alle tue. Siede in tribuna di fianco a tua moglie, la tua compagna, mamma, papà. È dentro la famiglia. Con tutto ciò che comporta. Plasma e può plagiare, ingombra e può invadere. Si finisce per diventare una sua proiezione sul campo. Un coach deve conoscere quali linee esistenziali non vanno calpestate.
Un allenatore in questo sport è una figura speciale. Fa i conti con dei limiti. Non può alzarsi dalla panchina né urlare come nel calcio, non può chiamare un time-out come nel basket nella pallavolo o nella pallanuoto, non è seduto veramente all'angolo come nella boxe. Non conforta, non corregge, non scuote. Osserva. Batte le mani da lassù, fa il pugnetto, al massimo grida ogni tanto un come on. È quasi trasparente durante la partita. Invisibile. Ma questa è apparenza. Il punto sta in quello che fa prima: sul campo durante le sedute, fuori durante le lunghe attese. Sono i momenti in cui esercita una funzione sul corpo e sulla mente del suo giocatore, sulla teoria e sulla pratica, sulla meccanica e sulla filosofia. Diventa un compagno di palleggi, uno stratega, un tattico, un videoanalista, un osservatore d'avversari, un normalizzatore di stati d'animo, uno psicologo, un motivatore. In una parola sola: un facilitatore. Non esiste un altro sport in cui il coach sia una figura tanto dominante. Arriva a vivere le sue giornate accanto alle tue. Siede in tribuna di fianco a tua moglie, la tua compagna, mamma, papà. È dentro la famiglia. Con tutto ciò che comporta. Plasma e può plagiare, ingombra e può invadere. Si finisce per diventare una sua proiezione sul campo. Un coach deve conoscere quali linee esistenziali non vanno calpestate.
I più apprezzati
Quelli delle Academy più celebri, col tempo, si sono fatti una fama da guru. Nick Bollettieri su tutti. Il più bravo anche nell'auto-promozione. C'è stata la sua mano in un modo o nell'altro dietro dieci numeri uno: Becker Courier Agassi Rios, e tra le donne Seles Hingis, le Williams, Sharapova e Jankovic. Di lui Courier diceva che avesse una mentalità da paracadutista. "Conosco il modo di convincere un ragazzo ad allenarsi come dico io". Nick Bollettieri è per la maggior parte dentro questa frase qui, per sua stessa ammissione. Prima che la figura si evolvesse, il tennis venerava il "capitano non giocatore", il grande ex che selezionava la nazionale in Coppa Davis, la preparava e dava consigli. Come Harry Hopman in Australia, quindici edizioni vinte in ventuno anni. La sua parabola ci dà un primo indizio sulle caratteristiche di un coach. Hopman non ha mai vinto uno Slam in singolare nella sua carriera. Ha giocato una finale in Australia, ma non è andato oltre gli ottavi a Wimbledon, i quarti a Parigi e New York. Però allenava Laver, Newcombe e Roche. In virtù di una dote essenziale: la credibilità. Un caratterino come McEnroe ha lavorato con lui alla Port Washington Academy. Gli dava del lei. Nella sola maniera in cui nella lingua inglese sia possibile dare del lei: lo chiamava mister Hopman. Un buon coach è tale se un giocatore come tale lo riconosce. Consegnarsi. Mettersi nelle sue mani. Björn Borg aveva già vinto quattro Wimbledon e inseguiva il quinto di fila quando nel 1980 si sentì proporre da Lennart Bergelin un cambio di strategia. Londra viveva la sua estate più piovosa degli ultimi 101 anni. Gli allenamenti all'aperto furono rarissimi. Bergelin si assicurò in quei giorni la disponibilità di un campo al chiuso al Vanderbilt Racquet Club e mise nelle braccia e nelle gambe di Borg trenta ore di tennis in più rispetto agli altri. Non solo. Lo convinse, sull'erba umida, ad accorciare gli scambi, a giocare più volée. Nella famosa finale contro McEnroe, Borg andò a rete più spesso del solito. Rubava l'idea a John perché glielo aveva suggerito Bergelin, e lui si era fidato.
Quelli delle Academy più celebri, col tempo, si sono fatti una fama da guru. Nick Bollettieri su tutti. Il più bravo anche nell'auto-promozione. C'è stata la sua mano in un modo o nell'altro dietro dieci numeri uno: Becker Courier Agassi Rios, e tra le donne Seles Hingis, le Williams, Sharapova e Jankovic. Di lui Courier diceva che avesse una mentalità da paracadutista. "Conosco il modo di convincere un ragazzo ad allenarsi come dico io". Nick Bollettieri è per la maggior parte dentro questa frase qui, per sua stessa ammissione. Prima che la figura si evolvesse, il tennis venerava il "capitano non giocatore", il grande ex che selezionava la nazionale in Coppa Davis, la preparava e dava consigli. Come Harry Hopman in Australia, quindici edizioni vinte in ventuno anni. La sua parabola ci dà un primo indizio sulle caratteristiche di un coach. Hopman non ha mai vinto uno Slam in singolare nella sua carriera. Ha giocato una finale in Australia, ma non è andato oltre gli ottavi a Wimbledon, i quarti a Parigi e New York. Però allenava Laver, Newcombe e Roche. In virtù di una dote essenziale: la credibilità. Un caratterino come McEnroe ha lavorato con lui alla Port Washington Academy. Gli dava del lei. Nella sola maniera in cui nella lingua inglese sia possibile dare del lei: lo chiamava mister Hopman. Un buon coach è tale se un giocatore come tale lo riconosce. Consegnarsi. Mettersi nelle sue mani. Björn Borg aveva già vinto quattro Wimbledon e inseguiva il quinto di fila quando nel 1980 si sentì proporre da Lennart Bergelin un cambio di strategia. Londra viveva la sua estate più piovosa degli ultimi 101 anni. Gli allenamenti all'aperto furono rarissimi. Bergelin si assicurò in quei giorni la disponibilità di un campo al chiuso al Vanderbilt Racquet Club e mise nelle braccia e nelle gambe di Borg trenta ore di tennis in più rispetto agli altri. Non solo. Lo convinse, sull'erba umida, ad accorciare gli scambi, a giocare più volée. Nella famosa finale contro McEnroe, Borg andò a rete più spesso del solito. Rubava l'idea a John perché glielo aveva suggerito Bergelin, e lui si era fidato.
Affidarsi a un certo coach può essere una svolta. Larry Stefanki, amico d'infanzia di McEnroe, aveva fama di ottimo gestore della routine quotidiana. Ha costruito Tim Henman, la grande speranza britannica prima dell'arrivo di Murray, per poi portare al numero uno il cileno Rios e il russo Kafelnikov. Ivan Lendl volle accanto a sé Tony Roche, che prometteva di migliorare il suo gioco di volo e le sue esperienze a Wimbledon: arrivarono due finali. In seguito Roche ha portato al numero uno (con due Slam vinti e due finali a Wimbledon perse) l'australiano Patrick Rafter, facendo di lui uno straordinario interprete del serve and volley più puro. Così come un'altra rendita sicura, a un certo punto, pareva essere garantita dal mettersi nelle mani di Bob Brett (Becker e Ivanisevic), un coach che più di tanti altri esige fedeltà e lealtà. Uno dei cardini della sua filosofia tecnica si riassume così: gioca il tuo colpo migliore nel momento peggiore. E' stato il presupposto teorico di tante seconde palle di servizio di Ivanisevic. Affidarsi.
La mutazione dei giocatori
Un certo tipo di relazione maestro-allievo è stata naturale finché il tennis è stato lo sport della precocità. Trentasette titoli di Slam sono andati a ragazzi che non avevano ancora compiuto ventidue anni. Ne aveva diciassette Chang quando stupì Parigi, gli stessi di Wilander, gli stessi di Becker al suo primo Wimbledon. Borg era maggiorenne da dieci giorni quando vinse il primo Roland Garros, Nadal era diciannovenne, come Edberg in Australia e Sampras a New York. A ventisei Borg era già entrato nella sua vita successiva. Le longevità sono state a lungo delle eccezioni: Laver, Rosewall, Connors. Poi la scena è cambiata. Dal 1998 in avanti ben nove Slam sono finiti a un ventinovenne e oltre. Murray ha rotto il suo digiuno a venticinque anni, Wawrinka addirittura a ventotto. Oggi c'è un solo under 19 fra i primi 100 (il tedesco Zverev) e gli under 20 sono quattro (si aggiungono il croato Coric, il coreano Hyeon Chung e l'australiano Kokkinakis), nessuno fra i migliori 40. È cambiata la platea del tennis ed è cambiato il lavoro del coach. Il coach non è quasi mai più soltanto uno. Esiste lo staff. Giocatori più esperti e più maturi esigono allenatori più autorevoli, dinamiche più articolate e complesse. Da questa mutazione genetica del tennista medio, Federer trae vantaggio e ne è il simbolo massimo. È qui a 34 anni che ancora combatte, numero tre del mondo, alle soglie di una stagione per lui diversa, non solo per provare ad aggiungere il diciottesimo Slam ai diciassette già conquistati (l'ultimo però risale al 2012), ma anche per cercare un oro olimpico mai vinto. Ma allora ci si domanda: perché lasciare proprio ora Edberg per Ljubicic?
Un certo tipo di relazione maestro-allievo è stata naturale finché il tennis è stato lo sport della precocità. Trentasette titoli di Slam sono andati a ragazzi che non avevano ancora compiuto ventidue anni. Ne aveva diciassette Chang quando stupì Parigi, gli stessi di Wilander, gli stessi di Becker al suo primo Wimbledon. Borg era maggiorenne da dieci giorni quando vinse il primo Roland Garros, Nadal era diciannovenne, come Edberg in Australia e Sampras a New York. A ventisei Borg era già entrato nella sua vita successiva. Le longevità sono state a lungo delle eccezioni: Laver, Rosewall, Connors. Poi la scena è cambiata. Dal 1998 in avanti ben nove Slam sono finiti a un ventinovenne e oltre. Murray ha rotto il suo digiuno a venticinque anni, Wawrinka addirittura a ventotto. Oggi c'è un solo under 19 fra i primi 100 (il tedesco Zverev) e gli under 20 sono quattro (si aggiungono il croato Coric, il coreano Hyeon Chung e l'australiano Kokkinakis), nessuno fra i migliori 40. È cambiata la platea del tennis ed è cambiato il lavoro del coach. Il coach non è quasi mai più soltanto uno. Esiste lo staff. Giocatori più esperti e più maturi esigono allenatori più autorevoli, dinamiche più articolate e complesse. Da questa mutazione genetica del tennista medio, Federer trae vantaggio e ne è il simbolo massimo. È qui a 34 anni che ancora combatte, numero tre del mondo, alle soglie di una stagione per lui diversa, non solo per provare ad aggiungere il diciottesimo Slam ai diciassette già conquistati (l'ultimo però risale al 2012), ma anche per cercare un oro olimpico mai vinto. Ma allora ci si domanda: perché lasciare proprio ora Edberg per Ljubicic?
Com'è andata con Edberg
Con lo svedese, uno dei suoi idoli del passato, Federer ha vinto undici tornei in due anni. Lo ha fatto venendo da una stagione in cui ne aveva ottenuto solo uno. Inoltre contro l'ingiocabile Djokovic di quest'anno (sei partite perse su ottantotto in tutto) Federer è riuscito a vincere tre volte: in finale a Dubai, in finale a Cincinnati e nel girone al Masters. Un pezzo di risposta alla nostra domanda sta proprio in questi successi. Nel 2015 Federer ha scoperto di poter ancora migliorare. Edberg gli ha ridato solidità contro avversari medio-alti dai quali cominciava a perdere e lo ha portato nei paraggi di Djokovic nei match due set su tre. Gli ha restituito brillantezza in attacco, gli ha riattivato schemi e meccanismi di inizio carriera, sono cresciute le percentuali delle discese a rete e in estate Roger ha inventato un colpo che non c'era. Lo hanno chiamato SABR, Sneak Attack by Roger, attacco furtivo, secondo alcuni (fra cui McEnroe) finanche un affronto per chi lo subisce. In sostanza: una risposta di controbalzo in avanzamento. Tutto questo fa di Federer un giocatore ancora in evoluzione, per quanto impossibile possa sembrare.
Con lo svedese, uno dei suoi idoli del passato, Federer ha vinto undici tornei in due anni. Lo ha fatto venendo da una stagione in cui ne aveva ottenuto solo uno. Inoltre contro l'ingiocabile Djokovic di quest'anno (sei partite perse su ottantotto in tutto) Federer è riuscito a vincere tre volte: in finale a Dubai, in finale a Cincinnati e nel girone al Masters. Un pezzo di risposta alla nostra domanda sta proprio in questi successi. Nel 2015 Federer ha scoperto di poter ancora migliorare. Edberg gli ha ridato solidità contro avversari medio-alti dai quali cominciava a perdere e lo ha portato nei paraggi di Djokovic nei match due set su tre. Gli ha restituito brillantezza in attacco, gli ha riattivato schemi e meccanismi di inizio carriera, sono cresciute le percentuali delle discese a rete e in estate Roger ha inventato un colpo che non c'era. Lo hanno chiamato SABR, Sneak Attack by Roger, attacco furtivo, secondo alcuni (fra cui McEnroe) finanche un affronto per chi lo subisce. In sostanza: una risposta di controbalzo in avanzamento. Tutto questo fa di Federer un giocatore ancora in evoluzione, per quanto impossibile possa sembrare.
Cosa cerca Federer
Scoperta la possibilità di incidere ancora su tecnica e fisico, scoperti nuovi margini di miglioramento, Federer deve essersi chiesto su cos'altro potesse lavorare. La risposta è venuta ancora una volta guardando le sue ultime partite con Djokovic: tre sconfitte su tre nelle finali di Slam, giocate sulla distanza di tre set su cinque. Per un certo periodo in passato Federer si è gestito da solo. Non ha avuto un coach e si diceva convinto della scelta: "È una cosa per ragazzi". Se è tornato sui suoi passi è perché ne ha avvertito l'esigenza. Ljubicic è stato suo avversario. Si sono affrontati sedici volte. Federer ha perso solo in tre casi e comunque mai nelle ultime dieci sfide, durante le quali ha lasciato al suo nuovo coach appena quattro set. Ljubicic non ha mai giocato una finale di Slam ed è stato al massimo numero tre. Federer dunque non sta cercando un altro Edberg. Non chiede di confrontarsi con qualcuno che su di lui eserciti un fascino. Non cerca più un coach che gli mostri ciò che sa fare, ma qualcuno che sappia cosa fargli fare. Federer cerca il rappresentante di una nuova generazione di coach. Ljubicic si è costruito nel fattempo una reputazione di tattico e stratega, sia da teorico, come opinionista tv, sia sul campo come guida di Milos Raonic, un montenegrino di passaporto canadese, un ragazzone di quasi due metri e novanta chili, gran servizio, palla sparata al massimo, un Philippoussis nuova maniera (ma col rovescio bimane). Al Raonic di tre anni fa bisognava insegnare che ogni palla è diversa dalle altre, che non sempre si può tirare a tutto braccio e che qualche volta la prima preoccupazione in uno scambio deve essere quella di tenere la palla dentro le righe. Ljubicic ha portato Raonic nei primi dieci e in semifinale a Wimbledon. Quello che Federer gli chiede è di individuare uno-due-tre punti con cui scompaginare le idee di Djokovic. Può funzionare oppure no. Quel che conta è che Federer pensa di sì. A trentaquattro anni gli serve la stessa condizione atletica che aveva a trentatré o trentadue (il preparatore non cambia), qualche prima palla di servizio in più, un analista più moderno. Quel che conta è che dopo un anno migliore dei precedenti, Roger Federer ha nella testa l'idea di poter fare meglio. Ha una insoddisfazione che lo guida. Raggiunta l'immortalità, vuole riconquistare il presente. Edberg sapeva di storia, Ljubicic è la cronaca che adesso Roger vuole riprendersi. Federer vuole guardare Djokovic e il tennis in un modo diverso prima di muovere il passo d'addio. Ha la curiosità di scoprire dentro di sé una nuova ricchezza, prima di spogliarsi del tutto d'ogni cosa.
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Il tennis visto dall'alto
Ciao Hewitt, ultimo bimbo prodigio del tennis
Scoperta la possibilità di incidere ancora su tecnica e fisico, scoperti nuovi margini di miglioramento, Federer deve essersi chiesto su cos'altro potesse lavorare. La risposta è venuta ancora una volta guardando le sue ultime partite con Djokovic: tre sconfitte su tre nelle finali di Slam, giocate sulla distanza di tre set su cinque. Per un certo periodo in passato Federer si è gestito da solo. Non ha avuto un coach e si diceva convinto della scelta: "È una cosa per ragazzi". Se è tornato sui suoi passi è perché ne ha avvertito l'esigenza. Ljubicic è stato suo avversario. Si sono affrontati sedici volte. Federer ha perso solo in tre casi e comunque mai nelle ultime dieci sfide, durante le quali ha lasciato al suo nuovo coach appena quattro set. Ljubicic non ha mai giocato una finale di Slam ed è stato al massimo numero tre. Federer dunque non sta cercando un altro Edberg. Non chiede di confrontarsi con qualcuno che su di lui eserciti un fascino. Non cerca più un coach che gli mostri ciò che sa fare, ma qualcuno che sappia cosa fargli fare. Federer cerca il rappresentante di una nuova generazione di coach. Ljubicic si è costruito nel fattempo una reputazione di tattico e stratega, sia da teorico, come opinionista tv, sia sul campo come guida di Milos Raonic, un montenegrino di passaporto canadese, un ragazzone di quasi due metri e novanta chili, gran servizio, palla sparata al massimo, un Philippoussis nuova maniera (ma col rovescio bimane). Al Raonic di tre anni fa bisognava insegnare che ogni palla è diversa dalle altre, che non sempre si può tirare a tutto braccio e che qualche volta la prima preoccupazione in uno scambio deve essere quella di tenere la palla dentro le righe. Ljubicic ha portato Raonic nei primi dieci e in semifinale a Wimbledon. Quello che Federer gli chiede è di individuare uno-due-tre punti con cui scompaginare le idee di Djokovic. Può funzionare oppure no. Quel che conta è che Federer pensa di sì. A trentaquattro anni gli serve la stessa condizione atletica che aveva a trentatré o trentadue (il preparatore non cambia), qualche prima palla di servizio in più, un analista più moderno. Quel che conta è che dopo un anno migliore dei precedenti, Roger Federer ha nella testa l'idea di poter fare meglio. Ha una insoddisfazione che lo guida. Raggiunta l'immortalità, vuole riconquistare il presente. Edberg sapeva di storia, Ljubicic è la cronaca che adesso Roger vuole riprendersi. Federer vuole guardare Djokovic e il tennis in un modo diverso prima di muovere il passo d'addio. Ha la curiosità di scoprire dentro di sé una nuova ricchezza, prima di spogliarsi del tutto d'ogni cosa.
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mercoledì 7 marzo 2012
Per dirne una
Era un ambasciatore Unicef quando successe quello che successe. L'aveva detto, Maradona, che non voleva essere un modello, che lui era soltanto un calciatore, che i modelli per i ragazzi devono essere i loro padri.
Oggi credo allora che a Maradona piacerebbe molto quel che ha detto Federer alla vigilia del torneo di Indian Wells.
Oggi credo allora che a Maradona piacerebbe molto quel che ha detto Federer alla vigilia del torneo di Indian Wells.
"Essere un modello è bello, ricordo bene quanto sono stati importanti da bambino Stefan Edberg e Michael Jordan. Anche se qualche volta vorresti fare qualcosa che la gente non possa vedere, come gettare un sasso in uno stagno, per dirne una".
venerdì 17 giugno 2011
Perché non è un Wimbledon come gli altri
A Parigi è finita con un'altra sconfitta contro Nadal. Un altro Roland Garros perso da Federer in finale contro lo spagnolo. Ed è il quarto in 5 anni. Peraltro una cosa semi storica, nel senso che si tratta del primo Roland Garros vinto dal numero uno al mondo dopo 10 anni.
Ora il bilancio complessivo dei loro confronti diretti è di 17 a 8 per Nadal.
Poiché Federer viene da un po' sospettato di essere il più grande tennista della storia (anche - ma non solo - perché ha vinto 16 titoli di Slam, più di tutti), un paio d'anni fa si ragionava sui motivi per cui se qualcuno volesse togliergli il titolo di greatest, potrebbe farlo solo attribuendolo a Nadal.
Perciò le domande da porsi adesso che sono noti i tabelloni del prossimo Wimbledon sono: com'è possibile che il più grande di sempre abbia perso 17 volte da un suo contemporaneo? E se uno perde 17 volte da un suo contemporaneo, più del doppio delle partite vinte contro di lui, può ancora dirsi superiore a lui? Ancora sì. Vediamo perché.
Ora il bilancio complessivo dei loro confronti diretti è di 17 a 8 per Nadal.
Poiché Federer viene da un po' sospettato di essere il più grande tennista della storia (anche - ma non solo - perché ha vinto 16 titoli di Slam, più di tutti), un paio d'anni fa si ragionava sui motivi per cui se qualcuno volesse togliergli il titolo di greatest, potrebbe farlo solo attribuendolo a Nadal.
Perciò le domande da porsi adesso che sono noti i tabelloni del prossimo Wimbledon sono: com'è possibile che il più grande di sempre abbia perso 17 volte da un suo contemporaneo? E se uno perde 17 volte da un suo contemporaneo, più del doppio delle partite vinte contro di lui, può ancora dirsi superiore a lui? Ancora sì. Vediamo perché.
martedì 7 giugno 2011
L'Open di Agassi
Della autobiografia di Andre Agassi, Open, s'è parlato soprattutto a proposito del rapporto col padre, della droga, dei capelli finti e delle sue donne.
Ma tante altre sono le pagine belle. Il rapporto psicologicamente controverso con suo fratello. Quanta Italia c'è nei suoi giorni felici (Palermo, Roma). E i giudizi sugli avversari.
Becker. "Becker ha usato la conferenza stampa dopo l'incontro per lamentarsi che Wimbledon mi favorisce rispetto ad altri giocatori... Mi ha dato dello snob... In breve ha emesso una dichiarazione di guerra... A Brad non è mai importato niente di Becker, che ha sempre chiamato B.B. Socrate, perché pensa che si atteggi a intellettuale mentre è soltanto un contadinotto troppo cresciuto... Ce lo ritroveremo davanti questo bastardo... Ne ho conosciuti di tizi a cui stavo antipatico, ma questo... (...) Vinco il secondo set, 7-6. Adesso comincia a essere sulle spine, a cercare un appiglio. Prova a giocare con la mia mente. Mi ha già visto perdere la calma altre volte, perciò fa ciò che pensa possa farmela perdere di nuovo, la cosa che può indebolire un tennista più di ogni altra: lancia baci verso il mio angolo. A Brooke".
Ma tante altre sono le pagine belle. Il rapporto psicologicamente controverso con suo fratello. Quanta Italia c'è nei suoi giorni felici (Palermo, Roma). E i giudizi sugli avversari.
Becker. "Becker ha usato la conferenza stampa dopo l'incontro per lamentarsi che Wimbledon mi favorisce rispetto ad altri giocatori... Mi ha dato dello snob... In breve ha emesso una dichiarazione di guerra... A Brad non è mai importato niente di Becker, che ha sempre chiamato B.B. Socrate, perché pensa che si atteggi a intellettuale mentre è soltanto un contadinotto troppo cresciuto... Ce lo ritroveremo davanti questo bastardo... Ne ho conosciuti di tizi a cui stavo antipatico, ma questo... (...) Vinco il secondo set, 7-6. Adesso comincia a essere sulle spine, a cercare un appiglio. Prova a giocare con la mia mente. Mi ha già visto perdere la calma altre volte, perciò fa ciò che pensa possa farmela perdere di nuovo, la cosa che può indebolire un tennista più di ogni altra: lancia baci verso il mio angolo. A Brooke".
domenica 23 maggio 2010
Perché stavolta non vince Federer
Perché a Parigi, al Roland Garros, il miglior tennista del mondo non vince mai.
Rewind.
Con un po' di argomenti che farebbero andare in freva Buildo - anzi l'autorevole Buildo - Roger Federer ha detto in questi giorni in qualche intervista qua e là che sulla terra non c'è bisogno di avere la volè, quasi non c'è bisogno del servizio, che basta avere le gambe e si può vincere lo stesso uno Slam. E' più facile. Ha precisato che non è una cosa sgarbata verso Nadal, perché Nadal vince ovunque: non solo sulla terra. Ha ammesso che comunque lui non ha un problema con la terra, ma ha un problema con Nadal. E al netto di un po' di semplificazioni, sono tutte cose abbastanza condivisibili.
Rewind.
Con un po' di argomenti che farebbero andare in freva Buildo - anzi l'autorevole Buildo - Roger Federer ha detto in questi giorni in qualche intervista qua e là che sulla terra non c'è bisogno di avere la volè, quasi non c'è bisogno del servizio, che basta avere le gambe e si può vincere lo stesso uno Slam. E' più facile. Ha precisato che non è una cosa sgarbata verso Nadal, perché Nadal vince ovunque: non solo sulla terra. Ha ammesso che comunque lui non ha un problema con la terra, ma ha un problema con Nadal. E al netto di un po' di semplificazioni, sono tutte cose abbastanza condivisibili.
giovedì 20 maggio 2010
Rivali per modo di dire
- Pa'.
- Sì.
- Ma Nadal dov'è nato?
- In Spagna.
- E Federer?
- In Svizzera.
- Allora sono cugini.
- Mmm... Dici?
- Solo che quando tira Rafa fa ùh, e Roger fa ìh.
- Sì.
- Ma Nadal dov'è nato?
- In Spagna.
- E Federer?
- In Svizzera.
- Allora sono cugini.
- Mmm... Dici?
- Solo che quando tira Rafa fa ùh, e Roger fa ìh.
venerdì 12 marzo 2010
Nel caso uno si svegliasse perché suona un allarme
Stanotte alle 4 e mezza si gioca un doppio di tennis con incasso per la popolazione di Haiti.
Sampras e Federer contro Agassi e Nadal.
Si vede qui.
Sampras e Federer contro Agassi e Nadal.
Si vede qui.
Gli scherzi infiniti di Foster Wallace
Se per caso qualcuno volesse gettare uno sguardo nell'archivio privato del più grande cantore di Roger Federer, l'uomo che lo definì
adesso si può.
un'esperienza religiosa, uno di quei rari, straordinari atleti che sembra siano esenti, almeno in parte, da determinate leggi fisicheecco, se per caso qualcuno volesse gettare uno sguardo nell'archivio privato di David Foster Wallace, al manoscritto di Infinite Jest, al poemetto scritto da ragazzino, agli appunti che prendeva su libri e dizionari,
adesso si può.
martedì 15 settembre 2009
lunedì 6 luglio 2009
Federer e la Divina Commedia
| Rod Laver |
domenica 5 luglio 2009
Le ginocchia di Roger Federer

E vabbe' cose che sapete: la partita dei record, lo slam numero 15 di Federer, la finale con più game (77) della storia. il quinto set più lungo di sempre, il maggior numero di ace (50 ) di Roger.
Ma soprattutto...
... erano tre anni che Federer non vinceva uno Slam senza scoppiare a piangere o senza sconocchiare. Prima di ieri era riuscito a restare in piedi solo a New York 2005, Melbourne 2006 e Wimbledon 2006, come si vede qui sotto.
domenica 7 giugno 2009
Prendersi la terra di Parigi
Quando Mc Enroe perse da Lendl.Quando Edberg perse da Chang.
Quando Stich perse da Kafelnikov.
Quando Rafter perse da Bruguera, e non era neppure una finale.
Quando Roger perse da Nadal.
Quando Roger riperse da Nadal.
Quando Roger ri-riperse da Nadal.
E poi oggi.
Un giocatore d'attacco che vince sulla terra di Parigi
lunedì 18 maggio 2009
Il cielo sopra Parigi

Non è che la prima vittoria in 18 mesi di Federer su Nadal non faccia né caldo né freddo.
E' che non bisogna farsi troppe illusioni. Solo una volta negli ultimi 8 anni è accaduto che il vincitore dell'ultimo grande appuntamento su terra abbia poi vinto anche Parigi (l'anno scorso, ed era Nadal); in tutto è successo 6 volte in 30 anni (Borg '78, Lendl '86, Courier '92, Muster '95, Kuerten '00, Nadal '08).
venerdì 3 aprile 2009
Non è un tennis per papà

Un bell'articolo di Independent mette una croce sul sogno di Federer di raggiungere il record di Slam di Sampras. Perché? Colpa del figlio che sta per nascere.
Independent ha fatto uno studio meraviglioso: i tennisti papà hanno vinto solo 10 degli ultimi 115 Slam. Dal 1980 ce l'hanno fatta in 8, e sette di loro senza mai più ripetersi. Il migliore papà del tennis è Connors, con 3 Slam vinti dopo la nascita del suo Brett. Né McEnroe né Lendl né Edberg hanno vinto titoli tra biberon e pannolini. E dal 1980 nessuna donna ha vinto uno Slam una volta diventata mamma.
Noi tifosi di Federer aggrappiamo tutte le speranze a questo blog.
domenica 1 febbraio 2009
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