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martedì 6 febbraio 2018

Meazza, Kempes e le matite spezzate

maiali colorati
L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram)
    Sedicesimi di finale: Italia '34/'38 vs Argentina '78
Della natura politica del calcio

Il ministero della cultura confermò con un fonogramma urgente che dopo la mezzanotte del venerdì sarebbe arrivato il sabato, e gli italiani vestiti di scuro non ne vollero sapere di far cominciare la partita prima di averlo degnamente celebrato. Le squadre di calcio vennero allora bloccate nel tunnel cinque metri sotto terra, dove ancora non sospettavano che sarebbero rimaste ore e ore. Gli argentini stavano ancora infilando i calzettoni. Dentro lo stadio del paese giungevano suoni di campanelli e squilli di trombetta, ma così piccolini e soffocati che parevano sibili di zanzare, come usciti da ruote di un carro fasciate di stoppa e cenci. Lungo le piazze si vedevano teatrini di tela affollati di bambini, e sui muri delle case alcune scritte col carbone [1]. I ragazzi più coraggiosi si lanciavano dentro cerchi di fuoco e maneggiavano moschetti di legno, mentre le ragazze in camicetta bianca e gonna nera facevano roteare bandiere e clave.

giovedì 11 giugno 2015

Da Pinochet a Pinilla. La Generazione Democracia va alla Copa América

santia Pulirono tutto in un giorno, il sangue era sparso ovunque. La giunta militare portò via i prigionieri politici e addobbò l'Estadio Nacional di Santiago come se niente fosse, per giocare l'ultima partita di qualificazione ai Mondiali del '74. Alla Fifa andò bene così. Finsero di non sapere che lo stadio era diventato un campo di concentramento per i dissidenti e gli avversari di Pinochet. Non era il solo.Un centro di torture era diventato anche l'Elías Figueroa Brander a Valparaíso, la città de La Sebastiana di Neruda e il luogo in cui era nato don Augusto, al potere da soli due mesi. L'Urss, avversaria di quel Cile, non ne volle sapere di giocare. Non si presentarono. I cileni batterono la palla al centro e nell'altra metà vuota del campo fecero gol, trasformando la tragedia in farsa.


Fu il primo passo di un lungo periodo buio. I giornalisti Carlos González Lucay y Braian Quezada hanno raccontato cosa accadde al calcio nel loro libro "A Discreción. Viaje al Corazón del Fútbol Chileno bajo la dictadura militar". Scrivono che con Pinochet capo supremo della nazione per tutto il '74 e poi presidente del Cile fino al 1990 "il clima di impunità che esisteva in Cile sul piano politico economico e sociale, doveva per forza contagiare il calcio (...) Nel governo militare si impose la formula del fine che giustifica i mezzi, senza codici morali né etici, il che generò accondiscendenza da parte di alcuni dirigenti di calcio verso il regime". Arrivò lo scandalo dei passaporti falsificati per il campionato sudamericano under 20 del 1979. Arrivò il grande imbroglio del portiere Rojas, la cosiddetta vergogna del Maracanã.


Già nel '91, a democrazia appena conquistata, il Cile aveva ospitato la manifestazione. Ora riapre i suoi stadi e si mostra al mondo per la prima volta dopo la morte di Pinochet, privo del tutto della sua ombra nera. Sia l'Estadio Nacional di Santiago sia l'Elías Figueroa Brander di Valparaíso sono tra i nove stadi di questa Copa América 2015. Paese e popolo si sono rialzati, la politica ha sostenuto il processo per la candidatura alla Coppa con investimenti rilevanti: Sebastián Piñera dispose a suo tempo un budget di 61 milioni di dollari, il costo finale è salito a 163 milioni. Santiago nel frattempo è stata eletta città più vivibile del Sudamerica (The Economist) e il rapporto del Cile col calcio è tornato gioioso. Un anno fa, prima della partenza della squadra per i Mondiali, i trentatré minatori intrappolati nel 2010 a San José diffusero un video con il quale spingevano la squadra: "Per un cileno niente è impossibile". I tifosi partiti per il Brasile misero paura al Maracanã cantando l'inno senza musica, poi al Brasile mise paura anche la squadra, la Roja, fermata prima da una traversa divenuta un tatuaggio sul corpo di Pinilla , poi dai calci di rigore, con il doppio shock per Gonzalo Jara: autogol e tiro sbagliato.
In queste settimane si stimano introiti nel Paese per 143 milioni di dollari grazie all'arrivo di almeno 80mila turisti. Come già in Brasile un anno fa per Dilma Rousseff e come spesso accade nel calcio, i risultati della nazionale di casa avranno un riflesso sullo stato di salute del governo: il gradimento di Michelle Bachelet è in calo. Ma soprattutto il Cile non ha vinto mai la Coppa. Ci riprova con la prima Generazione Democracia, un gruppo di calciatori che sono stati bambini senza la cappa nera di Pinochet sulla testa.
(la foto, dall'archivio de La Nación, è tratta da una gallery pubblicata sul sito del quotidiano cileno, qui: http://www.lanacion.cl/estadio-nacional-fotos-de-cuando-fue-centro-de-detencion/noticias/2013-09-06/141754.html)
il documentario Estadio Nacional (da youtube)

martedì 26 maggio 2015

Sei chiodi storti

La breve felicità del tennis italiano sta compiendo quarant’anni. Panatta che vince prima Roma e poi Parigi in primavera; la squadra di Davis che con Barazzutti Bertolucci e Zugarelli accanto ad Adriano conquista la Coppa nel dicembre, sempre del ’76. Non era mai successo prima, né dopo più accadrà. In una stagione di angoscia e lutti, in un Paese che si è consegnato alla Dc, quella giovane nazionale con le racchette finisce dentro un corridoio di gloria e fortuna. Dario Cresto-Dina è andato a cercare uno per uno i protagonisti di quella stagione, compreso l’uomo che li guidava dalla panchina, Nicola Pietrangeli, per catturare con loro umori e atmosfera di quei giorni. Il sesto protagonista, il maestro Mario Belardinelli, non c’è più dal ’98.

Toccò, a quella squadra, giocare l’ultima partita sui campi di Santiago del Cile, da tre anni e tre mesi piegata alla dittatura di Augusto Pinochet. Il libro “Sei chiodi storti” (66thand2nd, 147 pagine, 17 euro) ricostruisce l’avvicinamento alla finale e il feroce dibattito che s’accese in Italia sull’opportunità di presentarsi in scarpette e pantaloncini candidi in un Paese insanguinato. È il racconto di un’Italia sconvolta dal terrorismo, ventuno morti - sarebbero diventati 120 quattro anni dopo - e in ginocchio sotto i provvedimenti economici del terzo governo Andreotti.

mercoledì 14 maggio 2014

Ramón Quiroga e la marmelada del '78

Quiroga_figurina1978 Io, il venduto. Io, quello che aprì la porta all'Argentina. Io, Ramón Quiroga. Ve lo giuro sui miei capelli corti e le mie rughe: sono innocente. Le cose nel '78 sono andate così, e mi dovete credere. Il 21 giugno era il giorno decisivo: per la finale dei Mondiali si sarebbe qualificata la prima piazzata nel girone della seconda fase. Senza semifinali, la stessa formula del '74. Argentina o Brasile. L'Argentina quella sera aveva il vantaggio di andare in campo conoscendo già il risultato dei rivali. Sapeva che per farcela avrebbe dovuto vincere 4-0: contro di noi, il Perù, e in porta per il Perù c'ero io. Ma io sono nato a Rosario, Argentina, il Perù mi aveva solo offerto un passaporto e un posto in nazionale. E Argentina-Perù, quella sera, proprio a Rosario si giocava. La città di Che Guevara. La città di Cesar Menotti, il ct della nazionale che i generali volevano vedere campione del mondo.

domenica 11 maggio 2014

Olivares e la partita in 11 contro nessuno

juanitoScoprimmo che ci fischiavano. Arrivammo in Germania e ce l'avevano con noi. Eravamo la squadra di Pinochet, ci eravamo qualificati grazie alla rinuncia dell'Urss, ma soprattutto con una partita diventata barzelletta. In Cile le cose andarono così. Il Palazzo della Moneda era caduto da due mesi. Settembre '73. "Ho fiducia nel Cile e nel suo destino", aveva detto Allende alla radio, poco prima di morire durante il golpe di Pinochet. Ci stavamo infilando nel buio. Chi si opponeva finiva allo stadio, il nostro, l'Estadio Nacional, a Santiago. Non c'era più posto per i gol, lo avevano trasformato in un gigantesco campo di concentramento per chi aveva idee diverse da quelle del generale.

domenica 4 luglio 2010

Ronnie Hellström e il giallo delle madri di Plaza de Mayo

ronnie Ho parato con i piedi, ho parato con il corpo, ho sempre parato con tutto me stesso. Io, Ronnie Hellström, svedese di Malmö. La città di Ibrahimovic e di Anita Ekberg, scegliete voi chi preferite. Se c'è un calciatore svedese legato ai Mondiali, be', allora quello sono io. Intanto, per via di un film. Nel film io sono quello con i baffi. C'era poco da prendersi sul serio in quel film, e se hai i baffi la cosa ti aiuta. Avevo 25 anni, e anche questo aiuta. Giocavo nell'Hammarby. Sia nella vita sia nel film. L'Hammarby è una squadra di Stoccolma che adesso si tarantola in serie B. Ma all'epoca era una grande del calcio svedese. Insomma una grande proprio no, lo scudetto non lo vincemmo mai. Ma a me piaceva pensare che ogni anno potessimo provarci.

giovedì 6 maggio 2010

Gatti, el loco che non andò ai Mondiali di Videla

gatti1 Non ce l’ho fatta ad andare allo stadio. I Mondiali nella mia Argentina, e io a casa. Non ce l'ho fatta a unire la mia voce a quella della folla, la folla cieca che ha scelto di non vedere. Potevo esserci io in porta, Hugo Gatti, il loco. Hanno organizzato tutto per bene. Hanno sistemato ogni cosa affinché vada come deve andare. Piano perfetto, il loro. Loro chi? Andiamo, avete capito. Ma ho detto di no. Due lettere. Le più difficili da mettere insieme. Vi avranno parlato di Ubaldo Fillol, detto il Papero. Lui è quello che mi ha preso il posto. Fa il signore. Perché lui è il tipo giusto. Il fidanzato che ogni madre sogna per sua figlia, solo che le figlie sognano me.

martedì 4 maggio 2010

Fillol, il numero 5 e il petto bagnato

Fillol nella finale mondiale del '78 contro l'Olanda
Fillol nella finale mondiale del '78 contro l'Olanda
Il tempo è passato. Non saprei dire se in fretta o lentamente, però è passato. E io non ho mai smesso di essere orgoglioso di quel Mundial, di quella vittoria davanti alla nostra gente.
Dite quello che volete. Ho giocato tre Mondiali, ma in Argentina fu un'altra cosa. Eravamo 25 milioni di persone contro tutto il mondo. Venticinque milioni di argentini che dipendevano da noi, che vivevano intorno a noi. Noi, una squadra. Un gruppo unito, merito di Menotti e di Rubén Pizzarroti, il preparatore atletico. Rubén sapeva come parlare per motivarci: le sue chiacchiere prima di ogni partita restano memorabili.