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giovedì 2 ottobre 2014

Dudek il minatore e la rimonta di Rafa Benítez

dudek Rafa Benítez ci disse, Il Milan non sta bene. E noi a fissarlo. Non sta bene? Proprio così, rispose, ha avuto problemi tutto l’anno, fidatevi, fisicamente non sono pronti, non sono pronti come noi. Solo che quando tornammo negli spogliatoi, intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2005, tre gol avevano fatto loro e nemmeno uno noi del Liverpool. Incrociai un attimo lo sguardo di Rafa e gli feci, Ehi mister meno male che questi stanno giù.
Giochiamo e divertitevi, così si raccomandò Rafa. Invece stavamo facendo divertire il Milan. Eravamo molto arrabbiati, le cose non andavano secondo i piani. Benítez allora chiamò Traoré e quasi si scusò, Grazie ma adesso esci, al tuo posto facciamo entrare Hamann. C’era una voragine da quella parte del campo. Traoré abbassò lo sguardo, sfilò maglia e pantaloncini e mormorò una cosa tipo okay, va bene così. Steve Finnan, dall’altro capo dello spogliatoio, se ne stava sdraiato su un lettino. Aveva dolore a una coscia. Non ce la faccio, confessò sotto voce, ma il fisioterapista filò dritto da Benítez a riferirglielo. "Guarda che quello regge al massimo venti minuti". “Quello chi?”. “Finnan”. Rafa fissò prima uno poi l’altro e chiese se facessero sul serio. “Allora Finnan grazie, grazie per quello che hai dato, esci tu e Traoré rimane dentro”.

giovedì 10 luglio 2014

I gol di Chilavert

chilav2 La cosa è più comune di quanto si pensi. State prendendo la rincorsa, andate verso la palla per calciare un rigore - o una punizione - e dietro di voi spunta di corsa un altro ragazzino che batte al posto vostro. Batte e ride.
Io quelli così li odiavo e vi confesso che li odio ancora. Vuoi battere al posto mio? Dimmelo. Ti ho detto di no e vuoi calciare lo stesso? Bene, allora corri, fai lo scorretto: arriva alle spalle e batti. Ma non devi ridere. Io non ci trovo niente da ridere. Questa era la cosa che mi piaceva fare da bambino. Tirare i rigori. O le punizioni. Invece mio fratello mi sbatteva sempre in porta, José stai lì, diceva,ne basta uno di Chilavert in attacco. Bastava lui. Questo intendeva. E se sono diventato un portiere è tutta colpa sua.

mercoledì 9 luglio 2014

Taffarel e le nuvole di Pasadena

taffarel Dio mi permette di sopportare qualsiasi tempesta. Mi fa guardare avanti aspettando la prossima schiarita. La bufera mi avvolse che ero campione del mondo, incredibile a dirsi. Avevo vinto la Coppa e non avevo più una squadra.
A 23 anni, se fai il calciatore, non sai molto di come vanno le cose nell'economia mondiale. Giocavo nell'Internacional, avevo i fulmini nelle gambe grazie al beach volley, i balzi da fermo mi avevano fatto bene, quando mi dissero che una squadra italiana mi voleva dall'altra parte dell'Oceano. Era stata promossa in serie A. Il Parma. Passavo da un guadagno di un milione l'anno a 250. Pensateci un attimo e ditemi se non è una cosa che può far perdere la testa.

martedì 8 luglio 2014

Tony Meola e quella faccia da Hollywood

meola3 Il primo elogio me lo fece Dino Zoff, che allora allenava i portieri della Juve. Non mi conosceva nessuno. Erano i giorni in cui sognavo di giocare la Coppa del mondo: se da bambino mi avessero chiesto in quale Paese, avrei detto Italia e Usa. E andò così.
Vincenzo, mio padre, era arrivato in New Jersey nel '65. Io sono nato quattro anni dopo. Raccontava di aver giocato con l'Avellino in serie B. Forse qualche partita, di sicuro era la serie C. Era partito da Torella dei Lombardi, il posto in cui era nato anche il papà del regista Sergio Leone, negli anni Sessanta stavano andando via in molti: più o meno il 10 per cento della popolazione.

Campos e i maglioni con i colori del surf

jorge-campos-9 Voi non sapete quanto era forte Adolfo. Ottantuno milioni di persone e cento anni di pallone: noi messicani non avevamo mai avuto un grande portiere, e proprio io mi dovevo trovare davanti Adolfo Rìos. Un mostro.


jorge94Quando arrivai ai Pumas, il numero uno era lui. Solo che non mi andava certo di fare la riserva all'unico portiere buono che il Messico avesse tirato fuori dai tempi di Adamo ed Eva. Lasciate perdere Carbajal, io dico un portiere forte sul serio. Visto che c'era già Rios, chiesi di andare in attacco, me la cavavo anche coi piedi. Mi aveva insegnato tutto mio padre, che aveva messo su una squadretta nel quartiere a cui aveva dato il nostro cognome.
 

lunedì 7 luglio 2014

Goycochea e i rigori parati alle sorelle

goyco2 Diego disse Tranquilli ragazzi, Napoli non ci fischierà. Come potesse esserne così sicuro, non lo capimmo. Anche se lui era lui, e Napoli era sua. Ma di mezzo c'erano l'Italia e una semifinale mondiale.
Sono arrivato a undici metri di distanza dalla Coppa del mondo. Non sono riuscito a parare l'unico rigore che avrei dovuto prendere. Andreas Brehme, 1990, la finale contro la Germania. Feci mezzo passo avanti e mi lanciai sulla mia destra. Poteva tirare solo di là. Ma non ci arrivai. Ai rigori avevamo battuto la Jugoslavia a Firenze nei quarti e l'Italia a Napoli in semifinale. Brehme, in tedesco, per me significa castigo.

domenica 6 luglio 2014

Ivkovic e i due rigori parati a Maradona

ivkovic3 Non conta solo il numero 10, non conta solo il numero 1. A calcio si gioca in undici e se quegli undici non funzionano tutti insieme, be', non si va da nessuna parte. Neppure se avete parato un rigore a Maradona, neppure se gliene avete parati due, com'è capitato a me, senza riuscire a batterlo mai. Quando arrivammo in Italia per giocare i Mondiali del '90, il nome Jugoslavia conteneva ansia e paura. La Slovenia aveva proclamato l'indipendenza economica a marzo, e a Zagabria, la mia città, Tuđman pronunciava parole simili. L'ultima amichevole prima della partenza era finita con il pubblico a tifare per l'Olanda: nell'unità garantita da Tito, la mia gente non si riconosceva più. Eppure, dovevamo essere una squadra, un gruppo solo. Si decise che fra di noi non avremmo mai parlato di politica.

sabato 5 luglio 2014

Lo scorpione di Higuita

higuita Dare gioia alla gente, alla fine questo conta. Averle strappato un sorriso con il tuo nome. Averla confortata un po' durante i suoi giorni. Se le persone si ricordano di te, ecco, allora ce l'hai fatta.
È stato un regalo del cielo aver incontrato Maturana. La sua idea del calcio era uguale alla mia. Lui diceva sempre che di pallone ce n'è uno solo, il segreto è conservarlo. Se lo tieni, non possono farti gol. Io l'ho giocato sempre con criterio, tranne quel pomeriggio maledetto a Napoli, contro il Camerun.

domenica 29 giugno 2014

Il passaggio all'indietro per Bonner

bonner Perdonatemi, se potete. È tutta colpa mia. Se avete dovuto imparare a giocare con i piedi. Se la vostra vita in campo è diventata più difficile. Se non potete più passeggiare col pallone in mano. Perdonatemi, portieri di tutto il mondo, colleghi, è solo colpa mia.
Dovevo fare quel che feci. Per me, per noi, per la nostra comunità, per la mia Irlanda. "Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato: i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati". Lo ha scritto Machiavelli, e quel giorno del resto eravamo in Italia. Palermo, 17 giugno 1990. La nostra seconda partita del girone. Contro l'Egitto. Eravamo in un girone dove pure un soffio avrebbe rotto l'equilibrio. Due pareggi alla prima giornata: noi contro gli inglesi e gli olandesi contro gli egiziani. Passavano le prime due, più le migliori terze. Insomma, sarebbe stato meglio vincere, ma la prima cosa da fare era non perdere. Con ogni mezzo.

giovedì 26 giugno 2014

Stejskal, l'ultimo cecoslovacco

stejsk Sui calci d'angolo dei tedeschi, decidemmo di mettere due uomini sulla linea. Accanto ai pali. Tre volte ci siamo salvati così, respingendo la palla un attimo prima che fosse gol, altre due volte con un paio di parate mie su Buchwald e Littbarski, ma ci fece gol su rigore Matthaeus. Io da una parte e il pallone di là. Faceva caldo a Milano, quel giorno. Uscimmo dai Mondiali del '90 ai quarti di finale. Senza sapere che la Cecoslovacchia, dopo, non ci sarebbe stata più. Di fronte avevamo l'ultima Germania ovest, il muro di Berlino era caduto l'anno prima, la squadra della loro riunificazione sarebbe nata di lì a poco, mentre per noi sarebbe cominciato il processo opposto. L'est si sbriciolava, presto sarebbe toccato a Praga.

martedì 24 giugno 2014

Rojas e la lametta nel guanto

condoro1 La vergogna è una belva che non andrebbe guardata mai negli occhi. Logora e corrode, marcisce, divora dall'interno. Forte e diabolico è l'uomo che sa vivere in sua compagnia, ignorandola, tenendola a bada laggiù, nel profondo di se stesso. Io non ce l'ho fatta, l'ho sputata fuori, la mia vergogna si chiamava Maracanã. Il piano era perfetto. Quasi. Vincere a tavolino in casa del Brasile. Ai Mondiali italiani dell'anno dopo sarebbe andata solo una squadra: o loro, o noi cileni. La partita di Rio era come uno spareggio. Il piano nacque per scherzo, in allenamento, a un certo punto caddi e il ct Aravena disse, Se vai a terra così anche allo stadio ci danno la partita vinta.

sabato 21 giugno 2014

Pat Jennings e le giovani vite d'Irlanda

jennings2 Non si può mandare la palla direttamente fuori dal campo, e neppure trattenerla, farla rimbalzare due volte o fare quattro passi senza passarla. Questo è il calcio gaelico, il calcio che amavo e che è stato il mio, prima che andassi a difendere la porta del Tottenham, dell'Arsenal e soprattutto dell'Irlanda del nord.

lunedì 16 giugno 2014

Shilton, la vittima della mano de dios

shilton2 Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. E' il miglior calciatore che io abbia mai visto in vita mia, ma non gli allungherei la mano per stringere la sua.

giovedì 12 giugno 2014

Schumacher e il caso Battiston

schum2 Non ho voglia di andare su YouTube a guardare quelle immagini, altrimenti finisce che comincio a sentirmi in colpa. Invece non voglio, invece non devo. E' successo e basta, ma all'epoca io non volevo costruirci intorno tutto il teatro che fecero. Platini era una decina di metri oltre la metà campo. Lui era di quelli che sanno vedere uno spazio di campo prima degli altri. Toccò due volte il pallone e lanciò lungo verso la mia area, dove stava arrivando Patrick. Lo chiamo Patrick perché oggi siamo amici, insomma, amici no, ma dopo l'incidente abbiamo ricominciato a parlarci, mi ha anche invitato al suo matrimonio.

domenica 8 giugno 2014

La roulotte di Pfaff

Pfaff3Sono il suono di un tuffo, un salto nell’acqua, un’immersione. Sono il suono di una sorpresa, un batticuore, un palpito. Sono la leggerezza, l’allegria, il sorriso. Sono Pfaff, Jean-Marie Pfaff, e me ne vanto. Mio padre vendeva le sue stoffe e i suoi tappeti in giro per le strade del Belgio. Una vita da ambulante, un ambulante non abbassa mai lo sguardo. Mangiava ogni giorno nella stessa osteria, entrava e chiedeva Il Solito, la signora Marie Veireman aveva imparato cosa preparargli, suo marito Jean De Lathouwer gli riservava un tavolo sempre alla stessa ora. Così, quando sono nato io, a mio padre venne facile unire i nomi delle due gentilissime persone che gli apparecchiavano il pranzo quotidiano, marito e moglie, Jean e Marie. Per questo mi chiamo così.

venerdì 6 giugno 2014

Valdir Peres e l'incubo di Paolo Rossi

vald2 Il mio incubo ha un dove: Barcellona. Il mio incubo ha un quando: 1982. Il mio incubo ha un nome: Paolo. Il mio incubo ha un cognome: Rossi.
Mai nella storia di un Mondiale una squadra era stata più amata della nostra da un popolo che non era il suo. Ci aveva adottato, la Spagna, nell'estate del 1982, e forse ci aveva adottato il mondo. Il mondo intero, tranne l'Italia. "Neppure l'Italia riuscirà a farci giocare male", disse Zico prima che andassimo in campo. Ma Zico non sa prevedere il futuro, solo che quel giorno non lo sapevamo, e gli credemmo, credemmo davvero di potercela fare.

venerdì 30 maggio 2014

I calzettoni bianchi di Arconada

arconadaLeader è una parola che si usa troppo spesso, dentro un campo di calcio e fuori. Con i leader si esagera. State sempre a cercarne uno, ma i leader sono un problema, i leader sono un pericolo. Esistono le squadre, questo è il calcio. In campo esistono undici personalità, undici esperienze differenti. Non si dovrebbe mai dipendere da un uomo solo, perché quando i leader sbagliano, o quando vengono a mancare, mandano la squadra giù per un precipizio. Non provate a leggere dentro queste mie parole un messaggio politico. Io di politica parlo solo con i miei amici più stretti. Di due cose non parlo: di politica e religione. Tutto quello che di me trovate in giro su questi due argomenti, bene, sono scemenze. Il divorzio, la pillola, eccetera. Tutti chiedevano un mio parere, quando ero Luis Arconada, il numero uno della nazionale di Spagna al Mundial '82, organizzato in casa nostra. Ma ero solo un portiere di calcio, non un personaggio della scena pubblica.

martedì 27 maggio 2014

Arzú e le lacrime dell'Honduras

arzu Non sapevamo picchiare, non sapevamo perdere tempo e avevamo la mano sul petto mentre suonava l'inno nazionale. E' peccato essere poveri, è peccato essere piccoli. E allora ci fecero fuori. Alla vigilia del Mundial in Spagna, il mio Honduras era una delle squadre di cui si poteva ridere. Gli articoli che raccontavano di noi, parlavano di stregoni, filtri magici e Maradona d'ebano. Questo eravamo: facili parole. Due settimane dopo diventammo un fastidio, un fastidio di cui liberarsi. Come l'Algeria, che poteva fare fuori la Germania. Come il Camerun, che poteva fuori l'Italia. Noi avevamo addirittura osato intralciare il passo dei padroni di casa, 1-1 a Valencia all'esordio: la notte che passò alla storia come l'Hondurazo.

Al Tarabulsi, lo sceicco e il fuorigioco di Giresse

kuwait 1982    Eppure la prima volta avete riso di noi, della nostra ingenuità e della nostra rabbia. La prima volta che voi europei avete incrociato uno sceicco su un campo di calcio, avete costruito intorno a noi un quadretto di folklore e di cliché. La avete chiamata una vergogna. Platini spalancò il campo per Giresse con un passaggio dei suoi, uno di quei tocchi che creano lo spazio anche là dove lo spazio prima non c'era. Carlos Alberto Parreira, ct del Kuwait al Mundial di Spagna, ci aveva insegnato a difendere in linea. Giocavamo la zona molto prima che fosse adottata da tanti. Nella sua carriera ha guidato cinque nazionali diverse in cinque edizioni differenti.

domenica 25 maggio 2014

N'Kono, il leone indomabile

nkono Appoggiai male un piede mentre arretravo e scivolai. Posso ripeterlo un altro milione di volte. In eterno. Non presi soldi dagli italiani. Sul colpo di testa di Graziani, semplicemente, scivolai.
Noi, i Leoni Indomabili. Eliminati, ma eroi. Chiudemmo il Mundial di Spagna da imbattuti. Non lo avrebbe immaginato nessuno. Eppure tutti si chiesero perché non provammo a battere l’Italia per eliminarla, perché ci accontentammo del pareggio dopo averlo raggiunto. Ci mancò la freschezza che avevamo avuto contro la Polonia, questa è la verità. Se avessimo voluto sul serio truccare la partita, avremmo approfittato di altre mille occasioni.