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mercoledì 16 marzo 2016

Lewandowski, il verissimo nove


Questo è il ragazzo che ammirava Henry e Del Piero, perché non era ancora nato quando la Polonia incantava nel calcio, e neppure ha fatto in tempo a veder giocare Boniek. Questo è il ragazzo che segnava sotto falso nome per il Partyzant, a Leszno, quaranta minuti di bus da Varsavia, dove non lo tesserarono mai perché non c'era una squadra adatta alla sua età, ma ogni tanto in campo lo mandavano lo stesso: un giorno fece un discreto mucchietto di gol nel primo tempo e dovettero sostituirlo di corsa all'intervallo, per evitare che gli avversari pretendessero di vedere i documenti. Questo è il ragazzo che suo padre volle chiamare Robert perché era un nome semplice, internazionale, e non si sa mai nella vita, magari finisce per fare il calciatore, va all'estero, gira il mondo, e troppe consonanti finiscono per disturbare. Bastavano già quelle del cognome, e bene lo sapeva lui, Krzysztof, campione europeo di judo giovanile, morto a 49 anni, probabilmente per aver dimenticato di prendere una medicina.

giovedì 2 ottobre 2014

Dudek il minatore e la rimonta di Rafa Benítez

dudek Rafa Benítez ci disse, Il Milan non sta bene. E noi a fissarlo. Non sta bene? Proprio così, rispose, ha avuto problemi tutto l’anno, fidatevi, fisicamente non sono pronti, non sono pronti come noi. Solo che quando tornammo negli spogliatoi, intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2005, tre gol avevano fatto loro e nemmeno uno noi del Liverpool. Incrociai un attimo lo sguardo di Rafa e gli feci, Ehi mister meno male che questi stanno giù.
Giochiamo e divertitevi, così si raccomandò Rafa. Invece stavamo facendo divertire il Milan. Eravamo molto arrabbiati, le cose non andavano secondo i piani. Benítez allora chiamò Traoré e quasi si scusò, Grazie ma adesso esci, al tuo posto facciamo entrare Hamann. C’era una voragine da quella parte del campo. Traoré abbassò lo sguardo, sfilò maglia e pantaloncini e mormorò una cosa tipo okay, va bene così. Steve Finnan, dall’altro capo dello spogliatoio, se ne stava sdraiato su un lettino. Aveva dolore a una coscia. Non ce la faccio, confessò sotto voce, ma il fisioterapista filò dritto da Benítez a riferirglielo. "Guarda che quello regge al massimo venti minuti". “Quello chi?”. “Finnan”. Rafa fissò prima uno poi l’altro e chiese se facessero sul serio. “Allora Finnan grazie, grazie per quello che hai dato, esci tu e Traoré rimane dentro”.

venerdì 9 maggio 2014

Tomaszewski, il clown di Wembley

toma3Clown. Così mi chiamò Brian Clough, che in Inghilterra all'epoca allenava il Derby County. Anzi. Un clown con i guanti, disse. Solo perché qualche volta respingevo con i pugni, quando a suo dire potevo bloccare il pallone. Clown, boh, può darsi pure. Ma andiamo in campo e vediamo chi è Jan Tomaszewski. Loro, gli inglesi, avevano inventato il calcio. Noi, polacchi, a un Mondiale c'eravamo stati solo nel '38 e non se lo ricordava nessuno. Da quando nel '50 aveva deciso di uscire dal suo superbo isolamento, l'Inghilterra non aveva mai fallito una qualificazione. 17 ottobre 1973, ultima partita del girone. O noi, o loro: una delle squadre sarebbe rimasta a casa, l'altra sarebbe andata in Germania.

mercoledì 15 gennaio 2014

Madejski, arrestato da nazisti e comunisti

Edward_Madejski4Quando presi sei gol dal Brasile, credetti di poterla chiamare umiliazione. Mi sbagliavo. Fu chiaro il giorno in cui bussarono alla mia porta di casa, la Gestapo era venuta ad arrestarmi. Vennero a prendermi perché giocavo a calcio, questa era la mia colpa. Io, Edward Madejski, portiere della nazionale polacca, titolare ai Mondiali del '38. Era rimasta la mia sola squadra. Quella che amavo più di tutte, quella per cui avevo giocato cinque anni, il Wisla di Cracovia, mi aveva allontanato per aver preso le difese del mio amico Łyko, Antoni Andrzej Łyko. Una sera se n'era andato al bar ed era tornato a casa alle 4 del mattino, i dirigenti lo avevano sorpreso, eravamo alla vigilia di una partita di campionato. Lo sospesero, giustamente, ma a me non andò giù il modo in cui lo trattarono, non furono belle le parole usate.

lunedì 14 ottobre 2013

Il fantasma di Tomaszewski

Unthinkable. Che l’Inghilterra non vada ai Mondiali è assolutamente fuori da ogni logica. Questo dicevano Londra e la nazione nell’ottobre del ‘73, loro, inventori del calcio e campioni del mondo sette anni prima. Mai avevano mancato la qualificazione da quando nel 1950 avevano deciso d’esserci, rompendo lo splendido isolamento. Mai potevano immaginare di essere eliminati dalla Polonia, una sola partecipazione, nel lontano ’38. Come finì, si sa. “Puoi giocare per vent’anni in nazionale, puoi giocare mille partite e non essere ricordato da nessuno. Ma arriva una sera in cui hai la possibilità di scrivere il tuo nome nei libri di storia”, fu il discorsetto fatto dal ct Kazimierz Gòrski ai suoi giocatori prima di andare in campo. Polonia ai Mondiali, Inghilterra a casa.

mercoledì 24 febbraio 2010

Una pediatra a cui chiedere ogni tanto un consiglio


Un nome da segnarsi da qualche parte.
Eva Kopacz.
E' una pediatra polacca.
E' ministro della salute nel suo paese.
Mentre in Italia si prevedevano 95mila morti, no-van-ta-cin-que-mi-la, lei teneva al parlamento europeo un discorso in cui metteva in dubbio la serenità di certi accordi fra i governi e le case farmaceutiche (peraltro il governo italiano era già stato criticato da Nature).

venerdì 21 novembre 2008

Il facebook della Polonia


Lasciamo da parte Barack Obama. Lui è primo, e va bene. Ma qual è la seconda parola col maggior incremento di ricerche nel mondo su Google nell'ultimo anno? E' Nasza Klasa. Come che cos'è? E' un portale polacco, dove è possibile ritrovare vecchi compagni e insegnanti di liceo della Polonia, inviare foto e lettere.
I polacchi che sono in Italia raccontano di aver scoperto un mondo meraviglioso che consente di ricostruire, ricordare e recuperare pezzi di vita. Dite che sembra Facebook? Sì, ma c'è Wojtyla sul banner. E la mia badante mi ha chiesto di diventare amici. Accetto?