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venerdì 6 ottobre 2017

Viaggio in Neoborbonia, tra i nostalgici del Regno del sud

NAPOLI. Benso Camillo, conte di Cavour, madrelingua francese, presidente del Consiglio dell’Italia unita; Cialdini Enrico, generale maggiore dell’esercito piemontese che sparò su Pontelandolfo e Casalduni: voi siete i nemici della nazione meridionale, i malevoli avversari del Sud e del suo popolo. Che siano abbattuti i vostri busti e cancellati i nomi dalle strade. Mentre l’America vandalizzava le statue di Colombo e la Catalogna si ribellava a Madrid, nell’estate del passato da riscrivere il Mezzogiorno d’Italia ha scelto per obiettivo il Risorgimento, il «pezzo di storia rimosso», la perduta età dell’oro borbonica. Al Consiglio regionale pugliese il M5S ha promosso una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e i paesi rasi al suolo» per il 13 febbraio, il giorno in cui nel 1861 cadde per ultima Gaeta. Lo stesso documento è apparso in Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia, Campania; una carezza alla pancia di un orgoglio postumo, quello che Antonio Ghirelli in Storia di Napoli (1973, Einaudi) definiva uno «schermo vittimistico dietro cui si trincera la classe dirigente», eppure in grado di «suscitare una notevole risonanza sentimentale a livello di massa».

È nella capitale dell’antico Regno delle Due Sicilie che bisogna andare per provare a capire cos’è questa febbre così nuova e insieme anacronistica, questo sposalizio tra archivi e populismo, uso della memoria e ricerca del consenso. Il Movimento neoborbonico è nato nel 1993, quando la politica e la classe dirigente del Paese venivano decapitate dalle inchieste su tangenti e corruzione. Salvatore Lanza, il segretario generale, dice che non si tratta di piagnisteo. «L’obiettivo è ricostruire la verità per i figli di tutti i meridionali. Dopo ogni conflitto ci si siede a un tavolo e si discute di risarcimenti, con noi non è successo. Eravamo un regno modello».

domenica 8 gennaio 2017

Mannheim e i 200 anni della bicicletta


MANNHEIM. In un giovedì di fine primavera, il figlio del giudice di Baden uscì di casa con il peso dei suoi quattro nomi, un titolo di barone che non vedeva l’ora di ripudiare e un attrezzo di legno che fece ridere i passanti. Aveva due ruote, otto raggi, un sellino e l’ambizione di proporsi come alternativa al calesse. Il 12 giugno saranno passati duecent’anni dalla prima passeggiata, e se questo 2017 nasce nel segno della bicicletta, bisogna tornare dove tutto cominciò, tra il Reno e il Neckar, a Mannheim, città che alle strade del suo centro urbano non ha dato nomi ma numeri e lettere. Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn partì dal blocco M4, dove oggi sono disposte decine di uffici dentro cubi di mattoni rossi e bianchi, e dove allora, a poche centinaia di metri, aveva abitato la signorina Constanze Weber, andata in moglie a un ventunenne musicista di un certo talento, di nome Wolfgang e di cognome Mozart.

martedì 16 febbraio 2016

Tenco, l'hotel Savoy e la memoria di Sanremo

LE MIMOSE fioriscono in pace, dietro un cancello che Sanremo non riesce a riaprire. Poco oltre la metà di questa strada in salita ormai presa d'assalto dalle agenzie immobiliari, dopo un caffè, una bottega di bigiotteria e un buco in cui si tosano cani chiamato "Il paradiso di Pluto", da una curva a gomito spunta un pezzo di memoria con cui la città del Festival ancora non si sente in pace. Hotel Savoy, via Nuvoloni numero 44. Nella notte fra il 26 e il 27 gennaio del 1967 la canzone italiana qui trovò cadavere uno studente di ingegneria che viveva a Recco con sua madre, Luigi Tenco, appena bocciato dalla giuria popolare e neppure ripescato in gara da quella degli esperti al Casinò. I giornali non fecero in tempo a dare la notizia, raccontavano anzi in quelle ore di un Festival piatto, senza polemiche.

venerdì 28 agosto 2015

L'America e i suoi fuochi artificiali

Un negozio di fuochi d'artificio in South Carolina
Piove anche mentre attraverso la contea di Palm Bay. L’uscita per Melbourne promette food and gas. C’è una donna a un tavolo che ha come preso in ostaggio un’altra signora, pure lei bloccata dall’acquazzone. Le parla senza darle il tempo di far suo il sandwich appena comprato. Dice che il marito a casa non c’è mai, lavora lavora, sempre lavora, certe volte esce anche nel fine settimana. Melbourne fa circa 80mila abitanti, la disoccupazione è al 4 percento. Il grosso è impiegato nel comparto hi-tech fiorito intorno alle tante compagnie che operano nel settore della sicurezza e della difesa. Viveva a Melbourne negli anni ’40 l’uomo che sarebbe diventato il contrammiraglio George Stephen Morrison, venti anni più tardi alla guida della flotta nel golfo del Tonchino, quando uno scontro fra quattro  torpedinieri vietnamiti e lo Uss Maddox, americano, diventò per il presidente Johnson l’occasione per attaccare il Vietnam del nord. La donna racconta che lei però da tempo s’è insospettita. L’altra, col panino a mezz’aria, adesso è un po’ rassegnata e un po’ incuriosita. Dice che ha fatto seguire il marito e ha scoperto quello che cercava ma che forse non avrebbe voluto mai sapere. “Ha una storia con la sua segretaria, il porco: ecco qual è questo lavoro, lavoro, lavoro”. Nel ’43 George Stephen Morrison prendeva lezioni di volo alla Naval Air Station Pensacola. Un paio di settimane prima di Natale, sua moglie Clara partorì il loro primo bambino, James Douglas, che a dire il vero un po’ tutti nel mondo avremmo preso a chiamare Jim. Jim Morrison. Quel Jim Morrison. 

venerdì 21 agosto 2015

Il gps e le strade blu d'America

Insomma. Alla fine si cade sempre in tentazione, con tutta questa saldezza nel ritenere che di un posto in settantadue ore si sia compreso molto, quando non tutto. Viaggiamo tra gli effetti con la pretesa di coglierne le cause. Mentre raccontare dovrebbe essere il contrario di capire. Il cammino non è un lavoro per interpreti. Perdersi, deviare, cercare, stupirsi. Questo è. Anche se nessuno vuole perdersi più. Prendiamo le strade americane. Trentatré anni fa il professor William Trogdon, in piena crisi personale, si convertì al nativismo, lo chiamo così per semplificare, e prese il nome di Heat Least Moon. Scrisse dall'America quello che diremmo un reportage. Un libro magnifico: Le strade blu (Einaudi) era il diario di una ricerca. Di un'America diversa. Di se stesso. Di un senso.

venerdì 5 giugno 2015

La Livorno di Max Allegri

E ADESSO che arriva la bella stagione, a Livorno o si va agli scogli o si va ai Bagni Fiume. Non solo per il mare. C'è un campo in cemento che è un pezzo di storia, le sbarre intorno, una gabbia da cui il pallone non esce mai. Le porte sono proprio due porte. Con le maniglie. Si aprono, si chiudono, si para coi piedi. Cinquant'anni fa, d'estate Armando Picchi chiudeva qui dentro i compagni della Grande Inter. Bedin, Burgnich, Suarez. Sfidavano i giovanotti della dolce vita locale e spesso le prendevano, 4 contro 4, oggi come allora le partite le chiamano gabbionate . Intorno a questa reliquia, si vantano d'aver inventato il calcetto prima del calcetto. «Era come al Palio di Siena, per trovare un posto si arrivava tre ore prima», racconta Armando Neri, uno dei titolari. Qui s'affolla la Livorno vera, proletaria e ruspante. Gli Allegri hanno ombrellone e cabina, dentro la gabbia Max entra con gli amici di sempre. Una volta guardavano insieme le finali di Coppa in tv, vederlo a Berlino gli pare un premio.

giovedì 11 dicembre 2014

Il giallo della casa di Eduardo e Peppino De Filippo

CHIESA dell'Ascensione a Chiaia. La pala d'altare e una tela di Luca Giordano, quattro tele di Giovan Battista Lama in sacrestia, dove all'interno di un librone di diverse centinaia di pagine è custodita la soluzione a un piccolo grande mistero che Napoli a lungo ha trascurato. La casa natale dei fratelli De Filippo è indicata qui, nel registro dei battezzati dal 1898 al 1908. Tutto quel che finora si sapeva era o confuso o sbagliato. Anche il Comune di Napoli è caduto in errore, sistemando nel giugno scorso una targa celebrativa per Peppino al numero 8 di via Ascensione. Per Eduardo mai si era giunti a una conclusione e le ricostruzioni erano sempre state contraddittorie: nato in via Bausan 13 secondo la biografia di Federico Frascani ("Eduardo", Guida, 1974) o in via Ascensione numero 3, secondo l'autobiografia di Peppino ("Una famiglia difficile", Marotta editore, 1976). Indirizzi plausibili perché entrambi a poca distanza da via Vittoria Colonna numero 4, palazzo Scarpetta, dove viveva il padre naturale dei due fratelli. Plausibili, eppure fuorvianti.

lunedì 27 ottobre 2014

Napoli e i luoghi di Eduardo

ritratto di Eduardo (Tullio Pericoli)
LA CASA NATALE
È UN mistero da sciogliere. Quartiere Chiaia, dove a inizio ‘900 s'incrociavano Benedetto Croce e Giustino Fortunato, oggi la zona de "i baretti", un groviglio di stradine in cui si celebra la movida dei rampolli della borghesia. Un indirizzo certo manca. Nella biografia firmata da Federico Frascani (Guida, 1974) si cita via Bausan, corridoio verso la Villa comunale. Ma al civico 13 si rintraccia solo la finestra di un palazzone. Pietro Di Domenico, corniciaio, erede di tre generazioni di artigiani, nella sua bottega di fronte ignora l'eventualità. «Sapevo al 28», dice. Ma al 28 all'epoca doveva esserci una scuola. Il vicolo si industria nelle ricerche: «Dove sta ‘a casa d'Eduardo? Dotto', ma Eduardo è mmuorto…». Nella autobiografia di Peppino si fa invece riferimento a un appartamento nella strada parallela, in via Ascensione, al numero 3. Un portone anonimo. Semmai la sorpresa è un centinaio di metri più avanti, al civico 8, dove una targa ricorda la nascita di Peppino. Eduardo? Nulla.

martedì 12 agosto 2014

Soccavo, il campo di Maradona abbandonato


A DIEGO facevano trovare il cancello accostato, non c'era nemmeno bisogno di suonare il clacson, il quartiere si sarebbe svegliato. Scivolava con la Ferrari nera dentro il buio, le tre di notte, andava a letto e il giorno dopo in campo. Quante vigilie così a Soccavo, dove oggi il cancello azzurro non si chiude neanche volendo. Sono andati a incastrarci carcasse di auto e moto rubate, una scritta avverte "non entrate", del resto non c'è più niente da cercare lì dentro, neanche i ricordi. Centro Paradiso, così si chiamava e così si chiama ancora, da dieci anni abbandonato, senza rimedio. Il calcio se n'è andato nell'estate del 2004, il Napoli falliva, quando a settembre arrivò De Laurentiis lo convinsero che quel posto portasse sfortuna. Ci avevano vinto solo due scudetti.

lunedì 25 novembre 2013

Un giorno al Borussia

Dalla Hohe Strasse allo stadio sono dieci minuti a piedi, si attraversa un sottopassaggio e sei di là, oltre la Rheinlanddamm, un rettilineo su cui le macchine sfrecciano indifferenti alla magia del Westfalen Stadion. Signal Iduna Park si dovrebbe dire, lo sponsor che dà il nome all’impianto del Borussia. Il viaggio nel modello Borussia, il famoso modello Borussia, comincia da qui. Da una società che stava fallendo e che ora tutti vorrebbero imitare.Imitare poi perché? Sono stato a Dortmund per intervistare Juergen Klopp: il servizio è sulle pagine di Repubblica oggi (ora anche online). “Responsabilità degli uni verso gli altri”, questo è per lui il senso della formula. Tifo, società, staff, squadra. Una cosa sola. Ma anche detto così potrebbe sembrare soltanto uno slogan.

martedì 6 novembre 2012

Guida al pranzo ideale nella Sicilia orientale

Il Dream Team della tavola
Dove mangiare e cosa quando vi trovate fra Catania, Siracusa e Ragusa

1) Gli arancini al bar all'esterno dell'aeroporto di Catania (alle spalle del noleggio auto)

2) "I neonati" da Incognito, Acireale (via Verga 58)

3) Polpa di granchio al ristorante don Saro, Capomulini, Acireale (Lungomare Martinez 29)

4) Ravioli di pesce spada alla salvia, ristorante La Balata, Marzamemi (largo Balata 14)

martedì 4 settembre 2012

I pettini di Scicli


Via Penna a Scicli è un incanto. Ha un gioco di luci che in un'altra vita si dovrebbe imparare a fotografare. Palazzo Spadaro è a pochi metri dal Comune. Ci si arriva col biglietto comprato all'ufficiodi Montalbano, ma per riuscire a entrare bisogna farsi largo tra un po' di folla. Gente elegante. Una signora molto cordiale avverte che la pinacoteca è al primo piano, il guaio è che tra poco, dice, in una stanza là accanto si deve celebrare un matrimonio. 
Guarda il biglietto che ho comprato e che ho tra le mani. Capisce. Perciò continua a dire: non è che non si può salire. Si può. Volendo si può. Ma tra poco di sopra c'è questo matrimonio, tra poco sopra ci sale tutta questa folla, tra poco sopra chi lo sa se è libera una guida in mezzo a tanta confusione. Si ferma e guarda dritto negli occhi.
E di vedere la pinacoteca in questo modo,in mezzo a tanta confusione, a voi vi conviene?

lunedì 3 settembre 2012

Ragusa-Scicli, il derby del turismo da fiction


Un accordo non lo troveranno. Dico Ragusa e Scicli. I primi hanno riempito le loro strade di cartelli e indicazioni che segnalano la città come la capitale del mondo di Montalbano. Un set all'aperto e perpetuo, compreso il ristorante La Rusticana, che nella fiction si chiama da Calogero. A Scicli hanno meno cartelli e più capacità persuasiva. Ti dicono che la fiction si gira tutta da loro. Quasi. In fondo. Più o meno. Da loro. 
Neppure falso è. Non del tutto. Dentro il Comune di Scicli, nella stanza del sindaco, piazzano il set per l'ufficio del questore di Vigata. Girano lì. E l'ingresso, e la piazza, e la viuzza laterale, si riconoscono immediatamente. Anche senza cartelli.

giovedì 16 agosto 2012

L'oasi di Vendicari, o forse Frittole

Manca solo un passaggio a livello. Altrimenti sembrerebbe Frittole, e non chiedetemi cos'è Frittole: per quello c'è Google. La riserva naturale di Vendicari è lunga 8 chilometri, con 1.500 e passa ettari di agrumeti, uliveti, pantani, saline, sabbia, mare. E il vento, madonna, che meraviglia il vento di Vendicari. Qui vengono a fermarsi duecento specie di uccelli durante la loro migrazione verso l'Africa. E aironi, fenicotteri, cicogne, gabbiani.

martedì 7 agosto 2012

L'estate lenta

Una scena da "Hot Spot" di Hopper
L'ufficio è piccolo piccolo. Fa caldo. Si sta tutti trafitti da un raggio di sole, ed è subito afa. Il ventilatore è insufficiente. Pare di essere dentro un film di Dennis Hopper. Al banco del noleggio auto non c'è nessuno, nemmeno la fila. Dietro il bancone i due impiegati scrivono al computer, trascrivono moduli di carta su form elettronici, righe e righe, poi scannerizzano, allegano. E ricominciano.
Ho prenotato una macchina.
Il loro sguardo si alza un istante, giusto uno. Ora arrivano. Ora che finiscono. È il concetto di "ora" che va resettato. Chiedete a un romano quanto si impiega a piedi per andare in un posto che dista 800 metri, risponderà aeeeeeh, ce vojono 20 minuti, nun conviene, meglio aha metro. Chiedetelo a un siciliano, e saranno due minuti.

giovedì 2 agosto 2012

La Sicilia, Goethe e il default


Catania è laggiù, un grumo scuro rigettato da un ciclope. Quando l'aereo va a cercarla con la sua punta di ferro, si fa accogliente e bugiarda. Ti promette il mare e ti mostra per primi i suoi monti, il suo deserto scabro. Catania è femmina, anche se non lo dà a vedere. 

Le nuvole sono sparite, sono sopra, boh, o sono dietro. Eppure è sempre di nuvole sulla Sicilia che discute il mondo quando di Sicilia parla. Gli sprechi, la spesa pubblica, il default. Un format. Lo steward che serve acqua frizzante dentro un cilindro di cartone, un attimo fa diceva che lui Lombardo non l'ha votato mai, ma che da Lombardo si aspettava altro. Tipo? Una risposta migliore a Formigoni, ribatte. Quando quello lì gli ha fatto su twitter la battuta del cognome, che pareva Totò, o peggio ancora Grillo, peggio - lo vuole precisare - perché i film di Grillo non facevano ridere proprio a nessuno. "Di Lombardo ha solo il cognome", se lo ricorda cosa scrisse Formigoni su Twitter? Lombardo avrebbe dovuto rispondergli che invece lui è delle formiche ad avere solo il cognome, che avrebbe dovuto chiamarsi Cicaloni con le vacanze che fa, e noi qui a spremerci il sudore e il sangue. Cicala, altro che formica. 

venerdì 1 luglio 2011

Le vie del palio sono infinite

Un anno fa, nei giorni del Palio, a Siena il commesso di un negozio mi raccontò una tipica storia locale di rivalità e angherie, episodio a cui - lui della contrada del Montone - attribuiva la mal inghiottita sconfitta nell'ultima corsa (dava la colpa a quelli del Nicchio, nemici storici).
Poi aprì tutte le bandiere delle 17 contrade una a una, per mostrarle ai bambini che erano nel negozio, e una a una le richiuse, senza fare mai pressioni perché qualcuno comprasse quella del Montone, che peraltro non vince da una ventina d'anni.
Alla fine noi prendemmo quella della Tartuca. Boh. Chissà perché.
Ma se domani vincesse il Montone, ecco, un po' sarei contento.

aggiornamento  Domani la Chiocciola non c'è. Il cavallo è morto in prova, e ci sono polemiche

domenica 26 giugno 2011

barceloneta e bagnoli: ma perché no?




sabato 25 giugno 2011

e - mammà - innamorato son

Se la città in cui ha soggiornato a lungo uno dei più grandi pittori della storia dedica a quel pittore un museo, ci sono altissime possibilità che un turista si indirizzi verso quel luogo. Tipo il Museu Picasso di Barcellona. Dove però sono esposte alcune opere giovanili, tanti bozzetti e i lavori su Las Meninas di Velàzquez. Bello lo stesso. Ma in questi giorni ci sono più capolavori di Picasso in Palestina che a Barcellona. Città che un grandissimo museo forse non ha: la fila più lunga e il biglietto più caro si paga per il tour del Camp Nou. Dove per fortuna c'è pure la maglia col 10 che portava Maradona prima di venire a Napoli. Almeno questo.

martedì 21 giugno 2011

Sei ragazzo forte

Un giorno a New York scoprirono che una buona percentuale di reati veniva commessa da bande giovanili che scorrazzavano per la città senza fare il biglietto in metro. Dice che bastò mettere dei controlli alle stazioni per abbassare il numero degli scippi, e che in fondo cominciò così la troppo citata tolleranza zero.
A Barcellona non sono giunti allo stesso livello di allarme per quanto riguarda la micro delinquenza, ma qualche problema nell'evasione dal pagamento del biglietto devono averlo.
Per risolverlo il comune ha scelto la strategia della vergogna.