sabato 30 novembre 2013

Dove le strade non hanno nome: la recensione di Davide Morganti

In certi libri il tempo riprende la sua tensione emotiva, non corre più accelerato in avanti. Il romanzo di esordio di Angelo Carotenuto, giornalista di Repubblica, Dove le strade non hanno nome (Ad Est dell'Equatore, pag. 220, euro 12), torna indietro di venti anni, quando a Napoli si annunciava il Rinascimento napoletano. Carotenuto lo fa con una scrittura piana, sussurrata, facendo un uso mai smodato del dialetto e delle fraseologie consuete di Napoli, anzi incastrandole nel tessuto narrativo con abilità.


Tutto avviene durante una settimana di luglio del 1993, andando di capitolo in capitolo, a ritroso, spiegando gli avvenimenti, gli incontri, i personaggi vari che si incrociano lungo il romanzo, intrecciandoli con delicatezza. il punto finale è il concerto degli U2, preceduti da Lou Reed con i Velvet Underground, e ancora prima da un giovanissimo Luciano Ligabue.
La città di Napoli è quella uscita dall'oscurità degli anni Ottanta, dai cupi giorni di camorra e morte; lo stile adoperato da Carotenuto, plana rasoterra, va sui personaggi, li inquadra, li solleva e poli li fa ricadere nella storia: uomini che fanno i pupazzi, un politico che si uccide al matrimonio della figlia, ma quello che conta è il tessuto intero del romanzo, la descrizione di una Napoli che non si è ancora sfaldata del tutto, che prova a reggersi su uomini e promesse proseguendo nella sua discesa - Gerri Ghibli, uno dei personaggi più interessanti del romanzo, si occupa di far arrivare notizie che non sempre ci si sente di comunicare; appare davvero emblematico il suo ruolo: l'annuncio, per delega, di una catastrofe è il modo migliore per teneresene lontani. "Se voi chiedete a Gerri Ghibli qual è il suo lavoro, lui risponde Prendere ordini. Quando assicurò a Carmelino Un giorno di porto con me, giustamente il ragazzino obiettò Non mi hai detto che lavoro fai. Ecco, io a Gerri Ghibli che prende ordini - non mi dite niente - proprio non ce lo vedo".
Carotenuto adopera non di rado lo stile paratattico per rendere più incisivo il dolore di una città che non sopporta il futuro, è disturbata dal presente e si comporta male anche con il passato.
Davide Morganti, Il Mattino

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