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venerdì 7 febbraio 2014

Trautmann, il prigioniero adottato dagli inglesi


Quando gliene parlai occhi negli occhi, Sepp Herberger fu subito drastico. Mi disse che in nazionale non poteva chiamarmi, non c’era posto per me, anche se ero uno dei migliori portieri di tutta Europa. Se avessi giocato nel campionato tedesco, ecco, forse una soluzione si sarebbe potuta trovare, o neppure, chi lo sa, lui all’inizio disse così. Forse era una scusa. Sepp non trovava opportuno che il numero uno della Germania fossi io, dopo tutto quello che era successo. Di certo non potevo immaginare che un anno più tardi la Germania sarebbe diventata campione del mondo e che io, Bert Trautmann, avrei saputo la notizia soltanto dalla radio.

martedì 9 ottobre 2012

Il calcio d'Armenia


Era sabato a Erevan. I turchi arrivarono a torso nudo con la mezzaluna bianca, la bandiera nemica, ed erano migliaia. Non entravano in Armenia da decenni, eppure quella sera lo fecero senza visto e senza biglietto per lo stadio. Ingresso gratis, erano ospiti, ospiti per davvero. Altrimenti non la puoi chiamare la partita della pace. Coi tifosi da Istanbul viaggiò il presidente della repubblica, Abdullah Gül. S'andò a sedere in tribuna accanto a Sarksyan: loro che tenevano le frontiere e le ambasciate chiuse, che non s'erano parlati mai, vicini per una partita di calcio. Armenia-Turchia, qualificazioni per i mondiali del 2010, la prima volta in cui i due Paesi si guardarono negli occhi, un secolo dopo le uccisioni di massa. Un milione e mezzo di morti armeni sotto l'impero ottomano fra 1915 e 1917, l'annientamento di un'etnia, Ankara che ne ammette 300mila e nega il resto, nega il genocidio, anzi quella parola nei documenti non vuole scriverla e non vuole nemmeno sentirla pronunciare. Però quel sabato si parlano, si stringono la mano, alla fine si scambiano pure le maglie.

lunedì 7 marzo 2011

Tripoli 2011

Ora che Obama avverte Gheddafi della possibilità che la Nato intervenga con le armi, torna in mente che per gli americani la Libia è un nome che si lega alla guerra. Solo alla guerra. Non c’è stato film sulla Libia che abbia avuto un soggetto diverso. Dall’Humphrey Bogart che muore di sete nel Sahara di Zoltan Korda, al Richard Burton della Vittoria amara di Nicholas Ray, al John Payne che interviene con la marina contro i pirati di Tripoli. Richard Gere, in Power di Sidney Lumet, è un pubblicitario “capace di trasformare Gheddafi in Babbo Natale”. E torna in mente Troisi, quando diceva che gli americani in realtà fanno le guerre per dare nuove idee a Hollywood.

domenica 28 febbraio 2010

La pace in una pallina

Due anni fa erano sul punto di farsi la guerra. La guerra vera. I governi hanno ricominciato a parlarsi da qualche giorno, tra mille sospetti e diffidenze, e si sono lasciati promettendosi di continuare. India e Pakistan hanno ripreso le loro relazioni, e il caso vuole che proprio oggi cominci il campionato mondiale di hockey su prato, che in quei paesi è come il calcio da noi.

martedì 4 agosto 2009

Fate addizioni non fate la guerra


La Vanguardia racconta la nuova vita di Carlos Cano, che stava nei gruppi paramilitari della destra colombiana per combattere le Farc, e che ora a Medellìn insegna matematica agli ex combattenti. Compresi quelli delle Farc.

sabato 25 aprile 2009

Una mattina mi son svegliato

domenica 22 febbraio 2009

L'Eurofestival e quel verso che pare su Putin


La Georgia inizialmente non voleva andare all'Eurofestival, perché stavolta si organizza in Russia e la guerra di agosto è ancora un ricordo fresco. Ora ci stanno ripensando. Sentono di avere la canzone giusta per la missione a Mosca di un loro gruppo, Stephane & 3G.
Il pezzo - in inglese - si intitola We Don't Wanna Put In.
Ma per via di quel "Put In/Putin" pare che adesso sia la Russia a non volerli.

[l'Italia non va all'Eurofestival dal '93 - Enrico Ruggeri - e Putin non c'entra niente, almeno credo]

venerdì 22 agosto 2008