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giovedì 15 dicembre 2022

La magia che Marco D'Amore vede in Napoli

C'è un uomo esageratamente anziano accecato da una luce in uno scrigno. L'ha aperto con le mani che tremano per l'età, per la fatica di una ricerca. Ha percorso i sentieri di tufo del sottosuolo, si è tuffato nel golfo, ha visto spiriti e fantasmi. Ha pure baciato una sirena, non una qualunque, Partenope, per capire da dove vengano miti e leggende della città. Marco D'Amore è stato al trucco sei ore, prima di girare la scena chiave del suo film Napoli magica, nei sotterranei di Castel dell'Ovo, dove Virgilio nascose l'uovo su cui si posano l'edificio e la città, guai a romperlo, sarebbe una sciagura.

«È un progetto che mette in scena un fallimento — dice — l'impossibilità di raccontare Napoli nella sua pienezza. Come ogni città-mondo ». Prodotto da Sky e Mad Entertainment, il film sarà fuori concorso al festival di Torino, in sala tre giorni dal 5 dicembre, con un linguaggio a metà tra documentario e finzione. È un viaggio nelle credenze di Napoli e dentro ciò che di Napoli si crede, nelle convinzioni dei vivi e nel culto dei morti, un'indagine su Storia e percezione, complessi di superiorità e inferiorità, sul misterioso bisogno di affetto e la necessità di piacere, sulla separazione tra élite e popolo, in un posto dove stanno insieme l'illuminismo di Vico e il corno rosso della superstizione. Ed è curioso che questo percorso nell'aldilà lo faccia il volto che in Gomorra era l'Immortale.

«È il mio desiderio di conoscenza, una spinta che sento da ragazzino. Sono andato via a 18 anni, sono tornato a 30. Ho studiato a Milano, ho girato il mondo con la compagnia di Servillo. Mamma mi portava al Duomo, papà allo stadio. Sono le due passeggiate che mi hanno formato, ma il volto meno folkloristico di Napoli si conosce poco, anche in città. Pasolini ci chiamò una tribù che ha deciso di estinguersi, eppure esiste qui una spinta alla modernità e al progresso. Pazienza se mi sento contestare di non mettere distanza tra me e un'eredità artistica di cui non ho alcun merito, di essere troppo napoletano nel punto di vista politico».

Tra il cimitero delle Fontanelle, le catacombe di San Gaudioso e la cappella del Cristo Velato, il film è un atto di devozione. Eppure, D'Amore tradisce il piacere di camminare nei risvolti, sui sentieri della Napoli scientifica. Mette in scena l'afasia del popolo incapace di definire cosa siano magia e bellezza. Chiude con una sorpresa, uno sberleffo tra Collodi e Apuleio in cui pare invocare una moratoria, il silenzio dell'ignoranza su Napoli. C'è tanto studio dell'antropologia cittadina in dettagli, eccessi, scene comiche, omaggi a Totò e Peppino.


martedì 15 agosto 2017

Napoli e l'equilibrio dei sacerdoti di frontiera


Puoi farti gli affari tuoi e vivere cent’anni, oppure restare fedele a ciò per cui sei venuto al mondo. Esiste una linea di frontiera, nel Mezzogiorno d’Italia, lungo la quale una tonaca da prete può essere una divisa o un costume, il segno di una responsabilità e di una promessa, o solo l’abito ben stirato di un esercizio. Dentro questo dilemma con cui la debolezza di molti uomini si confronta in certi territori, indaga L’equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra, napoletano, 45 anni, che al prossimo festival di Venezia torna nella sezione “Giornate degli autori” cinque stagioni dopo aver presentato Il gemello.
   Come essere sacerdote quando intorno a te regna l’orrore? 

mercoledì 3 maggio 2017

Noi e i maccheroni di Ettore Scola

Rotonda Diaz. Scola sul set con Mastroianni e Lemmon
La rappresentazione di Napoli al cinema/1

Quando uscì Maccheroni, Napoli aveva perso da un mese Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ucciso dalla camorra. Eravamo nel pieno di una nuova risacca sul tema: la città, la sua "razza", la sua plebe, la sua borghesia, l'industrializzazione fallita, l'immondizia in strada (l'immondizia in strada - 1985), la resa delle giunte di sinistra (per tutti: Mino Fuccillo, su Repubblica). Il sindaco Carlo D'Amato intervenne con una lettera in cui giudicava falsa "l'idea che Napoli sia una specie di caso atipico, di sistema sociale irrazionale, di realtà ambigua e sfuggente in cui mancano le solide certezze vigenti invece altrove... ecco allora che Napoli diviene una città senza classe operaia, una città con una classe politica rifiutata dalla città, con una presenza di massa di agenti camorristici: una specie di arena selvaggia in cui si affrontano protagonisti irreali".
Questo il quadro. Ottobre 1985. E arriva Maccheroni. Regia del maestro Ettore Scola.