lunedì 5 giugno 2017

Jeffery Deaver e il suo romanzo napoletano

Per i suoi vent'anni di indagini, Lincoln Rhyme s'è regalato una missione in Italia. Era il 1997 quando il detective tetraplegico della polizia scientifica di New York incontrava Amelia Sachs, mettendosi con lei sulle tracce dello spietato "collezionista di ossa". Jeffery Deaver, il suo papà letterario, nell'ultimo libro "Il Valzer dell'impiccato" (Rizzoli), lo ha messo su un aereo e spedito a Napoli, dall'altra parte dell'Oceano, a seguire le tracce di un torturatore che usa una tetra melodia per i suoi crimini. "Lo avevo promesso. Ho mantenuto l'impegno ", dice Deaver, 67 anni appena compiuti, autore prolifico come pochi altri, sei anni fa cooptato tra gli scrittori incaricati di far continuare a vivere James Bond dopo Ian Fleming.

Signor Deaver, perché il suo Rhyme viene a risolvere un caso in Italia?
"Perché sono sempre stato onorato di ricevere premi da voi, dove sono apprezzato più che altrove. Per molti anni mi ha stuzzicato l'idea di ambientare un libro in Italia. Mi sono deciso quando a Courmayeur mi hanno dato il premio Raymond Chandler. Ecco, lì ho capito che era arrivato il momento giusto".
Il romanzo unisce Central Park ai Quartieri Spagnoli di Napoli. Come ha scelto la città giusta?
"Non è stata una decisione facile. Conosco abbastanza bene tutte le regioni italiane e non ce n'è una che non mi piaccia, a modo suo. Dovevo solo scegliere il posto più adatto alla storia. Ho scartato Roma perché ha troppi turisti stranieri. Palermo e la Sicilia avevano aspetti culturali interessanti ma ero io a non avere familiarità coi luoghi. Venezia è stata raccontata abbastanza. Avevo pensato a Bari, ma è troppo piccola. Napoli, allora, mi sono detto: l'ho frequentata abbastanza, la conosco meglio di altri posti. Ma poi nel libro c'è pure una scena ambientata a Milano ".

Napoli, Milano. Nel libro lei dimostra di conoscere bene le differenze che esistono tra il nord e il sud d'Italia. Che esperienza ha?
"Sono felice che emerga il lavoro fatto per mettere in rilievo questa diversità. In realtà, credo che mi abbia aiutato parecchio il fatto di vivere in America. Noi stessi viviamo una spaccatura tra nord e sud che non è molto distante dalla vostra, soprattutto in un momento storico come questo".

La Napoli che lei descrive è quella convenzionale dei panni stesi e dei semafori non rispettati, ma pure quella più misteriosa, sotterranea, la città dei cunicoli, o quella borghese del Vomero. È stato difficile sottrarsi ai cliché?
"Ci sono pure delle scene ambientate a Posillipo, per la verità. Volevo soprattutto che Amelia e il detective italiano Ercole si muovessero in posti assai diversi tra loro, specchio di una città complessa".

Il libro è dedicato a Giorgio Faletti. Cosa le piaceva dei suoi romanzi?
"Ho conosciuto Giorgio e sua moglie Roberta. Abbiamo trascorso insieme tanto tempo. La sua morte mi ha sconvolto. Ero orgoglioso del fatto che fosse un fan dei miei libri. Diceva che gli ero stato di ispirazione: parole che mi mettono ancora in soggezione. Mi ha intervistato diverse volte per la tv e in qualche incontro pubblico, ci siamo visti anche in America. Io uccido è il suo romanzo che preferisco".

Nel "Valzer dell'impiccato" c'è un passaggio in cui lei cita anche il Montalbano di Camilleri. Conosce bene i commissari della narrativa italiana?
"Ce ne sono tanti che mi piacciono, anche se purtroppo sono costretto a leggere gli scrittori italiani in inglese, la mia padronanza della lingua non è tale da permettermi gli originali: Michele Giuttari, Roberto Costantini, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto, Gianrico Carofiglio. Sono loro i miei preferiti, oltre a Faletti e Camilleri".

Quanto sono cambiati Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, i suoi detective in questi 20 anni?
"Spero poco. Ho fatto sempre uno sforzo per continuare a renderli fedeli alla loro genesi. Lui è un personaggio alla Sherlock Holmes, ideato con una sua anti- convenzionalità che difendo. Lei è un'eroina tutta azione. Si sono legati sempre di più e - forse - i lettori potrebbero pure scoprire che stanno per sposarsi".

Immaginava nel 1997 che quei due sarebbero diventati tanto popolari?
"Per niente. Non mi sarebbe mai passato per la testa che potessero piacere ai lettori di tutto il mondo. Il Valzer dell'impiccato è il tredicesimo libro con Rhyme e sto giusto lavorando al prossimo, ancora uno. Mi sono fatto l'idea che uno come Lincoln piaccia alla gente perché è un eroe del pensiero, non un altro personaggio che mette al centro l'azione".

Lei faceva il giornalista poi ha cominciato a scrivere storie. Confessi: che trauma ha avuto?
"In cuor mio ho sempre desiderato scrivere storie, anche quando ero ragazzo. Mi piaceva raccontarne, mi piaceva leggere libri polizieschi. Ho passato molto tempo a fare il giornalista, e mi piaceva pure, credevo che mi avrebbe insegnato a intervistare le persone e a scrivere in modo più chiaro. Alla fine hanno vinto le storie".

C'è una matrice giornalistica nel lavoro di documentazione per preparare un libro?
"In genere, non passo meno di otto mesi a delineare i contorni di una storia. Il Valzer dell'impiccato ha più o meno quattro trame o sotto-trame che si intrecciano, e ho avuto bisogno di prendermi del tempo per organizzarle. Tutto è ricerca, spesso inconsapevole. Quando sono in giro prendo appunti, scatto fotografie. Ho fatto così anche nei miei giri in Italia, e per essere certo che il libro fosse accurato ho fatto scorpacciate di cibo italiano e bevuto un mucchio di vini ".

Nel libro lei descrive un po' di conflitti e rivalità tra i corpi delle forze dell'ordine in Italia. Che differenze ha notato tra i nostri detective e quelli americani?
"Sono stato molto sorpreso nel verificare che non ce ne sono molte. Ho messo insieme tante testimonianze, il lavoro della polizia scientifica nel raccogliere e analizzare prove ha procedure simili ovunque. La differenza è nel sistema giudiziario. L'Italia ha un approccio più olistico. Procuratori e magistrati prendono in considerazione più informazioni sui sospettati e sul crimine. In America il perimetro delle indagini mi pare che sia più ristretto. Ma credo che in ogni caso, e di certo nel mio libro, alla fine giustizia è fatta".

Ha letto che Bill Clinton si appresta a diventare suo collega? Sta scrivendo un thriller con James Patterson.
"Poiché a suo tempo ho votato per lui, convinto tuttora che sia stato un buon presidente per gli Stati Uniti, penso che abbia avuto proprio una bella idea. Magari gli posso offrire una frase per il risvolto di copertina".

(la Repubblica, 3 giugno 2017)

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