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sabato 21 luglio 2018

La partita che si giocò in una sola metà del campo

La polizia municipale si presentò allo stadio un attimo prima che fosse battuta la palla al centro. Gli austriaci erano tutti schierati, secondo l’ordine che li aveva resi celebri nel mondo [1]. Josef Bican si spazientì perché aveva già piazzato la suola della scarpa sul pallone e nessuno fino a quel momento lo aveva mai obbligato a tirare il piede indietro. Ma il tenente era stato perentorio, aveva tra le mani un foglio di carta che non lasciava spiraglio agli equivoci, chiese di potersi appartare con i due allenatori e a loro per primi comunicò che la partita non poteva cominciare. Marcello Lippi aveva mezzo consumato il quarto Mercator della sua giornata, Hugo Meisl pensò che come al solito, con gli italiani di mezzo, c’era sempre qualche casino che spuntava, ma nessuno dei due aveva alcuna intenzione di rinviare. “Ho qui la relazione definitiva della commissione d’inchiesta sulla staticità dei campi di calcio di tutta la Cacania” [2], disse il tenente allargando le braccia, quasi scusandosi, “e l’analisi finale della commissione di vigilanza sull'agibilità. Metà campo sorge su sottosuolo vuoto. Mi duole comunicarvi che non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per giocare”. Disse così, disse proprio: mi duole, e senza neppure attendere una replica, voltò le spalle e si avviò verso i cancelli ai quali mettere i sigilli.

giovedì 9 gennaio 2014

Raftl, il portiere che rimase senza patria

La sera dell'11 marzo del '38 sono andato a dormire ed ero austriaco. Quando mi sono svegliato avevano fatto di me un tedesco. Anschluß. L'annessione di Hitler. Ero andato ai Mondiali del '34 in Italia come portiere dell'Austria, quella mattina in cui mi svegliai senza patria mancavano invece tre mesi ai Mondiali di Francia, per i quali eravamo già qualificati. Cosa sarebbe stato di me, Rudolf Raftl, di noi cittadini austriaci e del nostro Wunderteam famoso in tutto il mondo?

sabato 21 aprile 2012

L'uomo che aveva segnato più di Pelé

Giocavo a pallone senza scarpe, a casa non potevano comprarne. Non ce le potevamo permettere. Papà era morto che avevo 8 anni, anche lui faceva il calciatore. E' per questo che sono nato a Vienna, ci eravamo trasferiti lì con lui, entrai nelle giovanili dell'Hertha perché era stata la sua squadra. Era andato in guerra, era tornato senza ferite e invece morì che aveva 30 anni, a guerra finita rifiutò di operarsi a un rene. Mia madre allora si mise a lavorare nelle cucine dei ristoranti, ci mantenevamo così.