giovedì 20 settembre 2012

Terranova, la faccia di Caruso


Lì dove il mare luccica e tira forte il vento, Enrico se ne sta sdraiato a letto senza forze. Perde la voce e perde la vita, che per lui sono una cosa sola. Lui che era partito cantando nei ristoranti di Napoli e nelle rotonde sul mare per arrivare alla Scala di Milano e al Metropolitan di New York. Era un carrozziere e diventa una leggenda che cammina, cambia la musica senza che il mondo se ne accorga, il primo a vendere un milione di dischi nell'era dei grammofoni, quando gli altri tenori snobbavano le incisioni. Vesti la giubba e la faccia infarina, ridi pagliaccio, Caruso è una star. Si spegne con un primo piano della sua faccia davanti al golfo, mentre tiene la mano della seconda moglie, l’americana Dorothy, e sotto lo sguardo della prima, Ada Giachetti, che lo aveva tradito con l’autista di famiglia e poi fatto causa per togliergli figli e soldi. Una vita inzuppata dal dramma, la madre che muore e si fa giurare dal piccolo Enrico che avrebbe studiato canto, il padre alcolizzato che fa da ostacolo ai sogni, una cognata che lo amerà fino alla fine in silenzio. Una storia così si scrive quasi da sola.
E’ dagli ultimi istanti di vita che comincia “Caruso”, la fiction dedicata da Raiuno al cantante morto nell'agosto del 1921 a soli 48 anni, per una pleurite infetta dopo un’emorragia alla gola. Una coproduzione con “Ciao Ragazzi” di Claudia Mori. Apre la stagione tv in prima serata domenica 23 e lunedì 24 settembre. Caruso rivive nella faccia e nel corpo di Gianluca Terranova, spaventosamente somiglianti a lui. Il regista Stefano Reali per il ruolo voleva un tenore vero, i brani sono stati incisi dall'orchestra dell’Arena di Verona. “Mi ha fatto un provino, non avevo mai recitato per la televisione”. Romano, 40 anni, era già stato Caruso dieci anni fa, in un musical da lui stesso scritto e interpretato con Katia Ricciarelli, 180 repliche in tournéè. “Il film è più moderno, il musical aveva una struttura melodrammatica. Ma vocalmente non imito Caruso. Non l’ho mai fatto, mai lo farò”.
Ne ha maneggiato sin dall’inizio il repertorio, questo sì, quando cantava in diretta nelle trasmissioni di Paolo Limiti. Quasi una vita precedente, che gli ha lasciato in eredità un po’ di pregiudizi altrui contro cui combattere. “Alla lirica sono arrivato tardi. A 18 anni facevo piano bar: i pezzi di Baglioni, Cocciante, Pino Daniele”. E poi Caruso, ancora lui. Chiamiamolo destino. “Era da poco uscito il pezzo di Lucio Dalla, lo cantava pure Pavarotti. Io eseguivo la strofa in chiave pop e il ritornello con la voce impostata da tenore. Te voglio bbene assaje. E allora molti mi dicevano: ma che ci fai qui? Tu devi studiare canto. Finché cominciò a dirlo anche mia suocera... Lascia stare ‘sto piano bar. Le suocere hanno l’occhio lungo”. Ha messo da parte anche il diploma in pianoforte. “Il mio maestro aveva grandi aspettative. Ma per i risultati che aveva in mente, avrei dovuto studiare 10 ore al giorno. Per curare il dono della voce ne bastavano tre. Mi sono fatto due conti. Sono diventato cantante per pigrizia”.
La fatica s’è vendicata con gli interessi e lo ha inseguito. “Il mio problema è stato l’eclettismo. Ho studiato canto jazz alla scuola popolare di Testaccio, la sera facevo il tastierista per un gruppo etnico argentino nei locali di Roma, scrivo e compongo con faciltà, ho avuto la fortuna di arrivare a cantare nei musical e per maestro avevo Massimo Ranieri. Ecco: io sono nato alla Garbatella, non potevo credere che la mia vera strada fosse la lirica, nelle opere muoiono tutti, mi pareva una cosa da vecchi. L’ignoranza è tremenda: all’estero il pubblico della lirica è giovane. Quando ho capito che stavo buttando via il talento, che il musical era solo una maniera di arrangiare, ho ricominciato da zero. Mi sono rimesso a studiare canto con Maria Cristina Orsolato, Maurizio Scardovi mi ha fatto entrare nel circuito dei provini”.
Terranova all’estero è il tenore italiano. A Sydney poco meno di una star. “Quando ho detto che facevo Caruso, in Australia sono impazziti”. Nella fiction sua moglie è Vanessa Incontrada, Martina Stella la cognata Rina, la svedese Sascha Zacharias la moglie americana Dorothy Benjamin. Reali ha girato in molti dei luoghi della vita di Caruso, compreso quel teatro San Carlo che lo fischiò. “Disse: tornerò a Napoli solo per mangiare spaghetti a vongole”. Davvero non cantò più nella sua città, ci tornò per vedere il mare prima di morire. E per consegnare il suo testamento di modernità. “A Caruso rimproverano: cantava timbrato quel che all’epoca si faceva in falsetto. Senza nuance. Era avanti. Ha portato la musica avanti. Dopo di lui l’opera è finita, poteva esserci spazio solo per il pop. Oggi Caruso canterebbe il rap. La battuta più bella nella fiction è quando dice: un giorno tutti i tenori del mondo canteranno le canzoni napoletane. Anche i più schizzinosi”.

(Il Venerdì, 14 settembre 2012)

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