LE VELE di Scampia erano un sogno. Erano un'illusione di sviluppo per l'area est di Napoli, un'utopia. Quando l'architetto Franz Di Salvo le concepì oltre il vecchio quartiere di Secondigliano, pensava a Le Corbusier e a Kenzo Tange. Sono diventate il simbolo del degrado, delle faide di camorra e dello spaccio. Da abbattere, scrisse Giorgio Bocca. Tre sono andate giù, quattro resistono come immagine plastica del contrasto tra l'inferno urbano e l'impegno di molti per il risanamento morale. È qui che esercita il suo fascino da educatore e da maestro di judo Gianni Maddaloni, papà di Pino, medaglia d'oro ai Giochi di Sydney nel 2000. È qui che è cresciuta sua figlia Laura, a sua volta campionessa, poi compagna nella vita di Clemente Russo, casertano di Marcianise, pugile due volte d'argento alle Olimpiadi. Il famoso "Tatanka".
Due libri adesso raccontano le loro traiettorie, l'impegno contro i mostri da cui sono stati circondati in quei luoghi che nell'immaginario sono diventati in questi anni Gomorra e Terra dei Fuochi.