martedì 8 novembre 2011

Le regole di Sandro Campagna


La regola d' oro è questa. «Io sono il ct, i giocatori fanno i giocatori. Amici mai. Io trasmetto emozioni, loro devono avere piacere di seguirmi. Altrimenti che veniamo a fare in nazionale?». Sandro Campagna è un portagioie e dentro c'è la pallanuoto. Ha mani curate come i giardini dei re. L'acqua gliele ha lisciate un po' alla volta ogni giorno, in questi 48 anni. Lui le muove per trasformare in medaglie le squadre che tocca. Cloro, argento e bronzo. Due volte campione del mondo, da giocatore e l'estate scorsa da allenatore. Una specie di Beckenbauer galleggiante, le grinze che vengono ai polpastrelli.

«A Siracusa da ragazzi potevamo stare anche 8 ore di fila in piscina. Non so quante volte abbiamo saltato i cancelli per entrare. Don Bastiano, il guardiano, ci sparava il sale addosso con una lupara». Non si sogna di diventare ct da bambini. Campagna s'incantava davanti alle reti dei pescatori e dei campi di calcio. «Mio padre era nelle giovanili del Palermo, a 19 anni vinse il concorso all'ente di sviluppo agricolo e lasciò perdere il pallone. Allora ci ho provato al posto suo. Un giorno arriva il medico e dice a mia madre che ho due costole accavallate, meglio il nuoto, che mi avrebbe allargato il torace». Scoprirono che in acqua stava meglio che fuori. «Nuoto e pallanuoto insieme. Vasche, vasche, vasche. A un certo punto non ne potei più, scappai in una squadra di calcio dilettanti. Pietre e sputi addosso nei paesini più incredibili. Fu bravo il mio maestro di pallanuoto, Romolo Parodi. Venne a vedermi, a mio padre raccontò che col calcio sarei arrivato al massimo in serie D, mentre tornando da lui...». E Sandro tornò. «L'Ortigia mi pagava 300 mila lire al mese». Tra Pescara e Napoli invece si muovevano i soldi dei primi sponsor. «Andai dal presidente Concetto Lo Bello, l'ex arbitro, gli chiesi di essere ceduto. Disse no, gli risposi che allora avrei smesso, per 7 mesi non ho giocato, per un anno non ci siamo parlati. Ma dovevo sposarmi. Quando gli mandai la partecipazione, Lo Bello entrò in gioielleria e fece un gran gesto. Tornai in acqua, ci salvammo. Lui era già ammalato. La volta che passai in ospedale, mandò tutti fuori dalla stanza e mi staccò un assegno da 3 milioni di lire. Disse: quando uno si sposa gli servono i soldi». E poi lo mandò alla Roma. 

«Sono rimasto un cane sciolto». Lo dice con un accento impastato di sole, capperi e panelle. Regalo della sua Sicilia. «È dentro di me, mia madre vive ancora lì». Gli anni '70, l'estate dai nonni. «Affittavano una cabina a Mondello. Accanto a noi c'era Cestmir Vycpalek, l'allenatore della Juve. Giocava a scopone con papà e nonno. Io me ne stavo lì davanti con il pallone e con i suoi nipoti, spesso veniva Zeman, ogni tanto Cestmir si voltava verso di me, col vocione grosso prometteva: Sandrino, Sandrino, un giorno ti porto con me alla Juventus». Adesso il calcio è materia di studio. «Mi serve per aggiornarmi. Quando pensi che il tuo sport era più bello ai tuoi tempi, stai dicendo che il tuo tempo è finito. Mi sono messo a studiare come si fa a ribaltare la legge del più forte, perché siamo una nazionale con un divario fisico da colmare. È stato utile guardare tanto basket, ancora di più il calcio, meno la pallavolo. Meglio cercare nuove soluzioni che ispirarsi all'Ungheria. Altrimenti finisci come chi nel calcio si illude di giocare alla Barcellona». Il risultato è che oggi all'estero studiano l' Italia, dal 15 impegnata in World League. «Le ricerche del nostro staff le mettiamo sul web. Se ce le copiano, vuol dire che siamo bravi». La Grecia lo sapeva già. Lì divenne Sandro Magno. Bronzo mondiale, partiva dal nulla. «Non dovevo costruire una squadra, dovevo cambiare un sistema. Teste dure, un popolo orgoglioso che aspettava l'Olimpiade di casa e metteva una pressione enorme. Non parlavo greco, non sapevo di chi fidarmi, non sempre ricevevo le informazioni giuste». Fu semifinale, Italia battuta ed eliminata. «Mi sono sentito più forte come persona, non so come spiegarlo, ma fu un dramma interno. Mi mostravo fiero per rispetto dei greci, stavo male nel vedere i miei ex ragazzi distrutti». Mai uno scudetto, però. Né da giocatore (una finale a Roma), né da allenatore. «E mai lo vincerò. Più tardi possibile, mi piacerebbe un'altra esperienza all'estero. Con una nazionale che rompa il circolo chiuso dei soliti nomi. Non so: la Francia, la Russia, l'Australia. Tre Olimpiadi, poi chiudo a Siracusa. Non in serie A, ma nelle giovanili. Voglio formare persone. Senza lo sport, forse avrei avuto problemi. Per questo mi piace allenare due tipi di giocatori, quelli con cui basta uno sguardo e quelli che hanno il coraggio di dire: non ho capito». E comunque le due costole sono ancora accavallate.

(la Repubblica, 7 novembre 2011)

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