giovedì 27 luglio 2017
Napule è o ci fa
NAPOLI. E chi lo sa, chi può capirlo, come si tengono insieme le classifiche del Censis che piazzano gli atenei napoletani agli ultimi posti d’Italia con le parole di Lisa Jackson, vicepresidente di Apple, che nel polo universitario ha investito per creare un centro di sviluppo delle App iOS, «la migliore delle esperienze fatte da noi nel mondo». Chi può davvero cogliere il mistero della convivenza tra le stazioni del metrò dell’arte, tra le più belle d’Europa, e l’insofferenza dei napoletani in attesa dei treni, convinti che «non passano per non sciuparle». Questa è la città dove la cultura è diventata attrazione, dove i turisti crescono più che altrove, ma dove tutto resta precario e discutibile.
lunedì 24 luglio 2017
Il racconto del calcio secondo Adani
MILANO. Siamo pieni di allenatori che vorrebbero fare i titoli e di giornalisti che vorrebbero fare le formazioni, abbiamo avuto Vittorio Pozzo che era insieme c.t. e inviato per La Stampa, ma quando Daniele Adani ha detto no a Mancini per rimanere in tv, stava chiudendo un cerchio. Un uomo venuto dal campo che al campo preferisce le parole. Le telecronache, lo studio e pure le interviste, come quella a De Rossi, tra le più belle dell'anno. Su una poltroncina rossa nella sede di Sky a Rogoredo, parla di sport travolto da passione. "Da ragazzo non mi dedicavo tanto alla scuola, mi distraeva dal calcio, e quello sì che invece lo studiavo. Giocavo e cercavo di capire il perché di un movimento, di una posizione del corpo. Ho imparato nel mio paesino e in serie A. Ho imparato cose pure da gente che non stimo".
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venerdì 21 luglio 2017
Borg-McEnroe non finisce mai
giovedì 20 luglio 2017
Il film che Troisi non riuscì a girare
IL NUOVO film di Massimo Troisi è rimasto per 23 anni sotto chiave, commissionato pensato e scritto, «non chiuso in un cassetto perché c'erano già i computer», spiega adesso sorridendo Anna Pavignano, la sceneggiatrice che lo ha accompagnato da Ricomincio da tre del 1981 fino a Il postino nel 1994. Troisi non riuscì a leggere l'ultima versione del copione. Ora La svedese è un romanzo (Verdechiaro edizioni): storia di Livia, della sua infanzia ferita e del colpo di fulmine per Milo, uomo inafferrabile, sposato e distante 700 chilometri, per il quale vale la pena autodistruggersi, pur di mostrarsi fino in fondo libera. «Troisi mi chiese se avessi una storia che parlasse del modo di amare delle donne». Anna Pavignano dice raramente Massimo. «Una storia su un certo modo di abbandonarsi alla passione, al dolore, all'irrazionale. Gli piacque l'idea, finii di scriverla mentre girava Il postino».
venerdì 7 luglio 2017
De Giovanni e l'ultimo Ricciardi: "Fra due anni smetto"
Il tavolino numero dieci all'interno del Caffè Gambrinus è inaccessibile. "Riservato al commissario Ricciardi", c'è scritto sulle due facce di un segnaposto plastificato. Oggi, domani e nei secoli dei secoli. I clienti s'accostano, scattano una foto e vanno via. È qui che Maurizio De Giovanni porta il suo personaggio a fare colazione da undici anni e undici libri, dodici con il nuovo, "Rondini d'inverno", che Einaudi fa uscire in centomila copie: lunedì nel cortile del Maschio Angioino il primo incontro fra l'autore e quelli che non sono più lettori ma fans, se è vero che quattro associazioni organizzano tour guidati sui luoghi dei romanzi. «Fans dei personaggi, non miei», mormora lui, 59 anni, una delle voci più presenti della città, ora anche autore di teatro e sceneggiatore per la tv.
Il telefono che squilla, un tifoso che domanda del Napoli, un'ammiratrice che gli stampa un bacio. «Oggi concedersi a un selfie è parte dell'attività, eppure io non credo che uno scrittore debba avere una sua rilevanza personale. Ne hanno i suoi personaggi. Sono contento che sia conosciuto Ricciardi e che il tassista citi le sue frasi. Mi piacciono queste gioiose manifestazioni. Ma io cosa c'entro? Se a suo tempo avessi incontrato García Márquez, lo dico da lettore forte, credo che non lo avrei riconosciuto». Eppure, tutto questo finirà. Presto. «Nel 2020 smetto».
Il telefono che squilla, un tifoso che domanda del Napoli, un'ammiratrice che gli stampa un bacio. «Oggi concedersi a un selfie è parte dell'attività, eppure io non credo che uno scrittore debba avere una sua rilevanza personale. Ne hanno i suoi personaggi. Sono contento che sia conosciuto Ricciardi e che il tassista citi le sue frasi. Mi piacciono queste gioiose manifestazioni. Ma io cosa c'entro? Se a suo tempo avessi incontrato García Márquez, lo dico da lettore forte, credo che non lo avrei riconosciuto». Eppure, tutto questo finirà. Presto. «Nel 2020 smetto».
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venerdì 23 giugno 2017
Nino D'Angelo, quel sessantenne della curva B
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martedì 6 giugno 2017
La malinconia dei giornalisti
Nel 1922, per la morte volontaria del collega Francesco
Perotti, redattore capo del “Secolo”, Renato Simoni scrisse su “L’illustrazione italiana” un articolo
sul senso del giornalismo, sul conflitto tra l’io e il mondo che si può
accendere in chi lo pratica, su certe inquietudini nascoste da tenere al
guinzaglio, sul dovere di testimoniare, il rigore, il rispetto di sé e dei
lettori, e sulla scoperta improvvisa di non essere più adeguati. La malinconia
dei giornalisti.
***
“Un giornalista s’è ucciso. Chi ha conosciuto Francesco
Perotti, redattore capo del “Secolo”, spirito ordinato, chiaro fino alla
limpidezza, generoso come sono solo i forti, china la fronte commosso, davanti
al mistero di questa tragica stanchezza di vita. Ma noi, da anni, e da anni
posseduti da questo affascinante e logorante amore del giornale, sentiamo a
poco a poco la nebbia dissiparsi, comprendiamo con angoscia perché questo
nobile compagno ci ha lasciati. E non sono cause precise che scopriamo. Abbiamo
solo il sentimento del malessere grigio, che vien dall’eccesso della nostra
fatica, dallo sfaldarsi cotidiano della nostra personalità, che di questa
fatica è la conseguenza. La carta bianca è crudele con tutti; con noi è crudelissima.
lunedì 5 giugno 2017
Jeffery Deaver e il suo romanzo napoletano
Per i suoi vent'anni di indagini, Lincoln Rhyme s'è regalato una missione in Italia. Era il 1997 quando il detective tetraplegico della polizia scientifica di New York incontrava Amelia Sachs, mettendosi con lei sulle tracce dello spietato "collezionista di ossa". Jeffery Deaver, il suo papà letterario, nell'ultimo libro "Il Valzer dell'impiccato" (Rizzoli), lo ha messo su un aereo e spedito a Napoli, dall'altra parte dell'Oceano, a seguire le tracce di un torturatore che usa una tetra melodia per i suoi crimini. "Lo avevo promesso. Ho mantenuto l'impegno ", dice Deaver, 67 anni appena compiuti, autore prolifico come pochi altri, sei anni fa cooptato tra gli scrittori incaricati di far continuare a vivere James Bond dopo Ian Fleming.
Signor Deaver, perché il suo Rhyme viene a risolvere un caso in Italia?
"Perché sono sempre stato onorato di ricevere premi da voi, dove sono apprezzato più che altrove. Per molti anni mi ha stuzzicato l'idea di ambientare un libro in Italia. Mi sono deciso quando a Courmayeur mi hanno dato il premio Raymond Chandler. Ecco, lì ho capito che era arrivato il momento giusto".
mercoledì 10 maggio 2017
Irregolarità nel tesseramento di Maradona: revocati gli scudetti al Napoli
| 10 maggio 1987-2017: 30 anni scudetto Napoli |
L’uomo che dovete immaginare ha un telefono tra le mani. Un fisso. Il filo attorcigliato. È seduto alla scrivania del suo ufficio – l’uomo, non il telefono. Fa il produttore. È ricco, frequenta donne magnifiche e per punizione la vita lo costringe a parlare con gli Arteteca. Questo sta facendo, adesso. Parla con loro. Discutono di soldi, o forse di battute da pronunciare nel prossimo film di Natale. L’uomo dialoga senza troppo trasporto. Senza passione, si direbbe. Con sofisticato distacco. È lavoro. Se al lavoro si dona la passione, il lavoro se ne approfitta.
Nella stanza accanto, una donna su una orribile sedia girevole bianca. Ha un computer acceso di fronte a sé. Un vasetto di vetro in cui sono infilati due evidenziatori – uno giallo, uno verde – una matita, una manciata di semi che profumano di qualcosa, un tubetto di colla. Un foglio Excel aperto sullo schermo. L’icona di facebook in basso a destra. Senza troppi svolazzi: il cliché della segretaria. Con le unghie lunghe smaltate di bianco digita sul centralino tre cifre. L’interno del Dottore. Lei lo chiama così da tanto tempo. Dottore.
“Una telefonata urgente per lei”, gli dice.
Più urgente degli Arteteca, vorrebbe aggiungere.
Il Dottore allora chiude il primo fronte, commuta la propria personalità sulla modalità Presidente di squadra di calcio, alza il telefono e ascolta. Non fa altro. Ascolta. Sarà passato un minuto ma pare un’eternità. Un minuto in cui fissa il vuoto, recepisce, incamera, assembla e partorisce in estrema sintesi la propria replica.
“Nun me ne po’ frega’ de meno”.
Le istituzioni invece possiedono meno romanticismo. Così la Federcalcio, al Napoli, li tolse tutti e due. Con un comunicato ufficiale, che seguì di circa 30 minuti l’anticipazione della notizia data in privato al Presidente, e di altri 10 una breaking news lanciata da Gianluca Di Marzio sul suo sito e nel sottopancia da Sky, la giustizia sportiva dichiarava revocati il titolo di campione d‘Italia del 1987 e del 1990. Proprio nel giorno dell'anniversario. Una crudeltà mascherata da giustizia.
Nella stanza accanto, una donna su una orribile sedia girevole bianca. Ha un computer acceso di fronte a sé. Un vasetto di vetro in cui sono infilati due evidenziatori – uno giallo, uno verde – una matita, una manciata di semi che profumano di qualcosa, un tubetto di colla. Un foglio Excel aperto sullo schermo. L’icona di facebook in basso a destra. Senza troppi svolazzi: il cliché della segretaria. Con le unghie lunghe smaltate di bianco digita sul centralino tre cifre. L’interno del Dottore. Lei lo chiama così da tanto tempo. Dottore.
“Una telefonata urgente per lei”, gli dice.
Più urgente degli Arteteca, vorrebbe aggiungere.
Il Dottore allora chiude il primo fronte, commuta la propria personalità sulla modalità Presidente di squadra di calcio, alza il telefono e ascolta. Non fa altro. Ascolta. Sarà passato un minuto ma pare un’eternità. Un minuto in cui fissa il vuoto, recepisce, incamera, assembla e partorisce in estrema sintesi la propria replica.
“Nun me ne po’ frega’ de meno”.
***
Quando una voce ferma e contrita comunicò la sciagurata notizia al Calcio Napoli, la città stava celebrando gli 880 anni della presa di Ruggero il Normanno, i 370 della Repubblica Napoletana, i 280 del teatro San Carlo, gli 80 anni della Mostra d’Oltremare, i 50 della morte di Totò e con rispetto parlando, senza offesa per nessuno, i 30 anni dello scudetto. Ricordare è la cosa che a Napoli riesce meglio. Ma chissà perché, pur avendone vissuti due, i napoletani dicono: lo scudetto. Al singolare. Come se fosse esistito solo il primo, il lavacro collettivo di un lungo scuorno, sufficiente a saziare la fame di successi passati e futuri. Lo scudetto. Quello là. 10 maggio '87. Le istituzioni invece possiedono meno romanticismo. Così la Federcalcio, al Napoli, li tolse tutti e due. Con un comunicato ufficiale, che seguì di circa 30 minuti l’anticipazione della notizia data in privato al Presidente, e di altri 10 una breaking news lanciata da Gianluca Di Marzio sul suo sito e nel sottopancia da Sky, la giustizia sportiva dichiarava revocati il titolo di campione d‘Italia del 1987 e del 1990. Proprio nel giorno dell'anniversario. Una crudeltà mascherata da giustizia.
lunedì 8 maggio 2017
Le parole di chi ha scalato l'Etna
"'A Muntagna. Sembra lì per caso, per miracolo, per finta. Come un Everest precipitato in mare, come un K2 emigrato nel Mediterraneo, come un Annapurna sprofondato a sud. 'A Muntagna è l'Etna: divinità prima che vulcano, gigantesca e operosa officina degli dei prima che prepotente e miracolosa basilica della natura, inarrivabile olimpo o paradiso prima che arrivo ciclistico soprannaturale" [1]. "Il puntino rosso, il cratere sulla cima dell'Etna, ci sembra un cero acceso davanti alle nostre speranze. Il mare di raso, il vulcano, la campagna fiorita a perdita d'occhio, scrive un colorista, hanno già vinto. Ma i coloristi sono le modiste del Giro e all'uomo della strada non basta. Il fuoco degli ospiti non cova soltanto sotto la cenere. Divampa imperioso" [2].
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