Lucio Dalla aveva dedicato a Napoli uno dei suoi pezzi più famosi,
Caruso. Un omaggio così riuscito da rappresentare un esempio di agnizione della napoletanità, come ha scritto Francesco Durante nel suo recente
I napoletani e come si disse
qui un paio di mesi fa.
Ma il rapporto fra Lucio Dalla e Napoli non era soltanto fatto di catene che scioglie 'o sangue dint''e vvene. Nel suo ultimo disco, tre anni fa, c'erano il dolore e la vergogna per i rifiuti (la canzone si chiamava
Fiuto, cantata in coppia con Servillo), e pareva persino di leggerci dentro il canto d'addio al bassolinismo della città. Era nei versi
Maramao sei vivo o morto, la monnezza t'ha sepolto, l'insalata c'era anche lì nel porto, Maramao perché ti han storto. La canzone più riuscita di quel disco,
Broadway, si chiudeva con un verso in napoletano,
Stateve ccà, cioè State qui, una specie di
Resta cu' mme meno privata, più urban, in questi anni di nuova emigrazione dal sud, coi trolley e i tablet al posto delle valigie di cartone.