mercoledì 24 dicembre 2014

Il lungo digiuno del gol

frecceI PIÙ spiritosi spuntarono due anni fa in Germania. A Magdeburgo la squadra non segnava da un bel po', così una cinquantina di tifosi si caricarono una freccia tra le braccia, chi la portava verde, chi l'aveva disegnata gialla, colori sgargianti, e dietro la porta iniziarono a seguire l'azione indicando ai loro giocatori la strada giusta per il gol. Una trovata che qualche mese dopo copiarono in Francia, a Nancy, dove piazzarono un gigantesco segnale in curva, rosso, e sotto c'era la scritta: "Le but est ici". La porta è qui. Brutale come metodo. Comunque funzionò. Fecero gol.

giovedì 18 dicembre 2014

La stanchezza di Zeman


GUARDATEGLI le rughe e la pelle che il sole sardo gli ha spiegazzato più di prima. Guardategli la faccia sfinita da sedici anni di polemiche, ed ecco chiarito il primo Zeman vs. Juve senza tracce apparenti di veleno. E le battaglie, le lotte, le campagne? Parole di qualche settimana fa: «Ridirei tutto e aggiungerei altro ma in questo momento non ricordo bene». Punto. A capo. «Non ricordo bene». La frase che in tribunale non aveva pronunciato mai. È finita la giostra, guardate solo il mio calcio color tramonto, questo predica Zeman una volta sfilato dalle spalle il poncho dell'eroe che un tempo camminava nella polvere per moralizzare il vecchio West. Ha passato la vita a mescolare Nietzsche con Clint Eastwood, sublimando la volontà di potenza nella moralizzazione dei costumi. Ma l'eroe è stanco, pazienza se oggi pomeriggio arriva la Juve, anche i saloon hanno un orario di chiusura.

venerdì 12 dicembre 2014

Ti fischio perché ti amo troppo

Lo striscione dei tifosi del Borussia: "E se tu cadi, io sto con te"
Lo striscione dei tifosi del Borussia: "E se tu cadi, io sto con te"
 Fischiare. Cioè “mandare un suono acuto e stridulo”. Per il vocabolario Treccani esistono quattro tipi di fischi. Per proprio diletto, come sotto la doccia. Per richiamo nell’uccellagione, come sanno i cacciatori. Per chiamare una persona, arte in cui dalla panchina eccelle Trapattoni. Oppure in segno di disapprovazione. “Stronzi”, dice Morgan agli ottomila di X Factor che lo contestano al Forum di Assago. “Metteteveli nel ...”, esagera Cigarini su Instagram contro i suoi tifosi e poi gli chiede scusa. Del resto sono giorni in cui si fischia. Nei cortei, nei consigli comunali, ai comizi. Negli stadi un po’ dovunque. Quelli di Bergamo hanno solo fatto più rumore. Succede che l’Atalanta va sotto di due gol contro il Cesena e i tifosi si fanno sentire. Siccome una partita non è finita finché non è finita, l’Atalanta rimonta, vince 3-2 e Colantuono chiude così il pomeriggio: "I tifosi? Non so cosa si aspettano". Bel tema.

giovedì 11 dicembre 2014

Il giallo della casa di Eduardo e Peppino De Filippo

CHIESA dell'Ascensione a Chiaia. La pala d'altare e una tela di Luca Giordano, quattro tele di Giovan Battista Lama in sacrestia, dove all'interno di un librone di diverse centinaia di pagine è custodita la soluzione a un piccolo grande mistero che Napoli a lungo ha trascurato. La casa natale dei fratelli De Filippo è indicata qui, nel registro dei battezzati dal 1898 al 1908. Tutto quel che finora si sapeva era o confuso o sbagliato. Anche il Comune di Napoli è caduto in errore, sistemando nel giugno scorso una targa celebrativa per Peppino al numero 8 di via Ascensione. Per Eduardo mai si era giunti a una conclusione e le ricostruzioni erano sempre state contraddittorie: nato in via Bausan 13 secondo la biografia di Federico Frascani ("Eduardo", Guida, 1974) o in via Ascensione numero 3, secondo l'autobiografia di Peppino ("Una famiglia difficile", Marotta editore, 1976). Indirizzi plausibili perché entrambi a poca distanza da via Vittoria Colonna numero 4, palazzo Scarpetta, dove viveva il padre naturale dei due fratelli. Plausibili, eppure fuorvianti.

mercoledì 10 dicembre 2014

Faccio gol alla squadra di papà

1979/80. Il gol di Antonelli alla Juventus
ECCO, figliolo, guarda: tutto questo un giorno sarà tuo. Ci sono padri che tramandano uno studio da commercialista o una bottega da macellaio, altri cedono il posto fisso nell'azienda municipalizzata di trasporti scegliendo la pensione in anticipo, e poi ci sono quelli che in eredità lasciano la loro vecchia squadra di calcio contro cui segnare un gol. Gli Antonelli, per esempio. Papà Roberto se lo ricordano quelli dai cinquant'anni in su. Stava per compierne appena 26 quando infilò i suoi piedi ispirati dentro la traiettoria del Milan di Liedholm, 1979, lo scudetto della stella. Un perfetto numero 10. In teoria. Salvo scoprire un problema, una volta fasciato di strisce rossonere. La numero 10 era di Rivera.

mercoledì 3 dicembre 2014

Pirlo e il colpo dell'ultimo istante


POTEVA urtare contro un piede o uno stinco. Poteva sbattere contro la folla di gambe lungo il tragitto, oppure sul palo, andare fuori, alto, finanche altissimo. Poteva andare ovunque quel pallone, anziché nel solo angolo libero con l'ultimo tiro della disperazione. Ma questo è il tipico vizio dei super eroi: ridursi all'ultimo istante. Deviano il meteorite solo nel momento in cui sta per colpire la terra, mai che si sveglino un attimo prima. Dai film della Marvel e della Pixar, almeno i bambini hanno imparato la lezione. Non si lascia il cinema finché c'è il buio, nemmeno quando scorrono i titoli di coda. Non è finita se non è finita. Qualcosa succede pure quando credi non ci sia più niente da vedere. Ora, puoi essere Cristopher Nolan che si rifiuta di aggiungere scene dopo la scritta "the end": lo ritiene poco serio. Oppure sei Andrea Pirlo, e nel caso l'affare si complica. Per gli altri.

lunedì 1 dicembre 2014

Sugar queen

COME si passa da un concorso in magistratura alla decorazione di torte fatte in casa. Questa è la storia di Giada Baldari, 38 anni, una delle ottocentomila donne italiane che per l'Istat sono state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere per una gravidanza. Napoletana della buona borghesia di Chiaia, padre giornalista, cresciuta nell'atelier della nonna (suo il vestito del matrimonio di Paola di Belgio), marito imprenditore con un'attività trasferita in Bangladesh, Giada deve rinunciare agli studi e al praticantato in uno studio legale (laurea con 110 e lode, 200 euro al mese) quando scopre di essere di nuovo incinta. Crisi e reazione: al compleanno della figlia scoprirà un'altra vocazione e con la nuova attività si troverà di fronte alla maternità di una dipendente. Come nei libri precedenti ( Malanova, L'Osso di Dio, Veleno ), Cristina Zagaria prosegue il suo viaggio nelle piccole grandi storie di donne ferite del sud, per raccontarci stavolta la ricerca dell'equilibrio tra lavoro e affetti, ambizione e figli.

(la Repubblica, 30 novembre 2014)

venerdì 28 novembre 2014

Viaggio nell'Italia del talento e dell'impegno


Eppure da qualche parte c'è ancora della passione dentro cui scavare, una voglia di darsi, di darsi totalmente al proprio lavoro, perché “avere memoria e raccogliere il bene prezioso delle buone pratiche”, come dice a un certo punto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, “renderle attuali attraverso l’apertura mentale e la visionarietà, è il nostro patrimonio più grande”. Dov’è finita l’Italia del talento e dell’impegno. È questo il senso del viaggio compiuto da Franco Marcoaldi, giornalista poeta e scrittore, in compagnia di una camera e della sua curiosità. Su e giù, dal nord al sud, a riprendere nella loro quotidianità sei protagonisti della vita e della cultura del nostro Paese. È nata così la serie che si chiama “Grand’Italia” (prodotto dalla Clipper Media di Sandro Bartolozzi, regia di Simone Aleandri), dal 2 dicembre ogni martedì alle 21.30 su RaiStoria (canale 54 del digitale terrestre). Un reportage di anime, un taccuino di pensieri luminosi e desideri intatti, un itinerario da cui è espulsa la noia. Franco Marcoaldi lo chiama un “piccolo contravveleno in un Paese così depresso scorato e confuso”. Se il viaggio in Italia è stato materia letteraria per Piovene e Ceronetti, e poi Terzani e Rumiz, spunto di indagine per Pasolini e Soldati, in questi piccoli film di mezz’ora è il pretesto, dice Marcoaldi, “per far conoscere al pubblico della tv e per portare alla loro attenzione figure che a me pare possano essere un esempio, per il loro talento, per il loro contrasto alla sciatteria e al cinismo da cui siamo circondati”.

giovedì 27 novembre 2014

L'oro di Scampia e Non abbiate paura di me




LE VELE di Scampia erano un sogno. Erano un'illusione di sviluppo per l'area est di Napoli, un'utopia. Quando l'architetto Franz Di Salvo le concepì oltre il vecchio quartiere di Secondigliano, pensava a Le Corbusier e a Kenzo Tange. Sono diventate il simbolo del degrado, delle faide di camorra e dello spaccio. Da abbattere, scrisse Giorgio Bocca. Tre sono andate giù, quattro resistono come immagine plastica del contrasto tra l'inferno urbano e l'impegno di molti per il risanamento morale. È qui che esercita il suo fascino da educatore e da maestro di judo Gianni Maddaloni, papà di Pino, medaglia d'oro ai Giochi di Sydney nel 2000. È qui che è cresciuta sua figlia Laura, a sua volta campionessa, poi compagna nella vita di Clemente Russo, casertano di Marcianise, pugile due volte d'argento alle Olimpiadi. Il famoso "Tatanka".
Due libri adesso raccontano le loro traiettorie, l'impegno contro i mostri da cui sono stati circondati in quei luoghi che nell'immaginario sono diventati in questi anni Gomorra e Terra dei Fuochi.

mercoledì 26 novembre 2014

L'attimo fuggito dei mangiatori di gol

calloniDEVE essere stato un omaggio. Compie quarant'anni il primo gol in serie A di Egidio Calloni e allora a San Siro decidono di celebrarlo nel modo a lui più consono. Mangiandosene due. Arriva prima o poi il pallone che aspettavi da una vita. Quando, non si sa. E neppure si fa riconoscere. Arriva e pare uguale a tutti gli altri. È solo quando scappa via che si distingue dai precedenti, quando è già finito fuori, addosso al portiere o contro la traversa. Acquattato fra le pieghe della routine se ne sta il rimpianto, e il lavoro più grande — dopo — è toglierselo di torno. Se ne accorgeranno Mauro Icardi e Stefan El Shaarawy, di anni 21 e 22, uomini del derby milanese per un solo istante: il momento in cui, benedetti ragazzi, hanno pensato soli, solissimi davanti al portiere, che era fatta, erano eroi. Pam. Sbagliato. Poi dice che ai giovani non vengono date le occasioni.

domenica 23 novembre 2014

La sera in cui tutti ricordiamo cosa stavamo facendo



La domenica sera scendevano spesso da noi le signorine Volpe, dal piano di sopra.
Ersilia, Èlia e Lucia.
Erano a casa pure quella volta là. Avevamo appena comprato la nuova tastiera per me, una Farfisa, solo che all'epoca si chiamava pianola. Era in camera da pranzo. Mia madre disse E su, dai, fai sentire qualcosa. Io stavo vedendo Juve-Inter in tv, anzi un tempo di Juve-Inter, ma alle signorine Volpe non si diceva di no.

mercoledì 19 novembre 2014

Com'è cambiato il nostro rapporto con il calcio

Un selfie della nazionale belga
Un selfie della nazionale belga
 Che cos’è una squadra di calcio nel 2014. Bella questione. Se n’è occupato Francesco Costa, nel suo blog su Il Post, dopo una visita a Trigoria per la presentazione del nuovo media center della Roma. È venuta fuori un’interessante riflessione su "quanto è difficile fare il calcio adesso, se le squadre per avere successo devono diventare — anche! — cose che un tempo avremmo chiamato editori". Siamo effettivamente di fronte a una mutazione genetica, un cambiamento dei codici di comunicazione e di fruizione in uno sport che "non è mai stato così complicato da fare e divertente da vedere". Mi hanno soprattutto colpito i passaggi dedicati a ciò che viene chiamato "il romanticismo del pane e salame" e "la patologica e decadente diffusione del pensiero nostalgico", insomma una certa connotazione negativa di ciò che arriva dal passato, "un calcio elitario, a disposizione di pochi, dei benestanti e dei giornalisti" (riferimento agli anni ‘40-’70), un calcio che non si vedeva, mentre adesso c’è modo di "guardare in diretta l’allenamento di rifinitura mentre sei seduto sul tram".

giovedì 13 novembre 2014

Il primo amore di Vittorio De Sica


Per i registi stranieri, era “il napoletano”. Anche se nato in Ciociaria. André Bazin, il fondatore dei Cahiers du cinéma, di Vittorio De Sica diceva che vivesse in “inesorabile amicizia per i suoi personaggi”. La trovo una frase bellissima, testimonia la grande umanità con cui De Sica guardava il mondo, la partecipazione per le vicende osservate e raccontate, una profondità leggera che certamente adesso si spaccerebbe per buonismo. Quando morì, sono 40 anni, l’Unità scrisse che “la sua delicata cortesia napoletana diviene grazie al cinema il più grande messaggio d’amore che i nostri tempi abbiano avuto la fortuna di ascoltare dopo Chaplin”.
Poco prima di morire, De Sica si confessò al registratore di Aurelio Andreoli, cronista letterario. La conversazione fu pubblicata da “Il Mondo” nel 1976. Questa è la parte in cui De Sica racconta della sua infanzia a Napoli, trascorsa in una casa all’Arenaccia.

mercoledì 12 novembre 2014

Il gol di Tevez che Kerouac avrebbe amato

Disegno di quel genio di Paolo Samarelli
Disegno di Paolo Samarelli
- Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai
finché non arriviamo. 
Per andare dove, amico?
Non lo so, ma dobbiamo andare.

SI DEVE partire e andare, il resto alla fine non conta. Partire, soltanto questo, e fregarsene, davvero, di come andrà a finire. Lo raccontò benissimo Weah, sono già passati diciott'anni. "Ho visto tanto spazio e mi sono detto: ci provo". Aveva 100 metri e mezzo Verona davanti, mica lo sapeva che in fondo alla strada c'era il gol. Era un dettaglio. Era stato fra i peggiori in campo e quando l'onesto signor Manetti andò a battere un calcio d'angolo, illudendosi che fosse un'occasione per fare 2-2, anziché seguire lo stopper nel mucchio il grande George andò a piazzarsi sullo spigolo dell'area, defilato, come una torre sulla scacchiera, forse finanche senza voglia. Fu il caso a fargli arrivare il pallone giusto là, tra i piedi, il resto lo fecero i suoi polmoni pieni di incoscienza.

domenica 9 novembre 2014

Il duello su Eduardo


Giovedì scorso sul Mattino, il maestro Roberto De Simone ha scritto un articolo che aveva per titolo "Luci e ombre del mito chiamato Eduardo". Un'analisi molto severa sull'opera di Eduardo, vestita da rivisitazione critica, secondo me piena di passaggi incongruenti e con un fastidio, come dire, ideologico-politico. 
Oggi, sempre sul Mattino, il maestro Nicola Piovani scrive una replica che per usare le sue parole smonta tutti gli "argomenti zoppi" usati da De Simone, ribadendo quale sia stata la grandezza di Eduardo, il suo lavoro di rottura con una tradizione farsesca locale, il suo merito per aver internazionalizzato e reso universale il teatro che partiva da Napoli. Il titolo del pezzo di Piovani è "Quelle gelosie per il genio di Eduardo". 

sabato 8 novembre 2014

La Marsiglia di Izzo e il calcio identitario di Bielsa

bielsaghiacciaia Vent'anni dopo Bernard Tapie, Marsiglia ha trovato un altro uomo dentro il quale immergere se stessa, il suo dna, la fierezza della propria maniera d'essere. L'identità. Marcelo Bielsa, 59 anni, allenatore argentino, speciale come pochi altri, differente. Uno che di Marsiglia dice cose così: "È una città che fa andare le sue differenze tutte nella stessa direzione, come la mia idea di calcio". Sono stato alla Commanderie, il centro sportivo dell'Olympique: su Repubblica in edicola oggi trovate il racconto della maniera in cui una squadra, la sua guida e la sua gente vivono la vigilia di una partita così importante, contro il Psg (domenica alle 21). Impressionante mi è parsa, ripensandoci durante il ritorno, la sovrapposizione tra la filosofia di Marcelo Bielsa e la narrazione che di Marsiglia ha fatto Jean-Claude Izzo, il suo cantore.
"Anche per perdere bisogna sapersi battere" 
(Izzo, da "Casino totale").

Le piccole conquiste della libertà


Questa è una foto in cui sono inciampato, era su un giornale francese, le Nouvel Observateur. Dice più di tante analisi sulla Germania dell'est, mentre si rievocano un po' dovunque quella stagione e la caduta del Muro di Berlino, a 25 anni di distanza.
In questa foto, di Pierre-Emmanuel Weck, sono passati nove mesi dal giorno in cui i tedeschi orientali avevano festeggiato la libertà. Agosto 1990, dalla ex Ddr ci si poteva spostare ormai verso l'altra parte, simbolicamente si attraversavano i pezzi di muro ancora in piedi, i varchi. La Germania Ovest aveva appena vinto i Mondiali di calcio, gli ultimi senza ancora una Germania unita, insomma erano giorni di passaggio. Quando l'est non era più est, ma non era ancora parte di ciò che chiamavamo ovest.
Bene.
Dentro la Storia poi ci sono gli uomini, e le donne, e le piccole cose della vita. I piccoli gesti delle comparse, degli invisibili. Che a saperli leggere, ecco, a saperli leggere capisci in silenzio il giro che fa il mondo. Come questa signora che passa la linea della libertà negata, e ormai abbattuta, per andare all'ovest a comprare carta igienica. Perché di là, la carta igienica era migliore.

mercoledì 5 novembre 2014

L'arte dell'autogol spiegata da Zapata


UNO poi dice la panchina lunga. Ci hanno indottrinato un po' alla volta, abbiamo imparato la corretta pronuncia di turnover, anni e anni di rieducazione culturale, e quando abbiamo smantellato l'idea che le squadre siano fatte di maglie che vanno dall'uno all'undici, una sera di novembre arriva a confonderci Cristián Zapata. Mentre in tre minuti Alex prenota un'altra ecografia al Milan Lab, lui mette i suoi chili e i suoi centimetri a disposizione della causa. Gigante, pensaci tu, gli fa Inzaghi come in quel Carosello. Ci penso io, lo sventurato risponde. E si alza dalla panchina. Ai vecchi frequentatori di San Siro passa tutta la vita davanti agli occhi e in un fotogramma rivedono Massaro, che più di tutti entrava e cambiava la partita. Ecco, Zapata uguale. La cambia pure lui. Spinge Gonzalez e si smarca in area. La sua. Poi salta indisturbato. La prende con la fronte piena, nemmeno tanto male, e la mette laggiù, angolo basso. In tv guardano e riguardano l'azione, ma sulla disarmante perfezione del gesto masochista (scatto, volo, impatto al contrario) trovano comunque qualcosa da obiettare. «Non l'ha colpita in modo aggressivo». Incontentabili. Devono essere dei nostalgici di Hateley.

Cristina Zagaria legge la Grammatica del Bianco

ABBASSATEVI, in ginocchio, e provate a guardare il mondo dall'altezza di un raccattapalle, uno che vive a bordo campo, che è indispensabile, ma non è mai il protagonista. Provate ad affrontare la vita come un ragazzino di 11 anni, che cerca nella routine quotidiana, fatta di scuola-maestra-mamma- compagni, il suo posto, un posto dove c'è chi lo ascolta e dove lui sa cosa dire, e lo trova grazie proprio a una partita di tennis. "La grammatica del bianco" (Rizzoli, 267 pagine, 15 euro. La presentazione oggi alle 18 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri) di Angelo Carotenuto, giornalista di Repubblica, racconta il match del 5 luglio 1980 che vede sull'erba di Wimbledon Björn Borg contro John McEnroe. «Prima che una partita, un evento», spiega Carotenuto, seguendo il filo rosso del uso primo romanzo "Dove le strade non hanno nome" (Ad Est dell'equatore), che ruotava attorno allo storico concerto degli U2 al San Paolo di Napoli. Carotenuto sceglie «prima la partita, poi lo sport e solo alla fine il suo personaggio».

martedì 4 novembre 2014

Gigi Riva raccontato da Marcello Fois

UN UOMO, un popolo. Come un messia. «Perché Gigi Riva si è fatto sardo. È questa la forza del lunghissimo matrimonio fra noi e lui, il senso della grande passione che dura tuttora». Marcello Fois, scrittore e sceneggiatore sardo (ultimo romanzo "L'importanza dei luoghi comuni", Einaudi), aveva 10 anni quando il Cagliari, quel Cagliari, vinse il campionato.
«L'album delle figurine dei calciatori era come un documento di appartenenza. Stabiliva che il Cagliari era come la Juve, era come l'Inter. Eppure, quando nel resto d'Italia usciva, il mio edicolante non sempre l'aveva. A Nuoro poteva arrivare anche con una settimana di ritardo. Per comprare la moneta celebrativa del primo uomo sulla Luna, sarò passato a chiederla almeno dieci volte».
È così che nel 1970 si misurava la percezione di una distanza? 
«Era una vita ai margini, da confini dell'impero. Ma c'era comunque della poesia in quell'attesa, nel sentirsi dei figli cadetti, nel non sapere come si stava a tavola. Per tutto questo, forse, la figurina di Gigi Riva si conservava anche se era doppione».

domenica 2 novembre 2014

Da "secco" a "chiatto": la mutazione del biasimo sociale


Sik Sik, l'artefice magico

Deve essere accaduto davvero qualcosa, nelle nostre teste, nei nostri sguardi, se verso l’obesità avvertiamo quello che Davut Grossi chiama "biasimo sociale". Come un clic improvviso, ma inesorabile, scattato per creare una discriminazione nuova. Nella città in cui l’affetto verso i figli è sempre stato direttamente proporzionale al cibo che gli viene offerto ("mangia, a mamma") e in una regione dove il tasso di obesità infantile è la più alta d’Europa (il 49 per cento), il disprezzo per i chiattoni non ha mai trovato riverberi nel canone, antropologico e soprattutto letterario, di Napoli.

sabato 1 novembre 2014

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra / 3 - Cronaca di un successo


   Metto qui, il terzo capitolo di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei lavori di Eduardo De Filippo: le scelte linguistiche, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente. Lo studio fu reso possibile dalla gentilezza e dalla collaborazione della signora Isabella Quarantotti, che mi aprì l'archivio di Eduardo presente nella casa di via Aquileia, a Roma.
[Capitolo 2; Tradurre il teatro]


3.   Eduardo e l'Inghilterra: cronaca di un successo

"In generale, se un'idea non ha significato e utilità sociale non m'interessa lavorarci sopra"
(Eduardo De Filippo)

   L'Inghilterra incontra il teatro di Eduardo già nel 1958, quando all'Oxford Playhouse va in scena Questi fantasmi. Soltanto due anni dopo, tocca alla commedia forse più celebre, Filumena Marturano, attraversare la Manica. Così com'era accaduto ai napoletani la sera del 7 novembre 1946, al teatro Politeama, l'amara storia della tenace prostituta affascina subito pure gli inglesi. Il critico di The New Statesman, ad esempio, scrive: "I came away from the Belgrade Theatre, Coventry, last night with the feeling that it was a pity hat a satellite could not be put into orbit round the earth to commemorate Wanda Rotha's performance in the British premiere of the Italian comedy, Filumena, by Eduardo De Filippo. This red-haired Austrian actress of international repute finds the perfect vehicole for her tempestuous talent in Filumena, which is more sophisticated tha traditional France farce yet more broad-humoured than English drawing-room comedies"1.

Eduardo De Filippo e l'Inghilterra / 2 - Tradurre il teatro

Metto qui, il secondo capitolo di uno studio che feci nel 1993 sulla traduzione in inglese dei lavori di Eduardo De Filippo: le scelte linguistiche, i motivi del successo. Sperando che possa essere utile a qualche studente.
  

2.     Tradurre il teatro
                                                          "La traduzione teatrale non è un'operazione
                                                           linguistica: è un'attività drammaturgica"
                                                           (E. Cary)


     Tutti i più grandi teorici della traduzione concordano su un punto: il testo teatrale merita considerazioni a parte. Non consente che gli siano applicate generalizzazioni, tanto sono fragili i suoi equilibri. "L'atmosfera di un testo teatrale si compone di imponderabili e bastano pochi particolari qua e là mal riusciti perché il testo non renda il suo giusto timbro"1. Lo scrive Georges Mounin, professore di linguistica e stilistica francese alla Facoltà di Lettere di Aix-en-Provence. "La traduzione teatrale può mostrare quale sia, per una versione integralmente fedele, l'importanza di quei complessi elementi che abbiamo chiamati i diversi contesti di un enunciato. Infatti, l'enunciato teatrale è concepito proprio in vista di quei contesti, perché è sempre scritto in funzione di un dato pubblico, che in sé riassume quei contesti e conosce quali situazioni essi esprimano, quasi sempre per allusione: contesto letterario (la tradizione teatrale del Paese nel quale l'opera teatrale viene scritta), contesto sociale, morale, culturale in senso largo, geografico, storico - contesto dell'intera civiltà presente in ogni punto del testo, sulla scena e in platea"2.

venerdì 31 ottobre 2014

Nino D'Angelo e una maschera da strappare

“Ma io scrivevo versi bellissimi”.
Cioè?
“Tu, caramella che si squaglia e nun se fa mangia’”.
Gaetano D’Angelo, detto Nino, cantava cose così. Anni Ottanta. C’erano i Simple Minds e poi c’era ‘Nu jeans e ‘na maglietta, un milione di dischi venduti. “Il grande poeta Vittorio Annona era un mio fan”.
Non era un cantante, era un’icona. L’icona si porta dietro il suo mondo, e il mondo di Nino D’Angelo aveva uno stigma. Lui ci navigava dentro, comunque felice, verace e vorace, fra ragazzine che si strappavano le vesti e il sopracciglio sollevato dei critici e dell’intellighenzia. “Quando andai in concerto all’Olympia di Parigi, chiesi al direttore di un giornale perché avessero pubblicato solo un trafiletto. Mi rispose: D’Angelo, i fenomeni come lei vanno repressi”. Due mesi fa, invece, Le Monde gli ha riservato una pagina, scrivendo che le frange napolitaine ha dedicato la sua vita da giovane per costruirsi una maschera e la sua vita da adulto per strapparsela. C’è riuscito. Per questo oggi si sente libero di riportare sul palco quelle stesse canzoni, trent’anni dopo. Un concerto con gli stessi suoni d’allora, gli stessi arrangiamenti, “perché – dice - le canzoni sono come i quadri, devono restare nel loro tempo, quando vengono rifatte perdono energia”.

giovedì 30 ottobre 2014

Ali-Foreman secondo Giovanni Arpino

Rumble in the Jungle. When we were kings. Foreman-Ali. 30 ottobre 1974. Il match più famoso nella storia della boxe. Ne scrisse Norman Mailer. In Italia Giovanni Arpino, che il quotidiano torinese "La Stampa" mandò come inviato speciale in Zaire a seguire l'evento. Questo è il pezzo che Arpino scrisse 24 ore prima: sul giornale occupò l'intera pagina 3.


È arrivato il gran giorno per Ali, per quella che lui interpreta come una festa della "negritudine". Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull'erba nel suo "quartiere" di N'Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l'invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un "fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi", non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all'immagine dell'uomo politico, fa: "Scusami". E seguita a parlare dei problemi dei neri.

mercoledì 29 ottobre 2014

Rigore, rosso, squalifica: il triste destino del portiere


COM'ERA bella la vita quando uscivi di pugno, prendevi la palla, travolgevi gli avversari, nella mischia saltava un dente a qualcuno, e di soprannome magari facevi Kamikaze. Eri il portiere, diamine, e il regolamento prevedeva "la carica" ai tuoi danni, solenne come un peccato mortale. Esisteva un mondo perfetto che riconosceva la diversità del numero uno, la sua eccezionalità, i portieri erano nelle poesie di Saba. Dei matti si diceva dovessero essere, estroversi, anche se ce n'erano di tristissimi. Fino al giorno in cui il calcio ha cominciato a erodere differenze e immunità. Via (o quasi) la carica, via la possibilità di raccogliere con le mani il passaggio all'indietro di un compagno, e con un taglio dietro l'altro succede che al posto del Kamikaze una domenica pomeriggio ti ritrovi Nicola Leali.

lunedì 27 ottobre 2014

Napoli e i luoghi di Eduardo

ritratto di Eduardo (Tullio Pericoli)
LA CASA NATALE
È UN mistero da sciogliere. Quartiere Chiaia, dove a inizio ‘900 s'incrociavano Benedetto Croce e Giustino Fortunato, oggi la zona de "i baretti", un groviglio di stradine in cui si celebra la movida dei rampolli della borghesia. Un indirizzo certo manca. Nella biografia firmata da Federico Frascani (Guida, 1974) si cita via Bausan, corridoio verso la Villa comunale. Ma al civico 13 si rintraccia solo la finestra di un palazzone. Pietro Di Domenico, corniciaio, erede di tre generazioni di artigiani, nella sua bottega di fronte ignora l'eventualità. «Sapevo al 28», dice. Ma al 28 all'epoca doveva esserci una scuola. Il vicolo si industria nelle ricerche: «Dove sta ‘a casa d'Eduardo? Dotto', ma Eduardo è mmuorto…». Nella autobiografia di Peppino si fa invece riferimento a un appartamento nella strada parallela, in via Ascensione, al numero 3. Un portone anonimo. Semmai la sorpresa è un centinaio di metri più avanti, al civico 8, dove una targa ricorda la nascita di Peppino. Eduardo? Nulla.

Il calcio che vorrei: le voci degli invisibili

Francesco ha 12 anni e sentì lo sparo. Stava andando allo stadio, "e in quel momento", scrive, "tutti scapparono nel senso opposto ". Lo shock del 3 maggio, gli scontri a Tor di Quinto, la morte di Ciro Esposito sono un trauma che il calcio italiano ha provato in tutto questo tempo a guardare negli occhi il meno possibile. Sono passati sei mesi da quella sera e del "dopo" non s'è occupato più nessuno. Chiedetelo allora a Francesco e ai suoi coetanei cos'è Napoli-Roma di sabato prossimo, partita che fa così paura al punto che i grandi, gli adulti, l'hanno ignorata. Finché non è giunto il suo momento, 1° novembre, ore 15, sette giorni e ci siamo. "Mi chiamo Francesco Saverio Rossi, ho dodici anni, sono nato a Roma e tifo Napoli. Ho molta esperienza sulla partita Napoli-Roma poiché sono andato alla partita di Coppa Italia in cui il Napoli vinse 3-0 un bellissimo match clou, però dopo la partita ha avuto degli scontri nei pressi dello stadio".

martedì 21 ottobre 2014

Da Müller a Gabbiadini. Laboratorio punizioni


CHE la situazione stesse precipitando, si cominciò a capire nell'afa del 30 giugno, quando un uomo dal nome, dall'aspetto e dall'indole assai tedesca si ritrovò senza motivo apparente con le ginocchia a terra e il muso quasi nell'erba. Faceva caldo a Porto Alegre, la sera in cui Thomas Müller mise in scena il più avanzato fra gli schemi pensati per un calcio di punizione. Özil borbotta qualcosa, Schweinsteiger parte e finge di calciare, passando invece sul pallone a gambe larghe. A questo punto la fantasia si fa carne, penetra nel corpo di Müller ma esagera, un passo e mezzo e durante la rincorsa quello va giù, s'affloscia, più simile a un figlio di Benny Hill che a un nipotino di Beckenbauer. Sconcerto al Mondiale: possibile mai che sia caduto? Avendo gli allenatori riempito i loro staff di tattici e strateghi armati di gps, trattandosi poi di uomo di Germania, il nostro senso di inferiorità ci spinse a pensare che no, ma dai, era tutto studiato. Uno stratagemma per distrarre gli algerini, di questo si tratta, per forza.

sabato 18 ottobre 2014

La Grammatica del bianco: recensione Repubblica

«È MEGLIO una vita da Borg o una vita da McEnroe»? Ci sono stati anni in cui questa domanda oltrepassava i confini di un campo da tennis per mescolarsi con la vita di tutti. Borg e McEnroe non erano soltanto due modelli di gioco, uno freddo l'altro estroso, l'Orso e il Genio. Due stili di gioco: la volée e il rovescio a due mani, l'estetica e la sostanza. Erano anche due stili di vita. Hanno giocato molte volte l'uno contro l'altro ma la finale a Wimbledon del 5 luglio 1980 è stata il loro capolavoro. Una sfida epica che racconta Angelo Carotenuto in La grammatica del bianco e lo fa guardando la partita con gli occhi di Warren, un bambino inglese di undici anni, sul campo nel ruolo di raccattapalle. Lo sport è per Carotenuto un pretesto per penetrare la psiche di un ragazzino molto particolare, forse affetto da ADHD, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Attraverso quell'esperienza Warren uscirà dal guscio della sua emotività implosa, dalla paura che lo portava a non voler essere toccato da nessuno, a preferire l'ordine di una biblioteca ai giochi con gli amici, il flauto al calcio, la solitudine alla socialità, il bianco a tutti gli altri colori.

giovedì 16 ottobre 2014

Roma sul ring

Chiedi cos'era la boxe. Palazzetti pieni, serate in tv, passione popolare. Il secondo sport d'Italia accanto al ciclismo e dietro il calcio. Non era molto tempo fa. Chiedi cos'era la boxe e perché non c'è più, sparita, inghiottita in un buco nero senza campioni, implosa sotto il peso delle sue infinite sigle che hanno confuso e allontanato la gente. Quando eravamo pugili. Tutti lo eravamo un po', soltanto con lo sguardo, con il tifo, e benissimo lo racconta adesso Luigi Panella nel suo "Roma sul ring. Un secolo di boxe nella Capitale" (Ultra Sport, 187 pagine, 15 euro). Il Palaeur, l'Olimpico, piazza di Siena e il Foro Italico, il teatro Jovinelli e i cinema in cui bastava montare una pedana e delle corde per mettere in piedi una magia: si chiamava noble art, adesso ne vediamo la polvere. Un viaggio documentato ed emotivo fra le storie dei match combattuti a Roma e i suoi mille personaggi, piccoli eroi ordinari amati dalla città e grandi fenomeni venuti da lontano, su una mappa che attraversa Caracalla, il teatro Adriano, la palestra Borgo Patri. Da "Arci Mòre" a Monzòn, dall'Olimpiade di Cassius Clay ai trenta combattimenti di Nino Benvenuti, giunto la prima volta nel '54 per il campionato nazionale novizi. 

giovedì 9 ottobre 2014

"Un romanzo tennistico"

Carlo Magnani, professore ordinario di Composizione Architettonica e direttore del dipartimento di culture del progetto all'Università Iuav di Venezia, è un noto appassionato ed esperto di tennis. Tre anni fa ha scritto "Filosofia del tennis. Profilo ideologico del tennis moderno". Magnani scriveva: "Nel tennis Federer occupa la posizione di Heidegger nella storia del pensiero. Un uomo estremamente poco complicato si è ritrovato nel ruolo del Profeta, colui che porta finalmente la Reincarnazione e la Luce in un mondo compromesso e sconsacrato".
Perciò questo suo tweet mi ha fatto proprio felice.

mercoledì 8 ottobre 2014

Vita da arbitro

Il più crudele degli attimi. Dura due decimi di secondo. Prima c'è un orizzonte pieno di eventualità, dopo arriva il giudizio del mondo. La vita di un arbitro abita lì, nel mezzo, dentro il cuore di quella minuscola porzione di tempo che scorre lentissima, prima di ogni sua decisione. La sottile linea tra il giusto e il malfatto è nel soffio d'aria dentro il Fox 40, il nome dei fischietti che portano al collo, sono di plastica, quelli di ferro spaccano gli incisivi. Via pure la pallina interna. Così non si inceppano. Come se bastasse a far filare tutto liscio. Ne sa qualcosa Paolo Tagliavento, l'ultimo finito nella polvere dopo Milan-Juventus dell'ultimo week-end. A lui, come agli altri, tocca vivere il più crudele degli attimi almeno una trentina di volte in ogni giornata di lavoro. Significa una decisione da prendere ogni 3 minuti, e però in fretta, subito, con la stessa capacità di reazione di un macchinista delle ferrovie. Vent'anni fa si sbagliavano sei decisioni a partita, oggi ne basta una per finire sulla croce.

martedì 7 ottobre 2014

Allegri e Sacchi nel club degli allenatori nemici


CI SONO serate in cui davanti alla telecamera ti fanno sentire Udo Lattek. Quanto sei bravo, ma no sei bravo tu, hai detto tutto benissimo, macché tu più di me. E poi arrivano le serate in cui Max Allegri incrocia Arrigo Sacchi. Allora chiude gli occhi e gli passa la vita davanti, i quattro anni da milanista, pieni pieni di consigli che Berlusconi gli somministrava prima e dopo i pasti. Ora, sarà che le due sagome gli si confondono tra i pensieri, sarà che gli salgono alle labbra quelle parole che a Milanello non ha detto, ma succede che un fruscio dallo studio, un distinguo, passa per il rumore dei nemici e oplà, ci scappa il litigio. Addirittura due in una settimana, il primo in Coppa e il secondo in campionato, roba che ci sarebbe da invocare il turnover e poi puntare dritti al Triplete.

giovedì 2 ottobre 2014

Dudek il minatore e la rimonta di Rafa Benítez

dudek Rafa Benítez ci disse, Il Milan non sta bene. E noi a fissarlo. Non sta bene? Proprio così, rispose, ha avuto problemi tutto l’anno, fidatevi, fisicamente non sono pronti, non sono pronti come noi. Solo che quando tornammo negli spogliatoi, intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2005, tre gol avevano fatto loro e nemmeno uno noi del Liverpool. Incrociai un attimo lo sguardo di Rafa e gli feci, Ehi mister meno male che questi stanno giù.
Giochiamo e divertitevi, così si raccomandò Rafa. Invece stavamo facendo divertire il Milan. Eravamo molto arrabbiati, le cose non andavano secondo i piani. Benítez allora chiamò Traoré e quasi si scusò, Grazie ma adesso esci, al tuo posto facciamo entrare Hamann. C’era una voragine da quella parte del campo. Traoré abbassò lo sguardo, sfilò maglia e pantaloncini e mormorò una cosa tipo okay, va bene così. Steve Finnan, dall’altro capo dello spogliatoio, se ne stava sdraiato su un lettino. Aveva dolore a una coscia. Non ce la faccio, confessò sotto voce, ma il fisioterapista filò dritto da Benítez a riferirglielo. "Guarda che quello regge al massimo venti minuti". “Quello chi?”. “Finnan”. Rafa fissò prima uno poi l’altro e chiese se facessero sul serio. “Allora Finnan grazie, grazie per quello che hai dato, esci tu e Traoré rimane dentro”.

martedì 30 settembre 2014

La tripletta di Ekdal e la domenica della vita


C'È GENTE che per anni si allaccia prima una scarpa e poi l'altra, sta attenta a non calpestare le righe, strappa ciuffi d'erba all'entrata in campo. Cose così. Ce ne sono tanti che perdono la salute a orientare gli eventi e dribblare il caso, si impegnano nell'iterazione dei loro gesti con l'illusione di garantirsi in copia conforme ogni giorno che passa, forse convinti che rivivere e replicare sia un modello di felicità. Poi alle quattro di una domenica pomeriggio, passa da San Siro uno svedese che non è Ibra e smaschera le miserie della scaramanzia. Che è per forza roba da conservatori. Del resto se anche Ekdal avesse un rito per far scorrere la sua vita come sempre, non segnerebbe tre gol a San Siro tutti insieme, visto che in genere non ne fa più di uno all'anno. Oppure un rito ce l'avrà anche lui, ma evidentemente non funziona.

mercoledì 24 settembre 2014

Il volo all'antica di Sorrentino


AL MODO in cui cadere pensi dopo, prima viene il volo, che è sempre un po' la scelta della disperazione. La tecnica te l'hanno insegnata anni e anni fa, ma in quell'istante non sai dove sia finita. A parte l'istinto, insomma, non ti rimane niente. Eppure a volte basta. Di certo basta a Stefano Sorrentino, che di domenica sera pesca dalla memoria del corpo l'impulso del colpo di reni, all'età di anni 35, quando la tribù dei sedentari d'Italia comincia semmai a fare i conti con il colpo della strega. Succede che Guarin, con Palermo- Inter ormai al capolinea, metta un pallone dolce al centro dell'area. Succede che Osvaldo su quel pallone ci arrivi con la testa nel miglior modo possibile, solo, elastico, i fotografi tutti per lui, libero e bello, definitivamente rock. E mentre la palombella che ne viene fuori copre il tragitto di metri otto, non di più, verso la porta, Sorrentino scopre di essere troppo dietro per uscire in presa alta e un poco avanti rispetto alla traversa. Ma è il posto giusto in cui trovarsi quando non c'è più niente da fare se non lanciarsi, this must be the place, in volo, e vediamo che succede.

domenica 21 settembre 2014

Zeman al posto di Scopigno

DORME ancora in una delle 16 camere della club house di Assemini, al campo, ma cerca casa di fronte al mare. Il Poetto, non distante dalle vie in cui passeggiano Riva, Brugnera, Tomasini, la fetta del grande Cagliari che ha scelto di restare qui per sempre. Zeman si sta aprendo alla Sardegna, la Sardegna sta entrando dentro Zeman. La sua faccia è sui cartelloni pubblicitari, frasi in lingua sarda, la speranza che qualcosa di nuovo con lui succeda, ora che la pagina Cellino è voltata. «Non so se ci credono come ci credo io» brontola Zeman. Roma è lontana, una grossa delusione da andare a guardare negli occhi. Domani.
Zeman, adesso non dica che è una partita come le altre.
«Non lo è. È la partita fra la mia squadra e quella della città in cui abito da 20 anni. Ma senza rivalsa».

mercoledì 17 settembre 2014

Ménez e la trappola del colpo di tacco

A ESSERE pignoli, quel punto lì sarebbe il tallone. Ma il tallone evoca Achille, richiama una debolezza, non è che faccia tanto chic. Chiamarlo gol di tallone ammazzerebbe l'enfasi, vuoi mettere invece con il tacco? È un atto speciale già per questo, non sarà mai volgare come segnare di testa, di piede o finanche con la mano. È il solo gol che rinunci a essere definito con una parte del corpo, perché umano non è, non del tutto, con il tacco siamo già nel campo dell'estetica. Chiedetelo a una donna, il tacco dà eleganza, allunga la gamba, sfila il polpaccio. E dunque "tacco 7", Jeremy Ménez, è l'ultimo della galleria. Del gesto propone una versione contemporanea, urlata, esagerata.

lunedì 15 settembre 2014

Il tacco di Ménez mai esistito

menez
Ti balla un pallone davanti ai piedi, l'attaccante dietro di te ti mette ansia e devi sbrigarti. Hai sì e no un secondo per stabilire se appoggiare la palla al portiere o buttarla via. In calcio d'angolo, in fallo laterale, in tribuna, ovunque, come vuoi, come capita. Hai un secondo, uno solo, per prendere una decisione. Ti chiami Stefan Ristovski, e ovviamente la decisione la sbagli. Tocco all'indietro, la palla che si ferma, come spalmata di colla all'improvviso, il tuo portiere se la guarda e alla fine sbuca lui. L'attaccante. Si infila derisorio lungo il tragitto, tocca la palla d'esterno per dribblare il portiere e va a riprendersela dall'altra parte, aggirando il tapino lungo il fianco opposto, come negli anni '80 faceva sulle fasce sinistre d'Italia Luciano Marangon, ancora terzino e non un esterno basso.

sabato 13 settembre 2014

Il nuovo garagista

Il mio nuovo garagista, nel senso che ho un nuovo garage, non che sia venuto un nuovo custode nel vecchio garage; ecco, il mio nuovo garagista in genere se ne sta seduto all'aperto, all'ingresso, su una piccola sedia in legno, prima della discesa. E' un uomo sulla settantina, si chiama Ferdinando, romano mi dice, ma con un accento neutro, anche se a me viene di chiamarlo come se fossimo a Napoli. Non per posa ma per istinto, forse perché sfoggia una faccia molto compatibile con tutto questo. Se ve lo volete immaginare, dovete pensare a James Cagney. Uno James Cagney con gli occhialini parcheggiati proprio sulla punta del naso.
Come andiamo don Ferdinando?, e lui risponde con due parole che non cambia mai.
"Tutto procede" dice.
Sempre uguale.
"Tutto procede".
Una specie di Eraclito, a modo suo, straordinario nella scelta di un verbo tanto dinamico a fronte di questa sua posa statica, di questo suo esercizio inerte a guardia di una platea di macchina e di moto ferme, laggiù, immobili, alla fine della discesa.
"Tutto procede". Anche senza di noi.

venerdì 12 settembre 2014

Le undici virtù del leader

VENTITRÉ righe su Mourinho. «Se Guardiola è Mozart, Mourinho è Salieri: sarebbe un gran musicista, se non esistesse Mozart». Zac. Il colpo di Jorge Valdano, campione del mondo con l'Argentina del 1986, poi allenatore e d.g. del Real Madrid, casca sull'antico rivale alle ultime pagine del nuovo libro, "Le undici virtù del leader" (158 pagine, Isbn edizioni, 19 euro), in uscita oggi. «Non gli ho mai sentito dire, sia in pubblico sia in privato, una sola frase calcistica degna di essere ricordata. L'intelligenza e l'ego sono nemici fra loro. E quando si scontrano, vince l'ego». Che i due non si siano mai piaciuti è cosa nota, Valdano lasciò il lavoro per non dover calpestare lo stesso pavimento di Mourinho. A dirla tutta, forse disprezzerebbe Salieri anche se non esistesse Mozart. Ma fermarsi a queste 23 righe significherebbe tradire la natura del lavoro dell'argentino, un'analisi profondissima, quasi filosofica, sul senso del carisma nel calcio.

giovedì 11 settembre 2014

Rione Traiano 1976-2014

La chiesa, al rione Traiano che ha ottantamila abitanti, funziona da sei anni. E' sorta al posto di una serie di "locali impropri" che venivano usati per le funzioni religiose. Una vita difficile fin dall'inizio. Il Traiano doveva essere un quartiere satellite nella zona flegrea a nord di Napoli ed invece è diventato un ghetto per le famiglie che hanno dovuto abbandonare i vicoli del "ventre molle" della città. La platea della parrocchia comprende impiegati, operai, muratori, ambulanti e dal 23 novembre '80 tre campi di terremotati divisi fra containers e prefabbricati pesanti. La malavita organizzata recluta qui manovalanza, diffusa è la droga. "Una forma di fuga dalla vita, un fatto esistenziale più che un traffico per guadagnare", precisa il parroco. (Ermanno Corsi, la Repubblica, 10 agosto 1984)

Il criterio con cui è stato sfruttato il rione Traiano si conferma così ogni giorno di più come l’esempio di come non si debba costruire un complesso popolare. E sono ancora una volta gli stessi abitanti che, di fronte ad uno stato di abbandono cui è stato lasciato il rione da venti anni, acquistano coscienza sempre maggiore della gravità della situazione. Intanto, la popolazione vive una situazione insostenibile. (Valeria Alinovi, l’Unità, 5 dicembre 1976)


mercoledì 10 settembre 2014

De Biasi, il figlio del paese delle favole

GIANNI De Biasi quando parla dell'Albania dice «lì da noi». Se ne accorge e ride. Saranno tre anni di lavoro a gennaio, ma adesso comincia proprio a divertirsi. Dopo i play-off per i Mondiali sfiorati, è andato a vincere in Portogallo la prima partita di qualificazione agli Europei. «Ecco, lì da noi ora sono tutti convinti che passeremo. Mi preoccupa. Perché rilassarsi è nel carattere degli albanesi, perfino più che per gli italiani. Ma siamo in un girone dell'horror. Farei a cambio con chiunque. Non bastava il Portogallo, a ottobre ci aspettano la Danimarca e la Serbia, peraltro 15 anni dopo la guerra in Kosovo».

giovedì 14 agosto 2014

Good luck mister Pellè

saints Italiano? E allora basta con i dribbling, con le veroniche, basta con tutti questi colpi di tacco. Se sei un vero italiano, gioca come Gattuso. Così dicevano all’inizio a Graziano Pellè, emigrato in Olanda per uscire dalla gabbia della serie B, un continuo girovagare fra Catania Cesena e Crotone. Il più sottovalutato dei nostri attaccanti. Sottovalutato in Italia, sia chiaro, perché adesso Graziano Pellè, anni 29, con un giro largo è arrivato laddove in pochi si spingono, nella Premier League inglese che comincia sabato 16.

martedì 12 agosto 2014

L'aldilà di Robin Williams


"L’unica morte che ho conosciuto è quella della commedia sul palcoscenico, dalla quale ci si risveglia sempre quando il pubblico ride. Una volta un mio amico che ha avuto un’esperienza di morte per qualche minuto, mi ha detto che la sua più grande paura non era quella di morire, ma di lasciare sua moglie sola. Nell’aldilà mi piacerebbe incontrare mio padre, Mozart, Beethoven, Miles Davis, Einstein, ma soprattutto Groucho Marx. E poi qualche donna, certo. Che ne so, Marylin Monroe, Giovanna D’Arco, Marlene Dietrich. Se fosse l’inferno, mi piacerebbe vedere la stanza dove sono chiusi tutti insieme Hitler, Stalin, Mussolini e Mao. Un bel caos, davvero. Alla reincarnazione non ho mai creduto, anche se alle volte mi viene da pensare di essere stato il cavallo dell’imperatrice Caterina di Russia.

Soccavo, il campo di Maradona abbandonato


A DIEGO facevano trovare il cancello accostato, non c'era nemmeno bisogno di suonare il clacson, il quartiere si sarebbe svegliato. Scivolava con la Ferrari nera dentro il buio, le tre di notte, andava a letto e il giorno dopo in campo. Quante vigilie così a Soccavo, dove oggi il cancello azzurro non si chiude neanche volendo. Sono andati a incastrarci carcasse di auto e moto rubate, una scritta avverte "non entrate", del resto non c'è più niente da cercare lì dentro, neanche i ricordi. Centro Paradiso, così si chiamava e così si chiama ancora, da dieci anni abbandonato, senza rimedio. Il calcio se n'è andato nell'estate del 2004, il Napoli falliva, quando a settembre arrivò De Laurentiis lo convinsero che quel posto portasse sfortuna. Ci avevano vinto solo due scudetti.

lunedì 11 agosto 2014

I cori di Millwall, la lezione all'Italia degli sfottò

millwall La parola inglese è disrepute. Più o meno sarebbe: discredito. Cattiva reputazione. Ian Holloway, onesto centrocampista ai suoi tempi, tutto serie B e serie C, quattro anni in Premier con il Qpr e oggi allenatore del Millwall, l’ha usata per avvertire il suo mondo. Così non si va avanti. Andiamoci piano con certi cori negli stadi, ha detto, gettano cattiva luce sul calcio.
Piano con i cori disrespectful, dice Holloway, con i cori che mancano di rispetto. Basta. Non se ne può più. Le cose sono andate così. Durante la partita che sabato il Millwall ha vinto per 2-0 contro il Leeds, prima giornata di serie B inglese, i tifosi, i suoi tifosi, hanno cominciato a cantare cori che legavano il nome del Leeds a quello di Jimmy Savile, popolarissimo conduttore della Bbc, protagonista di una storiaccia.

sabato 9 agosto 2014

Storia di Johnny e del rigore parato a Ibra

Zlatan Ibrahimovic psg Johnny crede di non avere cose eccezionali da raccontare, niente che possa lasciare a bocca aperta i nipoti intorno al fuoco, sempre che i nipoti un giorno verranno e che per l’epoca ci sia ancora un fuoco intorno a cui raccogliere la famiglia. Nulla di cui vantarsi, serate meravigliose Johnny non ne ricorda. Fino a venerdì, fino al momento in cui Zlatan Ibrahimovic si presenta davanti a lui, pallone a undici metri, calcio di rigore. Johnny è ancora giovane eppure è tanto vecchio. Ha 26 anni e da quando ne aveva 12 gioca a calcio in Francia, prima a Le Havre, dove ha incrociato Paul Pogba e dove per i portieri hanno un discreto fiuto, se lì hanno cresciuto Mandanda (oggi titolare a Marsiglia) e Boucher (numero 1 a Tolosa).

giovedì 7 agosto 2014

L'impiegato Bielsa

bielsa
"Un uomo che ha delle idee nuove è un pazzo finché le sue idee non trionfano"

Lasciate perdere gli sceicchi del Psg, lasciate perdere anche il magnate russo del Monaco. Il colpo Ibrahimovic, la carica a Cavani, l’assalto a Falcao. Acqua passata, roba degli anni scorsi, dimenticatela, dimenticate la grandeur di Parigi e della Costa azzurra. Che estate banale, la loro, stavolta. Niente a che vedere con Marsiglia. I nuovi fuochi d’artificio, il calcio francese li ha sparati qui, dov’è arrivato un signore argentino di 59 anni, rosarino come Messi Menotti e Che Guevara, uno che il mondo del calcio chiama El Loco, il pazzo, e adesso anche Le Fou. Se c’è un motivo nuovo per guardare quest’anno la Ligue1 (al via venerdì con Reims-Psg), quel motivo di nome fa Marcelo e di cognome Bielsa. Una delle più grosse calamite viventi di nerd del pallone. Una specie di Zeman, fate conto solo meno difensivista.